Il Vangelo,

l'uomo e la ragione

Enzo Bianchi

Nella situazione attuale, molti auspicano un cristianesimo vissuto secondo il paradigma della religione forte e incarnato in minoranze attive ed efficaci, capaci di assicurare identità e visibilità che si impongono perché pensate in una strategia difensiva e di concorrenza. Da parte mia ritengo invece che solo vivendo la differenza cristiana nella compagnia degli uomini si innesta una dinamica che scuote l’indifferenza alla fede cristiana e alle sue esigenze propria anche a molti sedicenti cattolici. Credo che, in vista di un recupero del primato della fede, dell’attesa delle cose ultime e di un’arte della comunicazione autentica, rimanga indispensabile la lettura e la conoscenza del vangelo tra quanti compongono la comunità cristiana. Infatti, se è vero che il cristianesimo non è religione del Libro, è altrettanto vero che solo il vangelo consente la conoscenza di Gesù Cristo, centro e cuore del cristianesimo. «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo», affermava san Girolamo, ripreso non a caso dal Concilio Vaticano II. Quale figura di cristiano può mai emergere senza una conoscenza diretta di Gesù Cristo e della sua umanità esemplare come quella che può venire dalla lettura e dalla familiarità con i vangeli? Un cristianesimo in cui il vangelo non ispira la vita, la speranza e il linguaggio dei credenti come riuscirà a non divenire rituale, devozionale, a non ridursi a fatto culturale o sociale, se non addirittura a fenomeno folcloristico o superstizioso? Solo con la lettura personale e diretta della bibbia – e, in primo luogo, dei vangeli – il cristiano può nutrire la sua fede e irrobustire la sua capacità di testimoniarla.
In questo senso sarebbe dunque auspicabile un percorso di serio approfondimento nella comunità cristiana che tenga conto in sintesi di due esigenze. La prima è quella di porre l’accento sul vangelo, su quel testo che il Concilio ha voluto e saputo ridare in mano ai cattolici nella sua interezza e ricchezza dopo secoli di esilio della Scrittura dalla catechesi e dalla predicazione: alcuni si stupiscono, altri si rammaricano di fronte al dato che neppure un quinto degli italiani afferma di aver letto i quattro vangeli. Senza conoscere il vangelo com’è possibile conoscere Gesù Cristo e sentirlo quale Signore? Come si può cogliere la sua umanità esemplare per noi uomini, l’essersi fatto uomo di Dio «per insegnarci a vivere da uomini in questo mondo», secondo l’espressione di san Paolo? Come percepire che scopo dell’umanizzazione di Dio è l’autentica umanizzazione dell’uomo? La seconda esigenza è l’ascolto dell’umanità di oggi, uomini e donne: un ascolto che deve avvenire attraverso l’emergenza della dimensione antropologica. Sì, sul tenere insieme il vangelo e l’uomo, la fede e la dimensione antropologica si gioca il futuro della fede cristiana. Se c’è stato e c’è un fallimento, è quello della trasmissione, della «tradizione» della fede, ma l’antidoto consiste ormai solo nel ristabilire il primato del vangelo e l’ascolto dell’umano. In una stagione in cui tutto è rimesso in discussione – la concezione del rapporto con il proprio corpo, con l’altro sesso, con la sofferenza, con il tempo, con la natura... – occorre elaborare risposte di sapienza che dicano chi è l’essere umano e come possa umanizzarsi attraverso una qualità di vita personale e di convivenza. La religione ha bisogno dell’esercizio della ragione per non cadere in forme paganeggianti, magiche o superstiziose, ma ha anche bisogno che questo esercizio razionale avvenga non senza gli altri ma con gli altri, tutti abitanti della stessa polis.
Insieme, cristiani e non cristiani, dobbiamo porci la questione antropologica: chi è l’uomo? Dove va? Come può vivere in una società che lotta contro la barbarie e a favore dell’umanizzazione? Dalle risposte che ciascuno saprà dare attingendole dal proprio patrimonio spirituale dipende certamente il nostro futuro, ma anche, già da oggi, la qualità della nostra vita personale e della convivenza civile.
LA STAMPA, 3.4.09