Educazione e sviluppo

della personalità morale

in: «Morte di un

commesso viaggiatore»

di A. Miller

Guido Gatti

 

A. IL DRAMMA La storia di un fallimento umano

Morte di un commesso viaggiatore [1] è di gran lunga il più noto dei drammi di A. Miller. L'autore vi descrive il crepuscolo, pieno di tristezza, di un uomo di modesta condizione, un commesso viaggiatore, che ha fallito quasi tutti gli obiettivi che si era proposto nella sua vita, e ha assistito impotente alla morte di tutte le sue speranze, soprattutto quella di riuscire a ottenere il successo e la felicità delle persone della sua famiglia, che pure amava di un amore a suo modo sincero, anche se non privo di debolezze.
Causa di questo fallimento è la fragilità e l'inconsistenza della sua personalità morale, la sua carenza di integrità, cioè di autenticità e di chiarezza interiore. Egli ha riflesso intorno a sé questi aspetti negativi del suo carattere morale e li ha trasmessi ai suoi figli, coinvolgendoli nel suo fallimento.
Sognatore impenitente, in una società che non concede molto spazio al sogno, Willy Loman, il protagonista del dramma, ha nascosto a lungo a se stesso la verità di quello che egli è dietro una fitta barriera di «sogni ad occhi aperti» e di menzogne, solo apparentemente innocenti. Erano il suo unico rifugio, fin troppo facilmente accessibile, di fronte alle amarezze di una realtà grigia e deludente. Ma questa sua consuetudine con l'illusione e l'autoinganno ha creato intorno a lui un'atmosfera di menzogna che ha avvelenato la sua opera di educatore e ha trasmesso la sua interiore inconsistenza ai suoi figli, generando soltanto disinganno e infelicità.
Alla fine questa barriera di sogni cade, pezzo dopo pezzo, e lo lascia solo di fronte alla ineludibile consapevolezza del suo fallimento. È questa consapevolezza che lo porterà al suicidio, nell'ultima illusione di salvare con una «grande fine» una vita sbagliata e di lasciare, con i ventimila dollari dell'assicurazione, l'unica cosa che egli può ancora lasciare ai suoi cari.
Espressa così brutalmente in poche parole, la tematica del dramma non lascia intravedere l'enorme ricchezza di situazioni, di sentimenti, di temi che esso racchiude in sé. Di tutta questa ricchezza saremo costretti a mettere in luce soltanto alcuni temi, che riteniamo peraltro essenziali alla comprensione del messaggio globale del dramma; in particolare, come l'assenza di integrità nella personalità morale di Willy Loman dia origine alla disintegrazione morale dei figli, attraverso i legami oggettivi della responsabilità educativa.
Leggeremo quindi tutto il dramma in quanto storia della disintegrazione interiore di queste personalità, intimamente legate a un solo destino, dalla responsabilità educativa del padre. Nel suo crepuscolo tristissimo si riassume tutta la lunga parabola di un itinerario morale personale e di un «curriculum» educativo profondamente sbagliati.

I protagonisti

I protagonisti di questa storia non sono soltanto genericamente dei soggetti; sono, molto più di quanto avvenga normalmente in un dramma, dei caratteri.
Ed è proprio da una presentazione di questi caratteri che conviene cominciare la lettura del dramma.
Abbiamo già detto di Willy Loman: il dramma lo riprende sullo scorcio di una vita di duro lavoro nel commercio, come commesso viaggiatore. Questo lavoro gli ha preso il più e il meglio del suo tempo e delle sue energie, senza dargli il successo e la ricchezza invano perseguiti. Ora, di fronte al declino delle sue forze, ma soprattutto di fronte alle sue sempre più frequenti «evasioni» nel mondo della fantasia, non più conciliabili con la concentrazione richiesta dalla serietà del suo lavoro, proprio quando si aspetterebbe un posticino più tranquillo in sede, viene messo brutalmente sulla strada.
Ormai non gli resta più altro rifugio che quello dei sogni ad occhi aperti che prendono in lui il sopravvento. Essi non sono ormai più distinguibili dalla realtà: vi si sono anzi totalmente sostituiti. Restano per lui l'unica regione vivibile, il suo vero mondo.
AI suo fallimento professionale si aggiunge, ancora più amaro e sconfortante, quello di padre e di educatore. Né Happy né Biff, i suoi due figli, hanno mantenuto le promesse che egli, nella sua smisurata capacità di illudersi, ha creduto di vedere in loro.
Happy lavora, senza grande successo, nel commercio, come il padre. Arrampicatore sociale fallito e donnaiolo impenitente, trascina una vita squallida e frustrata, priva di valori e di senso.
Biff, la cui infantile vitalità e i cui buoni sentimenti lasciavano presagire al padre una riuscita folgorante, nonostante una sua certa ricerca di sincerità e l'aspirazione velleitaria a una vita più naturale e più semplice, si sente socialmente emarginato e psicologicamente distrutto. Vive lontano da casa, tra occupazioni saltuarie, espedienti e piccoli furti, sempre a corto di soldi, dominato da una profonda disistima di sé e privo di energie interiori: è come se qualcosa si fosse da tempo rotto dentro di lui. Il padre attribuisce, non senza qualche buon motivo, questa totale assenza di energie interiori a una specie di odio viscerale nei propri confronti, quasi Biff si autodistruggesse solo per fare un dispetto al padre.
L'incomprensione tra i due è totale e ha radici lontane; essa provoca una ostilità sorda, che si risolverà solo alla fine del dramma, nel disperato riconoscimento da parte di Biff della sua nullità e nella reciproca resa incondizionata dei due, finalmente riconciliati nella verità.
Dietro queste tre figure, unite dallo stesso destino di fallimento radicale, c'è Linda, vittima del suo destino di sposa e di madre devota e affettuosa, depositaria inascoltata di una saggezza profonda e sempre più lucidamente disperata. La sua è la sofferenza di un amore intelligente, che non riesce a nascondersi la povertà di coloro che ama, ma sa superarla nella valorizzazione profonda della loro nascosta bontà e della loro fondamentale dignità di persone.
L'amore per Willy la rende a volte amara e perfino ingiusta nei confronti dei figli, che hanno ormai sostituito alla loro infatuazione infantile per lui, il fastidio e l'ostilità.

I personaggi minori

Vengono poi i personaggi minori, a cominciare dalle figure antagoniste dei vicini: Charley col figlio Bernard, i quali, con la semplice, onesta forza della loro serietà e diligenza, sono arrivati nella vita là dove i Loman hanno invano cercato di giungere, attraverso le scorciatoie della vitalità fisica e delle astuzie di piccolo cabotaggio. Essi rendono col loro contrasto ancora più evidente il fallimento di Willy e dei suoi figli. Proprio per questo il loro desiderio sincero di aiutare i Lo-man, non solo mediante consigli discreti, ispirati al realismo e alla saggezza della gente comune dai piedi per terra, ma anche con il sostegno economico e l'offerta di un lavoro meno disumano, incontrano la totale incomprensione e il rifiuto orgoglioso da parte di Willy.
Sullo sfondo c'è tutta una folla di figure insignificanti, «facce dure», capaci di rappresentare il carattere brutalmente competitivo e spietato della società americana.
Il più importante di questi personaggi ha una consistenza solo immaginaria: è Ben, il fratello maggiore di Willy, scomparso da tanto tempo ma sempre presente nei «sogni» di Willy, su cui esercita il ruolo di un «modello ideale di vita» affascinante ma inarrivabile: è il modello puramente immaginario del «selfmademan», partito dal nulla, ma rapidamente arricchito, dell'uomo capace di farsi largo senza scrupoli o debolezze nella giungla della vita. Ben rappresenta per Willy il ricordo pungente di quella che egli continua a ritenere l'unica grande occasione perduta della sua vita, ma anche il consigliere immaginario che lo conferma nella sua visione del mondo, nella sua politica educativa e, alla fine, nella sua scelta finale di morte.
Tra questi personaggi minori merita di essere ricordato solo Howard, il principale di Willy, rappresentante tipico dell'uomo di commercio, diviso tra famiglia e lavoro ma in fondo sempre disposto (perché costretto dalla logica del «sistema») a sacrificare ogni rapporto personale alle esigenze degli affari.
Sarà lui a licenziare Willy come compenso del suo duro lavoro di una vita. Non è che sia particolarmente cattivo; lo accecano le esigenze impersonali del mestiere: «Quando si scherza si scherza, ma gli affari sono affari» (244), oppure: «Figlio mio, non li fabbrico mica i soldi io» (245) sono le obiezioni insuperabili che egli oppone alle suppliche di Willy.
Un ruolo decisivo nella vicenda avrà una «donna» senza nome e senza volto, protagonista degli intermezzi sentimentali di Willy, a Boston, durante i suoi viaggi di lavoro. L'episodio del passato è rivissuto da Willy nei suoi sogni. A Boston Willy è stato allora scoperto da Biff ragazzo, che cercava il padre per averne un aiuto, dopo la sua bocciatura agli esami di ammissione all'università. Quella scoperta ha distrutto in lui tutta la stima e la devozione per Willy e quindi ogni ragione di vita e ogni voglia di lottare.
Gli altri personaggi hanno parti assolutamente irrilevanti nel dramma, che è tutto centrato sui Loman e quasi interamente recitato da loro.

La trama

Il dramma si gioca tutto nella casa dei Loman. Willy l'ha costruita col lavoro di una vita e non ha ancora finito di pagarne l'ultima rata.
La modesta casetta, un tempo immersa nel verde, è ora assediata e quasi soffocata dai grandi caseggiati della periferia di New York. Il ricordo del verde scomparso contribuisce alla generale tonalità di tristezza e di rimpianto che pervade il dramma, e Willy se ne lamenta amaramente: «Ci hanno chiusi in una trappola. Mattoni e finestre. Finestre e mattoni (...). Non cresce più un filo d'erba. In cortile non riesci a piantare neanche una carota. Dovrebbero demolirli tutti questi alveari. Ti ricordi i due olmi come erano belli? Io e Biff ci appendevamo all'altalena (...). Mi tornano sempre in mente quei giorni, Linda. In questa stagione c'erano i lillà. Poi fiorivano le peonie, i narcisi. Questa stanza sembrava un giardino!» (180-181).
L'inizio del dramma vede riunita ancora una volta, quasi invitata dal destino, per assistere alla fine del protagonista, tutta la famiglia. Biff, assente da anni, è tornato per qualche giorno a casa. La sua presenza è un po' il detonatore di tutta l'azione. Essa rende ancora più acuti in Willy i ricordi del passato, che assumono la forma di allucinazioni ossessive, gli risvegliano sensi sopiti di colpa e gli rendono più insopportabile la miseria del presente.
La durata «reale» dell'azione è brevissima: si chiude praticamente con la morte di Willy, la sera del secondo giorno. Ma con la sua durata ideale, il dramma abbraccia tutto l'arco della sua vita, in parti-colare tutto il suo curriculum educativo di padre, fino all'amara resa dei conti finale delle sue carenze educative e dei suoi errori di fondo.
Questo allargamento è reso possibile dalla presenza dei «sogni ad occhi aperti» di Willy, nei quali riemergono tutti gli episodi e i quadri più salienti della sua vita. L'azione «reale» del presente è continuamente interrotta da queste rievocazioni che la mescolano intimamente al passato da cui procede, proprio come, nella mente di Willy, il sogno e la memoria non sono più adeguatamente distinguibili dalla realtà.
Questi ritorni del passato mettono a nudo le radici nascoste del presente e rivelano così la vera consistenza dei fallimenti che in esso esplodono, e che Willy continua a ritenere di natura puramente professionale o sociale, mentre sono in realtà anzitutto una forma di disintegrazione morale.
Ognuno di questi flash-back descrive una promessa non mantenuta, un germe di vita soffocato sul nascere dagli errori di fondo della prospettiva educativa e morale del protagonista. Essi sono la visibilizzazione dei fili nascosti che il fatto educativo intreccia tra le diverse generazioni, e che fanno del passato una preparazione determinante e una spiegazione adeguata del presente.
Se si prescinde da queste rievocazioni, la trama «reale» è semplicissima. Inizia col ritorno anticipato di Willy dal suo giro di vendite. Quest'ultima volta non ce l'ha proprio fatta: le sue allucinazioni lo rendono ormai incapace di guidare; si sente sconfitto. Linda cerca invano di rincuorarlo. La presenza di Biff dà luogo a ripetuti scontri, che mettono a nudo la radicale incomprensione di Willy nei confronti dei figli, ma anche la sua incapacità di arrendersi alla realtà.
A questo punto, però, la sua tempra di sognatore ha la meglio per un'ultima volta: animata dal suo inguaribile ottimismo, la famiglia tenta un ultimo contrattacco concertato. Biff chiederà a Oliver, un suo vecchio datore di lavoro, da lui a suo tempo derubato, un prestito, per tentare con Happy un'ultima iniziativa di sfondamento nel campo del commercio. Willy invece chiederà personalmente a Howard il trasferimento a un più agevole «lavoro di ufficio» in sede.
Ma il contrattacco è puramente velleitario e fallisce miseramente. Willy viene messo sulla strada e Biff non è neppure ricevuto da Oli-ver. Alla fine scappa dal suo ufficio rubandogli, in un gesto di disperato masochismo psichico, la penna stilografica, in cui vede forse il feticcio simbolico di quella vita d'ufficio che intimamente gli ripugna.
Al ristorante, dove avevano invitato il padre per festeggiare la riconciliazione avvenuta e l'impossibile riscossa, i figli, in un ultimo gesto di ostilità e di insensibilità, lasciano solo Willy, alle prese con un ultimo soprassalto dei suoi ricordi e del suo senso di colpa.
A questo punto Willy, che già da tempo pensava al suicidio come a una fuga, comincia a ripensarvi come a una estrema possibilità di riscatto. La sua morte non sarà il sommesso uscire di scena di un personaggio ormai inutile, ma un gesto eroico che lascerà alla famiglia quella prosperità e quelle occasioni di successo materiale che egli continua a considerare il tutto della vita e che non ha saputo darle da vivo.
La decisione irrevocabile verrà però soltanto quando Biff, rinunciando ormai a ogni difesa, in un estremo tentativo di lacerare la cortina di inganni che avvelena i loro rapporti, si mette a piangere sulla sua nullità, davanti al padre, rivelando quanto la sua ostilità verso di lui sia in realtà fatta non tanto di odio, quanto di una disperata difesa.
Il padre pare scoprire improvvisamente, con meraviglia liberatrice, di non essere odiato dal figlio; si riconcilia idealmente con lui e, attratto ancora una volta dal fantasma di Ben, si abbandona alla sua vertigine di morte e alla sua illusione di riscatto.
Il compianto sincero, ma quieto e realistico della famiglia, chiude il dramma.

B. UNA STORIA DI MITI ILLUSORI E DI SPERANZE DELUSE

Il mito del successo «muscolare»

Ma sotto la superficie di una trama apparentemente elementare, esso racconta, come si è visto, una storia amara di speranze deluse e di fallimenti dolorosi. Willy fallisce nella sua impresa di diventare una personalità morale «integra», e il suo fallimento si riflette moltiplicato sui figli, uniti a lui dal groviglio di un'educazione sbagliata, perché fondata sulla menzogna e l'inconsistenza interiore.
Ma, a monte degli errori educativi di Willy, c'è l'efficacia diseducativa di una società, che ci viene presentata come profondamente menzognera; di questa efficacia diseducativa Willy è la prima vittima. La sua perdita di consistenza interiore e di integrità è anzitutto la conseguenza di una erronea decifrazione da parte sua dei miti di questa società.
Egli vive sotto l'influsso disgregatore di questi miti che operano in lui come falsi ideali di vita. Sviato da questi miti, di cui è incapace di smascherare l'inganno, egli sbaglia la direzione della sua vita e investe un ammontare immenso di energie nella ricerca di qualcosa che non potrà trovare.
La società in questione è quella dell'american way of life, la società della competizione universale e spietata per il successo economico e sociale, della lotta a coltello di tutti contro tutti, in cui ci si afferma soltanto ricacciando in giù tutti gli altri, senza guardare in faccia a nessuno.
«Il commercio» è, nel dramma, l'arena di questa lotta, un mondo dove essa rivela tutto il suo carattere disumano: «Il commercio è un mestiere tremendo - dirà Willy -, ammazza la gente» (185).
E Charley, rispondendo all'amara delusione di Willy, licenziato dal figlio del suo vecchio «principale», cui lui stesso ha imposto il nome, gli dice: «Ma quando vorrai capire che queste cose non servono a niente? Quando gli hai dato il nome che hai fatto? te lo vendi? Caro mio, quello che esiste al mondo è quello che vendi» (259).
E Biff, ricordando questo mondo da cui egli, un po' per poesia e un po' per viltà, è da tempo fuggito: «Sempre a lottare, gomito a gomito col tuo vicino di scrivania. Eppure l'avvenire te lo fabbrichi così» (185). Happy, che in questo mondo è invece rimasto, sia pure come un vinto, gli risponde ancora più amaramente: «L'unica speranza che ho io è che crepi il caporeparto venditore. E poi, quando sono diventato caporeparto vendite? (...) Il mio appartamento, la mia macchina, donne a strafottere. Ma mi sento solo, porca Eva!» (186-187).
Una simile società è tollerabile solo perché abbaglia con i suoi miti e le sue potenti suggestioni collettive: e Willy ne è prigioniero, del tutto incapace come è di scoprire il divario che esiste tra questi miti e i meccanismi reali della società che li elabora. Egli è vissuto di questi miti ed essi hanno creato intorno a lui un'atmosfera di falsità, profondamente diseducativa.
Il primo di questi miti è quello del carattere «muscolare» della competizione sociale; un mito che promette il successo alla prestanza fisica e alla vitalità elementare.
Willy ha coltivato con orgoglio queste qualità nei figli, ed essi gli hanno ingenuamente creduto (basterebbe vedere l'impegno con cui Happy ragazzo si dedica all'esercizio fisico!).
La loro vitalità fisica lo ha illuso: egli non aveva mai voluto credere che avrebbero potuto bocciare Biff, nonostante i suoi meriti sportivi: «Ma che bofonchi tu - aveva detto allora a Bernard, il figlio modello di Charley - lui che ha battuto le squadre di tre università, adesso lo bocciano!» (196).
«Sentite che vi dico, Bernard può prendere anche tutti dieci agli esami, hai capito, ma nella lotta della vita? Che farà? Lì voglio vedere! Lì gliele suonerete! Per questo ringrazio dalla mattina alla sera Iddio Onnipotente di avervi dotati di un fisico, non faccio per dire, discreto» (196-197).
E a Linda che cerca di riportarlo coi piedi per terra ribatte seccato: «Biff è bravissimo. Vuoi che diventi come quel lumacone di Bernard? Lui che ha vita, personalità» (204).
Naturalmente la vita smentirà puntualmente tutte le illusioni di Willy; Biff sarà bocciato agli esami e nella vita. Bernard avrà una riuscita brillante.
Ma fino alla fine del dramma, Willy non avrà il coraggio di guardare in faccia alla realtà. La sua sorda ostilità nei confronti di Biff è legata a questo equivoco: egli continua a credere che Biff fallisca perché vuole fallire, mentre avrebbe grandi capacità di riuscita: «Perché tu hai avuto tutto da Dio, tutto, Biff. Puoi fare cose grosse!» (232).
Un altro mito di cui Willy è vittima è quello dell'importanza di fare colpo sulla gente, di piacere, di intrattenere, di riuscire simpatico, di diventare un personaggio, un idolo. «Io ho sempre pensato che un uomo debba farsi benvolere, far colpo!» (259).
«Per farsi strada nel mondo degli affari bisogna piacere, conquistare gli altri, far nascere attorno a sé interesse. Piaci? Non aver paura, non chiederai mai l'elemosina» (197).
E anche qui inutilmente Charley cerca di richiamarlo alla realtà: «Quando mai Rockefeller ha fatto colpo! Al bagno turco sembrava uno spazzino. Faceva colpo il suo portafoglio, quello sì che faceva colpo» (259).

Il mito della trasgressione che premia

Un mito ancora più illusorio e diseducativo, è l'idea che il successo sia legato a un certo livello di trasgressione, che sia necessaria una certa dose di disinvoltura morale per farsi strada nella vita: l'idea che la vita sia una giungla in cui per sopravvivere è necessario diventare un po' belva.
Ben è il modello ideale che incarna in sé questo mito: «Giovanotti, è semplice: a diciannove anni entrai nella giungla, a ventuno ne uscii, e ricco, per Giove!» ripeterà a Willy nei suoi «sogni», come in una specie di ritornello (211; 216). «Mai gioco leale con chi non conosci! - dice a Biff, che egli ha atterrato a tradimento giocando alla boxe -. Mai giovanotto! Non esci più dalla giungla» (213).
Willy ispirerà la sua opera educativa a questo modello ideale: tollererà i piccoli furti di Biff; anzi, lui stesso spingerà i figli a rubare sabbia e legname a un vicino cantiere (213). E si vanterà ingenuamente di queste loro braverie: «Dovevi vedere il legname che han portato a casa la settimana scorsa. Per lo meno una dozzina di tavole, sessanta per un metro d'altezza, un valore! (...) Ho sputato sangue ma ne ho tirato fuori due tipi di filibustieri sai» (214).
E ancora una volta Charley dovrà ricordargli invano che di filibustieri sono piene le patrie galere.
E quando alla fine i dubbi e i sensi di colpa si faranno strada, l'ombra di Ben lo rassicurerà: «William, te li stai scozzonando benone i tuoi giovanotti! Ragazzoni robusti, di classe!» (215). E Willy, ingenuamente vanitoso: «È questa la fede in cui li ho cresciuti. Nella giungla, su avanti, senza paura! Ho fatto bene! Ho fatto bene! Ho fatto bene!» (216).

Il mito del successo materiale

Ma la menzogna di gran lunga più minacciosa per l'integrità morale dei membri della famiglia Loman non riguarda tanto le strategie della riuscita, quanto la natura stessa del successo da perseguire.
Willy è totalmente prigioniero del mito, tipico della sua società ma profondamente riduttivo e sostanzialmente falso e sviante, che vede la riuscita umana unicamente in termini di scalata sociale, di arricchimento facile, di autoaffermazione a spese degli altri, di facili conquiste sentimentali, di gratificazioni erotiche e comunque al di fuori di ogni riferimento a un qualche senso trascendente della vita umana.
È una concezione molto povera, e nello stesso tempo largamente impossibile, della felicità, destinata a deludere quegli stessi fortunati che la realizzano e ancora più amaramente la moltitudine degli esclusi.
A questo insieme di obiettivi, squallidi ma difficili, alludono i personaggi del dramma, ogni, volta che parlano di «crearsi un avvenire» o di «fare fortuna»: «Con questa ditta, Ben, io mi sto creando un avvenire, e quando un uomo si sta creando un avvenire è sulla strada giusta» (249).
Questo è il genere di radioso avvenire che Willy sperava per Biff ragazzo: «Diventerà più grande di Zamora. Venticinque milioni all'anno» (252).
Ancora alla fine, di tutto il globale fallimento umano dei suoi figli, l'unico aspetto che egli veramente vede e per cui soffre è la loro incapacità di fare fortuna in termini economici e sociali: «E dove la trova la strada? - dirà spazientito di Biff -. Tra le vacche? Questo vuol fare? Il mandriano (...). Ma son passati dieci anni e non guadagna cinquanta dollari al mese» (179). Parallelamente, di tutte le carenze educative di cui sono stati vittime, i figli sembrano vedere soltanto questa: «Non ci hanno insegnato a noi a fare i quattrini. Io non li so fare» (187).
Questa mitologia, che è in fondo una visione riduttiva e falsa del senso stesso della vita, è la menzogna che, assai di più che non l'abitudine alle ingenue vanterie con cui Willy cerca invano di nascondere a sé e agli altri la precarietà della sua situazione, penetra profondamente nel tessuto della sua personalità morale, ne mina l'integrità, e inquina l'atmosfera del suo rapporto educativo coi figli.
Da essa nasce quella specie di frattura e doppiezza interiore di cui è simbolo la sua infedeltà coniugale. Essa sembra a prima vista restare dentro i limiti di una debolezza fin troppo comprensibile e scusabile, una specie di occulta compensazione per le troppe cose di cui la vita lo ha defraudato. L'autore stesso sembra guardare con grande pietà a questa debolezza di Willy. Ma il vero problema non è quello di condannare o assolvere, ma quello di capire, di cogliere le interne connessioni della logica distruttiva inerente a ogni situazione di menzogna.
Per capire questa logica, bisogna anzitutto ricordare che Willy è in fondo sinceramente legato alla sua famiglia e si illude di poter marginalizzare queste sue infedeltà, di poterle conciliare con il suo dovere di sposo e di padre, compensandole in certo modo con la sua innegabile dedizione alla famiglia. La menzogna non è quindi neppure pienamente avvertita da Willy; eppure essa resta dentro le cose, con una sua carica di oggettiva distruttività.
La menzogna si rende più visibile e urtante nelle proteste di affetto e di devozione che egli rivolge a Linda: «Non ci sei che tu sai, Linda, tu sei l'unica per me sai? Quante volte in macchina mi verrebbe voglia di abbracciarti, di stringerti, ti succhierei l'anima di baci» (201).
Ogni volta che vede Linda intenta a rammendare le calze, egli protesta: «Fin che sarò vivo io, in questa casa, tu calze non ne rammendi! Le butti via, le butti via subito!» (203) Ma le calze comprate per Linda finiscono alla «donna» di Boston. E quando Biff ragazzo lo sorprenderà in un albergo di Boston insieme con questa donna, in quella che sarà una delle scene-clou del dramma, gli griderà tra le lacrime proprio questa accusa, che svela tutta l'oggettiva gravità della menzogna di cui Willy si avvolge:»... Le hai dato le calze di mamma!» (283).

La portata diseducativa della menzogna

Cresciuti in una simile atmosfera di menzogna, Biff e Happy hanno fatto muscoli, hanno fatto colpo sui loro compagni, hanno goduto per un certo tempo di una istintiva simpatia e popolarità, hanno portato a casa qualche trofeo sportivo, ma hanno fallito nel loro compito principale, quello di diventare uomini. Minata dal di dentro dalla efficacia diseducativa della menzogna, la loro personalità si è come disintegrata proprio al momento in cui stava per sbocciare.
In Biff il fallimento è più visibile (perché amplificato dall'emarginazione economica e sociale) ma forse per questo meno profondo.
Egli è certamente un fallito, ma sa di esserlo: c'è ancora in lui qualcosa di autentico e di sano, una certa ripugnanza a mentire e a mentirsi, una certa ricerca perfino spietata della verità. Forse è anche per questo che una idiosincrasia profonda lo divide da Willy, che non vuole essere distolto dalle sue illusioni.
Ma su Happy, l'effetto di questa atmosfera di menzogna è stato più devastante. Anche perché più debole e più conciliante, egli l'ha assorbita in pieno e vi si è adeguato (267). Basterebbe osservare l'insignificante vuotezza della sua vita, la sua incapacità di assumere responsabilità, la volgarità dei suoi riferimenti alla femminilità, il senso di solitudine che lui stesso a volte percepisce (187).
L'efficacia diseducativa della menzogna viene ulteriormente amplificata dal fatto che Willy, forse proprio anche con le sue ingenue vanterie, si è a lungo proposto ai figli come modello ideale di vita e come «oggetto di devozione». C'è stato un periodo in cui i figli gli credevano ciecamente e lo adoravano.
Egli rivede con immenso rimpianto, nei suoi sogni ad occhi aperti, la loro ammirata credulità, la loro illimitata dipendenza affettiva, in cui egli troppo ottimisticamente vedeva le promesse di un avvenire felice: «Era così pieno di vita - dirà, pensando a Biff -, così premuroso e, d'inverno, su e giù con la slitta e il nasino rosso! E non passava giorno senza una bella notizia. C'era sempre qualcosa di nuovo e di bello. Non mi faceva neanche levar le valigie dalla macchina e sempre a lustrare, a lustrare quell'automobile rossa! Perché, perché non posso dargli una cosa senza che lui mi odi?» (289).
Ma nella misura in cui questa ammirazione sconfinata e la reciproca fiducia erano fondate sull'equivoco, la luce impietosa della verità risulterà tanto più devastante quanto più improvvisa e traumatica.
È quanto avviene nella scena-clou del dramma, che merita di essere narrata.

Un episodio determinante

Questa scena rievoca un episodio ormai lontano nel tempo, ma tuttora presente con i suoi effetti negativi su Biff e sul suo rapporto con il padre. Questo episodio è costituito dalla scoperta, assolutamente inaspettata da parte di Biff, delle parentesi di infedeltà che il padre si concedeva durante i suoi viaggi di lavoro.
Di questo evento, che è stato drammatico per Biff, affiorano accenni diversi nel corso dell'azione. C'è anzitutto una pesante allusione di Biff stesso con la madre: «Smettila - le dice - di prendere le sue difese! Ci si è pulito i piedi con te! Non ha mai avuto un po' di rispetto per te!» (219).
Anche Bernard ha intuito l'esistenza di qualcosa di misterioso die-tro il collasso volitivo che sembra avere interrotto la giovinezza di Biff e ne chiede invano conto a Willy. Willy in verità sospetta ma finge ancora di non sapere: «Perché? Perché? - si domanda angosciato - Sono quindici anni che mi trascino questo perché, come una palla al piede! Bocciato in matematica, s'è disamorato, finito, morto, distrutto (...). Bernard, Bernard, la colpa è stata mia? È un tarlo che ho qui in testa; chissà che gli avrò fatto?» (255-256).
E Bernard gli racconta quello che lui ricorda: in un primo momento, subito dopo la bocciatura, Biff voleva prendere ripetizioni e ritentare a ottobre: ci teneva moltissimo all'università. «Poi un bel momento - dice a Willy - sparì dalla circolazione per un mese. Io pensai che fosse venuto a Boston da te» (256). «Sì - gli risponde Willy, con la voce già alterata dal senso di colpa insorgente - (...) ma questo che c'entra?». «C'entra che, quando tornò, è una cosa che non scorderò mai, mi sconvolge ogni volta che ci ripenso (...). Quando tornò un mese dopo, prese le scarpe di ginnastica, sai quelle con la sigla dell'università di Virginia? Ci teneva tanto a quelle scarpe, le portava tutti i giorni. Le prese, scese in cantina e le bruciò nella caldaia. Ci prendemmo a pugni. Per quasi mezz'ora. Lì sotto noi due soli, urla, cazzotti, lacrime. In quel momento, non ho mai saputo perché, capii che Biff aveva rinunciato alla sua vita. Che successe a Boston, zio William?» (256). Ma Willy, con uno scatto d'ira, rimanda ancora una volta la resa dei conti con la verità.
La risposta però l'ha già dentro di sé e verrà a galla di lì a poco, al ristorante dove i figli l'hanno invitato e abbandonato in preda alle sue allucinazioni. In un ennesimo «sogno ad occhi aperti», egli si rivede con quella donna nell'albergo di Boston, dove Biff ragazzo l'aveva sorpreso venendo da lui per cercare aiuto dopo la bocciatura (275-283).
Biff, che ha una ammirazione immensa per il padre, entra dicendo: «Papà, non son degno di te» (279); e: «Tutta colpa di Birnbaum. Non m'ha voluto assolutamente levare quel quattro (...). Se vede che tipo sei e gli dici quattro parole tu, me lo leva» (280).
Ma all'apparire della donna, intuisce la verità e passa dall'ammirazione sconfinata alla delusione e al disprezzo più profondo e se ne scappa disperato accusandolo: «Imbroglione! Finto! Bugiardo! Bugiardo!» (283).
Ma anche in questo caso Willy sbaglia a interpretare la realtà: egli vedrà a lungo dell'odio dove c'era soltanto un grande amore deluso; il doloroso disinganno per la caduta del suo idolo rendeva impossibile a Biff di credere ancora in qualcosa, a cominciare da se stesso.
Biff non può capire le scuse del padre, che parla di solitudine e implora comprensione per quella che egli vede come una debolezza marginale. Il padre si è sempre presentato come superiore a ogni debolezza e come tale è stato sinceramente creduto da Biff: la sua fede ingenua ma rigida di adolescente non riesce a transigere; ancora una volta la menzogna rivela una carica distruttiva inaspettata.
Ma nella menzogna Willy si è inestricabilmente avvolto. E Biff, l'unico che cerca fino alla fine di rivelargli l'amara verità, non riesce a dirgliela; non riesce a dirgli che lui non lo odia, che non è vero che si distrugga per fargli dispetto, che lui è soltanto una nullità, che non potrà mai avere successo negli affari perché non ci è fatto, che aspira ad altre cose più elementari. Willy lo interrompe sempre, gli pone sulla bocca la «sua» verità, gli impedisce di parlare.
Solo alla fine, quando Biff gli si butta piangendo tra le braccia, riesce a disarmarlo. Ma oramai è troppo tardi: Ben aspetta Willy per il finale tragico.
Può forse meravigliare un po' la predilezione di Miller per questo tipo di soluzione finale, consistente in un suicidio liberatore.
In realtà, sia nel caso di Keller (in Erano tutti miei figli), sia qui, il suicidio finale ha il significato di una specie di atto notarile con cui si certifica la fine di un'esistenza per lento svuotamento interiore, come risultato di una disintegrazione progressiva che viene da molto lontano.
Nel caso di Willy, solo quando con la sua morte viene meno la vischiosa atmosfera di inganno che avvolgeva il suo mondo, lui stesso può apparire, con la verità del suo essere, migliore e più degno di rispetto di quanto lo volessero far apparire le sue bugie. Del resto, nel breve epicedio di Charley al suo funerale, queste stesse bugie appaiono a loro volta per quello che sono: una specie di adattamento, difficilmente evitabile, alla società in cui egli viveva e al posto che vi occupava. Ancora una volta, la colpa è un po' ribaltata sulle «cose»: le persone appaiono vittime di una situazione troppo più forte di loro. A Biff che descrive ancora una volta Willy come un uomo che si è sbagliato («Sbagliava i sogni [...]. Credeva di essere una cosa ed era un'altra») Charley risponde: «Non calunniare quest'uomo.
Tu non hai capito: Willy era un commesso viaggiatore. E se tu fai il commesso viaggiatore non vivi sulla terra. Non sei il tipo che avvita un bullone e mi legge gli articoli del codice o mi prescrive la ricetta. Tu lavori così, per aria, appeso a un sorriso (...). E quando nessuno ti sorride più è la fine del mondo. Da quel momento cominci a sbrodolarti il vestito e addio, sei finito (...). Un commesso viaggiatore deve sognare. I sogni fanno parte del suo mestiere» (300).
Ma al di là dei meriti e dei demeriti personali, che nessuno può arrogarsi di giudicare, resta, come ultima parola pronunciata sul dramma di Willy, il tenero commiato di Linda: «Ho pagato l'ultima rata della casa oggi. Oggi, caro. E la casa è vuota» (301). Il dramma del resto si era aperto con una anticipazione analoga di Willy: «Bella soddisfazione! Sgobbi tutta una vita per pagarti la casa: e quando è tua non sai chi metterci dentro» (178).
Quella casa vuota è un po' il simbolo di una paternità mancata, che non riesce a lasciare dietro di sé una eredità di persone riuscite che la possano giustificare.

C. UNA CHIAVE DI LETTURA

La personalità morale

Ritornando ora sui nostri passi, possiamo cercare di dare espressione esplicita e coerente alla chiave di lettura che abbiamo utilizzato nell'analisi del dramma. Si tratta di restituire unità e organicità ai frammenti, solo apparentemente disarticolati, ma in realtà chiaramente convergenti, sparsi lungo tutto il dramma.
Tutto il dramma può esser letto come una descrizione dei dinamismi oggettivi che presiedono al nascere, al formarsi e al disintegrarsi del carattere o personalità morale, attraverso l'impegno personale, e prima ancora attraverso l'influsso dell'educazione. L'esperienza morale è qualcosa di molto complesso, e coinvolge in maniera diversa un po' tutti gli strati della personalità.
Ma il vero protagonista dell'impresa morale resta la libertà. La riuscita o il fallimento dello sviluppo morale della persona, sono primariamente costituiti dal sì o dal no della libertà all'appello del bene. La risposta a questo appello rende buona o cattiva la persona nel cuore profondo del suo essere.
Ma la libertà umana è una libertà finita, collocata e condizionata. La libertà, ineffabile e intoccabile nel suo nucleo più profondo, si esprime in scelte concrete particolari solo attraverso la mediazione di un «corpo» complesso e organizzato di «disposizioni», che senza predeterminare del tutto queste scelte, le facilita e le orienta.
L'impegno morale della persona risulta quindi fondamentalmente impegno di autoplasmazione: per poter fare il bene in maniera coerente ed efficace, l'uomo deve gradualmente plasmarsi una personalità buona.
Ma la personalità o carattere morale di una persona comprende, insieme con i suoi tratti moralmente positivi anche quelli negativi, le sue facilitazioni ma anche i suoi personali handicap nei confronti del bene. Il potenziamento di queste facilitazioni e la vittoria su questi handicap è il primo compito morale dell'uomo.
La prima cosa buona che gli è domandata è la bontà globale della sua vita, cioè della sua «personalità morale»: come ha detto Gesù, è anzitutto ciò che viene dal cuore a rendere puro o impuro l'uomo (Mt 15,19).

L'integrità

Di particolare importanza nella storia delle personalità morali implicate nel nostro dramma è una caratteristica della personalità morale cui potremmo dare il nome di «integrità». Essa comprende, ma solo in parte, quello che, con un termine freudiano, potremmo indicare come «forza dell'io».
Esso significa anzitutto capacità di valutare realisticamente il mondo esterno e se stessi, di comunicare paritariamente con gli altri, assumendo anche il loro punto di vista, stima rassicurante di sé, senso della propria dignità, capacità di autodominio, padronanza delle proprie pulsioni, maturità delle proprie reazioni emotive, coerenza interna, prevalenza delle risposte proattive rispetto a quelle puramente reattive nei confronti degli stimoli ambientali: si tratta di aspetti della fisionomia morale della persona così rilevanti per la definizione del carattere morale, che l'uomo dotato di queste qualità è considerato «uomo di carattere» per eccellenza.
Ma a tutto questo, l'integrità aggiunge una particolare connotazione morale legata al concetto di veracità. Si tratta di una forma di veracità che ha come destinatario e come oggetto il soggetto stesso: è la sincerità con se stessi, l'onestà nella valutazione di sé, nel riconoscimento della verità del proprio essere, delle proprie effettive opzioni morali e della loro corrispondenza o meno con la propria fondamentale vocazione etica. È l'amore della verità che diventa unità interiore e coerenza con se stessi.
Proprio questa integrità manca alla personalità morale di Willy. La sua vita professionale e familiare risentono negativamente di una visione confusiva (e alla fine francamente allucinatoria) della realtà. Egli rimane vittima dei miti illusori del suo ambiente sociale. Privo di chiarezza interiore e di un ideale che dia senso all'inevitabile grigiore del quotidiano, non riesce a misurare la distanza che sempre più lo separa dai suoi obiettivi, per quanto poveri e «di basso profilo».
A determinare in maniera decisiva il suo fallimento umano è questa sua «consuetudine» con la menzogna (sia pure con le piccole menzogne di una personalità confusa e sognatrice), che si rivela alla fine molto meno innocua di quanto potesse sembrare.
Questa abitudine alla fuga dalla realtà e alla bugia lo rende meno autentico nei suoi affetti, meno efficace nel far fronte ai suoi compiti e alle sue responsabilità e mina la sua opera di educatore e di padre. Finisce così per trasferire nei figli quell'assenza di autenticità e di consistenza interiore che lo caratterizza.

L'educazione morale

La formazione della personalità morale infatti, per quanto affidata ultimamente alla responsabilità di ogni singola persona, viene di fatto innescata e profondamente condizionata dall'educazione ricevuta.
I genitori hanno a questo proposito una responsabilità primaria e insostituibile. Essi educano con l'autenticità del loro amore di sposi, anzitutto, e poi di genitori, con l'insegnamento leale del bene e con una disciplina amorevole ma ferma; educano in particolare attraverso la proposizione di «modelli ideali di vita» e di credibili «oggetti di devozione».
Un modello ideale di vita è l'insieme dei valori morali in cui si crede e che si ritiene diano senso e speranza alla vita. Spesso essi sono incarnati in una persona storica concreta, di cui si narrano le gesta e che diventa modello da imitare.
La vita morale assomiglia allora alla imitazione (magari solo velleitaria) di una persona particolare, assunta a esemplare di una vita degna di essere vissuta. Questo è particolarmente visibile nei «sogni ad occhi aperti» degli adolescenti, ma gioca un suo ruolo lungo tutta l'esistenza umana.
Naturalmente un simile modello può contenere, insieme a elementi moralmente positivi, altri più negativi o almeno ambigui, e non è detto che non siano proprio questi ultimi a rendere attraente il modello; ci si identifica spesso con eroi di discutibile eroismo, ma di molto successo.
La persona o la realtà storica che incarna questo modello ideale di vita diventa spesso «oggetto di devozione», venerato, ammirato, desiderato, sperato, amato. A questo oggetto di devozione ci si può affidare incondizionatamente; lo si può seguire e servire con fedeltà.
Dio è oggetto di devozione per il credente, l'umanità lo è per il filantropo, la società ideale del futuro per il rivoluzionario, e così via.
L'esperienza morale affonda in questi modelli le sue vere radici. Scegliere di fare ciò che è giusto in una data situazione è sempre,. almeno implicitamente, decidere di essere un certo tipo di uomo e credere che c'è, nell'insieme della realtà totale, qualcosa per cui vale la pena di esserlo.
Fare il bene è fare di se stessi un'attuazione particolare, originale e magari irripetibile, di un modello di umanità; è consegnare la propria vita a una causa che si ritiene la trascenda.

Il carattere oggettivo delle responsabilità educative

Lo svolgimento del dramma mostra quanto poveri e svianti siano i modelli ideali di vita in cui Willy crede e che egli a sua volta trasmette ai suoi figli; ma rivela anche quanto la sua inautenticità interiore carichi alla fine di efficacia negativa la stessa ammirazione e devozione che i figli hanno per lui. Egli ha presentato, forse neppure del tutto consapevolmente e volontariamente, al loro bisogno di fede la sua stessa persona, un «oggetto di devozione» troppo povero e poco credibile; può sembrare un'ambizione fin troppo naturale in un padre. Ma egli li espone così alla frustrazione della delusione che genera cinismo. Essi hanno dovuto entrare nella vita privi della guida di ideali morali «veri» e di un oggetto credibile di devozione; e la vita li travolge sotto gli occhi impotenti del padre, che non riesce a capire il perché del loro fallimento umano.
Ma l'aspetto più tragico del dramma sta nel fatto che i dinamismi psichici di questa moltiplicazione dell'inautenticità sono rigorosamente oggettivi e vanno ben al di là della consapevolezza e colpevolezza ipotizzabile dei protagonisti.
Si tratta di una responsabilità oggettiva, che non può forse essere opposta al soggetto come responsabilità morale in senso vero e proprio, ma sta dentro le cose con la sua efficacia invincibile di bene e di male.
Il dramma non vuole per questo giudicare nessuno; esso descrive anzi il crepuscolo di Willy con infinita pietà. Ma esso vuole essere un ammonimento severo a tutti quanti hanno, anche solo indirettamente, responsabilità educative; è un invito a guardare con disincanto a questi nessi oggettivi di causalità, ben oltre l'orizzonte dell'intenzionalità consapevole; perché non avvenga che mentre si affannano a pagare le rate della loro casa, se la trovino alla fine sconsolatamente vuota.

NOTE

1 A. MILLER, Teatro, Einaudi, Torino 1962. Le citazioni saranno fatte su questa edizione, riportando la pagina nel testo tra parentesi.