Benigni chiosa Dante

Virgilio Fantuzzi

benigni-dante
Roberto Benigni attore e autore di film come La vita è bella (1997) e Pinocchio (2002), toscano fino alle midolla, imbevuto della cultura popolare tipica della sua terra, legge e commenta il 33° canto del Paradiso alla televisione (RAI uno) in prima serata l'antivigilia di Natale (23 dicembre 2002). Record di ascolti (più di 12 milioni di spettatori). Boom di vendite della Divina Commedia nelle librerie. Si tratta di un evento fuori dal comune. Ce ne occupiamo perché anche noi, alla pari di tanti altri, siamo rimasti attoniti nel sentir parlare di Dio, del mistero della Trinità, dello Spirito Santo, della Vergine in una trasmissione di gran seguito non dedicata espressamente alla catechesi, con un linguaggio che - pur mantenendosi in bilico tra iperbole e paradosso - ha saputo evitare tanto l'irriverenza quanto la banalità.

Poesia colta e tradizione orale

Cercheremo di trascrivere la sostanza di ciò che l'attore ha detto a viva voce. Impresa tutt'altro che facile, dato che Benigni, da buon comico quale è, si esprime, oltre che con la parola e il tono della voce, anche con la mimica facciale e la gestualità di tutto il corpo. Inoltre, come c'era da aspettarsi, la sua non è stata una lezione cattedratica, ma una proposta della poesia di Dante, che discende da una tradizione popolare, e più precisamente contadina, imparentata con i «maggi», rappresentazioni diffuse fino a qualche decennio fa nell'Appennino toscano, e con l'usanza dei pastori, praticata anche in altre regioni d'Italia, di recitare all'aperto, pascolando il gregge, interi canti della Divina Commedia, come pure dell'Orlando furioso e della Gerusalemme liberata. Anche le espressioni teologiche, inerenti all'argomento, vanno inserite nel contesto di questa cultura orale, che abborda talvolta temi difficili rendendoli accessibili agli illetterati con quel tono familiare, che il popolo minuto ha sempre ritenuto di poter adottare nei confronti del sacro.
Nel suo viaggio attraverso i regni dell'oltretomba Dante Alighieri raggiunge l'apice del Paradiso. Benigni avverte che, per cogliere il senso dei versi scritti dal poeta, bisogna credere che egli sia stato veramente in Inferno, in Purgatorio e in Paradiso. «C'è proprio stato. Non ha fatto finta di andarci. Ha visto con i suoi occhi tutto quello che descrive... non perché Dio c'è, ma perché ci sia. Dopo la Divina Commedia Dio c'è di più. Lo si sente e lo si vede con maggiore chiarezza. Tutto ciò che è bello viene da Dio e avvicina a Dio. La bellezza ci porta verso Dio. Ce lo fa vedere... Cercherò adesso di parlarvi di questa cosa. Se non succede niente, lasciamo perdere. Ma se succede qualcosa... se sentite che dentro di voi si muove una cosina piccola piccola, una scintilla, un fremito, un sussulto... ebbene, io posso assicurarvi che siete voi i poeti. Voi siete Dante. La bellezza, la poesia, il sublime non stanno fuori di voi. La poesia non sta in chi la scrive, ma in chi l'ascolta. E se Dante vi dice che ha visto Dio voi dovete credergli perché un poeta non mente».
Benigni parla del Paradiso e lo descrive come se lo stesse vedendo in questo momento: «Gli angeli, creati da Dio non perché avesse bisogno di qualcuno che lo servisse e gli dicesse: "Quanto sei bello! ", ma perché non riusciva a contenere in sé la grandezza del suo amore, e perciò s'aperse in nuovi amor l'etterno amore... Gli angeli sono milioni di miliardi e quando si muovono in schiera producono scie luminose che sono come fiumi di fuoco dal quale sprizzano scintille come dal ferro incandescente. I beati irradiano attorno a sé tanta luce che la loro assemblea assomiglia a un lago di luce. E al posto di questo lago c'è una specie di arena dove tutti i beati, vestiti di bianco, sono come petali di una candida rosa. Sul punto più alto della rosa c'è lei, Maria: la donna più straordinaria, la bellezza fatta persona, una cosa da pensarci, da volerle bene, da mandarle anche soltanto un saluto: "Ave, Maria", che dopo ci si sente migliori. Cosa ci può essere di più bello? E il bello è che quella donna lì, non solo a Dante, ma anche a Dio gli piace proprio. Si sente che Dio ha per Maria un amore totale, come accade a noi uomini quando ci innamoriamo, perché Dio è anche uomo. Gli piace quella donna. È innamorato di Maria».

Gli occhi della Madonna

Dante è giunto alla fine del suo viaggio. Vorrebbe parlare con Maria ma, essendo in carne e ossa, pensa di non poterlo fare direttamente. Per questo si rivolge a san Bernardo e gli chiede di parlare al suo posto. «Bernardo - prosegue Benigni - era servo umilissimo, alunno zelantissimo, amante intimissimo della Madonna. Una di quelle anime (ce ne sono tante anche oggi) che passano la vita in contemplazione di questo mistero di sconfinata bellezza. Bernardo dice a Dante che farà per lui questa ambasciata. Chiederà a Maria se questo uomo, che ha fatto un viaggio così lungo per arrivare dal buco più oscuro della terra fino lassù, in mezzo a tutta quella luce, potrà vedere Dio. Dante non può tornare sulla terra senza essere in grado di dire agli uomini come è fatto Dio. Per questo chiede a san Bernardo: "Gli dici tu alla Madonna se mi fa vedere Dio per un secondo?... A lei Dio non può dire di no".
«San Bernardo ci prova e comincia così: "Vergine Madre, figlia del tuo figlio...". È un verso famosissimo. Lo abbiamo sentito tante volte ma, ogni volta che lo si risente, si rimane a bocca aperta per lo stupore. Ogni termine è il contrario dell'altro... Il mistero della Trinità è di una bellezza sconvolgente. Un bambino lo capisce subito. È uno, ma sono tre: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Poi c'è la Madonna che è figlia del Padre, madre del Figlio e sposa dello Spirito Santo... Ricordo che quando ero piccolo e andavo al catechismo avevo queste cose chiare nella mente. Mi pareva la cosa più naturale di questo mondo. Poi sono cresciuto, ho cominciato a ragionare e... non capivo più nulla. Da bambino però avevo capito tutto. Umile e alta più che creatura. La più bassa e la più alta. Termine fisso d'etterno consiglio. Il punto di arrivo della storia dell'umanità. Il termine al quale dobbiamo guardare per ricordarci chi siamo e dove andiamo. Il consiglio di Dio ha stabilito che da questa donna in poi comincia una nuova era».
Rivolto alla Vergine, Bernardo dice: «Tu se' colei che l'umana natura / nobilitasti sì, che'l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura». Benigni commenta alla sua maniera: «È come se io facessi una cosa e poi dicessi: "È talmente bella, mi piace così tanto che mi faccio fare da lei". Ma quanto gli piaceva a Dio questa donna! Pensa cosa ci doveva essere negli occhi di Maria! Nel ventre tuo si raccese l'amore, / per lo cui caldo ne l'etterna pace / così è germinato questo fiore. I commentatori dicono che questo fiore è la Chiesa. A me piace piuttosto pensare che sia Cristo, fiore sbocciato nel grembo caldo di Maria. Qui se' a noi meridiana face / di caritate... Qui dove siamo noi, in Paradiso, sei sole dardeggiante di carità, che è poi la pietà e l'amore che Cristo ha portato sulla terra, perché prima di Cristo non c'era sulla terra né la carità, né la pietà. Questo è bene saperlo... E giuso, intra' mortali, / se' di speranza fontana vivace. Uno zampillio di speranza, che mi vien voglia di mettermi sotto gli zampilli di questa fontana per farmi rinfrescare da cima a fondo. Donna (parola che a quell'epoca voleva dire signora), se' tanto grande e tanto vali, / che qual vuol grazia e a te non ricorre / sua distanza vuol volar sanz'ali. Se uno vuole qualcosa deve rivolgersi a lei, perché così ha deciso Dio. Bisogna rivolgersi a lei per qualsiasi cosa bella, se no la speranza non vola».
Dopo aver detto quello che pensa della Madonna, san Bernardo parla di Dante: «Or questi che da l'infima lacuna / de l'universo in-fin qui ha vedute / le vite spiritali ad una ad una...». Benigni semplifica: «Guarda, Maria, che questo viene proprio da un postaccio. Ha fatto un viaggio che, solo a pensarci, vengono i brividi... Supplica a te, per grazia, di virtute / tanto che possa con li occhi levarsi / più alto verso l'ultima salute. Dagli la possibilità di vedere Dio. E io, che mai per mio veder non arsi / più, ch'i' fo per lo suo... Mi interessa che lo veda lui più di quanto m'interessi vederlo io, guarda un po' cosa ti dico... Tutti i miei prieghi / ti porgo e priego che non sieno scarsi... Spero che bastino... Perché tu ogne nube li disleghi / di sua mortalità co' prieghi tuoi, / sì che 'l sommo piacer li si dispieghi. Dice alla Madonna: "Levagli la nube della sua mortalità". Perché Dante era come uno di noi. È andato lì così. E noi non possiamo vedere Dio finché siamo così come siamo. Bernardo dice a Maria: "Fallo trasumanare", è un verbo, già usato da Dante, che significa passare dall'umano al divino. Fallo diventare Dio per un momento. Ancor ti priego, regina, che puoi / ciò che tu vuoli (a lei tutto è concesso) che conservi sani, / dopo tanto veder gli affetti suoi. Perché queste sono cose che possono sconvolgere la mente di un uomo. C'è da diventare pazzi. Come i mistici che hanno avuto per un momento una visione e dopo non sono più gli stessi di prima».
Finita la preghiera di san Bernardo, il poeta prosegue: «Li occhi da Dio diletti e venerati...». Benigni ne approfitta per ribadire: «Ma quanto gli piacerà a Dio questa donna!... Indi all'etterno lume s'addrizzaro... La Madonna guarda Dio per un momento. Fa così. Voi dovete immaginarvi questa cosa qua...». Benigni mima lo
sguardo della Madonna che si volge dal Dottore Mellifluo, che ha appena finito di parlare, a Dio, come per chiedere il suo consenso. «Lei lo ha guardato così, normalmente: cosa che non è possibile per nessuno al mondo. Soltanto Maria può guardare Dio così. Bernardo m'accennava, e sorridea, / perch'io guardassi suso... Bernardo fa cenno a Dante come per dirgli: "Te lo fa vedere...", ma Dante in quel momento stava già guardando... Ma io era già per me stesso / tal quale ei volea. Figuriamoci se poteva resistere dopo che la Madonna gli aveva detto di sì... ché la mia vista, venendo sincera... Era stato mondato da tutto. Stava diventando Dio... E più e più intrava per lo raggio / de l'alta luce che da sé è vera. Poiché quella è la verità. Non c'è più niente oltre Dio. È scritto che un giorno tutti noi vedremo la verità. Di più: lo saremo. Ognuno di noi sarà la verità. Sarà Dio. Questo è certo».

Il respiro di Dio

Benigni pone una domanda: «Cosa vede Dante guardando dentro Dio?», e trova la risposta nelle parole del poeta: «Nel suo profondo vidi che s'interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l'universo si squaderna...». Il commento a questa terzina offre all'attore l'occasione per scatenarsi in una farandola di locuzioni verbali: «Lì dentro, concentrato in un punto solo, c'era tutto ciò che esiste sparpagliato nell'universo... Sustanze e accidenti e lor costume... In quell'attimo in cui Dante ha potuto gettare lo sguardo nella luce di Dio, ha visto ciò che per l'eternità è da sempre in tutto. Ha visto l'infanzia di tutti noi. Ha visto i cieli di tutti i mondi. Ha visto gli amori appena sbocciati, che non sono andati a termine. Ha visto ognuna delle nostre vite. Ha visto noi qui stasera mentre stiamo parlando di lui. Ha visto Giulio Cesare a cavallo. Ha visto lo zoccolo del cavallo dí Cesare e la zolla di terra sulla quale batte lo zoccolo. Ha visto l'erba calpestata dal cavallo di Cesare. Ha sentito il tonfo di una castagna che cade d'ottobre. Ha visto tutti gli atti di coraggio che non sono giunti a compimento. Ha visto fiori che sono sbocciati dove nessuno ha mai posato gli occhi o le mani...».
Ora Dante è davanti a Dio: «Ne la profonda e chiara sussistenza / de l'alto lume parvermi tre giri / di tre colori e d'una contenenza...». Benigni spiega: «Non immaginate di vedere tre cerchietti... Stiamo parlando di Dio. Se gli angeli erano milioni di miliardi e formavano un fiume di luce, immaginatevi cosa può essere Dio... Non sono nemmeno gli anelli di Saturno... È una cosa che non può stare dentro la nostra mente, troppo piccola, perché è immensa, incommensurabile, inaccessibile... Tre giri è la Trinità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Di tre colori e d'una contenenza...distinti e sovrapposti... E l'un da l'altro come iri da iri / parea reflesso... Iri è l'arcobaleno. Quindi l'uno era riflesso dall'altro come arcobaleno da arcobaleno... e 'l terzo parea foco / che quinti e quindi igualmente si spiri. Veniva dall'uno e dall'altro; cioè lo Spirito Santo che proviene dal Padre e dal Figlio. Ora, lo Spirito Santo, che Dante chiama il Santo Spiro, che cos'è? È il respiro di Dio. Dio è vivo; è il più vivo di tutti noi, e respira; lo Spirito Santo è il suo respiro. Ma che cos'è questo respiro? Il respiro di Dio è l'amore. L'amore del Padre per il Figlio e l'amore del Figlio per il Padre. Lo Spirito è questo amore e il desiderio di questo amore. Allo stesso tempo è anche il desiderio di ogni altro amore. L'amore è prima di tutto desiderio di amare. Il desiderio di amare fa sì che chiunque ami sa già in partenza che il suo amore non andrà mai perso. Questo è lo Spirito Santo: il desiderio di amore che attira gli esseri l'uno verso l'altro. Un desiderio irresistibile, che fa sì che tutto stia insieme».

Un vivo tra i beati

Dante è arrivato al punto: «Quella circulazion che sì concetta / pareva in te come lume reflesso, / da li occhi miei alquanto circunspetta...». «Il secondo cerchio - commenta Benigni -, quello che pareva riflesso nel primo e che Dante ha guardato intensamente perché era molto luminoso... Dentro da sé, del suo colore stesso, / mi parve pinta de la nostra effige: / per che 'l mio viso in lei tutto era messo. Ha visto noi. Dante ha visto in Dio il tuo, il suo, il nostro viso. Dio siamo noi. Questo dice Dante. Nel cerchio di Cristo uomo ha visto se stesso, ma nella sua faccia ha visto la nostra faccia, la faccia di tutti noi. Dio siamo noi. Così Dante ha potuto guardarsi. E a questo punto non gli basta più vedere; vuole anche capire. Si sforza, con tutte le capacità di cui dispone, di capire come sia possibile che, guardando Dío, abbia visto se stesso. Ma capire questa cosa è impossibile alla mente di un uomo, e allora dice: "Qual è geomètra (il matematico) che tutto s'affige (ce la mette tutta) / per misurar lo cerchio (per trovare la quadratura del cerchio)... tal era io a quella vista nova: / veder voleva come si convenne / imago al cerchio e come vi s'indova (voce del verbo indovare, coniato da Dante su due piedi)... Voleva capire come era possibile che la sua immagine si trovasse dentro quella cosa che, come ha ripetuto più volte, non era capace di dire, mentre invece l'ha detta benissimo riuscendo a descrivere Dio nei minimi particolari... Si concentra fino allo spasimo prima di accorgersi che non ce la fa... Ma non eran da ciò le proprie penne... L'impresa era superiore alle sue forze... Se non che la mia mente fu percossa / da un fulgore in che sua voglia venne. La mente di Dante fu investita da una luce abbacinante che appagò in un attimo ogni suo desiderio».
«Dante era là. Questo lo sapeva. La Madonna glielo aveva promesso. Tutti i santi avevano pregato per lui. Il suo desiderio era stato esaudito. Aveva ottenuto la percezione di Dio. Dante crede fermamente di aver ricevuto questo dono straordinario e dice: "A l'alta fantasia qui mancò possa...". Si rende conto che la fantasia umana è altissima, ma questa è una cosa che oltrepassa ogni limite. Quello che è troppo, è troppo! Un uomo che si trova a vivere un'esperienza di questo genere potrebbe rimanere incenerito. La Madonna, richiesta esplicitamente di ciò da san Bernardo (Vinca tua guardia i movimenti umani...) è venuta in suo soccorso e lo ha fatto rimanere sano. Dante ha visto Dio ed è potuto tornare a raccontarcelo... Ma già volgeva il mio disio e 'l velle, / sì come rota ch'igualmente è mossa... Mentre credevo di morire annientato dal bagliore accecante della visione, ecco che il desiderio e la volontà, destandosi a poco a poco dentro di me, mi fanno capire che sono ancora vivo.
«C'è qualcosa che sta per mettersi di nuovo in cammino, come la ruota che, quando gira, coinvolge tutte le sue parti in un movimento perfettamente uniforme. Non può esserci immagine più semplice e più efficace di quella della ruota. Quando uno non ce la fa più ad andare avanti e ha come l'impressione di precipitare nel vuoto, ecco che la vita riemerge dal caos e tutto torna a girare, con la perfezione del movimento della ruota, nell'equilibrio della natura, nell'armonia dell'essere, nella meraviglia della vita, nella straordinarietà dell'essere vivi. Dopo aver visto Dio, da quella esperienza che tramortisce i sensi e paralizza l'intelletto, Dante è tornato vivo. Chi è che lo ha fatto tornare così per intercessione della Madonna? Dio, cioè, come si chiama con una parola sola: l'amor che move il sole e l'altre stelle. Questo è il suo nome».

«L'ultimo del Paradiso»

Dopo la lettura e il commento, Benigni recita a mente tutti di seguito i 145 versi del canto (L'ultimo del Paradiso, è questo il titolo dello show) senza vistose accentuazioni nella voce, assumendo il tono confidenziale di un amico che parla con un amico perché ha da dirgli qualcosa che sgorga dal cuore. Non parole lanciate al vento per attirare l'attenzione di una platea distratta, ma una comunicazione sommessa, che ogni spettatore può intendere come rivolta a lui personalmente.

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,

tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l'amore,
per lo cui caldo ne l'etterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se' a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ' mortali,
se' di speranza fontana vivace.

Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz' ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l'infima lacuna
de l'universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l'ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi
più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co' prieghi tuoi,
sì che 'l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».

Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l'orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;

indi a l'etterno lume s'addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s'invii
per creatura l'occhio tanto chiaro.

E io ch'al fine di tutt' i disii
appropinquava, sì com' io dovea,
l'ardor del desiderio in me finii.

Bernardo m'accennava, e sorridea,
perch' io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:

ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de l'alta luce che da sé è vera.

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.

Qual è colüi che sognando vede,
che dopo 'l sogno la passione impressa
rimane, e l'altro a la mente non riede,

cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.

Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.

O somma luce che tanto ti levi
da' concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,
ch'una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;

ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.

Io credo, per l'acume ch'io soffersi
del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.

E' mi ricorda ch'io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi
l'aspetto mio col valore infinito.

Oh abbondante grazia ond' io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!

Nel suo profondo vidi che s'interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squaderna:

sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch'i' dico è un semplice lume.

La forma universal di questo nodo
credo ch'i' vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch'i' godo.

Un punto solo m'è maggior letargo
che venticinque secoli a la 'mpresa
che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.

Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.

A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;

però che 'l ben, ch'è del volere obietto,
tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch'è lì perfetto.

Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.

Non perché più ch'un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch'io mirava,
che tal è sempre qual s'era davante;

ma per la vista che s'avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom' io, a me si travagliava.

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l'alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d'una contenenza;

e l'un da l'altro come iri da iri
parea reflesso, e 'l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.

Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,
è tanto, che non basta a dicer 'poco'.

O luce etterna che sola in te sidi,
sola t'intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!

Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che 'l mio viso in lei tutto era messo.

Qual è 'l geomètra che tutto s'affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond' elli indige,

tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l'imago al cerchio e come vi s'indova;

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

A l'alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e 'l velle,
sì come rota ch'igualmente è mossa,

l'amor che move il sole e l'altre stelle.

Altissima poesia: non c'è bisogno di ripeterlo. Teologia fatta suono, evocazione di immagini accessibili soltanto all'occhio della mente. Un esempio di ciò che la televisione potrebbe fare qualora fosse utilizzata, come è nella sua natura, per diffondere conoscenza e non per riempire il cervello degli spettatori con le futilità invadenti e fuorvianti che ogni giorno ci umiliano.

(Civiltà Cattolica 154 (2003), 1° febbraio, n. 3663, pp. 243-252)