Solidarietà

e responsabilità in

«Erano tutti miei figli»

di A. Miller

Guido Gatti

 

Giustizia come imparzialità

Abbiamo visto nell'introduzione quanto sia consapevole A. Miller del fatto che il suo teatro contenga la proclamazione di un messaggio riguardante la vita dell'uomo e i valori che la rendono degna o meno di essere vissuta.
Per indicazione esplicita dell'autore, questo vale in maniera particolare per il dramma Erano tutti miei figli.
Egli ha avuto addirittura bisogno di difendere questo dramma dall'accusa di avere un intento esplicitamente morale; lo si spiega pensando alla cattiva stampa di cui gode il termine «morale» nella nostra cultura; ma è anche un indizio di quanto realmente questo dramma riveli apertamente un intento educativo-morale. E difatti l'autore, pur respingendo l'accusa di moralismo, precisa che il suo vero intento è soltanto quello di mettere in luce le responsabilità dell'uomo nei confronti delle conseguenze dei suoi atti.
Ma proprio questo, al di là di ogni disquisizione terminologica, è un intento educativo morale: «Erano tutti miei figli è stata spesso definita un'opera moralistica (...). Moralità è probabilmente un termine impreciso a questo riguardo, ma ciò che io volevo raggiungere era il fatto straordinario che le conseguenze delle azioni sono altrettanto reali delle azioni stesse, eppure raramente noi le prendiamo in considerazione quando agiamo; ma non possiamo sperare di agire pienamente, se agiamo con una consapevolezza soltanto parziale delle conseguenze». [1]
Con questa esplicita dichiarazione di intenti, egli indirizza e orienta a vedere nel valore morale fondamentale (e prima ancora nella realtà oggettiva) della responsabilità la chiave di lettura del dramma.
La responsabilità nei confronti di un mondo solidale diventa nel dramma di Miller il costitutivo privilegiato della giustizia e quindi la base di ogni rapporto interpersonale e sociale moralmente positivo.
La giustizia infatti presenta alla riflessione morale come due versanti radicalmente diversi, quasi contrapposti: il versante dell'imparzialità e quello della solidarietà.
Ogni teoria della giustizia è tentata di focalizzare uno di questi due versanti in modo così unilaterale da dimenticare l'altro. Il versante impersonale e astratto dell'imparzialità è enfatizzato in tutte le teorie della giustizia che sottolineano il carattere conflittuale della convivenza umana e l'alterità irriducibile che contrappone l'uomo all'uomo, in una specie di «guerra di tutti contro tutti». La giustizia diventa allora una specie di «Convenzione di Ginevra» che regola questa guerra per renderla meno dannosa per l'uomo. Essa non può cancellare la fondamentale e invincibile contrapposizione degli interessi che dividono a vicenda gli uomini, ma può costringere gli uomini a fissare alcune linee minimali di rispetto degli interessi altrui, che diventano in tal modo interessi «legittimi» o «diritti».
Oggetto di questa giustizia è quindi «ciò che spetta» all'altro, il suo diritto. La modalità con cui essa si applica è quella della perfetta reciprocità o reversibilità, espressa nella c.d. «regola d'oro»: «Comportati con gli altri come vorresti che loro si comportassero con te. È giusto riconoscere agli altri quei diritti che riterresti giusto fossero riconosciuti a te, nelle stesse condizioni».
Questo versante della giustizia trova oggi difensori acuti, se pure con modalità molto diverse. [2]
In questa visione della realtà sociale, l'altro è «altro» in senso forte, è cioè un concorrente che avanza nei miei confronti pretese operanti in direzione opposta al mio egoismo spontaneo e ai miei sentimenti naturali. I suoi interessi sono inconciliabili con i miei; per questo mi è chiesto di essere disinteressato.

La giustizia come solidarietà

Una concezione per certi aspetti esattamente opposta è quella che, enfatizzando il carattere solidaristico della convivenza umana, identifica la giustizia con una estensione e un approfondimento della benevolenza e della solidarietà naturale che unisce gli uomini a vicenda.
In questa concezione gli altri sono visti, non tanto nella loro pure innegabile alterità ed estraneità, quanto nella loro «prossimità» e nel legame oggettivo che essi hanno con noi. [3] Se, per certi aspetti, la convivenza umana porta inevitabilmente a conflitti di interesse, nel suo insieme essa unisce gli uomini, su questo pianeta che diventa ogni giorno più piccolo, in uno stesso compito, li accomuna in interessi identici.
Gli interessi dei singoli e dei popoli non sono solo concorrenti, ma anche complementari. Esiste una solidarietà oggettiva, cioè un legame tra i destini delle persone umane che opera nella realtà anche indipendentemente dall'essere riconosciuta; è un dato di fatto prima di essere una virtù o un dovere.
Tale solidarietà è prima di tutto una reale catena di condizionamenti storici reciproci, che fa di ogni uomo un padre e un figlio per ogni altro uomo; un essere segnato e raggiunto dall'apporto di tutti gli altri uomini, ma a sua volta centro attivo di influssi irresistibili.
Essere giusti è anzitutto riconoscere questa solidarietà, amare nell'altro qualcuno che ci appartiene come fratello. Anche sotto le apparenze di un concorrente, e perfino sotto quelle di un nemico, si cela in realtà un fratello, un cointeressato. Far del male a qualcuno è tradire questa solidarietà nascosta che ci lega a lui, è ferire noi stessi o le persone che spontaneamente amiamo.

Solidarietà e responsabilità nel dramma di Miller

Su questa problematica si innesta il dramma Erano tutti miei figli che stiamo per esaminare.
Già il titolo ci lascia intravedere quale sarà il versante della giustizia che l'autore vuole privilegiare. Ma di questa visione della giustizia come solidarietà egli non vuole soltanto offrire un simbolo o una parabola, ma una specie di vera dimostrazione.
Joe Keller, il protagonista di Erano tutti miei figli, nasconde nel suo passato un'azione oggettivamente e gravemente ingiusta.
Keller è un industriale americano che, come tanti altri nel suo paese, si è fatto da sé. Durante la guerra, la sua industria ha lavorato per l'aviazione americana. A un certo punto una partita di teste di cilindro risultano imperfette; poteva essere un danno economico notevole, ma egli convince il suo socio Steve Lubey a ripararle alla meglio e a consegnarle ugualmente. Ventuno aviatori muoiono prima che ci si renda conto della truffa. A questo punto egli getta ogni responsabilità sul suo socio che, di fronte al tribunale, non può difendersi e viene condannato. Dopo diversi anni Steve è ancora in carcere, nonostante la sua innocenza, mentre Keller è diventato il classico «arricchito di guerra».
Egli può accampare (e accamperà di fatto) mille scuse, non prive di una loro tragica plausibilità: perché essere giusti, a così caro prezzo, in un mondo ingiusto? Perché far pagare ai propri cari il prezzo di una giustizia troppo difficile?
L'autore non giudica la colpevolezza soggettiva del suo personaggio. Prova per lui una non dissimulata pietà; ma mette spietatamente in risalto la catena di incalcolabili conseguenze negative che sono seguite direttamente al suo atto, la responsabilità che lo lega alla morte e all'infelicità di tante persone. Sarà questa responsabilità oggettiva (fatta di conseguenze reali) a travolgere alla fine Joe Keller e a far precipitare il dramma in tragedia.
Joe non è più colpevole di tanti altri: solo non è stato in grado di vedere i rapporti oggettivi che legavano alle sue scelte le vite di altre persone: «Il guaio di Joe Keller, in una parola, non è che egli non sappia distinguere il bene dal male, ma che la sua forma mentis non gli faccia ammettere che egli personalmente si trova in un rapporto vitale con il suo mondo, il suo universo e la sua società» (25).
Rispetto a questa idea centrale, il dramma non ha tanto la funzione di un simbolo o di una parabola, quanto quello di una esplicita e rigorosa dimostrazione.
La dimostrazione non consiste naturalmente nella unicità irripetibile degli eventi che il dramma descrive: eventi simili non sono necessariamente frequenti e non possono valere come fondamento diuna regola universale di convivenza sociale. La dimostrazione consiste nel presentare questi eventi come lettura profonda di ogni reale storia di convivenza umana. Essi evidenziano, nella loro qualità di eventi particolari, il senso profondo della storia dell'umano convivere; assumono il valore di eventi emblematici, di storia ideale, spiegazione del senso nascosto di ogni altra storia e di ogni altro evento umano.
Essi vogliono dirci, per intenzione espressa dell'autore, ma prima ancora per la forza intrinseca della loro esemplarità: «Così vanno a finire le vicende umane, quando le libere decisioni dell'uomo ignorano quei legami oggettivi di solidarietà che regolano la convivenza umana con la forza di una invincibile logica interna».

Gli inizi del dramma

La vicenda narrata nel dramma comincia con una scena di ordine e di pace: «Il giardino posteriore della casa dei Keller, alla periferia d'una cittadina americana» (71).
Nel giardino si muove una piccola folla di personaggi, intenti a una loro serena e superficiale quotidianità: i vicini di Keller, suo figlio Chris, poi la moglie Charter e infine lo stesso Joe Keller.
A prima vista nulla traspare delle ombre che oscurano il torbido passato di Joe. Caso mai, nettamente avvertibile fin dall'inizio è una assenza: quella del figlio Larry, disperso col suo aereo durante la guerra. Sono passati anni, ma la sua assenza fa ancora problema; e sarà alla fine su di essa che si giocherà il dramma; la misteriosa presenza di questo assente sarà il cifrario che permetterà di leggere dentro l'apparente insensatezza degli eventi la tesi centrale dell'autore: la solidarietà che lega a vicenda tutti gli uomini e li fa responsabili delle conseguenze dei loro atti, anche al di là di ogni loro intenzione.
Il significato conturbante dell'incombenza di Larry è espressa da un simbolo (tanto più rimarchevole quanto più sobrio è l'autore nell'uso del simbolo): nella notte c'è stata una tempesta e il vento ha spezzato un ramo dell'albero che era stato piantato nel giardino a suo ricordo, quando era stato dato come disperso in guerra.
Quel ramo spezzato pare preannunciare che il dramma renderà nuovamente presente la sua morte nella vita di ognuno dei protagonisti, rivelando la misura vera e il senso di ciò che essa è stata per ognuno di loro.
Il dramma avanza lentamente; l'oscuro passato di Joe emerge a fatica nel corso dell'azione, ma un po' alla volta se ne installa prepotentemente al centro.
Il tema è introdotto da Bert, un ragazzino del vicinato che gioca una specie di interminabile gioco del poliziotto, cui dà stranamente corda proprio Joe Keller. Bert vuole continuamente vedere la prigione e Joe naturalmente deve trovare sempre una scusa per eludere la sua attesa: Keller, il quale è stato realmente in prigione, cerca con questo gioco di esorcizzare il ritorno del suo passato e i rimorsi che vi sono collegati.
Ma la presenza del passato diventa più viva e palpabile con l'ingresso di Kate, la figura della «grande madre», sofferente ma dominante nume tutelare di casa Keller. Negando ogni evidenza, essa si rifiuta di ammettere la morte di Larry e continua ad attenderne il ritorno. Essa vegliava nella notte, quando il vento ha spezzato il ramo dell'albero di Larry, e ha pianto lungamente.
Tutto sembra congiurare per ricordare a Kate il passato e mantenere viva la misteriosa presenza di Larry, mentre i nodi si vanno lentamente stringendo e si prepara la soluzione finale: «Le rose sono finite - dice Kate, sfogliando gli ultimi petali -. È curioso... capita tutto in una volta. Questo mese è il suo compleanno; il suo albero si è spezzato; è arrivata Annie. È come se il passato si ripetesse» (88).

L'arrivo di Ann Lubey

Ann, di cui è atteso l'arrivo, è la figlia di Steve Lubey, il socio di Joe; era findanzata con Larry e ora lo è con Chris.
Kate ha sempre interpretato il fatto che Ann non si sia sposata come una attesa del ritorno di Larry, quasi che anche Ann sia convinta che egli non è morto e un giorno ritornerà: «Lei è come me, ecco perché! È fedele come una roccia. Nei momenti più brutti penso a lei che lo aspetta e mi sento di nuovo sicura che ha ragione» (92).
Il figlio Chris tenta invano di riconciliare Kate con la realtà; invano egli vuole ottenerne il consenso al suo matrimonio con Annie. Le nuove nozze equivarrebbero per Kate al riconoscimento della morte di Larry, alla fine di ogni attesa; ed essa non può accettarlo.
Ann, che abita ormai da tempo a New York, arriva puntuale al suo appuntamento con il destino in casa Keller. Anch'essa si lascia sopraffare per un momento dai ricordi, dal riaffiorare del passato nel presente: «Mi pare che non sia passato neanche un giorno. Mi pare quasi di vedere papà e mamma in quel giardino. E tu e mio fratello che fate l'algebra e Larry che vuol copiare il mio compito. Ah, bei ricordi che non tornano più» (96).
Ma presto arriva il primo scontro duro tra Kate, assurdamente attaccata alla sua illusione, e Ann, realisticamente rassegnata all'ineluttabile e onestamente determinata a vivere nel presente.
«Ci sono alcune cose che tu non sai - le dice Kate -, che nessuno di voi sa. E io te ne dirò una, Annie. In fondo al tuo cuore tu hai sempre continuato ad aspettarlo». Ma Ann è risoluta: «No Kate» (99); «No, non lo aspetto più, Kate» (98).
Da tutto il dialogo tra Ann e i Keller appare un aspetto sorprendente del rapporto tra passato e presente: la truffa di Keller è stata così perfetta che gli stessi figli di Steve hanno creduto nella colpevolezza del padre e hanno rotto ogni rapporto con lui. Ann sembra perfino sorpresa che Keller parli di suo padre in termini benevoli, quasi in fondo lo capisse e lo volesse perdonare. Sarà solo l'arrivo di George, l'altro figlio di Steve, a riaprire la questione.
Per intanto Keller si mostra magnanimo con il socio, non solo per disarmare Ann (come più tardi George), ma anche per tacitare in qualche modo la sua coscienza (105). E soprattutto ha bisogno di ripetere a se stesso che quei motori d'aereo non possono aver ucciso Larry: «Larry non ha mai volato sui P. 40!» (105).

L'idealismo di Chris

Di fronte a questa disperata difesa delle sue menzogne, sta Chris, appassionato sostenitore di quei valori che il padre ha tradito, ingenuo cavaliere dell'ideale.
Chris non ha ancora nessun dubbio sull'innocenza del padre, per cui nutre affetto e ammirazione sincera. Nello stesso tempo è sinceramente innamorato di Ann, con cui sogna di ricominciare una vita diversa, ispirata a quei valori di solidarietà fraterna che ha appreso dai suoi soldati durante la guerra e che sono, deve confessarlo con un po' di amarezza, troppo contrastanti con il genere di vita in cui è, forse suo malgrado, implicato: «Perché non erano uomini qualunque (...). Non morirono semplicemente, si fecero ammazzare l'uno per l'altro... e nel vederli cadere, nacque in me un'idea. Vedi, tutto veniva distrutto in quel momento, ma mi pareva che una cosa nuova stesse sorgendo. Una sorta di responsabilità. L'uomo per l'uomo (...). E poi tornai a casa e non credevo ai miei occhi. Tutto quello che era successo non aveva alcun significato qui. Mi misi a lavorare con papà, ed era la lotta a coltello di sempre (...). Mi sembrava che ci avessero fatti fessi tutti quanti. Non mi sembrava giusto di essere vivo, di avere il libretto degli assegni, di guidare la macchina nuova (...). Voglio dire che si possono accettare queste cose da una guerra, ma quando guidi quella macchina devi sentire che essa è il prodotto dell'amore dell'uomo per l'uomo, e per questa ragione devi essere un po' migliore. Altrimenti tutto ciò che hai è una vera refurtiva, una refurtiva macchiata di sangue» (110).

L'arrivo di George e la rottura di un equilibrio

A rompere il difficile equilibrio che blocca la forza distruttiva del passato sarà la venuta di George. Appena laureato in legge, egli ha voluto andare a trovare il padre in prigione, per dirgli di Ann e di Chris. E qui George, parlando col padre, ha scoperto per la prima volta la verità. Egli viene con l'ira repressa di un giustiziere.
Già la notizia della sua venuta, dopo la visita al carcere, mette in agitazione Joe e Kate: «Tu non ti rendi conto - dice Joe all'incredulo Chris - fino a che punto è capace di odiare la gente. Si può odiare tanto da mandare il mondo in frantumi» (118). E Kate: «Fino all'ultimo giorno del processo, Steve continuò ad insistere che era stato papà a farglielo fare. Se vogliono far riaprire il processo, io non sopravvivrò» (118).
I Keller hanno paura della verità; ma la verità viene irresistibilmente a galla, vincendo tutti gli ostacoli.
George è venuto per riprendersi Ann: non vuole che sia concessa a qualcuno di quelli che hanno distrutto la sua famiglia: non vuole che la sua famiglia sia derubata una seconda volta.
L'incontro con Chris offre a George l'occasione per mettere brutalmente le carte in tavola. Dopo aver parlato col padre, egli è pienamente convinto della sua innocenza; ma sa che non potrà mai provarla: non ci sono testimoni. Quel giorno, una telefonata di Joe aveva costretto Steve a vincere tutti i suoi scrupoli; ma quella telefonata che ha deciso la morte di ventuno persone non può essere portata in tribunale.
E i giudici, parola contro parola, hanno creduto a chi si nascondeva dietro una scrivania invece che a Steve, che combatteva sul campo dell'officina.
Ma la verità potrebbe trovare ancora una strada per farsi luce e questa strada è Chris.
L'ingenuo, forse un po' incoerente, ma sincero idealismo di Chris fa di lui la cartina di tornasole per la verifica dell'onestà del padre. Ann, come più tardi il fratello George, spiano le sue convinzioni; si fidano di lui. L'autenticità della sua fiducia in Joe sarebbe la prova più convincente della sua innocenza; il suo più piccolo dubbio rimetterebbe tutto in questione.
George ha accettato per anni il verdetto del tribunale solo perché ci credeva Chris: «Credevo a qualunque cosa solo perché ci credevi tu. Ma oggi l'ho sentito dalla sua voce. Dalla sua voce è tutta un'altra cosa che leggere la sentenza. Chiunque lo conosce e conosce tuo padre crederà a quello che dice il mio» (136).
Chris inizialmente resiste, ma forse il dubbio era già davvero dentro di lui, perché non ci vorrà molto a farlo emergere. Prima però c'è l'incontro, carico di drammaticità repressa, tra George e Kate.
Kate è piena di tenerezza con George, una tenerezza ambigua, cioè sincera ma anche interessata, piena di ansietà. Kate teme il carattere potenzialmente distruttivo del risentimento di George; essa è la custode della vita, anche solo in quanto biologica, e teme gli ideali troppo nobili che possono ferirla e ucciderla: «Ascoltami, George. Voi tre avevate grandi ideali, e così adesso mi rimane un albero, e questo (indicando Chris) che quando fa brutto tempo non si regge neanche in piedi. E quel marmellone (accennando alla casa di Lynda) che non ha mai letto un libro in vita sua ha tre bambini e una casa tutta sua. Piantala di fare il filosofo e pensa a te stesso» (143).
Ma ben presto si giunge allo scontro diretto tra George e Joe. Keller, abilissimo, riesce ancora una volta a smontare le accuse che gli rivolge George. E se non fosse per una involontaria ammissione di Kate (essa dimentica la presunta malattia che avrebbe trattenuto a letto Joe il giorno fatidico della consegna delle teste di cilindro truccate), forse George accetterebbe ancora una volta la versione di Joe.
George comunque se ne va, apparentemente sconfitto e più che mai convinto di essere la vittima di un sopruso, dopo aver inutilmente preteso che anche Ann abbandoni la casa dei suoi nemici.

La confessione di Joe

Le cose dunque si potrebbero ancora aggiustare per i Keller se non intervenisse ancora una volta Kate. Decisa più che mai a mantenere viva anche intorno a sé la sua folle attesa di Larry, essa ha già fatto le valigie di Ann e chiede a Chris, in nome di Larry, una rottura definitiva con lei.
E a Chris che le dice apertamente di aver già rinunciato a Larry da un pezzo, risponde: «E allora rinuncia anche a tuo padre» (151), suggerendo così un collegamento tra il passato di Joe e la morte di Larry: Larry deve essere vivo perché altrimenti è stato suo padre a ucciderlo.
I dubbi di Chris si trasformano allora in accusa rovente. Joe ribatte ancora una volta che Larry non ha mai volato sui P. 40, ma così finisce per ammettere la sua colpa circa gli altri ventuno piloti.
La sua confessione è penosa: egli si scusa ancora, ricordando la spietatezza del sistema economico in cui lavorava (e che apparirà in tutto il suo orrore in Morte di un commesso viaggiatore): «Cos'altro potevo fare? Ero negli affari; con centoventi pezzi falliti si va in malora; elabori un processo di lavorazione, il processo va male, e sei bell'e andato; non si sa come fare; la tua roba non è buona; ti fanno chiudere bottega, ti stracciano i contratti. Cosa gliene importa a loro? Ti ammazzi per quarant'anni a metter su un'azienda e loro te la spazzano via in cinque minuti. Cos'altro potevo fare, lasciarmi portar via quarant'anni della mia vita?» (153).
Ma soprattutto cerca una giustificazione nel suo diritto a una considerazione privilegiata per la famiglia: «Chris, Chris, l'ho fatto per te; era un rischio, e l'ho corso per te. Ho una sessantina d'anni; quando avrei avuto un'altra occasione per fare qualcosa per te?» (154).
La reazione di Chris gli fa capire, troppo tardi, quanto quell'affetto privilegiato e parziale abbia in realtà scavato un abisso tra lui e suo figlio: «Per me! In che mondo vivi? Da che parte vieni? Per me... io morivo di giorno in giorno e tu ammazzavi i miei uomini, e lo facevi per me? A che diavolo credi che io pensassi, a quella dannata fabbrica? È tutto quello a cui sai pensare la fabbrica? (...) Cosa diavolo sei? Non sei nemmeno un animale; nessun animale ammazza quelli della sua specie! Cosa ti devo dare? Dovrei strapparti la lingua dalla bocca, che cosa devo fare? Cosa devo fare Gesù, Dio, cosa devo fare?» (154).
Ma la tradegia non è ancora compiuta. Joe ha ucciso ventuno giovani; ha fatto condannare un innocente; ma non è ancora provato che egli abbia ucciso Larry.
La finale del dramma dimostrerà invece che Larry si è ucciso per la vergogna di quanto ha fatto suo padre. È stato lui a ucciderlo. E sarà Ann a portarne la prova. Essa rinuncerebbe a esibirla e a spezzare il cuore di Joe, solo se Kate consentisse al suo matrimonio con Chris.
Ma ancora una volta Kate è irremovibile, sorda a ogni ragione: «Mia cara, se il ragazzo fosse morto, non ci sarebbe bisogno che glielo dicessi io, perché Chris se ne convincesse... La notte che entrerà nel tuo letto il cuore gli si svuoterà. Perché lui lo sa e anche tu lo sai. Aspetterà suo fratello fino al giorno della sua morte. No, mia cara, non succederà una cosa simile. Tu te ne andrai domattina, e te ne andrai da sola. La tua vita è questa: una vita di solitudine» (161).

La tragedia finale

È allora che Ann è costretta a esibire la prova della morte di Larry: l'ultima lettera che Larry le ha scritto, prima di perdersi volontariamente con il suo aereo. In quella lettera Larry le dice tutta la sua vergogna e la sua disperazione, la sua volontà di farla finita.
E poiché Chris a questo punto vorrebbe fuggire, incapace di fare del male a suo padre, Ann mette la lettera nelle mani stesse di Joe.
Keller, che fino a pochi istanti prima si difendeva ancora disperatamente, attaccandosi al carattere belluino di tutta la società, come alla sua ultima scusa, a questo punto si arrende: entra in casa e si uccide.
Le sue ultime parole in risposta a Kate che gli ricorda ancora una volta Larry (anche Larry era suo figlio - essa gli dice - e Larry non gli avrebbe mai chiesto di costituirsi) ripetono il titolo e il tema del dramma: «Certo che era mio figlio, ma credo che per lui fossero tutti miei figli. E penso che lo fossero. Lo penso davvero» (168).
Sentendo venire dall'interno della casa il rumore dello sparo, Chris scopre ora quanto possa costare essere giusti e si dispera: «Mamma, io non volevo» (169).
Ma Kate, che non conosce altra morale che quella della difesa a oltranza della vita, gli domanda ora quello che gli ha negato sempre: «Dimentica. Vivi» (169).
E con queste parole si chiude il dramma.

Una giustizia vendicativa immanente

Come si vede, il dramma ci parla della giustizia soprattutto mostrando le conseguenze della sua assenza. Alla radice della tragedia con cui si conclude l'azione c'è una somma di ingiustizie gravi: una prima ne ha trascinato con sé altre, ottundendo sempre più il senso del giusto e dell'ingiusto.
Nel dramma viene ricostruita l'emergenza graduale della loro carica distruttiva. La morte di Keller avrà il valore di una espiazione, di una dolorosa ma inevitabile «restitutio in integrum» della giustizia lesa. L'unica giustizia realizzata sarà alla fine quella di una esecuzione: «Giustizia è fatta» come si suol dire.
Ma la giustizia vendicativa che punisce Joe non è amministrata dalle leggi positive e dalla giurisdizione di uno Stato, e neppure è irrogata da un intervento positivo di Dio. Non c'è nulla di arbitrario in questa punizione: è l'ingiustizia che punisce se stessa. La pena è inflitta dalla logica delle cose e opera con l'implacabilità di questa logica.
L'ingiustizia è punita dai dinamismi oggettivi della solidarietà che unisce tutti gli uomini in una sola famiglia.
Le vittime dell'ingiustizia si rivelano alla fine legate da una misteriosa ma ineludibile parentela con i loro carnefici: «Erano tutti miei figli!». Larry non ha mai volato sui P. 40, ma è stato colpito dalla stessa pugnalata alle spalle che ha ucciso gli altri ventuno piloti; ealla fine tutti pesano sulla coscienza di Keller come la morte del proprio figlio.
E così tradendo il suo socio Steve, Joe ha colpito il figlio Chris nel suo amore per Ann ma più ancora nella stima e nell'amore che egli aveva per il padre.
Il dramma non ignora la rilevanza etica della giustizia come imparzialità: il comportamento di Keller non era ispirato all'egoismo solitario di chi cerca solo se stesso: «Io, per conto mio, vivrei con un quarto di dollaro al giorno - egli dice - ma avevo una famiglia» (159).
Ma la sua benevolenza parziale e distorta (il «familismo» in senso deteriore) si rivela alla fine illusoria: non era amore del vero bene di coloro che pure credeva di amare. Illudersi di poter costruire la felicità di coloro che si amano sulla infelicità di altri è prima di tutto un tragico errore di lettura della realtà.

Perché essere giusti

Nella sua materialità la giustizia include quindi l'imparzialità, il rinnegamento dei propri interessi e perfino dei propri affetti, quando è in gioco il diritto degli altri, fossero pure a prima vista degli estranei.
Ma se l'imparzialità ci può dire che cosa è giusto, mostrandoci il volto arcigno del dovere, essa non è in grado di dirci perché valga la pena di essere giusti in un mondo ingiusto. Solo chi sa leggere fino in fondo la realtà della convivenza umana è in grado di scoprirvi, nella solidarietà oggettiva e universale che la regge e che fa di ogni uomo un fratello e un figlio di ogni altro uomo, il vero motivo per cui «vale la pena» di esser giusti.
Chris lo ha imparato a quella scuola di solidarietà che sa essere nei suoi momenti di acme il cameratismo di chi è coinvolto nella tragedia di una guerra. E crede giusto gridarlo, quasi con una certa arroganza, ai suoi che sono rimasti prigionieri del loro familismo meschino e ipocrita.
Chi ha scoperto questa solidarietà non vede più nella giustizia il peso di un dovere che si impone con la freddezza astratta di una legge della ragione pratica kantiana. La responsabilità, chiamata a superare ogni parzialità e ad abbracciare tutti gli uomini non ha il volto arcigno di un dovere incomprensibile, ma la forza persuasiva dell'amore fraterno: «C'è qualcosa di più grande della famiglia per lui», dice Kate a suo marito (159). E in realtà è soltanto una famiglia più grande, quella verso cui Chris si sente responsabile: «Una volta per tutte dovete rendervi conto che c'è un mondo di gente intorno a noi, di fronte alla quale voi siete responsabili, e se non vi rendete conto di questo, vostro figlio è morto inutilmente» (169).
Joe lo capirà solo alla fine.
Abbiamo detto che il dramma, rispetto a questo messaggio, vuole porsi come una specie di dimostrazione: una dimostrazione a partire dall'analisi della realtà.
Naturalmente si potrà obiettare che la situazione descritta nel dramma non dimostra nulla, proprio perché puramente immaginaria e perciò priva di riscontro nella realtà.
Ma l'azione descritta nel dramma ha una sua consistenza reale, di una realtà che è qualcosa di più dell'esistenza puramente interiore e fantastica che è propria delle creazioni dell'arte. Essa ha la consistenza reale di una interpretazione profonda ma vera della realtà: in quanto situazione particolare potrà essere puramente immaginaria, e come tale non dimostrare nulla; ma in quanto lettura paradigmatica di una realtà più generale, essa mostra veramente come l'umanità sia una vera famiglia e come il male fatto all'ultimo dei fratelli abbia un suo fall-out su coloro stessi che lo compiono o sugli affetti privilegiati che rendono ogni uomo alla fine vulnerabile.
E tuttavia è vero che questa dimensione profonda della realtà umana non è mai così evidente da non aver bisogno di essere creduta. Nessun altro verbo è adatto come il verbo «credere» a descrivere la natura di questa lettura profonda della realtà che ci porta a riconoscere i legami di solidarietà che ci legano a ogni altro uomo.
La giustizia si rivela così unita da una specie di sotterranea parentela con la fede: domanda lo stesso libero affidamento al mistero, lo stesso salto nel buio che è domandato dalla fede.
Per essere giusto è necessario credere; credere che morendo ai propri interessi immediati si vive a quella fraternità che risponde ai nostri interessi più veri. Per essere giusto è necessario perdere la propria vita nel dono di sé, perché è solo in questo dono che la si salva veramente.
Per questo, la fede con cui crediamo che Gesù di Nazaret, morto per amore dei suoi fratelli uomini, vive per sempre nella gloria del Padre, è la ragione ultima, magari inconsapevole, di ogni impegno umano per la giustizia.

NOTE

1 A. MILLER, Teatro, Einaudi, Torino 1962, 24-25.
Tutte le ulteriori citazioni di A. Miller saranno fatte su questa edizione, riportando la pagina nel testo tra parentesi.
2 J. RAWLS, Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano 1982. Cf anche: L. KOHLBERG, Essay on Moral Development, vol. I, The Philosophy of Moral Development, Moral Stages and the Idea of Justice, Harper and Row, S. Francisco 1981.
3 Cf O. VGN NELL-BREUNING, voce: Solidarismo, in: K. RAHNER (a cura), Sacramentum Mundi, vol. VII, Queriniana, Brescia 1977, 725-728.