Solidarietà

e responsabilità

in: «Il complice»

di F. Dürrenmatt

Guido Gatti


Responsabilità personale e solidarietà nel peccato

Filosofi e teologi tendono oggi a definire il male morale esclusivamente, o almeno prevalentemente, nei termini di una consapevole e responsabile produzione di male fisico o non-ancora-morale: come ad esempio morte, sofferenza, compressione delle potenzialità di espansione vitale, ignoranza, errore. In questa prospettiva è solo nella luce della previsione delle conseguenze negative, sul piano fisico o comunque non direttamente morale, che si possono giudicare come moralmente negativi o peccaminosi l'omicidio, il ferimento, l'oppressione ingiusta, la frode, il furto.
E, al rovescio, è nella luce delle rispettive conseguenze buone sul piano pre-morale che possono essere definiti come moralmente buoni o virtuosi tutti quei comportamenti che tendono a diminuire la sofferenza o l'impotenza umana e creano benessere ed espansione di vita, quei comportamenti insomma che attuano la giustizia e, ancora di là da essi, quelle che un tempo si chiamavano le «opere di misericordia» corporali o spirituali.
Se la felicità e la sofferenza del prossimo dipendono dalle mie scelte, al punto che ne sono, anche già solo su un piano oggettivo, direttamente responsabile, la sua qualità morale invece, per il fatto che dipende esclusivamente dalla sua libertà, non dovrebbe mai rientrare nell'ambito delle mie responsabilità. Posso saziare la fame di chi è denutrito, oppure conculcare i diritti di chi è indifeso, posso perfino influire sul carattere di altre persone attraverso l'educazione, ma non posso sostituirmi alla loro libertà nel volere il bene o il male, non posso renderli, in maniera diretta e reale, più buoni o più cattivi sul piano propriamente morale.
Questo è vero in teoria ed è giusto ricordarlo per richiamare ognunoalle responsabilità indeclinabili che egli ha, come persona singola, dotata di libertà, nei confronti di se stesso e della sua qualità morale: ognuno deve ultimamente solo a se stesso la sua salvezza o la sua perdizione morale. La libertà personale è la sola protagonista, in senso proprio, delle sue scelte morali di fondo, quelle appunto che danno alla vita il suo orientamento globale e definiscono la fisionomia morale di una persona.
Ma sul piano pratico, a livello di vissuto quotidiano e di scelte morali particolari, la realtà è più complessa e difficile da definire.
La libertà umana è finita e condizionata, invischiata già da sempre nella ragnatela di un passato e di un presente collettivo di peccato, segnata dal peso di una negatività diffusa e autoperpetuantesi nella storia, che ne mina a fondo la capacità di riconoscere il bene, di amarlo e di attuarlo. Questo peso di negatività esercita su di essa una vera e propria attrazione al male, una sorta di misterioso «magnetismo» del peccato.
Questo, se da un lato può diminuire e perfino annullare la colpevolezza di singole scelte negative, dall'altro lato le rende capaci di un influsso negativo, difficilmente valutabile, sulle stesse scelte libere degli altri e quindi carica queste scelte di una oggettiva responsabilità nei loro confronti.
Ogni scelta negativa particolare confluisce in una misteriosa «integrale del peccato», contribuisce a rafforzare il magnetismo del male, si riflette sulla libertà altrui, accentuandone la costitutiva fragilità e condizionandola a scelte negative, in una specie di circolo vizioso o di risonanza del male, per cui il peccato di ognuno diventa concausa dei peccati di tutti e il mondo stesso risulta così segnato da una inestricabile complicità universale nel peccato.
Questa misteriosa «integrale del peccato» è l'argomento del dramma Il complice di F. Dürrenmatt. [1]
L'autore ne vuole mettere in luce la logica interna, l'ampiezza e la portata sorprendenti, prendendo a soggetto del suo dramma alcuni degli anelli più deboli di questa catena di montaggio del male in una società dove la sua efficacia perversa sembra più inarrestabile.

Doc: il protagonista del dramma

Protagonista infelice, ma comunque colpevole, della tragedia (poiché effettivamente di tragedia si tratta) è Doc, [2] uno scienziato di talento, fallito e venduto al potere della malavita dominante, in una imprecisata città americana.
L'intellettuale è più di ogni altro facilmente esposto all'illusione di poter restare estraneo o superiore a ogni collusione col volto feroce dell'economia o della politica, mentre in realtà è particolarmente esposto al loro ricatto, e più facilmente tentato di mettere il suo sapere-potere al servizio dei potenti di turno, diventandone complice e schiavo.
La vulnerabilità di Doc è legata proprio alla posizione di privilegio che fino a un certo punto l'establishment gli ha concesso: biochimico di valore, egli ha indagato i segreti del codice della vita e prodotto un nuovo virus. L'industria privata, allettandolo con una «offerta principesca», lo ha strappato agli studi e assunto al proprio servizio.
«Passo sbagliato - riconoscerà lo stesso Doc -. Feci assegnamento sulla celebrità e sugli introiti. Mi abituai a vivere al di sopra delle mie possibilità. Ebbi una grande casa, coprii di gioielli mia moglie, viziai un figlio. Credevo alla favola della libertà della scienza, ero sicuro di poter continuare le mie ricerche vivendo tra gli agi. M'immaginavo che gli strumenti, i microscopi elettronici, i computer fossero miei. Non erano miei. La scienza pura diventò troppo costosa per l'industria privata. Quando giunse la crisi economica, finii sbalzato via dal mio posto... Le ipoteche divennero insostenibili. Mia moglie scappò con mio figlio, coi gioielli, con un amante. Io cambiai nome e mi inabissai, sprofondai nel sottosuolo delle nostre metropoli, nel proletariato intellettuale della nostra società» (7).
Nel caso di Doc il sottosuolo non è soltanto una metafora: incontratosi casualmente con Boss, elemento vincente della malavita locale e industriale dell'omicidio su commissione, gli offre a prezzi stracciati una paradossale complicità, impegnandosi a gestire per lui un misterioso e fantascientifico impianto clandestino di «necrodialisi», per lo smaltimento, senza residui, dei cadaveri che la premiata ditta di Boss gli fornisce.
L'impianto trova posto in un putrido scantinato al quinto piano sotterraneo di un vecchio magazzino dimenticato. In quello squallido ambiente, diventato per lui abitazione e laboratorio, egli vive la sua esistenza di topo di chiavica, contentandosi di avere, in cambio del suo sordido mestiere, poco più del diritto di sopravvivere.

L'azione del dramma

Ma un giorno (ed è a questo punto che comincia l'azione del dramma), nel turpe laboratorio di Doc compare una visita temuta: è Cop, il capo della polizia locale che ha scoperto tutta la losca attività di Boss e la complicità di Doc.
Ma Cop è, a questo punto, un poliziotto cinico deluso; non è venuto per fermare l'industria del crimine, ma per impossessarsene attraverso il ricatto: si autopromuove socio dell'azienda e pretende una tangente del cinquanta per cento, che Boss naturalmente non gli può rifiutare. Dietro di lui arriva Jim, un suo uomo, che egli ha da tempo infiltrato nell'organizzazione di Boss, con una cassa di cadaveri freschi di giornata con cui inaugurare la nuova gestione.
A prima vista nulla cambia nella routine di Doc: anzi, Cop, che sembra apprezzare più di Boss la sua collaborazione, lo nomina socio e gli promette un dividendo consistente.
Uscito Cop, c'è una nuova visita per Doc: questa volta è Ann, la mantenuta di Boss.
Qualche tempo addietro, durante una assenza di quest'ultimo, ha incontrato Doc al Tommey's Bar e l'ha seguito nel suo antro, dove è tornata sempre più spesso. Il loro rapporto, inizialmente evasivo e disimpegnato, si approfondisce e culmina, questa volta, in una vera e propria reciproca dichiarazione d'amore.
Doc e Ann sono fatti l'uno per l'altro: li unisce l'improvvisa scoperta del loro amore, un amore povero, fatto di rassegnazione alla loro condizione subalterna, di complicità-schiavitù.
Doc non sa ancora chi sia il potente da cui essa dipende; e così a sua volta Boss, pur sospettando la sua infedeltà e pur essendone geloso, non ha ancora scoperto l'identità del suo rivale.
Così Doc, inconsapevole del pericolo cui espone Ann e allettato dalla speranza del surplus di compenso che gli è stato promesso da Cop in cambio del suo lavoro, decide di rompere gli indugi e strappa ad Ann l'impegno di lasciare il suo ignoto padrone per essere tutta sua.
Ann è appena partita quando la routine del truce lavoro di Doc è interrotta da una nuova comparsa: è Jack, vicepresidente e autorevole membro del consiglio di amministrazione delle Industrie Chimiche, fratello di Nick, il presidente della ditta (proprio la stessa per cui aveva a suo tempo lavorato e da cui era stato malamente scacciato Doc), perito da poco in un incidente aereo insieme con la moglie.
Per suo tramite, le Industrie Chimiche vogliono sbarazzarsi del figliastro del defunto presidente, assurto dal nulla, con la morte del patrigno, alla condizione di uomo più ricco del paese e presumibile successore di Nick nella direzione della ditta.
In attesa del difficile accordo sul prezzo della commissione (Doc che si sente ormai spalleggiato da Cop diventa incredibilmente esoso), Jack lascia il laboratorio.
E subito, nello squallido sotterraneo sopraggiunge Bill, la vittima designata del consiglio di amministrazione delle Industrie Chimiche.
Doc non fatica a riconoscere in Bill suo figlio: la moglie, dopo averlo abbandonato, si era unita al vecchio Nick ed è perita insieme con lui nell'incidente aereo. Bill è quindi entrato nella favolosa eredità del patrigno. Egli è al corrente delle mene di Jack e dei suoi soci ma, stranamente, non ne vuole a sua volta la morte.
Ossessionato da una oscura ideologia di palingenesi sociale, da raggiungersi attraverso un parossismo di terrore e lo scatenamento di una illimitata furia omicida, Bill offre all'organizzazione criminale da cui dipende Doc una somma enorme per l'uccisione del capo dello Stato.
Doc, sconcertato, rifiuta. Ma non tocca naturalmente a lui, socio «di minoranza», dire l'ultima parola: la proposta rimane aperta.

L'epilogo tragico

Inizia a questo punto il secondo tempo dell'azione e si profila l'epilogo tragico del dramma con un nuovo ingresso nello squallido scantinato di Doc. Dal montacarichi, che ne costituisce l'unico ingresso, compare Boss, che nel frattempo ha scoperto il legame sentimentale di Ann con Doc e l'ha uccisa.
Boss ha voluto con questo prendersi una rivalsa su Doc, che Cop aveva trasformato da dipendente in socio, dando nello stesso tempo un segnale di forza allo stesso Cop.
Doc attendeva proprio Ann per l'incontro definitivo con cui voleva iniziare una nuova vita: per questo le aveva preparato su un tavolo improvvisato una rosa rossa e l'occorrente per una cenetta intima.
Boss, che gli ha portato il cadavere di Ann da necrodializzare, lo vede e decide di assaporare perfidamente tutto il sapore della sua vendetta.
Si diverte a lungo con lui come il gatto col topo, fingendo di non sapere che l'uomo con cui Ann lo tradiva era proprio Doc.
Doc, quando scopre l'identità del cadavere, ne è come fulminato: da questo momento in poi, ogni residua forza e motivazione di lotta gli verrà completamente meno. Soffoca tuttavia, con l'abituale rigidità quasi meccanica, la sua disperazione e si prende anche una piccola rivincita: costringe Boss ad accettare il piano di Bill per l'uccisione del Presidente.
A questo punto la tragedia raggiunge la sua acme: entra nuovamente in scena Cop. In un monologo insolitamente lungo, Cop rievoca, con la storia della sua vita, il motivo del suo rancore viscerale nei confronti di Boss, rancore che lo ha spinto ad accumulare per tutta la sua vita prove contro di lui, in vista di una resa dei conti finale.
Ai primordi della sua carriera di gangster, Boss, in occasione di una rapina a una gioielleria, aveva ferito Cop, allora giovane poliziotto alle prime armi, procurandogli atroci mutilazioni che lo avevano segnato per tutta la vita.
Cop lo aveva puntigliosamente atteso al varco per una intera vita; ma aveva ben presto dovuto convincersi che Boss godeva della complicità di tutte le alte sfere dell'amministrazione. Non avrebbe mai potuto inchiodarlo alla sbarra; non aveva senso cercare di ottenere la sua vendetta dalla giustizia togata, doveva procurarsela da sé: «Le circostanze - egli stesso confessa - ... mi hanno inchiodato in testa la convinzione che io, mutilato, imbecille, marcio piedipiatti, in attesa di finire all'inferno, sono l'unico colpevole, per la semplice ragione che, in un mondo che si fa depredare della giustizia, sono io l'unico a cercare giustizia: come se la giustizia non fosse cosa di tutti ma di uno solo» (50).
Cop viene ben presto raggiunto da Sam, un altro poliziotto infiltrato nell'organizzazione di Boss, che porta in un baule il cadavere di Boss. Così tutta l'organizzazione passa ora nelle mani di Cop: «Tutto passa - come egli dice - sotto gestione statale» (51).
La nuova gestione si rivela tremendamente efficiente e ben presto i cadaveri si accumulano: arriva prima quello di Jack e poi quello di Bill. Naturalmente la vista del cadavere del figlio è per Doc un ultimo colpo mortale che egli incassa con la solita apparente impassibilità di uno sconfitto, fingendo addirittura di non conoscerlo. Anche se Cop non ci casca e si diverte, come aveva fatto prima Boss, a torturarlo sottilmente.
A questo punto, sotto la pressione di Doc, che non ha proprio più nulla da perdere, Cop rivela il vero movente dell'odio insensato contro tutto e contro tutti che lo ossessiona. Alla radice del suo odio c'è il disgusto più completo per la universale corruzione e complicità che domina allo stesso modo il mondo della malavita, quello degli affari, come quello della politica: «Il procuratore di Stato mi rise in faccia, quando gli rivelai la vostra anonima omicidi, e l'intera amministrazione entrò nell'affare insieme con lui» (55).
E risalendo in una lunga trafila dal procuratore di Stato fino alla Corte suprema, le sue denunce avevano incontrato solo derisione e invito a entrare a sua volta nel gioco: Cop lo grida a Doc in una specie di cantilena rimata, una paradossale ballata moderna della complicità universale.
È il suo canto del cigno: dal montacarichi escono Jim e Sam che lo uccidono a sangue freddo per subentrargli nella gestione dell'impresa.
Ma il dramma, tanto breve quanto carico di intensissima tragicità, finisce solo con l'ultima amarissima umiliazione per Doc, che deve assistere alla spogliazione derisoria del cadavere del figlio.
Alla fine, Jim e Sam lo picchiano selvaggiamente e gratuitamente soltanto per sottolineare e ribadire la sua schiavitù, e se ne vanno lasciando Doc «che striscia al suolo, poi resta immobile» (62).

Sempre più complici, sempre più schiavi

Come si vede, il dramma è brevissimo, l'azione estremamente condensata, fatta di dialoghi laconici e di eventi paradossali, scanditi dal succedersi delle comparse dei personaggi nel sotterraneo che fa da scenario.
Ognuna di queste apparizioni porta a un rovesciamento della situazione precedente, in un crescendo di sconfitte e di umiliazioni per lo sventurato protagonista, come riflesso del progressivo deterioramento della sostanza del mondo, fuori del tetro sotterraneo.
Una sola di queste apparizioni, quella di Ann, porta per qualche istante un raggio di speranza nell'antro di Doc, ma solo per rendere più amara la delusione successiva. La fugace presenza di questa promessa d'amore ha solo il risultato di ribadire l'idea che non c'è posto per l'amore, nella ferrea e belluina trama degli eventi di questo mondo.
Del resto la fine di Ann rappresenta per Doc la preclusione definitiva di ogni fuga o ricominciamento. Non c'è alcuna possibilità di inversione nella parabola della sua storia di asservimento e di abiezione crescente: qualcosa come un arpionismo blocca ogni tentativo di invertire la marcia della ruota che segna il crescendo parossistico della sua sciagurata e umiliante complicità. Ognuno dei nuovi padroni che si affaccia alla ribalta prende possesso di lui e gli impone nuove umiliazioni e sofferenze: egli non è nelle condizioni di potersi ribellare. Sempre più complice, sempre più schiavo, egli acconsente perfino a mettere al loro servizio la sua competenza di scienziato per l'eliminazione dei cadaveri di coloro che egli ama.
In lui la scienza mette il sigillo della sua incredibile efficacia sui mali del mondo, sussurra il suo sì, forzato ma pur sempre consapevole e colpevole, al trionfo dell'ingiustizia e della corruzione, all'assassinio interessato e perfino a quello gratuito e cieco.
Da questo punto di vista, proprio in quanto scienziato, egli rappresenta il caso-limite della condizione umana nel nostro tempo, il tempo della cieca e minacciosa onnipotenza tecnologica.
La scienza gli dà il possesso di un sapere esoterico che gli dischiude le porte del dominio della natura e sembra innalzarlo al di sopra dei comuni mortali. L'ambito chiuso e protetto del mondo accademico gli permette una separazione illusoria dal mondo sociale e dall'aspra lotta per la sopravvivenza e la sopraffazione che lo caratterizza.
Ma questa «separazione» è fragile. Egli non possiede in proprio il suo potere; lavora sempre e comunque per conto di terzi: come dice Doc, gli strumenti della sua ricerca non gli appartengono; come scienziato egli svolge sempre una funzione sociale, socialmente controllata.
Il potere economico e politico, perfino quello parallelo e occulto della «mala» organizzata (ma dove finiscono i primi e comincia quest'ultimo non è così facile dirlo) hanno bisogno della sua opera e trovano facilmente i modi di asservirlo alla loro logica, di strumentalizzarlo ai loro scopi, come arma per le loro lotte. La grande industria lo alletta, salvo a gettarlo quando non serve più. E allora egli sperimenta l'amara frustrazione della sua irrilevanza sociale, della sua condizione di proletario intellettuale, all'interno di una società in cui il sapere ha solo valore venale.
A questo punto sarà lui stesso a offrire la sua collaborazione al primo venuto; e si tratta di una collaborazione non rimpiazzabile: il tecnico e lo scienziato non controllano in modo autonomo il loro enorme potere, ma essi amplificano a dismisura il potere di coloro che li possono controllare.
Da quel momento la sua schiavitù, diventata palpabile, può solo essere sempre più ribadita e gli strapperà un po' alla volta tutta la sua dignità, fino all'acme finale della sua abiezione, quando i due personaggi più volgari e squallidi di tutto il dramma, dopo averlo selvaggiamente picchiato, lo lasciano solo al suo sordido lavoro, irridendolo e qualificandolo appunto come «una testa che ci serve» (61).
Invano Doc cerca lungo tutto il dramma una impossibile via d'uscita; come gli rinfaccia Boss: «Uno che dissolve cadaveri non comincia nuove vite»; e a Doc che gli ribatte: «Uscirò dall'impresa», risponde, chiudendo ogni via di scampo: «Ci sono imprese dalle quali non si esce più» (42).
Come dirà con amaro fatalismo Cop, a parziale sgravio della sua coscienza: «Solo chi muore non è più complice» (59).
E a Boss che si proclama innocente, come sempre fanno tutti davanti a un qualche rappresentante della giustizia umana, risponde con scettica ironia: «Siamo tutti innocenti» (14).
Anche Doc, da buon intellettuale, cerca invano di stemperare il suo senso di colpa, razionalizzando le sue scelte, e attribuendole a una sorta di «stato di necessità» universale:
«Ann: Tu sei diverso dagli altri.
Doc: Sono diventato uguale agli altri.
Ann: Io volevo rimanere una persona per bene.
Doc: Tutti lo volevamo...
Ann: Non c'è niente di male a produrre diamanti industriali. [3]
Doc: Oggi tutto è per male.
...
Ann: Non voglio metterti in quel giro.
Doc: Nel giro ci sono già.
Ann: No, non ancora.
Doc: Siamo già tutti in ogni sorta di giri» (26).
Ma forse ha ragione Boss che ironizza pesantemente le razionalizzazioni di Doc: «Che cos'era Ann? - si dice - Il punto debole di Doc. Perché lui si permette di avere una cattiva coscienza. Come tutti gli intellettuali. Quelli lì il mondo pretendono di prenderlo così com'è e insieme come vorrebbero che fosse. Vivono del mondo com'è, ma quel mondo che li fa vivere Io condannano in base a quello che pensano che il mondo dovrebbe essere; si sentono colpevoli e nello stesso momento si danno l'assoluzione... Sguazza nella sua coscienza di colpa, si sente responsabile perfino della creazione dell'universo; ma la loro coscienza di colpa è solo immaginaria, è un lusso che si concedono per scantonare davanti a ogni azione pratica» (41).

Una complicità universale

Ma al di là delle contorsioni mentali di Doc e prescindendo da ogni giudizio di colpevolezza personale, il mondo presentato dal Dürrenmatt è veramente segnato dalla tragedia di una complicità universale cui sembra impossibile sfuggire sul serio.
La complicità paradossale di Doc, proprio in quanto caso-limite, mette in risalto la trama occulta di tutte le altre complicità, occulte e perfino inconsapevoli, che lega ogni attore del dramma sociale a ogni altro attore, in una oggettiva causalità reciproca di perdizione e di annientamento.
Boss può contare sulla complicità di Doc, su quella infida dei suoi sicari prezzolati, su quella compiacente e interessata degli uomini politici e, fino a un certo punto, perfino su quella involontariamente reciproca del suo più implacabile nemico, Cop: «Lui - confessa il poliziotto - diventò il re della malavita, io il capo della polizia, e uno saliva sulle spalle dell'altro» (49).
Neppure Bill, con la sua folle contestazione globale, sfugge a questo destino universale; anche lui scende a patti: «Chi ha bisogno di un omicidio può commissionare il delitto. Io compro il delitto da voi... Voi siete condizionati da me e io da voi» (36).
Anche lui è utile alla macchina della corruzione universale: «L'anarchismo del ragazzo - dirà Cop - era un'ubbia geniale. Faceva comodo a tutti come un dono della befana. Tutti erano entusiasti di lui: il procuratore, il borgomastro, il governatore, il giudice supremo. Senza volerlo era il loro complice» (58).
Mediatori di questo intreccio di collusioni criminali non sono solo le potenti organizzazioni malavitose che fioriscono in ogni società industriale, ma anche tutte le altre entità collettive che ne alimentano il dinamismo e ne incanalano la vitalità: il business, l'amministrazione, l'alta politica. Il mondo degli affari anzitutto: nel mondo di Dürrenmatt, tutti gli affari sono sporchi di loro natura: «Sto entrando in un grosso affare» dice Doc ad Ann; e la ragazza gli chiede: «Un affare sporco?». «Tutti gli affari sono sporchi», risponde Doc (28).
La mala in fondo non è altro che un ramo meno legale del business, una specie di business parallelo; lo confessa candidamente Boss: «Come libero imprenditore riesco simpatico, mentre il genere della mia attività desta ripugnanza; ma solo in apparenza le attività degli altri imprenditori sono meno violente, in realtà il mondo degli affari si regge sul principio della violenza. Il debole va a fondo e il forte arriva in alto e dipende dalle circostanze se ci arriva con metodi legali oppure no» (39).
Ma la complicità più pericolosa e più tentacolare non è quella, più direttamente violenta, della malavita organizzata, ma quella dei politici, bollata da Cop in questa specie di beffarda ballata di cui si è già parlato:
«Quando scoprii la macchina che stava montando Boss, feci il diavolo a quattro nella stanza del procuratore di Stato, lo sbattei giù dalla seggiola e dalla sua segretaria: amico, ripulisci l'aria! Metti in gabbia la banda o ci saranno più persone ammazzate che donne scopate. Il procuratore, calmo calmo, si abbottonò i pantaloni e mi disse con aria ispirata: da bravo, ragazzo, perché tanto schiamazzo? Diamoci tutti una mano, entriamo anche noi nelle file dei suoi. Io mi accontento di un trenta per cento. Su, mio bravo Cop, andiamo, fa' presto, pensa in grande, non essere modesto, poi con Boss dividiti il resto.
Furioso contro quel verme di Stato, corsi allora dal borgomastro, gli gridai tutto agitato: il procuratore è corrotto! Figlio mio facciamoci sotto, rispose serafico il borgomastro, nuotiamo anche noi con gli altri nel marcio. Entriamo in tre nell'organizzazione, così si controlla la situazione. Io sono umano, mi accontento solo del quindici per cento. Su, mio caro Cop, da bravo, fa' presto, pensa in grande, non essere modesto, poi con Boss dividiti il resto.
Non mi arresi a tal disonore. Presi per il colletto il governatore. Il pezzo grosso ascoltò senza scomporsi, bevendo un liquorino, le prodezze dei suoi sottoposti. Poi mi disse alquanto stupito: perché sei tanto imbestialito? Non siamo tutti uomini, tutti figli di mamma? Per riuscire bisogna scucire, peggio per chi non lo vuol capire. Facciamo un bel quartetto, saliamo tutti su quel carretto. Come vedi sono ben disposto, però sono un po' alto di costo: patriota notorio e in predicato per la presidenza, voglio il trenta per cento, non posso farne senza. Mio ottimo Cop, da bravo, fa' presto, pensa in grande, non essere modesto, poi con Boss dividiti il resto.
Mi precipitai alla Corte suprema, certo di avere giustizia piena. Il magistrato mi parlò con maestà, sembrava la Santissima Trinità. Giustizia? Poesie, figliolo, mi disse: queste non sono che idee fisse di scrittori beoni e di gente non in regola. Sta attento, è proprio una brutta fregola. Non puoi camminare dritto? e allora cammina storto, e non fare il cretino, fa' il porco. Entriamo tutti e cinque nell'affare, io come giudice supremo non ho da obiettare. Figurati, mi accontento del venticinque per cento. Mio povero Cop, da bravo, fa' presto, pensa in grande, non essere modesto, poi con Boss dividiti il resto» (55-56).
Come dice altrove Cop: «Una mano lava l'altra, anzi la sporca» (18).
Il risultato di una così estesa trama di complicità è naturalmente una società profondamente corrotta, dove sono venute meno, insieme con il senso della giustizia, quelle regole che incanalano e rendono meno disumano il conflitto sociale e ogni residuo di fiducia reciproca tra le persone e i gruppi sociali.
La spietatezza di questa lotta per la sopraffazione reciproca è bene espressa in questo ironico fervorino di Boss a Doc: «Doc, le parlo come un padre, malgrado il mio dolore. Se va avanti così, finirà schiacciato. La vita diventa ogni giorno più dura, la lotta per il potere sempre più feroce, è uno scontro di belve» (47).
Ogni tentativo di porre un freno a questa corruzione dilagante risulta alla fine vano e diventa a sua volta una specie di legittimazione a prendervi parte, anche se questo, come è nel caso di Cop, viene ad assumere soltanto il significato di una protesta disperata e suicida, una specie di ultima testimonianza a favore di quello che dovrebbe essere la giustizia: «Oggi - egli dice a un certo punto - viene annientato chi scopre un crimine, non il criminale; e appunto perché non ho voluto essere complice di questa farsa ho ucciso Jack e il ragazzo. Ora quello che Sam e Jim vogliono farmi è giusto, anche se è una giustizia ben miserevole. Ma oggi non ce n'è un'altra» (57).
Un risultato di questa universale complicità è la sfiducia e l'incomunicanza totale: la complicità reciproca innalza un muro tra gli stessi complici. Doc, presentando se stesso all'inizio del dramma, dice: «Sono coinvolto in una faccenda che non mi permette di aprire bocca. Una vicenda atroce e muta, muta perché si svolge nella reticenza, sicché quelli che c'entrano, anche quando parlano tra loro, tacciono» (7).
In un mondo simile non c'è più posto per l'amore: l'esito tragico della brevissima storia dell'amore di Ann e Doc lo conferma.
L'unica disperata speranza che aleggia in questo mondo sembra essere quella di una sanguinosa palingenesi totale della società, la speranza di Bill; ma è una speranza puramente negativa.
Non ha il volto dell'utopia, ma quello del terrorismo. Non è un progetto di rinnovamento (troppe delusioni lo hanno reso insperabile), ma di distruzione totale.
Presentando se stesso, nel solito breve monologo d'ingresso, Bill espone in questi termini puramente negativi la dottrina politica concui si identifica: «Poiché l'individuo continua a essere ridotto in schiavitù dai suoi stessi ordinamenti, egli deve continuare a distruggere quegli ordinamenti. Le rivoluzioni, attraverso immani sacrifici, non fanno che creare nuove necessità di cambiare radicalmente il mondo. È assurdo inventare sempre nuove ideologie, costruire nuove utopie. Di chiacchiere se ne son fatte abbastanza. Solo l'aggravarsi delle sofferenze rende l'uomo ragionevole. Ma in un mondo impazzito bisogna usare metodi pazzeschi... Una bomba ben messa non è un'utopia ma una realtà... Sfornare progetti vuol dire perdere tempo, utile è solo la furia omicida» (29).

Una solidarietà e una responsabilità ambivalenti

Il dramma di Dürrenmatt può sembrare fin troppo situato nel tempo e nello spazio: si svolge in una città che potrebbe essere la Chicago degli anni '30 o la Palermo degli '80, e fa un riferimento non accidentale al mondo della scienza e della tecnica in cui viviamo. Ma la situazione che vi viene descritta travalica ogni tempo e ogni luogo: è la situazione dell'uomo in quanto essere sociale e in quanto segnato da una oscura, invincibile solidarietà con un mondo di peccato.
Naturalmente questa descrizione non accampa pretese di oggettività; non ha la neutralità di una descrizione scientifica. Il dramma amplifica fino al parossismo la dimensione negativa della universale solidarietà che lega ogni uomo, per il bene come per il male, in una sola comunanza di destino. All'arte riesce sempre più agevole descrivere il male che non il bene.
Il carattere negativo di questa solidarietà, che in una inestricabile rete di complicità accomuna tutti i personaggi del dramma e, fuori dalle mura dello squallido scantinato dove lavora Doc, tutta la città e, si direbbe, tutto quanto il mondo, non deve trarre in inganno: la solidarietà umana è in realtà qualcosa di ambivalente; opera per il bene come per il male, anche se l'unica sua rappresentazione convincente è quella in cui la dimensione positiva si staglia sulla vertigine del male solo per contrasto.
Nulla di ciò che è umano resta chiuso dentro il confine invalicabile della individualità personale del singolo. Anche il più segreto dei nostri pensieri entra nel grande fiume della storia, dove continuerà a esercitare il suo influsso positivo fino a che questo fiume abbia raggiunto la sua foce. Per il bene come per il male.
Ma proprio come tutte le altre realtà umane, questa solidarietà, che, attraverso la imprevedibile catena dei condizionamenti reciproci, fa di ogni uomo un padre e un figlio di tutti gli altri, segnato irreversibilmente dal loro influsso, ma a sua volta responsabile di influssi decisivi sugli altri, non è solo una realtà negativa! La fede legge nel fatto oggettivo di questa ambigua solidarietà una legge generale della salvezza: ci si salva o ci si perde insieme.
Dio ha voluto dipendere, per la realizzazione del suo progetto di salvezza, dalla libertà dell'uomo, una libertà solidale, cioè legata ad altre libertà: l'esercizio di questa libertà, decisivo per la salvezza o la perdizione dell'uomo, si dà solo dentro questa trama inestricabile di condizionamenti reciproci, di cui il dramma ci mostra solo la terrificante efficacia negativa.
Ma la libertà, segnata da questi condizionamenti, ne è allo stesso tempo responsabile. Su ognuno di noi grava quindi una responsabilità infinitamente più estesa e pesante di quella cui si pensa quando ci si ipotizza illusoriamente soli davanti a Dio. Un uomo simile non esiste e non è mai esistito.
Questa responsabilità disarma il «sono forse io il custode di mio fratello?» che siamo sempre tentati di opporre a difesa del nostro egoismo.
È alla serietà di questa responsabilità che ci richiama il dramma di Dürrenmatt. Nessuno potrà salvarsi da solo, ignorando il destino degli altri, illudendosi di poter tagliare i ponti col mondo: ci si salva soltanto immettendo germi di salvezza dentro il grande tessuto della solidarietà universale, vincendo in sé e nel mondo la forza dell'integrale del peccato.
E la fede ci insegna che a renderci possibile questa vittoria sulle misteriose complicità cui siamo legati prima ancora di poter scegliere, per il solo fatto di appartenere alla stirpe umana, e ad aprirci le porte di una vincente solidarietà con tutto il bene della storia, con l'integrale del Riscatto umano, è Cristo, centro di condensazione di una salvezza che in Lui è offerta come possibilità reale, se pure non sempre facilmente decifrabile e sperimentabile, a ogni uomo che vive sulla terra.

NOTE

1 F. DÜRRENMATT, Il complice, Einaudi, Torino 1982. I brani citati nel testo sono ripresi da questa edizione: il numero tra parentesi indica la pagina.
2 Doc, come pure Boss, Cop, sono abbreviazioni o espressioni concise di uso ormai universale, per indicare la condizione di intellettuale (Doctor), di capo, di poliziotto. Il carattere volutamente generico di questi nomi propri rivela quanto i personaggi del dramma siano in realtà simboli di situazioni umane universali.
3 Doc ha nascosto ad Ann la vera natura del suo lavoro, dicendole di lavorare alla produzione di diamanti industriali.