L'Inferno di Dante

Angelo Mundula

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Il noto critico Giorgio Bàrberi Squarotti ci offre una originale rilettura dell'Inferno dantesco evidenziando l'ispirazione evangelica e cristiana della Commedia, oltre alla feconda compresenza della letteratura e della tradizione classica e biblica.

Il viaggio di salvezza della Commedia

Ho appena finito di leggere Tutto l'Inferno di Giorgio Bàrberi Squarotti (Franco Angeli, Milano 2011) e ritengo che non io soltanto o pochi altri, ma tutti, davvero tutti debbano sentire verso l'Autore e il suo lavoro una gratitudine infinita oltre che un'infinita ammirazione. Si tratta di un lavoro certosino, di puntuale commento a ciascun canto di questa prima Cantica della Commedia dantesca compreso il "grandioso prologo", e l'insigne dantista ne rileva subito il carattere fondamentalmente religioso, di "rivelazione universale", di significato escatologico, di cui peraltro sono sempre fedeli portatori gli innumerevoli personaggi che Dante incontra nel suo viaggio ultramondano che conduce dal peccato alla salvezza. Lo fa partendo dalla sacralità del numero tre in cui si articola la Commedia, con le sue tre Cantiche, appunto, composta ciascuna di 33 canti che, con l'aggiunta del "grandioso prologo", porta, infine, a cento il numero totale in cui dovrebbe ricomporsi, insieme con la Trinità, la finale unità di Dio. Basterebbe già questa simbologia a escludere ogni connotazione "realistica" del poema. E, di fatto, neppure i personaggi che Dante incontra sono personaggi "reali", come purtroppo più volte si è ritenuto, sebbene siano facilmente individuabili come tali, né Dante si propone, invero, di ottenere dai loro incontri degli effetti letterari (patetici o drammatici che siano), ma di servirsene, appunto, sia che appartengano alla Storia o al mito o al basso o all'alto ceto o altro che possa dirsi, come di "esemplari" delle particolari funzioni ad essi ogni volta demandate e da essi, poi, proiettate su Dante a segnarne, con acribia, la funzione stessa del viaggio di salvezza sotto l'occhio di Dio che l'ha voluto e, in ogni occasione, protetto. Insomma, neppure Dante è, nel suo viaggio, un uomo "reale", sebbene anche qui debba dirsi che lo è e ad altissimo grado, ma quiè, per motivi funzionali al poema, essenzialmente «figura dell'uomo che percorre l'esperienza dei vizi e delle virtù degli uomini e delle manifestazioni della giustizia di Dio». Dante, infatti, è anche un personaggio che ha una sua storia ben precisa e definita e, anzi, nelle tre Cantiche c'è questa ricorrente "sfida" tra vita e poesia, ivi compresa la sfida della lingua se è vero che il Poeta dovrà servirsi di quel volgare italiano «così giovane ancora e fragile» prima di essere, per dir così, collaudato dallo stesso Dante «nell'atto stesso della scrittura della Commedia».
Chiaro è, dunque, fin dall'inizio, il carattere allegorico del poema e il dantista, con grande forza e precisione di riferimenti storici e letterari, ne critica i fondamenti polemici tendenti a escluderlo troppo poggiando sul razionalismo settecentesco e sulla "pateticità" delle estetiche romantiche. Perciò non fa meraviglia ch'egli ponga nel suo mirino di perfetto cacciatore degli errori interpretativi della Commedia due clamorosi esempi quali De Sanctis e Croce. Non potrebbe comprendersi, alla luce di quegli esempi, ci dice il critico, la presenza stessa di Virgilio soltanto come personaggio, e non come colui che incarna la «ragione umana priva della grazia», tant'è che, nei casi più difficili e controversi, Virgilio stesso è costretto a fare riferimento alla volontà di Dio (al Dio di Dante) perché il viaggio proceda senza intoppi. Che è anche una conferma, se ce ne fosse bisogno, del carattere fondamentalmente religioso della Commedia (e dell'eccezionale esperienza religiosa che può farci vivere la sua lettura, secondo l'illuminante notazione di Bàrberi Squarotti). Ma la Commedia conferma anche il suo carattere politico sia pure riguardo non tanto alle singole vicende in cui Dante stesso ebbe un ruolo più o meno importante, quanto, in linea generale, al ben più ampio problema della responsabilità di ogni uomo di fronte agli avvenimenti che toccano il suo tempo e l'azione politica che lo riguarda da una parte e, dall'altra, la responsabilità dei detentori del potere, sia dell'uso distorto ch'essi ne facciano, sia quando pretendono di sostituire o di asservire il potere religioso ai propri fini sia quando questo si avvale delle armi sue proprie per fini esclusivamente mondani. Ma almeno altre due coordinate ha Dante presenti all'atto stesso di scrivere la sua Commedia. Perché, intanto, Commedia: per la perfetta coscienza e conoscenza che ebbe Dante delle profonde differenze dialettali fra regione e regione, fra città e città e, talvolta, come anche oggi accade, fra città e contado; e perciò della necessità di una lingua che tutti potessero capire e che, allo stesso tempo, fosse funzionale alla materia narrata, al di là di quel latino che restava appannaggio delle classi colte e abbienti. Dante inventò, così, quella lingua volgare d'Italia che, con continui aggiustamenti e arricchimenti, è arrivata fino a noi. Ma non solo. La diffusione della Commedia, di un poema universale come la Commedia, doveva necessariamente prevedere la possibilità di comprendervi «sublime e grottesco, umile ed eccelso, volgarità e contemplatività», insomma un'estrema varietà di stili che Dante è sempre riuscito a manovrare con straordinaria abilità e chiaroveggenza, rendendosi conto fino in fondo che la non universalità della lingua, rispetto a quelle, certo universali, di Shakespeare o dello stesso Virgilio dell'Eneide, cui Dante ha sempre guardato come a un modello supremo e insuperabile, poteva essere compensata soltanto dall'universalità dell'argomento e dalla vastità del pubblico cui si rivolgeva.

Una lettura evangelica e cristologica

Nella sua minuziosa disamina, Bàrberi Squarotti riesce felicemente a enucleare, con molta coerenza, una interpretazione religiosa, volentieri evangelica, spesso cristologica, di alcuni punti oscuri e controversi della Commedia, a cominciare dalla figura (qui si intende allegorica) del Veltro, che Virgilio propone come «incarnazione della Trinità», prendendo le distanze e, anzi, palesemente rigettando le tesi di un'idea tutta terrena della Commedia, che giustamente Bàrberi Squarotti ritiene molto lontana dalla concezione religiosa e poetica di Dante. E altrettanto giustamente afferma poco più in là che «letteratura, tradizione classica, tradizione biblica e rivelazione cristiana sono costantemente compresenti nella Commedia»; nella convinzione, del resto, che troverà sempre conferma nell'intelligente lettura del Nostro che «la verità del Cristianesimo (e della tradizione biblica) ha, nella tradizione letteraria e anche mitologica del mondo classico, la possibilità di essere confermata e illustrata per similitudine ovvero per allegoria». Ed è esaltante accogliere la sua interpretazione della giustizia divina così tripartita secondo la Commedia: punizione dei ribelli alla legge di Dio; purificazione per coloro che in tempo si pentirono dei loro peccati; beatitudine per i Santi del Paradiso, così spiegando che, già all'inizio dell'Inferno, Dante collochi, in posizione rilevata e rilevante, la parola "giustizia". Dante, poi, è molto preciso e attento nell'accogliere, sì, con tutti gli onori, gli spiriti magni della filosofia araba e della storia musulmana, o di Grecia o di Roma, chiamando Omero "poeta sovrano" o Averroè come colui che «'l gran comento feo», così innovando una tradizione mai infranta nella letteratura cristiana, ma pur sempre precisando che la loro grandezza non potrà essere mai compiuta perché lontana dalla «rivelazione della verità ultima di Dio». E anche quando parla di Minosse, ci informa in qualche modo ch'egli non è affatto un giudice, perché non fa altro che dare esecuzione alla volontà (al giudizio) di Dio e solo il suo modo di interpretarla attiene a quell'"atmosfera bassa", "comica" che è propria dell'Inferno. E ancora con estrema coerenza metodologica e critica, Bàrberi Squarotti interpreta l'episodio di Paolo e Francesca, non come da molti si ritiene come «incarnazione dell'amore passionale», ma come l'esempio della punizione che consegue a chi abbia confuso la vita con la letteratura e come condanna della letteratura stessa quando tratta la materia erotica in modo tale da indurre al peccato il lettore facendosene complice o istigatore. Il rapporto "tutto fisico" di Paolo e Francesca andrebbe poi letto in parallelo con quello che nella Vita nuova viene invece ricordato, al contrario, come esempio di rispetto e di onestà dello stesso Dante e di Beatrice. In questa prospettiva, meglio si capisce anche perché Dante tenda a collocare alcuni personaggi dei libri tra le figure esemplari per meriti o demeriti che Dante propone – esemplarmente, appunto – ai suoi lettori, sempre in funzione ammonitoria e conoscitiva del procedere della giustizia di Dio.
Il grande dantista tiene sempre a precisare che perfino le similitudini naturali, anche quando si riferiscano a vere e proprie esperienze del Poeta, hanno sempre un valore esemplare, ed è questo che conta, non certo il loro "realismo", così lontano dall'esperienza poetica di Dante. A parte il fatto che il discorso del Poeta è teologico, non storico. Ma è particolarmente interessante notare – con il grande esegeta – che perfino Virgilio, pur sommo tra i poeti dell'antichità, ha occasione di rivisitare in parte la propria storia anche personale e privata alla luce, non più della Storia, ma della verità suprema che anche a lui viene dall'esperienza dell'aldilà. Interpretazioni sempre perspicue di Bàrberi Squarotti che, come accade, aggiungono un di più di senso al senso già acquisito. E sempre più indimenticabile ci appare il sommo Virgilio, capace perfino di abbandonare, per esigenze descrittive, lo stile alto, suo proprio, d'alta tragedia (dell'Eneide, per intenderci), per rientrare nello stile "basso" della Commedia dantesca.
Sarà appena il caso di rilevare che il racconto critico di Bàrberi Squarotti è davvero un nutrimento continuo per il lettore, come quando ci avverte, con lo stesso Dante, che non tutte è raccontato, nel poema del gran viaggio oltremondano, ma soltanto ciò che è funzionale rispetto alla rivelazione dello stato delle anime dopo la morte, lasciando aperto ben più che uno spiraglio alla curiosità e all'interesse. Ed è nelle more stesse del viaggio che Dante riesce a mettere a punto il "suo" volgare, facendone sempre più lo strumento imprescindibile e quanto mai adeguato per rappresentare al meglio quel carattere «grandiosamente grottesco e degradato della punizione dei peccati» che toglie ai peccatori quasi ogni parvenza umana. Ma tutto, in questo Inferno, è in qualche modo esemplare: perfino quelle ricorrenti intemerate che Dante rivolge ora ai Bolognesi ora ai Lucchesi o ai Sardi o ai Genovesi o, più volentieri, agli stessi Fiorentini o ai Pisani, per rimproverare loro alcuni peccati specifici ma soprattutto per mettere in luce, ancora una volta, la gravità del peccato stesso e della pena, sottolineandone ancora una volta l'esemplarità e così anticipando di molti secoli quella che sarebbe stata la funzione, appunto, esemplare della pena in tutti gli ordinamenti giuridici. Ma il grande poeta cristiano che è Dante ha sempre cura di sottolineare la differenza fra quella che è stata (e pur resta nella sua indiscutibile grandezza) la poesia di Ovidio, Lucano e lo stesso Virgilio, e la sua stessa poesia o, sarà più giusto dire, la verità cristiana e letteraria della sua poesia, senza peraltro istituire nessun confronto, come altri hanno fatto, semmai sottolineando soltanto un punto di fondamentale importanza, che è la visione di ogni atto o fatto o personaggio «dal punto di vista della giustizia di Dio»: ciò che gli altri non avrebbero mai potuto vedere né sapere. E, di fatto, «la pena più crudele è sempre raffigurata come la perdita della forma umana, che è quella che fa l'uomo simile a Dio, secondo la formula biblica». Del resto, lo "spazio cristologico" che è proprio ed esclusivo della poesia di Dante lo allontana per sempre da qualsiasi altro termine di paragone e dal pur suggestivo viaggio di Ulisse, che resta, nella rappresentazione che ne offre Bàrberi Squarotti, un "maestro di frode" intellettuale ben lontano, in fondo, da quella interpretazione umanistica e romantica che gli è stata appiccicata addosso. Non si dimentichi, del resto, ch'egli è un peccatore, «dannato nel fondo dell'Inferno». Tutto in lui nasce ( e muore) dalla «presunzione di tutto poter essere e di tutto poter conoscere con le sue sole forze». In definitiva, dunque, il vero Ulisse, il vero, grande viaggiatore cristiano è proprio Dante, che compie il suo viaggio per volontà e grazia di Dio e sotto il suo occhio vigile e protettivo. Infatti Dante riuscirà alla fine a vedere Dio mentre Ulisse concluderà il suo viaggio in pieno naufragio davanti alla montagna del Purgatorio. In modo, evidentemente, simmetrico. Perfino di fronte alla conversione di Guido da Montefeltro, Dante non abbandonerà di un ette il suo rigore di cristiano attento a non confondere mai – paolinamente – la lettera con lo spirito, la forma (esteriore) con la sostanza (interiore).

L'esemplarità di un linguaggio

Ma è soprattutto meraviglioso constatare ogni volta che chi ci racconta – criticamente – il viaggio di Dante ha sempre presenti dinanzi a sé le tre Cantiche che lo contengono tant'è che egli riesce a istituire, di quando in quando, perfetti parallelismi tra punti diversi delle diverse Cantiche, ma anche tra queste e altre opere di Dante, dimostrando, se ne occorresse prova, una conoscenza perfetta non solo di tutta la Commedia, ma di tutto Dante, e in particolare qui della lingua stessa da lui inventata e resa funzionale alla materia dell'Inferno. Da notare, tuttavia, che lo stile, per Dante non è mai affidato a una decisione soggettiva, preventiva per dir così, ma è sempre in qualche misura dettato, per non dire imposto, dalla materia trattata. Di qui anche l'impossibilità, più volte affermata dal Poeta, soprattutto nel Paradiso, di raccontare l'oggetto stesso della sua visione. I problemi del linguaggio sono, peraltro, frequentemente richiamati nella Commedia, come del resto quelli della poesia, volentieri di quella poesia che Dante, per dir così, aveva sottomano. Così che, giunto al fondo dell'Inferno, egli sentirà fortemente il bisogno di adeguare, ancora una volta, nel modo più degno e per tutti esemplare, il suo linguaggio "comico" «allo spettacolo orrendo e tremendo» che gli si offre davanti e sentirà il bisogno, allora, di «rime aspre e chiocce», denunciandone tuttavia l'insufficienza («Le rime chiocce: rocce, buco: suco: conduco, abbo: gabbo: babbo, sono le uniche che Dante possiede»). Peraltro sarebbe impossibile registrare qui tutte le novità tecniche e narrative presenti nella Commedia. Dante non cessa mai di sorprenderci e così il suo attentissimo ed espertissimo esegeta che ce ne fornisce ogni volta, puntualmente, la prova con stretta aderenza al testo, mostrandoci nel contempo la grossolanità di tante altre letture critiche, forse suggestive, ma mai seriamente giustificate dal testo dantesco.
Anche di fronte all'episodio del conte Ugolino, così vulgato, i commentatori, ci dice Bàrberi, hanno fornito un'interpretazione del tutto sbagliata. Non c'è da rallegrarsene, anche se tutto questo serve a tenere sempre vivo, se già non fosse, il dibattito sull'esegesi dantesca. Sta il fatto che non sarà facile per nessuno smontare le precise e anche linguisticamente insormontabili argomentazioni di Bàrberi Squarotti il quale, coerente fino alla fine, giunge a individuare in Lucifero il culmine del "comico", la "deformità assoluta", la "bruttezza totale", in ultima analisi: l'uomo più lontano da Dio. Ma sarà lui a riportare Virgilio e Dante, attraverso la natural burella aperta dallo stesso Lucifero, nella sua caduta, fuori dall'Inferno, finalmente "a riveder le stelle". Nessuno, prima di Bàrberi Squarotti, aveva attraversato l'Inferno (ma poi come si potrà vedere anche il Purgatorio e il Paradiso) con tanta cura dei particolari, con tanto acuta visione dei fenomeni (anche linguistici), con tanto coerente metodologia e, soprattutto, con tanto efficace chiaroveggenza e assoluta padronanza della materia. È facile, dopo il suo racconto critico, sentirsi invogliati a rileggere il racconto dantesco nella sua dolorosa verità umana, cristiana e poetica, pur non essendoci nulla in esso di "pittoresco", come ancora dice Bàrberi Squarotti, che possa farci cadere nella trappola delle suggestioni in cui pure sono caduti tanti paludati lettori, tanti magnificati "dantisti" di rango.

(Feeria, 2014/1 n. 45, pp. 52-55)

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