"Il raccolto è di Dio"

Giovanni Reale

 

Per leggere, comprendere a fondo e quindi gustare le composizioni drammaturgiche di Karol Wojtyla, è necessario tenere presenti alcuni eventi essenziali. Egli ebbe in gioventù una grande passione per il teatro, a cui fu anche tentato di dedicarsi professionalmente, tanto da viverne in prima persona tutti i momenti: iniziò come voce recitante e quindi attore; lavorò come aiuto regista e come regista; organizzò spettacoli e fu anche critico teatrale e traduttore di testi quali l'Edipo di Sofocle. Sempre fermamente convinto che il teatro costituisca una grande forza etica, pensava che questo dovesse, per riprendere le parole di Shakespeare, servire come specchio o modello alla vita, riprodurre la verità del bene e del male nel mondo, dar forma allo spirito del tempo.
Il teatro, come lo concepisce e lo realizza Karol Wojtyla, si impernia sulla centralità della parola poetica, cui viene dato un primato assoluto, al di sopra degli eventi e della gestualità degli attori. Questi, sulla scena, non sono soltanto personaggi che parlano come tali: vi è sempre un momento in cui assumono un ruolo di commentatori, di portatori di determinati problemi. Va inoltre sottolineato l'uso dei Cori, ripreso dalla tragedia greca, nei quali la potenza della parola raggiunge il culmine.
Si trattava di una forma di teatro nata con la fondazione a Cracovia, nel 1941, del "Teatro Rapsodico", che, mettendo in atto e sviluppando alcune idee di M. Kotlarczyk, eliminava il sipario, le scene e i costumi, puntando sulla sola parola.
Per quanto riguarda il "Teatro Rapsodico", questa riduzione all'essenziale era determinata da una precisa necessità: nato, come si è detto, nel 1941, il Teatro svolgeva la propria attività da organizzazione clandestina e le sue rappresentazioni avvenivano in case private. Ma su questa necessità si innestò una deliberata ricerca di natura sperimentale.
In un saggio critico Wojtyla scrive: "Di tutto l'equipaggiamento di complicati strumenti di cui l'arte scenica dispone restava soltanto la parola viva, detta dalle persone in condizioni extra-sceniche in una stanza, vicino a un pianoforte. Questa inaudita povertà di mezzi espressivi risultò essere in realtà un vero e proprio esperimento di creatività artistica. Si scoprì allora, o piuttosto ci si confermò nella convinzione già in precedenza nutrita, che elemento fondamentale dell'arte drammatica è la viva parola umana."
I testi teatrali composti dal futuro pontefice con questo spirito diventano drammi spirituali dell'uomo, viaggi metafisici nell'intimo delle coscienze, come si nota in particolare nel Fratello del nostro Dio, nella Bottega dell'Orefice e nei Raggi di paternità. Vi è in loro una forma di astrazione, una forte concentrazione dell'essenziale a livello concettuale, a cui si collega strettamente l'intensa contrazione del tempo, sempre presente in tutti i drammi di Wojtyla.
Un atteggiamento analogo si ha nei confronti dello spazio, che – nei drammi come anche nelle poesie – viene non solo contratto, ma trasfigurato in una dimensione metafisica. Alcune scene non avvengono in alcun luogo determinato, e quindi possono essere immaginate ovunque, poiché si svolgono in quello che Wojtyla denomina "spazio interiore", e che diviene "spazio del grande mistero" dell'uomo, che va non solo dalla nascita alla morte, ma anche e soprattutto dalla morte alla speranza di un'altra vita.
In senso ultimativo e supremo lo spazio è Dio stesso, quel "Tu, in cui ognuno trova il suo spazio". Nel Pellegrinaggio ai luoghi santi, si legge: "Il mio spazio è dentro di Te. Il Tuo spazio è dentro di me. E infatti uno spazio di tutti gli uomini. Pure, in quello spazio, non mi sento sminuito dagli altri." E ancora: "Dove Tu non sei, vi è solo gente senza casa."
Come si può intuire, il problema dell'uomo in quanto persona, centrale nelle opere filosofiche di Wojtyla, è tale anche nelle opere letterarie.
Raggi di paternità inizia con queste parole pronunciate dal personaggio di nome Adamo: "Da tanti anni ormai vivo come un uomo esiliato dal più profondo della mia personalità e nello stesso tempo condannato a indagarla a fondo." Parole che esprimono, come giustamente osserva Boleslaw Taborski, "il grande dilemma dell'uomo di oggi", che ha smarrito il vero senso della persona, ma, ciononostante, non può fare a meno di cercarla.
Il personaggio di Adamo ritorna più di una volta nei drammi di Wojtyla, e ha per certi aspetti la funzione che nelle antiche Sacre Rappresentazioni aveva il personaggio di Ognuno: esprime una icona emblematica dell'uomo, inteso come persona.
Il concetto di persona, poi, quale emerge dai testi di Wojtyla, è in buona misura vicino a quello agostiniano. Del resto, ogni autentica concezione della persona non può se non seguire una linea precisa: l'uomo diventa persona solo in rapporto con Dio come persona.
Attorno a questo Adamo, emblematica icona dell'uomo-persona, si coagulano i temi principali dell'opera poetica di Wojtyla, quali quello dell'amore, della morte, del dolore e della sofferenza.
Al di fuori della fede cristiana il problema del dolore non trova alcuna spiegazione plausibile, mentre nel pensiero cristiano assume il significato più alto, diventando la nuova legge, e addirittura il nuovo giorno della creazione con l'incarnazione di Cristo. La croce, nelle parole che pronuncia Giobbe nella tragedia omonima, diventa la "dimora dell'uomo": "Chi non ha casa, pur abitandone una, / ricomincia ad abitare, attraverso la Croce, la Terra."
Eppure la Croce è proprio quello da cui ciascuno di noi rifugge, e che non vorrebbe mai portare, ed ecco Wojtyla, nelle composizioni poetiche dal titolo Profili di Cireneo, descrivere le diverse maschere che Simone il Cireneo assume in diversi tipi di uomini quando si sentono porre quel giogo sulle spalle.
Come scriveva Kierkegaard: "finora [...] ho portato la Croce di Cristo in un modo puramente esteriore, come Simone il Cireneo," così gli uomini descritti da Wojtyla portano la Croce in modo esteriore, e comunque la vorrebbero respingere, mentre "Cristo con la Croce è ciò in cui ognuno trova il suo spazio. [...] E nel Tuo grande mondo potresti non scorgere íl mio piccolo mondo, / potresti spaccarlo interamente, annientarlo, / e andando con la croce potresti porlo sul filo di lama – / Tu, vasto, aperto – / Tu, in cui ognuno trova il suo spazio".
Strettamente collegato con il problema del dolore, è l'altro J- il più grande dí tutti – che con la sola ragione non può essere spiegato in modo soddisfacente: la realtà della morte. Ciascuno di noi, dice Wojtyla, è trascinato da vorticose correnti che passano, e a un certo punto ci travolgono e noi torniamo a essere polvere. Questo vuol dire forse che ciascuno di noi rimarrà per sempre polvere?
La risposta si trova in quello che Wojtyla chiama mysterium paschale, inteso come mistero di quel passaggio ultimativo che porta dalla morte a una nuova vita: "Mysterium paschale – / mistero del Passaggio / in cui / il cammino s'inverte. / Dalla vita passare nella morte – / è questa l'esperienza, l'evidenza. / Attraverso la morte passare nella vita – / questo il mistero." Ed ecco la luce che illumina il mistero: Cristo ha mutato la direzione del passaggio, e questo passaggio ha nome Pasqua: "Egli ha disgiunto, / non solo la pietra tombale ma tutta la terra, / Egli ha smosso / trasformando quel campo in cui tutti passiamo. / [...] Egli ha aperto negli uomini uno spazio alla nascita, / ha rivelato in loro uno spazio di vita / che sovrasta alle correnti che passano, / che sovrasta alla morte."
Dalla morte ci solleva la speranza, che è come il suo contrappeso, poiché a chi muore la speranza manifesta un segno di nuova vita. Fra la vita e la morte di ogni uomo si distende lo spazio del grande mistero, in cui l'essere di Cristo si inserisce e si impone come misura suprema, e la morte di ciascun uomo diviene parte della sua Pasqua: "Gli atomi dell'uomo antico fanno compatta la gleba / primordiale del mondo ch'io raggiungo con la mia morte, / li innesto in me definitivamente / per trasformarli nella Tua Pasqua – / che è il TUO PASSAGGIO."
Abbiamo lasciato per ultimo, poiché in qualche modo tutti li riassume, il tema dell'amore, che ha straordinario rilievo negli scritti di Wojtyla, e che si esprime principalmente in due pensieri di grande forza: l'amoreè ciò che ci fa nascere, non solo in senso fisico ma anche in senso spirituale; l'amore è la più grande sfida, "una sfida continua. Dio stesso forse ci sfida / affinché noi stessi sfidiamo il destino".
Ma in quale modo l'uomo può rispondere alla sfida dell'amore?
"Proprio questo" dice il personaggio Adamo "mi costringe a riflettere sull'amore umano. Non esiste nulla che più dell'amore occupi sulla superficie della vita umana più spazio, e non esiste nulla che più dell'amore sia sconosciuto e misterioso. Divergenza tra quello che, si trova sulla superficie e quello che è il mistero dell'amore, ecco la fonte del dramma. Questo è uno dei più grandi drammi dell'esistenza umana. La superficie dell'amore ha una sua corrente, corrente rapida, sfavillante, facile al mutamento. Caleidoscopio di onde e di situazioni così piene di fascino. Questa corrente diventa spesso tanto vorticosa da travolgere la gente, donne e uomini. Convinti che hanno toccato il settimo cielo dell'amore, non lo hanno sfiorato nemmeno. Sono felici un istante, quando credono di aver raggiunto i confini dell'esistenza, e di aver strappato tutti i veli, senza residui. Sì, infatti: sull'altra sponda non è rimasto niente, dopo il rapimento non rimane nulla, non c'è più nulla. Non può, non può finire così! Ascoltate, non può. L'uomo è un continuum, una integrità e continuità, dunque non può rimanere un niente."
L'amore corrisponde al peso specifico dell'uomo. Analogamente Agostino diceva: "Ciascun uomo è ciò che ama. Nella Bottega dell'Orefice, l'Orefice – che rappresenta la voce della coscienza, o meglio Dio che parla con la voce della coscienza –offrendo le fedi d'oro a Teresa e ad Andrea, esprime in questo modo il senso simbolico delle fedi stesse: "Il peso delle fedi d'oro / [...] non è il peso del metallo. / Questo è il peso specifico dell'essere umano, / di ognuno di voi / e di voi due insieme." E ad Anna – che si era separata dal marito e pensava di vendere la sua fede – l'Orefice dice: "Questa fede non ha peso/ la lancetta sta sempre sullo zero / e non posso ricavarne nemmeno / un milligrammo d'oro. / Suo marito deve essere vivo –in tal caso / nessuna delle due fedi ha peso da sola / – pesano solo tutte due insieme. / La mia bilancia d'orefice / ha questa particolarità / che non pesa il metallo in sé / ma tutto l'essere umano e il suo destino."
Sarebbe troppo lungo voler citare tutti i pensieri sull'amore espressi poeticamente da Wojtyla, ma alcuni, brevi e pure così pieni di significato, non possono non venir ricordati:
"Ai piedi della verità bisogna mettere l'amore, / bisogna collocarlo agli angoli, per terra, / metterà radici anche là dove non ci sono strade – / e costruirà, eleverà, trasformerà". "L'amore mi ha spiegato ogni cosa, / l'amore ha risolto tutto per me – / perciò ammiro questo Amore / dovunque Esso si trovi."
Se questi – del dolore, della morte, dell'amore che spiega "ogni cosa" – sono i temi principali nell'opera letteraria di Karol Wojtyla, un altro, meno evidente ma non meno appassionante, si può leggere in filigrana in ogni sua opera: il tema autobiografico. Non perché egli, in senso proprio, racconti mai se stesso; ma perché, come ogni vero poeta, rivela spesso il suo animo, e – volutamente o inconsapevolmente – anche tratti della sua vita, sia pure in maniera sfumata e in modo analogico. Nel Fratello del nostro Dio è difficile non ritrovare somiglianze fra la vita di fratello Alberto, che ha lasciato l'arte, scegliendo l'impervia vita spirituale al servizio dei poveri, e la vita di Karol Wojtyla che ha rinunciato all'arte drammatica per consacrarsi a Dio.
Più significativi appaiono tuttavia i momenti nei quali, attraverso il velo della poesia, traspare l'anima dell'autore.
Così, mediante la metafora dell'Intagliatore – lo scultore che riproduce immagini di Cristo e di santi – ci viene in qualche modo svelata, in modo profondamente toccante, l'origine dei suoi rapporti con Dio: "Tu sei il più stupendo, onnipotente Intagliatore di santi / – la mia strada è fitta di betulle, fitta di querce – / Ecco, io sono la terra dei campi, sono un maggese assolato, / ecco, io sono un giovane crinale roccioso dei Tatra. / Benedico la Tua semina a levante e a ponente – / Signore, semina generosamente la Tua terra / che diventi un campo di segale, un folto di abeti / la mia giovinezza sospinta dalla nostalgia, dalla vita. / La mia felicità – grande mistero – Ti esalti / perché hai dilatato il mio petto in un canto primordiale, / perché hai permesso al mio volto di tuffarsi nell'azzurro, / perché hai fatto piovere nelle mie corde la melodia / e in questa melodia Ti sei svelato in visione – / attraverso il Cristo."
Per concludere, ecco un brano tratto da Geremia. Il futuro Giovanni Paolo II aveva vent'anni quando ha scritto questo testo, ma in realtà è stato da lui riscritto ogni giorno, fino a oggi: "Un uomo, da solo, non è capace di trasformarne tanti –/ Può innestare. Può gettare il seme / – ma crescerà il seme per volere dell'uomo? / Questo è ormai di Dio. Il raccolto è di Dio."

K. Wojtyla, Tutte le opere letterarie, con testo polacco a fronte, saggi introduttivi di B. Taborski, presentazione di G. Reale, Milano 2001.

(da: Valori dimenticati dell'Occidente, Bompiani 2006, pp. 52-58)