I Vangeli apocrifi

Gianfranco Ravasi

Gesù di Nazaret ha provocato non solo una svolta nella storia, ma anche nella letteratura: la fede cristiana si è espressa in mille e mille forme e tra queste la via letteraria è stata la più fertile. Di una fertilità, però, disordinata, perché, accanto ai grandi prodotti patristici, ha attecchito anche la foresta lussureggiante degli apocrifi, gli scritti non canonici, manifestazione di una fede talora intensa e genuina, altre volte impazzita. È praticamente impossibile disegnare il «volto apocrifo» di Gesù perché le fisionomie sono quasi infinite, seriali, sconcertanti, contraddittorie e i materiali di composizione sterminati e non catalogabili. Solo per rendere l'idea ricordiamo che la sbrigativa, incompleta, ma molto utile raccolta degli Apocrifi del Nuovo Testamento di Luigi Moraldi (ed. Utet) comprende più di 2.000 pagine! Eppure, all'interno di questo magma letterario e religioso, si nascondono spesso delle perle: il Vangelo gnostico di Tommaso coi suoi 114 ldghia o detti di Gesù, secondo alcuni studiosi, raccoglierebbe frasi autentiche del Gesù storico non entrate nei vangeli canonici. Dopotutto, anche Paolo, negli Atti degli Apostoli, riferisce un detto di Gesù ignoto ai vangeli: «C'è più felicità a dare che a ricevere» (At 20,35). Se vogliamo citare solo uno dei ldghia di Tommaso, pensiamo al suggestivo n. 28: «Mi sono trovato in mezzo al mondo e mi manifestai loro nella carne. Li trovai tutti ubriachi; tra essi non ne trovai alcuno assetato».
Questo apocrifo appartiene alla corrente nobile, quella dello gnosticismo egiziano documentata dalle straordinarie scoperte di Nag Hammadi in Egitto. Si tratta di un cristianesimo intellettualistico, sofisticato ed elitario che ha prodotto, oltre ai vangeli e alle apocalissi apocrife, una serie di trattati teologici di alto profilo, fatti conoscere in Italia a opera del citato professor Moraldi.
Ecco, solo per fare un esempio, come l'Interpretazione della gnosi sintetizza l'incarnazione: «Io divenni piccolo perché attraverso la mia piccolezza potessi portarvi in alto donde siete caduti... Io vi porterò sulle mie spalle».
Gli apocrifi dei primi secoli cristiani seguono sostanzialmente due traiettorie. Da un lato ricalcano generi e dati già offerti dal Nuovo Testamento: abbiamo, così, vangeli dell'infanzia di Gesù, vangeli sulla sua vita pubblica, vangeli della passione, morte e risurrezione; ma abbiamo anche «atti degli apostoli», lettere apocrife di Paolo (ai Laodicesi, ai Corinti, agli Alessandrini, a Seneca), apocalissi. D'altro canto, gli apocrifi si preoccupano di supplire alla sobrietà e ai silenzi dei vangeli canonici con una fantasmagoria quasi pirotecnica di creazioni leggendarie al cui interno, però, si annidano talora pagliuzze d'oro di memorie storiche genuine.
La lista delle fantasie e delle testimonianze di fede è quasi infinita. Pensiamo solo a tutta la coreografia di eventi sensazionali che accompagnano la nascita di Gesù secondo il Protovan gelo di Giacomo e lo Pseudo-Matteo; pensiamo a tutte le «divine malefatte» del ragazzo Gesù. La passione e la pasqua sono un altro orizzonte su cui questi primi cristiani si gettano con ardore.
Ma all'interno di questo mondo multicolore il cui fascino narrativo è indiscutibile si scopre anche, al di là delle degenerazioni talvolta ereticali, un grande amore per il Cristo e la coscienza che la sua presenza nella storia è stata decisiva: «Quando apparve il Cristo, che è nel cuore di quanti lo confessano», dice un vangelo gnostico, «tra i vasi si produsse un grande turbamento perché gli uni erano vuoti, gli altri pieni, gli uni diritti, gli altri rovesciati». E anche in mezzo alle persecuzioni brilla la fiducia in Cristo e l'orgoglio di essere con lui anche fino alla morte. È ancora un testo gnostico egiziano, il Vangelo apocrifo di Filippo che dichiara: «Se dici: sono ebreo!, nessuno si commuove. Se dici: sono romano!, nessuno trema. Se dici: sono greco, barbaro, schiavo, libero!, nessuno si agita. Ma se dici: sono cristiano!, il mondo trema».