In principio

era la Parola

La Bibbia in mano all’uomo contemporaneo

Gianfranco Ravasi


Vorrei iniziare creando un’atmosfera, che peraltro c’è già, contrassegnata appunto dal vostro silenzio. Lo faccio con le parole di un teologo del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer, morto martire nei campi nazisti, perché le sue parole sono significative per poter ascoltare una riflessione sulla Parola. «Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola, perché i nostri pensieri siano già rivolti verso la Parola. Facciamo silenzio dopo l’ascolto della Parola, perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Facciamo silenzio la mattina presto, perché Dio deve avere la prima Parola e facciamo silenzio anche prima di coricarci, perché l’ultima Parola appartiene a Dio. Facciamo silenzio solo per amore della Parola». Ecco, questa componente del silenzio è come un alone necessario per far sbocciare la Parola… come in musica dove la pausa si deve eseguire, non è uno spazio vuoto.

Prima, Dio

Io vi propongo questa sera una sorta di trittico, tre tavole diverse, che avranno al centro un protagonista. Cominciamo subito con la prima tavola, che ha al centro appunto la Parola di Dio. È quella che potremmo chiamare la «teofania» cioè l’apparizione, la rivelazione, la manifestazione, l’epifania di Dio. Dio inizia la sua manifestazione con una Parola. È l’inizio assoluto, è «in principio», quando «Dio disse ‘sia la luce’ e la luce fu». L’inizio dell’essere non è in un’azione di Dio, in una fatica, in una battaglia intradivina come insegnava la mitologia mesopotamica, con gli dei che si combattevano. No. È solo una parola: «Dio disse». E questa parola squarcia il silenzio del nulla. Da quella Parola inizia l’essere, il creato. La parola è ciò che fa esistere l’essere, senza di essa nulla esiste di ciò che è stato fatto. Ecco allora il primo manifestarsi assoluto. C’è un qualcosa che è alle nostre spalle: c’è un «in principio» che ci precede. San Paolo cita Isaia e dice lui stesso di stupirsi di questa frase di Isaia: «Io il Signore mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano. Io ho risposto anche a quelli che non mi interrogavano». In principio, direbbe Paolo, c’è la «Charis», questa parola greca che è entrata anche nella nostra lingua, vuol dire «grazia»: è la teofania, l’epifania di Dio nella Creazione. Questa parola «Charis», che è «in principio», dice Paolo, prima della nostra fede, delle nostre opere, ha dato origine anche alle parole: carezza, caro, carità. Vedete allora cos’è la Grazia? È un atto d’amore, quell’atto d’amore che ci fa esistere in questo momento, che ci fa ritrovare insieme, che ci fa comprendere che c’è qualcosa di più grande che sta al di là della nostra pelle e del nostro orizzonte. Ecco, Dio entra in scena all’inizio dell’essere; ma secondo la teofania di Dio, Dio entra in scena e si manifesta anche all’interno della storia. Aprendo la Bibbia ci si stupisce sempre perché vi si trovano guerre, pagine striate di sangue, segnate dal male, dal grigio, dalle malattie, dalle persone infelici, dal peccato… ma questa è proprio la storia. È da questo che noi dobbiamo partire per capire la rivelazione. Dio si rivela nell’interno della storia: sì, Lui è diverso da noi, è sopra, è prima, è trascendente: ma soprattutto Egli sceglie di essere agli angoli delle nostre strade. Come nei quadri di Chagall, dove i personaggi della Bibbia entrano in scena appena svoltato l’angolo di casa nostra. La religione biblica invita a scoprire le epifanie di Dio non decollando dalla realtà verso cieli mitici e mistici, ma nel prossimo, nella storia. La Parola di Dio diventa fondamentale fin dalle origini, fin dall’Esodo. Vi voglio citare una frase del libro del Deuteronomio. Mosè sta riassumendo tutta l’esperienza che Israele ha fatto quando è nato come popolo. Dove? Su quella vetta solitaria del Sinai, nel silenzio, con il vento che attraversava le valli. Mosè dice con una frase sola tutta l’esperienza di Dio avuta là: «Dio vi parlò di mezzo al fuoco. Voce di parole voi ascoltaste. Immagine alcuna voi non vedeste. Solo una voce». Il Dio liberatore non è lì con le sue armi, con la manifestazione della sua potenza, ma ciò che fa di Israele un popolo sono quelle dieci parole, le due tavole del Decalogo. «Immagine alcuna voi non vedeste»: Dio non è una statua. Dio è una voce, una voce libera. Una voce grandiosa e potente, una voce che sommuove le coscienze, che crea l’essere, che cambia la storia. Per spiegare questa potenza io cito sempre una delle opere più famose che abbia prodotto l’umanità: il «Faust» di Goethe. Quando Faust cerca di tradurre la prima frase del Prologo di Giovanni sa benissimo che non basta dire: «in principio c’era la Parola», perché la Parola per noi è anche qualcosa di estremamente fragile. Allora, dice che dovremmo tradurre «in principio, c’era la potenza», infatti crea il mondo, sommuove le coscienze. Però c’è qualcosa di più profondo ancora e allora dice che dovremmo tradurre «in principio c’era il significato, il senso». Perché questa Parola indirizza l’umanità verso una meta; questa umanità che si disperde per le sue lande desolate, ecco che trova un significato. E da ultimo traduce - anche se poi Faust lo interpreta malamente - «in principio c’era l’atto». Quindi una Parola che ha in sé tutti questi significati: è parola, è potenza, è significato ed è atto, azione. Al tempo stesso, non dimentichiamo, questa parola è fragile, perché per esprimersi deve entrare all’interno di un libro, deve diventare le parole dei profeti, che sono parole umane espresse, tra l’altro, in una lingua del tutto periferica. La Bibbia è scritta in tre lingue che sono lingue morte e periferiche: l’ebraico, una lingua di pastori, pietrosa come le steppe dove questi pastori si muovevano; l’aramaico, una lingua minima; e poi c’è il greco, che non è il greco solenne di Omero o quello raffinato, sofisticato e affascinante di Platone: è un greco quasi dialettale, ibridato di forme popolari, il greco dei Vangeli. Vedete allora che questa Parola così grandiosa giunge a noi attraverso le nostre parole quotidiane. Anzi, e qui concludo la mia prima tavola, questa Parola che è espressa in lingue secondarie si «restringe», e quando deve dire la cosa più importante, che è il nome di Dio - che nell’Antico Testamento viene affidato a quattro consonanti che non si pronunciano. Si comprime, questa figura, fino a diventare silenzio. E quel silenzio, che è la povertà estrema della Parola, è però la sua forza grandiosa. Quando si parla della Parola di Dio che diventa povera per starci vicina, si cita l’esperienza che ha avuto Elia al monte Sinai, quando sogna e desidera di poter vedere Dio in tutta la potenza e la grandezza di quella Parola, e invece alla fine Dio non è nel terremoto che sommuove la terra, nella folgore che incendia gli alberi; Dio non è nel vento impetuoso della tempesta: Dio è il Dio grandioso che si fa povero, che si fa minimo per arrivare alla nostra spalla, al nostro orecchio, alla nostra fragilità. Nelle traduzioni Cei, Dio è «un soffio di una brezza sottile». Le tre parole ebraiche sono «voce», «silenzio» e «sottile». Dio è una parola di silenzio sottile, il silenzio della coscienza, il silenzio che definisco «bianco», perché nero sarebbe negazione. Il silenzio che voi avete in questo momento è un silenzio d’ascolto e non è un silenzio vuoto: voi mi parlate. In italiano abbiamo un bel termine che indica quando una realtà è insignificante: diciamo «è assurda», che deriva da sordo. Ecco il silenzio invece non dell’essurdità dell’assenza di suoni, ma il silenzio pieno del Nome di Dio. Ecco la prima tavola: Dio, la teofania di Dio. Dio che si manifesta con la sua parola grande e debole.

Poi, l’uomo

Seconda tavola. L’uomo, l’interlocutore privilegiato, la creatura vertice, l’antropofania. Vediamo l’uomo come si manifesta nella Bibbia perché sono convinto che abbia molto da insegnare anche all’uomo contemporaneo. La Bibbia è una storia, quindi come interlocutore ha l’uomo. La Bibbia non è solo il Dio solitario che si rivela. Non vi siete mai chiesti perché nella Bibbia ci sia un libro come quello dei Salmi? I Salmi sono preghiere dell’uomo rivolto a Dio eppure sono Parola di Dio. Quindi vuol dire che la Bibbia è un dialogo, un dialogo necessario tra Dio e l’uomo. Dio non è solitario. Cerchiamo allora di trovare alcuni tratti del volto dell’uomo. Primo elemento: l’uomo in crisi. Voi sapete che già all’origine l’uomo è lì sotto l’albero della conoscenza del bene e del male, solitario, con in mano una realtà esplosiva, un ordigno: la libertà. Dio non ha voluto che l’uomo fosse come una stella, che segue le meccaniche celesti, ha voluto un interlocutore che lo potesse anche rifiutare. Ed ecco allora la storia di quest’uomo peccatore, fragile. Vi siete mai chiesti perché l’uomo è stato creato il sesto giorno, che è il giorno dell’imperfezione? Proprio perché è limitato. È nel settimo giorno, che è il sabato e il giorno di Dio, che l’uomo può redimere la sua fragilità e diventare come Dio anche lui; nel settimo giorno che è l’eternità, la pienezza. L’uomo è in crisi. Vi ricordo solo un libro della Bibbia: l’Ecclesiaste. L’Ecclesiaste non è un ateo, è un uomo in crisi, che ha perso il sapore e il colore della vita, come spesso accade per tante persone che incontriamo per la nostra strada. Fa più impressione quando sono i giovani che si trascinano nel cosiddetto «branco», privi di risposte perché non si fanno più le domande, perché il fiore delle domande è fondamentale per vivere. Quale vantaggio, si domanda l’Ecclesiaste, ha mai l’uomo per tutta la fatica per cui fatica sotto il sole? In questa domanda c’è il significato del «fare», del lavorare. Quale significato ha il «capire», il «sapere»? lui entra in crisi anche su quello. Un’altra frase stupenda è: «chi più sa più soffre» perché il grande sapere è grande tormento. Uno può dire: io so tante cose; ma, se tu sai veramente cominci a scavare sotto la superficie e puoi trovare il vuoto. E l’Ecclesiaste aveva trovato il vuoto. Tutto è fumo, tutto è vuoto. E questo rappresenta veramente la situazione di tanti uomini del nostro tempo che si muovono e si trascinano «come ombre che passeggiano». Sono già morti dentro. Dunque nella Bibbia c’è l’uomo in crisi. Ma nella Bibbia c’è anche l’uomo che crede. E il credere per la Bibbia è un’avventura tutt’altro che facile. È un’avventura drammatica. Io vi voglio evocare soltanto due pagine della Bibbia che sono folgoranti: Genesi 22 e Genesi 32. Genesi 22 è la salita di tre giorni che Abramo fa tenendo stretta la mano del suo figlio, avuto come dono di Dio, il figlio della promessa, andando sul monte Moriah con questo ordine assurdo, implacabile di Dio - il Dio amato e crudele. «Tu me lo devi sacrificare». E Abramo si chiede: «Perché vuoi far tacere la tua promessa?». Da quel momento in avanti Dio non parla più, per tre giorni e tre notti, parlano solo tra di loro dicendo «padre mio, figlio mio» quasi per sostenerci tra di noi uomini, davanti a un Dio incomprensibile. Dio poi si svelerà come il salvatore, ma a prezzo di un pellegrinaggio nella carne e nel sangue. Soren Kierkegaard, importante filosofo cristiano dell’800, ha scritto un libro bellissimo su questa pagina: «Timore e tremore». Immaginando soluzioni diverse dice, tra l’altro, che tale pagina è il paradigma della fede perché Dio vuole che noi arriviamo a credere senza appoggiarci a nessuna ragione ma per puro amore. Senza appoggiarci a nessun ragionamento, neanche a quello che è costruito all’interno della teologia. Senza appoggiarci a nessuna prova carnale, come poteva essere il figlio. E in quel momento la fede è al suo stato più puro, più alto. Lui usa un’immagine che è significativa per farci capire come Dio ci ama anche in quel momento. Come in quel momento vuole un’adesione che sia libera e autentica e non motivata dal fatto che hai avuto un dono, sei nel benessere, sei un patriarca e avrai la discendenza: «La madre – scrive - quando deve svezzare suo figlio, in Oriente, si tinge di nero il seno per impedire che il figlio voglia ancora attaccarsi per avere il latte e non cercarsi il cibo da solo. Ebbene, in quel momento il bambino odia sua madre perché gli toglie la sorgente del suo cibo e del suo piacere. E la madre in quel momento soffre per staccare il figlio dal seno. Ma in quel momento Dio come la madre amano in pienezza il figlio, lo fanno diventare uomo, libero, indipendente, non tenendolo come suo possesso». Ecco, su quel monte si è consumata proprio la stessa parabola. Dio ha voluto che noi credessimo in lui non perché abbiamo il latte da lui, perché siamo così sostenuti, ma proprio perché lo ricerchiamo liberamente. Gesù non è sceso dalla croce quando gli dicevano: «Scendi dalla croce e crederemo in te» perché aveva sete di una fede libera. Giobbe: è tutto lì il libro di Giobbe. È quello del continuare a credere non perché ti benedice, perché ti premia. Dio ha il volto di un mostro nel libro di Giobbe, ma alla fine è lui che incontra il vero Dio senza l’aiuto del calcolo ma per adesione: «Io ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono». Come finisce in verità il poema al di là del racconto finale: «E io perciò ora mi pento in polvere e cenere». Per la Bibbia il «credere» è una dimensione seria e qui volevo citare Genesi 32. È la famosa «notte di Giacobbe» in cui l’incontro con Dio avviene attraverso un lotta dalla quale non si esce indenni perché alla mattina Giacobbe non si chiama più Giacobbe ma Israele e non è più uguale a prima perché è colpito all’anca, colpito nella carne. La Bibbia ci insegna a ritrovare una fede non di adesione totale ma autentica, costruita nella realtà non in un vago sentimento non in un’esperienza fluida e incolore.

Innamorato

L’ultimo tratto che volevo fare è l’uomo innamorato. Nella Bibbia c’è l’uomo e c’è l’amore. Abbiamo visto l’uomo in crisi, l’uomo che crede e che prega, che invoca Dio. Osea quando interpreta Genesi 32 (la lotta lungo le rive spumeggianti del fiume Yabbock da parte di Giacobbe con l’essere misterioso che è Dio) legge l’episodio come una preghiera implorante. San Paolo, nella finale della lettera ai Romani, chiede: «aiutatemi a combattere con me nella preghiera» - la preghiera come lotta. Mi è venuto in mente perché il vostro cardinale ricordava che, appunto quando sono stato a Torino per l’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale ecclesiastico, avevo sviluppato il tema del Cantico. E però nella Bibbia, e non solo nel Cantico, ci sono spesso parabole e simboli nuziali. Ecco la componente dell’amore: l’uomo è anche un essere innamorato, che ama il suo prossimo e ama Dio. Tant’è vero che Cristo, prendendo quella valanga di precetti, 613 precetti della legge che erano stati codificati dalla tradizione rabbinica dice: il primo, che tiene insieme tutte le azioni, è l’amore. Amerai il Signore Dio, amerai il prossimo. Le azioni che fa una madre o un padre in una giornata sono azioni insignificanti, che fa anche un’altra persona, che faccio anch’io. Perché quelle azioni che vengono fatte per la famiglia vengono trasfigurate? Perché c’è l’amore che le tiene insieme. Domani mattina voi, padri e madri ricomincerete da capo: sempre gli stessi gesti, le stesse azioni, ma alla base c’è questo primo comandamento, che non è comandamento perché è qualcosa di profondamente inserito in voi che è l’amore cristiano. Il vero amore reciproco, quello che Cristo formalizzerà con una frase l’ultima sera della sua vita terrena, sono due frasi che dice la donna - curiosamente in un mondo fieramente semitico e patriarcale è lei che conduce la grande lezione dell’amore nel cantico dei Cantici. Sono due frasi ebraiche che sono tutte ritmate su due suoni: i e o. «i» in ebraico vuol dire mio, «o» lui. Che cos’è l’amore? Mettere insieme questi due pronomi e farli suonare insieme in modo che costituiscano armonia. La donna dice: «Io, lui», l’amore è questo. Io sono del mio amato e il mio amato è mio. La donna dice anche: «Tu sei la mia carta d’identità, e io lo sono per te». L’amore è proprio questo: far sì che i due pronomi si incrocino in una donazione. E l’amore cristiano autentico è questo, fino al punto che allora non c’è più l’«io» del possesso. Per questo l’innamorato veramente tale sciala, mentre quando due innamorati cominciano a calcolare quello che si sono dati, è segno che stanno lasciandosi. Ma quando sono nell’amore è proprio la donazione a comandare. Cristo ha detto: «Non c’è amore più grande di colui che dà la vita per la persona che ama». La vita è mia, ma io se la do all’altro non la perdo: è la vera legge dell’esistenza.

Rivelazione

Ora concludo con l’ultima tavola che unisce tutte e due le tavole precedenti: la tavola di Dio, la teofania e la tavola dell’uomo, l’antropofania. Dio che si rivela e l’uomo che si rivela. In sé questa nuova tavola ha tutte e due queste dimensioni e le unisce in armonia. Il riferimento è il Nuovo Testamento. Come intitoleremo questa nuova tavola? La Cristofania: la manifestazione di Cristo, «Questo Dio carne divenne»: è la manifestazione di Cristo, la divinità che diventa umanità. Provate, quando arriverà la Pasqua, quando arriverà il periodo della Settimana Santa e ascolterete ancora la Passione, a identificare lo sforzo che gli evangelisti fanno per mostrare tutta la gamma oscura, l’iridescenza drammatica del male, del dolore, del limite, che Cristo deve assorbire. Comincia con la paura della morte, perché anche Cristo ha paura di morire - e lo dice al Padre. Poi lo accetterà, ma ha paura. Subito dopo, l’altro grande dramma è la solitudine degli amici. Quante persone in una metropoli come questa stanno davanti al telefono aspettando che suoni, perché se suona vuol dire che qualcuno si ricorda di loro. Non hanno più nessuno che pensa a loro, che farà mai loro una carezza, che dirà loro una parola se non quelle convenzionali. Cristo ha gli amici che dormono prima e poi fuggono; e due che lo tradiscono. È la solitudine più lacerante, quella che anche Giobbe rappresentava con un’immagine molto semitica e molto barocca dicendo: «A mia moglie ormai dà fastidio il mio alito», e la moglie se ne va. Anche Cristo vede questa solitudine. Ma abbiamo non solo il dolore morale, ma anche quello fisico: la crocifissione. Questa pratica così macabra che assume in sé la morte di ignominia, come dice Paolo, l’esecuzione per gli schiavi e per i ribelli rivoluzionari antiromani… E alla fine ci sono due caratteristiche che ricordano Matteo e Marco, che fanno fare al Gesù uomo una brutta morte perché sperimenta il silenzio di Dio: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato!». È vero che il Salmo 22 finisce con una sorta di «Te Deum» quasi, quindi non è un grido disperato ma è un grido desolato: Dio tace. Là, il Venerdì Santo sulla Croce Dio è assente, lascia il figlio solo, lascia l’uomo nel dolore, solo; e poi c’è la morte che han descritto così Matteo e Marco: «E lanciato un forte urlo, spirò». Lancia un grido, un grido lacerante e poi muore. Luca introdurrà invece la preghiera dell’abbandono al Padre: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». In quel momento, il momento del dolore prima della morte, Cristo veramente è il Dio nostro fratello. Non quando è nella gloria della Trasfigurazione, quando è nella gioia dei banchetti… lo è nel momento in cui ha anche lui la nostra carta d’identità. Perché Dio per definizione non soffre e non muore, perché la sofferenza è segno dell’impotenza e la morte è segno dei limiti. E Cristo alla fine diventa cadavere, come qualsiasi creatura umana. Ecco allora l’umanità profonda, la fraternità nostra estrema ma anche quando è solo, col dubbio, con la morte, egli non cessa di essere il Figlio di Dio. Ed è per questo che dopo c’è l’alba della Pasqua, perché dentro di Lui c’è sempre la divinità ed è per questo motivo che avendo Dio provato in sé il soffrire e il morire, ha lasciato una striscia, una scia, una scintilla di divino e di eterno nel nostro dolore e nel nostro morire. Per questo la Pasqua è la manifestazione della sua divinità: non è però qualcosa di staccato, ma è ancora legato a quel corpo, come si insiste nelle apparizioni dei Vangeli. Per indicare che il nostro corpo mortale, come il corpo di Cristo, è ora segnato, attraversato, irradiato dalla divinità, per cui il nostro soffrire e morire non è più uguale a prima. Viene attraversato e segnato dal divino che lo fa lievitare, che lo apre alla Pasqua, che lo apre all’oltre. La morte, come diceva il grande poeta austriaco Rilke, non è la porta contro la quale noi ci spiaccichiamo, ma l’altra faccia della vita rispetto a quello che noi vediamo. Ho iniziato citando Bonhoeffer e lo richiamo qui alla conclusione. Egli ha una frase, sul divino e sull’umano di Cristo, che può apparire scandalosa: «Dio non ci salva in virtù della sua onnipotenza (…) ma ci salva in Cristo in virtù della sua impotenza, proprio perché è uguale a noi, si è messo al nostro livello basso»: è entrato e ha trasfigurato il nostro limite, la nostra creaturalità, la nostra umanità.

Infine

Abbiamo parlato della teofania; abbiamo parlato di noi uomini liberi, uomini in crisi, uomini che credono, uomini che amano; abbiamo poi visto che Dio e gli uomini vengono in Cristo uniti e diventano la nuova creatura. A questo punto finisco citando una poetessa ebrea, un testo che mi piace molto. Questa poetessa rappresentava la parola dei profeti: per questo la metto alla fine, come invito a riprendere tra le mani, ad ascoltare, a far entrare dentro di noi la voce dei profeti. La parola dei profeti, la parola di Cristo è una parola che non viene accolta ma che non viene fatta tacere, anche dall’uomo contemporaneo così distratto dalle chiacchiere. Ecco allora i versi della strofa che serve come ritornello a questa ballata di Nelly Sachs. Lei ricorda che la voce dei profeti è una voce «che ha lo scopo di incidere ferite nei campi dell’abitudine». Dove c’è la malattia del nostro tempo che è la superficialità, la banalità, la volgarità, la voce profetica vuole colpire, non è inoffensiva: «La mia parola è come un martello che spacca la roccia, diceva Geremia, come un fuoco che brucia». Ebbene, lei dice: se i profeti irrompessero per le porte della morte, incidendo ferite nei campi dell’abitudine, «se i profeti irrompessero per le porte della notte cercando un orecchio come patria, orecchio degli uomini, ostruito di ortiche, sapresti tu ascoltare?...