Una fotografia

della crisi economica

Cristiano Nervegna *

 

È certamente un esercizio impossibile quello che c'è stato richiesto con questo contributo: fotografare l'attuale crisi mondiale e, in particolare, la situazione dell'Europa. Lo è ancora di più perché le informazioni che si riescono a raccogliere sono elaborate all'interno di ambiti di crescente fragilità che ognuno di noi si trova a vivere: famiglia, mondo del lavoro, politica e impresa. Trovarsi dentro una crisi di queste dimensioni rende il giudizio meno oggettivo e, quindi, suscettibile di contaminazioni «esterne». Vale la pena comunque impegnarsi in un esercizio del genere anche perché qualche idea in più potrebbe essere di aiuto alle nostre comunità e al mondo giovanile, apparentemente privi dei necessari elementi di valutazione. Inoltre, soltanto affinando gli strumenti di analisi dell'attuale situazione è possibile coltivare quella speranza che sembra mancare in tanti strati della società.
Proviamo, allora, a leggere alcuni elementi dell'attuale situazione con questo spirito (non abbiamo comunque molte alternative).

Capire per cambiare perché, ormai, indietro non si torna!

La recentissima letteratura sulle origini della situazione che stiamo vivendo attribuisce a due fattori essenziali le attuali difficoltà: una sorta di doppia scintilla che avrebbe fatto detonare un sistema i cui fondamenti apparivano fragili da tempo.
Una prima ragione deriverebbe certamente dagli anni in cui sembrava davvero tutto «facile» e la deregolamentazione del sistema finanziario virtualizzava un'economia completamente indipendente dalla sua missione generativa. Ma deliri di onnipotenza di questo tipo non sono stati vissuti solo in economia. Chi, in quegli anni, ha difeso (e difende) il diritto alla vita e a formeindispensabili di sostegno alle famiglie naturali e al lavoro, potrebbe infatti testimoniare come l'economia non sia mai disgiunta da una visione dell'uomo che, attualmente, sembra davvero lontana dai valori che ognuno di noi professa con convinzione. La natura umana è messa costantemente in discussione in funzione di obiettivi puramente economici sempre più evidenti e rilevanti.
Colpisce come, in particolare negli Stati Uniti, marcati elementi di deregolamentazione del mercato abbiano fatto da volano alla situazione attuale. E questo sin dagli anni '80.
I «prodotti», un tempo legati ad attività esclusivamente manuali, sono diventati essenzialmente finanziari e sempre più lontani dalle esigenze delle comunità. Centrati su un'idea di persona umana quale semplice anello della catena del consumo, ognuno di noi, in modo più o meno consapevole, ha preso parte – e ancora prende parte – al disegno di sfruttamento che si stava compiendo.
Anche gli Stati, attraverso le proprie lobbies, hanno partecipato alla grande spartizione con un contributo molto particolare: producendo debito pubblico a favore di gruppi d'interesse ben organizzati e, di conseguenza, servizi inefficienti per cittadini evidentemente distratti o assuefatti. Oggi riusciamo a capire quale contributo, una Pubblica amministrazione resa inefficiente e con costi ancora fuori controllo, sia in grado di dare in termini di blocco dei processi di sviluppo di un Paese. In questo modo la sproporzione tra indebitamento e fondi propri è cresciuta sino a livelli inaccettabili e la crisi è divenuta sinonimo di «squilibrio». Gli squilibri tra classi sociali, aree geografiche e accesso alle fonti informative generano gli impedimenti che attualmente stiamo sperimentando. Mi permetto solo di aggiungere che in tanti abbiamo avuto l'impressione che tali squilibri crescessero anche in termini di rapporti umani e dentro le nostre stesse famiglie, evidentemente sempre più a disagio nell'adattarsi a situazioni che di umano avevano sempre meno.

L'Italia, più di altri Paesi, dentro questo modello ha offerto il «meglio»

Con le qualità appena accennate, classi dirigenti arraffone hanno tradotto quei principi con le proprie deficienze morali. Non è difficile riconoscere i personaggi che guidavano – e ancora guidano – questi gruppi di saccheggio, blindati dietro sistemi di potere puntualmente rodati, forse un po' invecchiati, ma ancora operativi. Stiamo sperimentando che non è facile convincerli che la festa sia finita. Il loro identikit è alquanto semplice e preciso: si autodefiniscono servitori impagabili dello Stato o del libero mercato, anche se per la verità si sono più che pagati. Sono generalmente liberisti, se si sono arricchiti con soldi pubblici; statalisti, se le «risorse» sono venute dalle loro correnti politiche. Non manifestano mai dubbi sul loro senso etico e si attribuiscono con disinvoltura meriti indiscussi e indimostrabili. Nemici giurati della matematica e di qualunque scienza vagamente esatta, vanno in Chiesa come a teatro, perché non si sa mai e anche perché spesso trovano ambienti ecclesiali molto disponibili. Le organizzazioni sociali ed ecclesiali più in vista li hanno promossi e sostenuti; altre sono rimaste a guardare, cercando contatti e appoggi momentanei, che nei casi migliori hanno favorito qualche posto in Parlamento. Atteggiamenti che hanno indebolito ulteriormente la capacità critica e il tessuto sociale che quelle organizzazioni avrebbero, invece, dovuto stimolare. Anche questi universi, vagamente e tristemente collaterali, dovranno velocemente rinnovarsi se vogliamo ricostruire il Paese e soprattutto se vogliamo tornare a dire qualcosa alla società italiana e all'Europa. Credo che questo processo di cambiamento, del tutto interno alle nostre organizzazioni, sarà il più difficile da compiere ma richieda oggi l'attenzione maggiore.
Su questa commistione strana, tra affarismo casareccio e incapacità di critica al sistema che stavamo subendo, ci siamo trasformati in un Paese di pensionati che, per superare difficoltà oggettive, raccomandava ai propri figli un matrimonio d'interesse con uno dei figli del Presidente del Consiglio. «Il Paese non regge», era il messaggio subliminale: ma non diciamolo e, nel frattempo, si salvi chi può!

I risultati sono nei numeri, oggi impietosi, qualunque sia la fonte cui si attinge

/ In Italia a fine anno la disoccupazione toccherà il 12,9% (il doppio di quella degli Stati Uniti). Molto preoccupante la situazione dei giovani, tra finte partite IVA e lavoro nero o precario. Secondo l'Employment outlook dell'OCSE, sul 2013, il 52,5% degli under 25 ha un lavoro precario: era il 52,9% nel 2012. Prima della crisi ci si fermava al 42,3% (2007). Nel 2000 al 26,2%. La disoccupazione degli under 25, nel 2013, ha toccato quota 40%. Dato ampiamente superato nel 2014: più del doppio del livello pre-crisi (20,3% nel 2007).
/ I Neet (ragazzi tra 15 e 35 anni) sono più di tre milioni: un dato impressionante (una quota di PIL mancato pari al 2,06%) che si aggiunge a quelli sinora presentati. Una popolazione (li ragazzi sfiduciati che non studiano e non lavorano.
/ Di fronte alle difficoltà di trovare una nuova occupazione, si sta incrementando il numero di chi abbandona. In Italia, i disoccupati senza lavoro da almeno 12 mesi sono il 57% del totale, con un picco del 61,5% tra gli over 55. Nell'area OCSE 16,3 milioni di disoccupati sono in questa condizione: più del 35% dei disoccupati. L'Italia è l'unico Paese, tra i primi cinque area OCSE, in cui il tasso di disoccupazione continua a crescere. Il dato assume tutta la sua drammaticità se confrontato con quello di Paesi più virtuosi: Norvegia (3,3%), Giappone (3,5%), Corea del Sud (3,7%), Austria (4,7%), Svizzera (4,8%), Messico (4,9%) e Germania (5,1%).
/ Tra coloro i quali hanno potuto, invece, continuare gli studi il 70% ha seguito un percorso lontano dalla successiva attività professionale. La distanza aumenta ancora se si prendono per riferimento gli studi universitari. I laureati, infatti, diminuiscono costantemente: sono il 20% della popolazione fra 25 e 34 anni. La metà della media OCSE. Il saldo fra giovani laureati che escono e vengono in Italia è negativo (-1,2%, secondo un rapporto di Manageritalia). Il peggiore della UE.
/ Siamo diventati il quarto Paese dell'area OCSE per diffusione di false partite IVA. Secondo le rilevazioni del centro studi ImpresaLavoro, sulla base dei dati pubblicati dal World Economie Forum, la ragione potrebbe essere l'inefficienza del mercato del lavoro da anni soggetto a riforme che hanno determinato cambiamenti tutti centrati, quasi esclusivamente, sui contratti di lavoro. Cambiamenti peggiorativi che hanno dato per risultato oltre 40 tipologie di contratti differenti. Una fonte di guadagno non indifferente per consulenti e certificatori; un peso in più, naturalmente, per le imprese. Alcune di queste tipologie contrattuali, come era facile prevedere, hanno precarizzato intere generazioni senza offrire flessibilità in uscita e neppure occupabilità.
/ Secondo lo studio appena citato, il mercato del lavoro italiano sarebbe ultimo per efficienza in Europa e 136esimo su 144 censiti nel mondo. In termini di efficienza ed efficacia ci troveremmo a un livello leggermente superiore a quelli di Zimbabwe e Yemen e inferiore a quelli di Sri Lanka e Uruguay. Gli indicatori rispetto ai quali è stata stilata la classifica sono:
– collaborazione nelle relazioni tra lavoratori e datore di lavoro
– flessibilità nella determinazione del salario
– capacità di legare lo stipendio all'effettiva produttività
– efficienza nelle modalità di assunzione e licenziamento.
/ Siamo davanti alla sola Romania, per trasparenza nell'affidare posizioni manageriali in base al merito e ultimi nella capacità di attrarre e trattenere talenti. Al contempo la distanza tra i guadagni dei manager, rispetto alla busta paga dei lavoratori, è cresciuta esponenzialmente. Minori capacità, maggiori benefici personali.
/ L'Unione europea, in riferimento alla produzione dell'industria italiana, ci ricorda che in Italia la produttività è rimasta ferma anche mentre diminuiva il costo del lavoro. Il contrario esatto di quanto accaduto in altri Paesi europei e soprattutto negli Stati Uniti dove, al diminuire del costo del lavoro, si incrementava la capacità produttiva, ottenendo così un prezioso doppio vantaggio. Nel report si legge che «il potenziale del settore manifatturiero italiano è un 15% al di sotto dei livelli anteriori alla crisi (con un calo di almeno il 20% registrato in 14 settori su 22, e un massimo del 40% nel settore automobilistico). Tutto ciò è conseguenza di un calo medio della produzione manifatturiera pari al 24,5% e di una riduzione del tasso di utilizzo degli impianti pari a otto punti percentuali». Di fronte al calo della produzione industriale dell'Italia (25% rispetto al 2007), gli esperti di Bruxelles chiedono un «impegno continuativo per far emergere un contesto imprenditoriale competitivo».
/ A questa situazione si aggiunge l'ulteriore peso del carico fiscale che l'Ufficio studi della CGIA calcola in 15.330 euro a famiglia. Secondo i calcoli effettuati, con una pressione fiscale che per il 2014 è destinata a toccare il record storico del 44%, quest'anno i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino all'il giugno. A fronte di un prelievo così ingente il debito pubblico continua a crescere e non è possibile effettuare nessun tipo di controllo o correlazione sulla destinazione di questi fondi.
/ Il sistema bancario, e il modo in cui ha affrontato le difficoltà del Paese, completano il quadro. Con una crisi del credito, soprattutto per le imprese, che sarebbe persino difficile confrontare con quanto accaduto in altri Paesi europei, le banche continuano a investire su prodotti finanziari considerati sicuri, togliendo risorse all'economia reale. Rispetto all'aiuto che la Banca centrale europea ha fornito loro in più occasioni questa situazione risulta davvero intollerabile.
Anche cambiando il punto di osservazione dei fenomeni o gli ambiti di analisi, si arriva sempre alle stesse conclusioni. Sarebbe un vantaggio importante, se la si usasse con intelligenza, avere una visione chiara delle sfide che abbiamo davanti. Da tali valutazioni si deve ripartire, per invertire la tendenza con il coraggio che le difficoltà attuali richiedono. Può, e deve, essere un modo per cambiare atteggiamento e classi dirigenti risultate inadeguate. Diventa impellente ripartire da una visione dell'economia che, a tutti i livelli, recuperi una mission pienamente umana e, finalmente, meccanismi di ridistribuzione della ricchezza e delle opportunità.

Nel 1931 Albert Einstein affermava...

«Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.
La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere "superato".
Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza.
L' inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla». [1]
In questa situazione di difficoltà c'è tanta speranza ancora da coltivare!

NOTE

1 A. EINSTEIN, Il mondo come io Io vedo, Newton Compton, Roma 2012.

* Founder e amministratore di «Ideeimpresa» (www.ideeimpresa.it)

(Fonte: Orientamenti pastorali, 10/2014, pp. 50-55)