Il mito

della globalizzazione

Umberto Galimberti

 

La globalizzazione degli scambi
pone fine all'universalità dei valori.
È il trionfo del pensiero unico sul pensiero universale. [...]
Alla fine del processo non si ha più differenza
tra il globale e l'universale.
Anche l'universale viene globalizzato,
la democrazia e i diritti dell'uomo
circolano esattamente come qualsiasi prodotto globale,
come il petrolio o come i capitali.

J. BAUDRILLARD, Power Inferno (2002), p. 57.

1. Ricchezza economica e potenza tecnica a fondamento dei valori dell'Occidente

Dopo il crollo delle due Torri di Manhattan l'Occidente ha improvvisamente riscoperto i suoi valori. Li ha riconosciuti nella libertà e nella democrazia, che ha faticosamente guadagnato nel corso della sua storia e, compatto, si sta disponendo a combattere il terrorismo islamico, il fondamentalismo e il fanatismo, individuati come minaccia per il futuro della propria civiltà. Così ridisegnato il quadro, si sa chi è il nemico e presumibilmente quali sono le cose da fare, che sono poi quelle che si sono sempre fatte, quando il nemico è stato individuato.
Questa logica è vecchia quanto il mondo, ma forse oggi non è più utilizzabile, se vale l'ipotesi che forse il "nemico" non è l'espressione di una cultura altra che si contrappone all'Occidente, ma può essere generato dalla cultura e dalla pratica stessa dell'Occidente, i cui valori sono sì la libertà e la democrazia, ma solo come "derivati" di altri valori ben più fondanti che sono la ricchezza economica e la potenza tecnica. Se questi crollano anche libertà e democrazia vanno alla deriva, come noi europei abbiamo visto negli anni tenebrosi dell'esperienza nazista.
Colpendo i simboli della ricchezza economica e dell'apparato tecnico-militare, i terroristi hanno messo in evidenza quali sono i veri fondamenti dei nostri valori, incrinati i quali, inevitabilmente si ridurranno anche per noi gli spazi di libertà, i margini di sicurezza e speriamo non anche gli spazi di democrazia.
A questo punto dobbiamo cominciare a pensare non tanto a come individuare il nemico che, fuori dall'Occidente, ci minaccia, quanto a quel nesso che rende la nostra libertà e la nostra democrazia dipendenti dal benessere economico, la cui crescita, che sembra debba essere senza limiti, non importa a spese di chi, genera inevitabilmente il nemico.
E come si fa a combattere un nemico generato dalle stesse pratiche economiche che sono a fondamento della nostra libertà e della nostra democrazia, ossia dei valori in cui l'Occidente si riconosce? Qui il circolo vizioso si fa stringente, ma anche tragico, perché là dove il nemico è generato da noi la contrapposizione amico/nemico, su cui finora ha marciato la storia, è azzerata. E riprendere questo schema nella lotta al terrorismo vuol dire non aver capito che le pratiche economiche, che consentono a noi libertà e democrazia, sono le stesse che altrove generano, quando non la fame, la malattia e la morte, senz'altro schiavitù e ribellione.
Qui l'Occidente deve cominciare a pensare se davvero può reggere un sistema dove, come abbiamo già segnalato, 800 milioni di occidentali dispongono dell'83 per cento del reddito mondiale, mentre 1'82 per cento della popolazione mondiale, più o meno cinque miliardi di persone, si spartisce il restante 17 per cento. Occorre pensare se davvero non crea alcun problema il fatto che l'Occidente consuma il 70 per cento di energia, il 75 per cento di metallo, 1'85 per cento di legno, e considerare se non è un po' sproporzionato che le dieci persone più facoltose del mondo possiedono patrimoni che equivalgono a una volta e mezzo il reddito dei 48 paesi meno fortunati del mondo.
Di fronte a questi dati, forniti nel 1997 dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, si obietterà che non c'è alcuna relazione causale tra la povertà nel mondo e il gesto terroristico, perché chi non ha neppure i soldi per mangiare non ha la possibilità di compiere atti che richiedano molto denaro, assiduo addestramento e una notevole competenza tecnica. Certo non c'è nessun rapporto causale. Ma solo perché la storia, a differenza dei congegni meccanici, non ha mai proceduto per cause ed effetti, ma per speranze di vita e margini di futuro.
All'epoca in cui Usa e Urss si spartivano l'influenza sui popoli della terra, per questi popoli c'era un margine di speranza da giocare sfruttando la conflittualità tra americani e sovietici. Ora che l'Unione Sovietica non c'è più, a tutti i popoli che non appartengono al Primo mondo non resta altro futuro se non quello di subire le condizioni poste dal Primo mondo, che è "primo" solo perché e finché persegue la sua crescita economica senza porsi alcun limite.
Qui i margini di futuro si fanno esigui e togliere il futuro a una quantità immane di umanità che abita l'America Latina, l'Africa e l'Asia, senza prevedere una risposta disperata e tragica per tutti, come può essere quella dei popoli senza speranza, è davvero da ingenui o da supponenti.
I popoli senza futuro, se non quello previsto per loro dalla logica economica del Primo mondo, non hanno la possibilità di scatenare una guerra al Primo mondo. E allora, se non scelgono la via della rassegnazione, frange e movimenti possono purtroppo pensare all'arma esecrabile del terrorismo, che non è "nobile" come una guerra dove due eserciti si fronteggiano, ma è l'unica praticabile per chi non può mettere in campo una forza militare e al tempo stesso trova insignificante e indegna una vita che altri decidono per lui, in condizioni di povertà, malattia e morte, come le storie quotidiane del Terzo e del Quarto mondo sono lì ogni giorno a documentare.
Proviamo a indagare il progetto omicida dei kamikaze. Sanno che devono morire, sanno che non vedranno il futuro che con il loro gesto sperano di inaugurare, e allora se vanno volontariamente contro la morte è perché considerano che la loro vita è una non-vita, è già una morte. E qui non si segua lo schema semplicistico secondo cui i kamikaze sono fanatici cui si è fatto credere un paradiso che non c'è, perché, se questo discorso può essere in parte valido per il giovane palestinese che si fa saltare in aria in territorio israeliano, è molto improbabile per piloti addestrati, con un'alta competenza tecnica come la si trova solo da noi in Occidente.
No. Non è fanatismo. È disperazione. È la logica violenta dell'impotenza che risponde alla logica violenta della potenza. Perché se è solo l'interesse economico a decidere quali azioni sono giuste o ingiuste, quali popoli, e dico "popoli" e non "nazioni", sono da punire e quali da proteggere, crediamo davvero di disporre di un criterio giusto e soprattutto tale da non scatenare la reazione terroristica di chi non rientra in questo criterio e insieme non ha i mezzi per mettere in campo un esercito e affrontare il "nemico" a viso aperto?
La violenza può essere elegante come quella occidentale che si esprime con la sua ferrea logica economica e, quando è il caso, con le bombe intelligenti che sbagliano di frequente i loro bersagli, o può essere rozza e proditoria come quella terroristica che fa vittime innocenti, ma non meno innocenti dei bambini che per dieci anni sono morti in massa in Iraq per via dell'embargo occidentale.
Ma la differenza tra eleganza e rozzezza è una vera differenza? O non è più giusto considerare che quando si regolano i rapporti con il resto del mondo meno fortunato di noi, e in parte per causa nostra, in termini di violenza (sia pure elegante come può essere un rigido condizionamento economico o una guerra a viso aperto, e per una causa che, a partire dagli interessi che la promuovono, viene percepita dagli occidentali come "giusta"), possiamo davvero pensare che la risposta non sia altrettanto violenta con i mezzi che i poveri hanno a disposizione?
La globalizzazione attuata solo a partire dagli interessi economici dell'Occidente rischia di generare il terrorismo. E il nostro secolo sarà il secolo del terrorismo se non introdurremo nel processo di globalizzazione, oltre a quello economico, altri criteri quali l'emancipazione dei popoli, il loro acculturamento, l'acqua, il cibo e le medicine per la loro sete, la loro fame, le loro malattie e, insomma, un po' di futuro per chi non ne vede alle condizioni poste da noi occidentali.
Perché chi è senza futuro è capace di suicidarsi non per depressione come noi occidentali, ma per un progetto, per quanto esecrabile e omicida, che neppure vedrà realizzato. Questa differenza antropologica così radicale va tenuta in massimo conto, perché ci dice che gli uomini e le culture non sono tutti uguali, e l'uniformità antropologica cui tende il processo di globalizzazione, se mai dovesse essere un valore funzionale alla tecnica e all'economia dell'Occidente, non è cosa che si realizza dall'oggi al domani. Anzi io spero che non si realizzi mai.
Dopo la tragedia di Manhattan il Senato americano ha intonato il canto "Dio salvi l'America". Ma il Dio che gli americani invocavano a loro protezione è lo stesso Dio che i musulmani invocano. E allora, se sono tutti figli dello stesso Dio, non sono certo la religione, o il fanatismo che la religione può innescare, a contrapporre così tragicamente l'uno all'altro. Ci deve essere qualche altra ragione, non religiosa, non fanatica, non folle, quindi razionale, alla base di questa contrapposizione.
E allora tocca a noi occidentali, che abbiamo fatto della conquista della razionalità la nostra prerogativa, andare a cercare la ragione, e magari prendere in considerazione l'ipotesi se non sia proprio la nostra pratica economica, che a noi garantisce i valori di libertà e democrazia, a generare i nostri "nemici", innescando così quel circolo vizioso che annulla, per la prima volta nella storia, l'antica logica amico/nemico, perché, per la prima volta nella storia, il nemico non è fuori di noi, di fronte a noi, altro da noi, ma nasce come effetto delle condizioni di vita che siamo stati in grado di garantire solo per noi.

2. L'esportazione dei valori occidentali e il mercato dell'odio

Durante una visita in Italia, il presidente egiziano Mubarak ha dichiarato che:

Non si può imporre agli arabi la democrazia a tutti i costi, perché questo può spalancare le porte dell'inferno e farci piombare in un vortice di violenza e di anarchia che non risucchierà soltanto noi, ma anche chi ci è vicino. E allora addio a ogni barlume di democrazia nel mondo arabo. E questo perché da un lato il Medio Oriente allargato è un mosaico di popoli, di tradizioni, di modi di vita, di economie, dove non si può imporre un'unica soluzione preconfezionata in un'area sconfinata che va dalla Mesopotamia al Pakistan, e dall'altro lato perché l'introduzione della democrazia non si fa con la bacchetta magica. Servono tempo e il rispetto delle tradizioni e della cultura che si modificano gradualmente. Altrimenti si finisce per rafforzare gli elementi più radicali, come è successo in Algeria e come può succedere ovunque se al Parlamento vincesse una maggioranza estremista.1

La tesi di Mubarak, secondo cui esportare democrazia, magari in compagnia del libero mercato, non può che generare spaventosi disordini e conflitti, è condivisa anche dalla cinese Amy Chua, professoressa alla Law School della Yale University, la quale si chiede: "Esportare democrazia e libero mercato genera conflitti etnici?". La risposta è sì, perché:

Il mercato concentra la ricchezza, — una ricchezza spesso stratosferica — nelle mani di una minoranza economicamente dominante, mentre la democrazia accresce il potere politico della maggioranza impoverita. In queste circostanze l'introduzione della democrazia liberista innesca un etno-nazionalismo dalle potenzialità catastrofiche scagliando la maggioranza "autoctona", facilmente istigata da politici opportunisti in cerca di voti, contro una minoranza etnica facoltosa e detestata. Scontri di questo genere si stanno verificando in tutta una serie di paesi, dall'Indonesia alla Sierra Leone, dallo Zimbabwe al Venezuela, dalla Russia al Medio Oriente. [...] Negli ultimi vent'anni, gli americani hanno promosso con energia nel mondo intero sia l'apertura al mercato che la democratizzazione. Così facendo, ci siamo attirati addosso l'ira dei dannati.2

Ma perché democrazia e libero mercato, che sono l'ossatura della cultura europea e americana, creano negli altri paesi una miscela esplosiva? La ragione, secondo Amy Chua,3 va cercata nel fatto che, tra una maggioranza democratica povera e una minoranza economicamente dominante, non sempre la prima ha la meglio. Al contrario, in alcune circostanze, anziché una reazione contro il mercato si verifica una reazione contro la democrazia. Di frequente, infatti, le ripercussioni antidemocratiche si manifestano nella forma di un "capitalismo clientelare", che è poi un'alleanza corrotta e simbiotica fra i leader locali e la minoranza economicamente dominante.
Per il mercato globale questa soluzione risulta molto comoda perché il regime locale protegge il patrimonio e le aziende della minoranza dominante, e in cambio la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale forniscono prestiti al paese. Nel breve periodo il risultato di tale fenomeno consiste in un aumento vertiginoso degli investimenti esterni, nello sviluppo economico e nell'arricchimento dei governanti e dei loro accoliti. Al contempo, tuttavia, la collera intestina del paese comincia a ribollire e prima o poi - in genere prima - la situazione si fa esplosiva.
La democrazia, purtroppo, non lenisce il risentimento, anzi: accentuando la voce politica e il potere della maggioranza autoctona, la democrazia favorisce l'ascesa di demagoghi che, per motivi opportunistici, fomentano l'odio delle masse contro la minoranza disprezzata, rivendicando la restituzione del patrimonio nazionale ai "veri proprietari del paese". La conseguenza è che, fuori dell'Occidente, l'aspirazione alla democrazia liberista, nella sua forma più cruda d'esportazione, non genera pace e prosperità diffuse, ma confische a sfondo etnico, ripercussioni di stampo autoritario ed eccidi.
Queste cose noi europei dovremmo saperle, dal momento che per secoli abbiamo pensato che il conflitto di classe rende il suffragio universale, e quindi la democrazia, inconciliabili con un'economia di mercato. Già nel Settecento, nell'Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, che possiamo considerare il testo fondativo dell'economia politica, Adam Smith teorizzava che il mercato avrebbe determinato una concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, mentre la democrazia, conferendo potere anche alla maggioranza povera, avrebbe inevitabilmente generato sollevazioni, ribellioni, espropriazioni e confische. E proprio a partire da queste premesse, Adam Smith scriveva:

Per un solo uomo ricchissimo ci devono essere perlomeno cinquecento poveri, anche se poi l'abbondanza del ricco suscita l'indignazione dei poveri, che sono spinti dal bisogno e sollecitati dall'invidia a invadere le sue proprietà.4

In termini analoghi si esprimeva James Madison, che avvertiva il pericolo rappresentato da "un'uguaglianza e universalità del suffragio, che pone il pieno potere sulla proprietà in mani che non vi partecipano".5 David Ricardo, dal canto suo, sosteneva "l'accesso al suffragio solo per quella parte della popolazione che non si possa reputare interessata a sovvertire i diritti di proprietà".6 Mentre lo statista britannico Thomas Babington Macaulay si è spinto anche oltre, presentando il suffragio universale come "incompatibile con la proprietà e pertanto incompatibile con la civiltà stessa".7
In Italia il suffragio universale, limitato ai possessori di beni, fu elevato da tre milioni a otto milioni all'inizio del secolo scorso da Giolitti, e solo nel 1945 fu esteso a tutta la popolazione, donne comprese. Come è stato possibile in Occidente rendere compatibile il potere elettorale dei numeri, quindi la democrazia, con il potere di proprietà, fondamento del capitalismo? In un solo modo: attraverso consistenti piani di tassazione, che consentissero una redistribuzione della ricchezza in quelle forme che siamo soliti riconoscere nell'istruzione gratuita, nell'assistenza sanitaria, nel sistema pensionistico, nei sussidi alla disoccupazione e in generale in tutte quelle forme che si lasciano riassumere nell'espressione welfare o stato sociale.
A partire dai primi decenni del Novecento, l'espansione capitalistica si è associata, in Occidente, alla nascita di istituzioni deputate alla redistribuzione che potevano vantare un raggio d'azione senza precedenti e stemperare gli effetti più disumani del capitalismo. Il risultato benefico è stato che nell'Occidente industrializzato le istituzioni preposte alla redistribuzione hanno contribuito ad attenuare il conflitto tra le disparità di reddito generate dal mercato e la politica democratica. Per contro, osserva Amy Chua:

La versione del capitalismo promossa nell'odierno mondo non-occidentale presenta una natura sostanzialmente liberista e solo di rado contempla l'esistenza di meccanismi di redistribuzione. In altri termini, gli Stati Uniti stanno esportando con ostinazione un modello di capitalismo che gli stessi paesi occidentali abbandonarono un secolo fa. Più in generale, è fondamentale riconoscere che la formula di democrazia liberista imposta al momento all'esterno dell'Occidente - l'aspirazione simultanea al capitalismo liberista e al suffragio universale - non è mai stata adottata nel corso della storia da alcun paese occidentale. Si tratta di un atteggiamento sensato? Quasi per definizione, nei paesi in via di sviluppo, i poveri sono molto più numerosi, la povertà è molto più estrema e l'ineguaglianza molto più evidente che nelle società occidentali, oggi come in qualsiasi altra epoca storica. Il boom demografico che si sta registrando attualmente al di fuori dell'Occidente non fa che peggiorare le cose.8

Se le recenti previsioni della Banca mondiale corrispondono a realtà, la popolazione dei paesi al momento considerati in via di sviluppo aumenterà dai quasi quattro miliardi di persone attuali a circa otto miliardi nel 2050. Al contempo, nei paesi poveri di tutto il mondo manca la tradizione dello stato di diritto invalsa da lungo tempo in Occidente. Di conseguenza, la transizione politica dei paesi in via di sviluppo si contraddistingue non tanto per la continuità e il compromesso, quanto per improvvisi sollevamenti, interventi militari, violenze e carneficine. Ciononostante, scrive Amy Chua:

La ricetta universale oggi impiegata per curare il "sottosviluppo", elaborata e promulgata in misura considerevole dagli Stati Uniti, consiste fondamentalmente nelle seguenti indicazioni: si prenda la forma più cruda di capitalismo, la si mescoli a casaccio con la forma più grezza di democrazia e si esporti la miscela precotta nei paesi più poveri, frustrati, instabili e disperati del mondo. Si aggiunga al quadro qualche minoranza economicamente dominante, e l'instabilità insita in questa versione primitiva della democrazia sarà aggravata all'ennesima potenza dalle forze manipolabili dell'odio etnico.9

Che fare? Se libero mercato e democrazia, senza redistribuzione della ricchezza o, come noi siamo soliti dire, senza "stato sociale", sono incompatibili perché, come diceva Adam Smith, il potere dei numeri (la democrazia) mal si concilia con il potere della proprietà (il capitalismo), sarà necessario esportare, insieme alla democrazia e al capitalismo, anche la redistribuzione della ricchezza e lo stato sociale. Ma sembra che la tendenza del nostro tempo cammini in senso inverso, e preveda non solo la non esportazione dello stato sociale nel mondo non occidentale, ma addirittura la sua erosione, quando non il suo smantellamento, anche qui da noi, in Occidente. Attendiamone gli effetti.

3. La globalizzazione dei valori occidentali e la risposta terroristica

Che rapporto c'è tra globalizzazione e terrorismo? La risposta più facile è quella che vede nel terrorismo una forma di contestazione politica dell'ordine mondiale promossa dall'unica superpotenza rimasta sul pianeta. Ancora più facile è la risposta che vede nei terroristi dei folli suicidi, dei fanatici di una causa perversa, manipolati da chi sfrutta il risentimento e l'odio dei popoli oppressi.
Queste ipotesi non convincono Jean Baudrillard e quanti, come me, rifiutano di leggere la storia come una successione di cause ed effetti, secondo quella logica causale a cui si attiene la ragione quando vuole interpretare qualcosa in modo convincente. In realtà prima della logica causale e sotto la logica causale lavora in modo ben più efficace e più profondo la logica simbolica, per cui nessuna epoca storica sarebbe in grado di giustificare i suoi eventi prescindendo dalla simbolica che governa l'epoca stessa, quale potrebbe essere, a titolo di esempio, l'idea di destino per l'antica Grecia, l'idea di Dio per il Medioevo, l'idea di uomo per l'Umanesimo, l'idea di ragione per l'Illuminismo e, proviamo a dire, l'idea di globalizzazione per l'età contemporanea.
Ma che cos'è veramente la globalizzazione? La globalizzazione è il degrado, quando non l'estinzione, di quello che gli illuministi chiamavano universalizzazione dei diritti umani, della libertà, della cultura, della democrazia. La globalizzazione, infatti, riguarda solo l'economia, la tecnica, il mercato, il turismo, l'informazione. La sua espansione sembra irreversibile, mentre i valori universali sembrano in via di estinzione. Per cui, scrive Baudrillard: "La globalizzazione degli scambi pone fine all'universalità dei valori".10
Per effetto di questo decorso, il pensiero unico finisce con il trionfare sul pensiero universale, con la conseguenza che non si riescono più a integrare le singolarità e le particolarità in una cultura universale della differenza, perché, prosegue Baudrillard:

La globalizzazione trionfante fa tabula rasa di tutte le differenze e di tutti i valori, inaugurando una cultura (o un'incultura) perfettamente indifferente [...]. Non avendo più nemici, la globalizzazione li genera dall'interno e secerne metastasi disumane di ogni genere.11

Sopprimendo ogni forma di singolarità, particolarità, individualità, identità e differenza, la globalizzazione genera il rigetto non solo della tecnocrazia occidentale che abolisce tutte le differenze, ma anche della persuasione mentale, tipica della tecnica perché a essa funzionale, secondo la quale tutte le culture sono equivalenti. A questo punto, si domanda Baudrillard:

Chi può dare scacco al sistema globale? Certo non il movimento no global che ha come unico obiettivo quello di frenare la deregulation. L'impatto politico può essere considerevole, ma l'impatto simbolico nullo. Quel tipo di violenza è una sorta di peripezia interna che il sistema può superare restando padrone del gioco.12

Sappiamo bene che a dare scacco a un pensiero unico dominante non può essere un contro-pensiero unico (come quello dei no global) perché, per la logica simbolica, quando ci si mantiene sul medesimo terreno di opposizione, ogni conflitto, così come si genera, si riassorbe. A dare scacco a un pensiero unico possono essere solo le singole particolarità, di cui il terrorismo è una forma, la più violenta, che vendica tutte le culture particolari che hanno pagato, con la loro scomparsa, l'instaurazione di una potenza mondiale unica. Se ciò è vero, scrive Baudrillard:

Non si tratta quindi di un conflitto di civiltà, ma di uno scontro quasi antropologico tra una cultura universale indifferenziata e tutto ciò che, in qualsiasi campo, conserva qualche tratto di alterità irriducibile. Per la potenza globale, non meno integralista dell'ortodossia religiosa, tutte le forme differenti e particolari sono eresie. In questo senso sono votate a rientrare per amore o per forza nell'ordine globale, o scomparire. La missione dell'Occidente (o piuttosto dell'ex Occidente, perché da gran tempo non ha più valori propri) consiste nel sottomettere con tutti i mezzi le culture multiple alla legge feroce dell'equivalenza. Una cultura che ha perduto i suoi valor i non può che vendicarsi su quelli degli altri.13

Anche le guerre, quella del Kosovo, quella dell'Afghanistan, quella dell'Iraq, hanno come obiettivo primario, aldilà delle strategie politiche o economiche, quello di ridurre ogni zona refrattaria, di colonizzare e addomesticare tutti quelli che per la globalizzazione sono territori selvaggi, in quello spazio che, più che geografico, è spazio mentale. Perché, continua Baudrillard:

È inaccettabile, per l'Occidente, che la modernità possa essere rinnegata nella sua pretesa universale. Che non appaia come l'evidenza del Bene e come l'ideale naturale della specie, che sia messa in dubbio l'universalità dei nostri costumi e dei nostri valori - sia pure da certi personaggi immediatamente bollati come fanatici -, tutto questo è un crimine contro il pensiero unico e contro l'orizzonte consensuale dell'Occidente.14

Ma all'interno di questa consensualità c'è anche, sotto traccia, la sofferenza dei privilegiati nella globalizzazione, costretti a sottomettersi alle regole ferree della tecnologia, alla tirannia della realtà virtuale, al dominio delle reti e dei programmi che, a parere di Baudrillard, "delinea forse il profilo involutivo dell'intera specie, della specie umana divenuta globale".15
A questo punto il terrorismo, "oltre che sulla disperazione visibile degli umili e degli offesi, poggia anche sulla disperazione invisibile dei privilegiati nella globalizzazione",16 i quali, anche se inconsapevolmente e involontariamente, vengono in qualche modo incontro alla destabilizzazione violenta dell'atto terroristico. E in effetti, senza questa complicità interna, che non ha nulla a che fare con una complicità oggettiva, "senza l'ipotesi di questa coalizione segreta, di questa predisposizione complice, non si capisce nulla del terrorismo e dell'impossibilità di venirne a capo".17
Se il progetto terroristico "è quello di destabilizzare l'ordine mondiale con le sue sole forze, in uno scontro frontale, l'obiettivo del terrorismo è assurdo", 18 perché il rapporto di forze è troppo diseguale. Ma proprio questo "assurdo", questo "non-senso" fa da specchio al non-senso che si annida all'interno del sistema, e che più o meno inconsciamente tutti noi avvertiamo quando ci percepiamo sempre meno come persone e sempre più come funzionari di un apparato tecnico-economico che nulla ha in vista se non il proprio autopotenziamento.
Più che delle armi tecnologiche dell'Occidente, la cosa essenziale di cui i terroristi si appropriano, facendone un'arma decisiva, è esattamente questo "non-senso" che ciascuno di noi percepisce come negazione della propria individualità e specificità nella globalizzazione tecnico-economica del mondo.
Altro che il Bene contro il Male, altro che Occidente contro Islam. È nello stesso Occidente che si è creata una sorta di insicurezza mentale circa il senso della propria esistenza, in un mondo economicamente e tecnicamente globalizzato che non ammette singolarità, individualità, particolarità, differenze. Questa nostra insicurezza mentale, da cui nulla ci può difendere, è la migliore arma di cui dispone il terrorismo che, con i suoi attentati, "precipita l'Occidente nell'ossessione della sicurezza, che è una forma velata di terrore perpetuo" 19 che si inscrive nei corpi, nei costumi, nelle abitudini, nelle pratiche di vita.
Baudrillard ci invita a non metterci fuori strada dicendo: "Noi siamo il Bene, può essere solo il Male ad averci colpito".20 La logica dell'opposizione, con cui di solito lavora la ragione (bene/male, vero/falso, giusto/ingiusto), non capisce niente delle sfide simboliche, che possono anche nascere all'esterno del sistema, ma sono efficaci solo se si alleano con la negatività che il sistema produce al suo interno.
Il terrorismo è una sfida simbolica. Non ci fronteggia come un nemico che ci sta di fronte sul campo, come noi ingenuamente pensiamo quando facciamo le guerre, ma, a parere di Baudrillard:

È l'emergenza di un antagonismo radicale nel cuore stesso del processo di globalizzazione, di una forza irriducibile a questa realizzazione integrale, tecnica e mentale, del mondo, a questa evoluzione inesorabile verso un ordine mondiale compiuto.21

Se il progetto della modernità era nell'universalizzazione dei suoi valori, la riduzione di questo progetto alla semplice globalizzazione della tecnica e del mercato avvia inesorabilmente la modernità verso la sua fine. E in questa lettura simbolica, meno ingenua di quella razionale che legge tutto in termini di opposizioni e antagonismi, il terrorismo, proprio nella sua assurdità e insensatezza, è, come scrive Baudrillard: "Il verdetto e la condanna che la nostra società pronuncia su se stessa".22

4. L'implosione dei valori occidentali nella passività e nell'inerzia di massa

Non ci sono più idee. Non ci sono più valori. Non se ne producono più. La passività e l'inerzia sembrano caratterizzare l'atmosfera del nostro tempo, dove l'impressione è che nessuno abbia una storia da scrivere né passata né futura, ma solo energia da liberare in una sorta di spontaneità selvaggia, dove non circola alcun senso, ma tutto si esaurisce nella fascinazione dello spettacolare.
Viene allora da chiedersi come mai dopo tante rivoluzioni e un secolo o due di apprendistato politico, nonostante i giornali, i sindacati, i partiti, gli intellettuali e tutte le energie preposte a sensibilizzare gli uomini alla loro storia, si trovano solo mille persone che reagiscono, e milioni di persone che rimangono passive e preferiscono, in perfetta buona fede, con gioia e senza neppure chiedersi il motivo, un incontro di calcio a un dramma umano o sociale.
La risposta va forse cercata nel fatto che, bombardati come siamo da stimoli, messaggi, test e sondaggi, le nostre teste sono diventate il luogo dove circolano idee e valori che noi non abbiamo prodotto, ma semplicemente assorbito. Teste e cuori, quindi, che non si esprimono, ma si sondano, non per conoscere le loro idee o i loro valori, ma per verificare il grado di efficacia dei media nell'inculcare in loro un'idea o un presunto valore, e poi appurarne l'indice di gradimento.
Ridotte in questo modo a schermi di lettura, le nostre teste non sono più un luogo di ideazione e di invenzione, ma un luogo di assorbimento e di implosione, dove ogni senso propulsivo si inabissa e ogni significato acquisito si allinea a quell'ideale di uniformità che è l'inerzia del conformismo.
Come smuovere questa inerzia, questa passività? Temo che per le idee e per i valori stia avvenendo quel che è già avvenuto per le merci. Per molto tempo bastava produrre le merci e il consumo andava da sé. Oggi bisogna produrre i consumatori, bisogna produrre la stessa domanda, e questa produzione è infinitamente più complicata di quella delle merci.23
Allo stesso modo, osserva Baudrillard, fino a trent'anni fa "bastava produrre senso (politico, ideologico, culturale, sessuale) e la domanda seguiva naturalmente, assorbiva l'offerta e la superava".24 Oggi è la domanda di idee e di valori a essere venuta meno, e la produzione di questa domanda mi pare il problema cruciale che la civiltà occidentale, se ancora riesce e vuole restare all'altezza della sua storia, deve saper affrontare.
Senza questa domanda, senza una curiosità ideativa, senza una partecipazione anche minima al mondo delle idee e dei valori, la società diventa massa che, come un buco nero, "risucchia energia sociale e non la rifrange più". La massa, infatti, assorbe tutte le idee e non ne elabora alcuna, accoglie tutti i valori e semplicemente li digerisce, "dà a tutti gli interrogativi che le sono posti una risposta tautologica",25 che è poi quella appresa dallo schermo televisivo. Non essendo sua, questa risposta non coinvolge la sua partecipazione, ma in un certo senso, scrive Baudrillard, "fa massa",26 e dove si fa massa tutta l'energia sociale implode.
A questo punto gli aspetti banali della vita, le abitudini della quotidianità, tutto ciò che un tempo era stigmatizzato come piccoloborghese, come abietto e apolitico, compreso il sesso, diventano temi forti, mentre la storia e la politica svolgono in televisione la loro rappresentazione "per un popolo che nel frattempo è diventato pubblico" ,27 il quale vi assiste come si assiste a una partita di calcio, a un film, a un varietà.
Ma se la mancanza di idee e di valori è il primo fattore che traduce una società in una massa "implosiva e satura, che procede per inerzia, mossa da una negatività che non produce una reazione vivace e gioiosa, ma silenziosa e involutiva, e per giunta contraria non solo a ogni presa di coscienza per mancanza di idee e di valori, ma anche a ogni presa di parola",28 per un'estrema peripezia del sociale e della sua implosione, che cosa c'è di più affine alle masse implosive del terrorismo esplosivo? Si dirà, scrive Baudrillard, che:

Non c'è niente di più avulso dalle masse del terrorismo. E il potere ha buon gioco nell'aizzarli l'uno contro l'altro. Ma è altrettanto vero che non c'è niente di più strano e di più familiare della loro convergenza nella negazione del sociale e nel rifiuto del senso.29

Il terrorismo, infatti, "non mira a far parlare, a suscitare o a mobilitare idee o valori; non ha continuità rivoluzionaria".30 Il terrorismo dice di mirare al capitalismo e all'imperialismo, mentre il suo vero obiettivo è il silenzio del sociale magnetizzato dall'informazione. Per questo il terrorismo agisce con atti votati immediatamente alle onde concentriche dei media, dove ciò che si produce non è una riflessione, una ricerca logica delle cause e degli effetti, ma solo fascinazione e panico, in una reazione a catena per contagio. E tutto ciò è funzionale al terrorismo perché, scrive Baudrillard:

Il terrorismo è vuoto di senso e indeterminato come il sistema che combatte, o in cui si installa come un punto di implosione massimale e infinitesimale - terrorismo non esplosivo, non storico, non politico: implosivo, cristallizzante, agghiacciante - e proprio per questo omologo in profondità al silenzio e all'inerzia delle masse.31

Per questo il terrorismo colpisce "chiunque", ossia la condizione a cui ciascuno di noi si riduce quando, rinunciando all'animazione del sociale attraverso la produzione di idee e di valori, diventa inevitabilmente "massa". Per sottrarci a questa condizione dobbiamo tutti, ma proprio tutti, ricominciare a pensare e ravvivare idee e valori, invece di lasciarli languire come se altro non fossero che un obsoleto reperto della nostra storia trascorsa.


NOTE

1 H.M. MUBARAIC, Dichiarazione rilasciata in occasione della sua visita in Italia nel marzo 2004.
2 A. CHUA, World on Fire (2002); tr. it. L'età dell'odio. Esportare democrazia e mercato genera conflitti etnici?, Carocci, Roma 2004, pp. 18-19.
3 Ivi, pp. 19-29.
4 A. SMITH, An Inquiry finto the Nature and Causes of the Wealth of Nations (1776); tr. it. La ricchezza delle nazioni, Utet, Torino 1975, pp. 874-875.
5 J. MADISON, Note to his Speech on the Right of Suffrage (1821), in M. FARRAND (a cura di), The Records of the Federal Convention of 1787, Yale University Press, New Haven 1966, vol. III, p. 450.
6 D. RICARDO, Principles of Political Economy and Taxation (1817); tr. Principi di economia politica e dell'imposta, Mondadori, Milano 2009, p. 397.
7 T. BABINGTON MACAULAY, The People's Charter (1842), in Miscellanies, Houghton, Mifflin & Company, Boston-New York 1900, vol. I, p. 263.
8 A. CHUA, L'età dell'odio, cit., p. 215.
9 pp. 215-216.
10 J. BAUDRILLARD, Power Inferno (2002); tr. it. Power Inferno, Raffaello Cori ma, Milano 2003, p. 57.
Ivi, pp. 58-60.
12 Ivi, p. 62.
13 Ivi, pp. 63-64.
14 Ivi, p. 66.
15 pp. 69-70.
16 Ivi, p. 69.
17 Ivi, p. 28.
15 Ivi, pp. 28-29.
19 p. 51
20 Ivi, p. 33.
21 Ivi, p. 31.
22 Ivi, p. 70.
23 Si veda a questo proposito U. GALIMBERTI, I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli, Milano 2003, capitolo 8: "Consumismo", pp. 67-74.
24 J. BAUDRILLARD, À l'ombre des majorités silencieuses ou la fin du social (1978); tr. it. All'ombra delle maggioranze silenziose, ovvero la morte del sociale, Cappelli, Bologna 1978, p. 32.
25 Ivi, pp. 33-34.
26 Ivi, p. 34.
27 Ivi, p. 44.
28 Ivi, p. 56.
29 Ivi, pp. 56-57.
30 Ivi, p. 58.
31 Ivi, pp. 57-58.

(I miti del nostro tempo, Feltrinelli 2009, pp. 298-313)