Fame nel mondo

Una questione di giustizia

Giannino Piana


L'apertura dell'Expo di Milano dedicato al tema Nutrire il pianeta, energia per la vita, costituisce un'importante occasione per riflettere sulla drammatica situazione in cui vive una parte consistente dell'umanità. La questione della fame nel mondo non può (e non deve) infatti interessare soltanto le istituzioni internazionali, che hanno senza dubbio un ruolo fondamentale, ma chiama anche in causa la responsabilità di ogni cittadino.
Il fenomeno della globalizzazione, frutto dell'interdipendenza tra i diversi popoli della terra, rende trasparente come le nostre azioni, anche quelle apparentemente più private, hanno (e non possono che avere) ricadute immediate sulla vita dell'intera famiglia umana. Per questo non possiamo sottrarci all'impegno di un serio esame di coscienza circa le nostre scelte quotidiane, in particolare circa gli stili di vita e i modelli di comportamento cui ispiriamo la nostra condotta, nonché circa le logiche ad essi soggiacenti.

L'odierna geografia della fame

Ma è bene procedere con ordine. La riflessione sul tema della fame non può che partire dalla rilevazione delle dimensioni reali del problema. I dati fornitici, a tale riguardo, dalle organizzazioni mondiali (in particolare dalla Fao) sono impressionanti: 805 milioni di persone che abitano il nostro pianeta non hanno ciò che è sufficiente per soddisfare un bisogno tanto fondamentale. La stragrande maggioranza di costoro - 709 milioni - risiede nel cosiddetto Sud del mondo, dove circa il 13,5% della popolazione risulta denutrita, con un'alta percentuale di residenti in Asia (che è peraltro il continente con maggiore densità demografica). Tra le vittime di questa situazione - il fatto merita di essere rilevato - vi è un numero consistente di bambini: tre milioni e centomila muoiono ogni anno, di cui circa la metà per denutrizione, mentre uno su quattro soffre di un deficit di sviluppo (1'80% di tali bambini vive in soli venti paesi).
Le cause di questa situazione sono molte e di diversa natura: dai disastri naturali in costante aumento (inondazioni, tempeste tropicali, siccità, ecc.) che provocano il fallimento dei raccolti e la perdita del bestiame, ai conflitti bellici dilaganti che determinano esodi massicci della popolazione, fino alla mancanza di strumenti adeguati per la produzione del cibo (assenza di sementi, di istruzione tecnica, di infrastrutture, ecc.) e all'accentuarsi della crisi ecologica per l'eccessivo sfruttamento dell'ambiente, con l'assottigliarsi di un bene fondamentale come quello dell'acqua e con l'erosione della terra, che viene sottratta all'agricoltura per favorire la crescita edilizia o viene desertificata a causa soprattutto della deforestazione.

Le crescenti diseguaglianze tra ricchi e poveri

Al di là di queste ragioni, senz'altro importanti, il motivo fondamentale che spiega questo terribile stato di cose è tuttavia costituito dalla forte (e crescente) situazione di diseguaglianza o - per usare un'espressione cara a papa Francesco -dalla condizione di «inequità» che caratterizza il mondo attuale. Le analisi sociologiche non mancano infatti di mettere in evidenza come il cibo oggi a disposizione è di per sé quantitativamente sufficiente a sfamare l'intera popolazione mondiale (circa sette miliardi di persone). Ad impedire che questo si verifichi è la cattiva distribuzione delle risorse, che sono accumulate nelle mani di pochi, e perciò sottratte alla disponibilità dei più, in particolare dei ceti più poveri, che si trovano nell'impossibilità di soddisfare bisogni essenziali.
Il che comporta peraltro l'emergere di strani paradossi: si pensi soltanto al fatto che alla situazione di denutrizione propria di alcune aree del Sud del mondo fa da contrappunto nel Nord il moltiplicarsi dell'obesità; o ancora, che laddove gli indici dell'obesità sono più elevati cresce in parallelo lo spreco di cibo. Le radici più profonde di questi squilibri vanno ricercate - lo mette ancora bene in evidenza papa Francesco - nella presenza di un sistema economico - quello neocapitalista - che fa dell'esclusione la regola della propria crescita - la logica del consumo non può che determinare l'emarginazione di quanti non sono in grado di accedere ai beni, specialmente a quelli superflui indotti dalla pressione sociale esercitata dai media - e che dà origine a una cultura dello scarto, la quale non si limita a sfruttare le persone ma le colpisce nella appartenenza alla società in cui vivono, riducendole al rango di meri «avanzi» (Evangelii gaudium, n. 53).

L'esigenza di dare vita a un sistema alternativo

Che fare, dunque, per superare questa situazione di grave ingiustizia? La prima pista da percorrere implica un impegno diretto, ciascuno per la propria parte e in obbedienza ai propri carismi, a creare, sul piano strutturale, le condizioni perché gli attuali squilibri vengano superati; perché si promuova, in altri termini, un sistema economico alternativo, che si preoccupi di produrre beni volti anzitutto a soddisfare bisogni primari e che provveda a una loro equa ripartizione. È questo il compito della «politica», nel senso più alto e nobile del termine: le strutture di peccato, che condizionano pesantemente l'esistenza dei più deboli, esigono, per essere debellate e sostituite, un'azione a vasto raggio che reclama il coinvolgimento dell'intera cittadinanza.
D'altra parte, è oggi sempre più evidente che fenomeni come l'uso indiscriminato delle risorse, in larga misura non rinnovabili, l'inquinamento ambientale e il divario tra ricchi e poveri, non solo nei rapporti tra Nord e Sud del mondo ma anche all'interno dello stesso mondo occidentale, non rivestono soltanto una valenza eticamente negativa, ma sono anche economicamente improduttivi. Basti pensare, da un lato, ai costi sempre più elevati del disinquinamento e, dall'altro, alle pesanti conseguenze di ordine economico, che derivano dalla conflittualità generata dallo stato di povertà di interi popoli e continenti.
In gioco vi è dunque il modello di sviluppo, che deve essere radicalmente ripensato e ridefinito. Si tratta di abbandonare una logica meramente quantitativa per fare spazio a una logica qualitativa mediante la predisposizione di un modello ecocompatibile ed equicompatibile, capace cioè di ristabilire l'armonia tra economia e ambiente e tra economia e giustizia sociale. Molte e di diversa natura sono le azioni che vanno in questo senso poste prioritariamente in atto: dallo sviluppo di un'agricoltura biodinamica efficiente alla giusta determinazione dei prezzi dei prodotti agricoli; dalla liberazione dei popoli poveri dall'indebitamento, fino all'introduzione di tecnologie più moderne e di servizi sociali più adeguati.

Il cambiamento degli stili di vita

Il cambiamento strutturale tuttavia non basta. Deve accompagnarsi a un vero (e profondo) mutamento degli stili di vita. La virtù che va, a tale riguardo, anzitutto promossa è la sobrietà. Se infatti è vero - come si è ricordato - che l'eccesso di alimentazione è l'altra faccia della denutrizione, allora si capisce quanto sia importante coltivare un'attitudine interiore - quella della sobrietà appunto - che spinga alla limitazione e al controllo dei bisogni, consentendo di distinguere quelli veri da quelli falsi e di valutare anche i bisogni veri in diretto confronto con quelli dei più poveri.
In questo contesto, assumono particolare gravità gli sprechi, purtroppo assai frequenti in Occidente nell'ambito dell'alimentazione: dall'acquisto di un quantitativo eccessivo di prodotti, che vengono in seguito deteriorandosi e devono essere di conseguenza eliminati, all'abuso delle confezioni, che, oltre a incrementare il cumulo dei rifiuti, contribuiscono ad accrescere il prezzo dei beni che si acquistano, fino all'uso improvvido di risorse preziose come l'acqua e l'energia elettrica con l'inevitabile accelerazione del dissesto ambientale.
La seconda virtù che occorre praticare è la condivisione. L'acquisizione dell'unità della famiglia umana, frutto - come già si è detto - del fenomeno della globalizzazione, conferisce alla solidarietà una dimensione universalistica. L'altro a cui il nostro agire si rivolge non è soltanto il «tu» con il quale intratteniamo un rapporto diretto, ma è anche - come ci ricorda Paul Ricoeur - il «terzo», colui con cui non entreremo mai direttamente in contatto, ma che ha un volto e un nome precisi e che esige il nostro impegno a costruire «strutture giuste», che consentano l'accesso a quei diritti fondamentali che garantiscono ad ogni persona di essere rispettata nella propria dignità.
La condivisione acquista qui pertanto il significato di via obbligata per il perseguimento della solidarietà. Si tratta di compartecipare ciò che si ha - in questo caso il cibo - abbandonando la logica dell'appropriazione totalizzante per fare propria una logica radicalmente comunionale. Non è forse questo il messaggio del libro degli Atti (2, 42-47) nel quale, illustrando il comportamento della primitiva comunità cristiana, si sottolinea come a rendere efficace la convivialità celebrata («lo spezzare insieme il pane») è la convivialità vissuta nel segno della comunione fraterna e della condivisione dei beni?
La possibilità di vincere la fame nel mondo è allora, in definitiva, dipendente, oltre che da un profondo cambiamento strutturale, dalla disponibilità a vivere la povertà evangelica, la quale implica la sobrietà nell'uso dei beni e la riduzione dei bisogni, come strada per vincere la povertà negativa - la miseria cioè - praticando dunque la giustizia che, per chi crede, ha il suo pieno compimento nella carità.

(Rocca 10 /2015)