Non c'è più tempo

Dietrich Bonhoeffer e l'esperienza del carcere

Alessandro Andreini

 

Gli ultimi due anni di vita che il pastore luterano e martire Dietrich Bonhoeffer ha trascorso nelle carceri naziste costituiscono a tutti gli effetti una metafora della condizione umana contemporanea: per lo più imprigionati in esistenze che non abbiamo scelto e che raramente raggiungono il compimento a lungo progettato, in che modo possiamo dare un senso alla nostra vita?

5 aprile 1943: solo la Bibbia con sé on sappiamo quanto tempo i due emissari della Gestapo concessero a Dietrich Bonhoeffer il giorno in cui, nel pomeriggio del 5 aprile 1943, si presentarono alla porta della casa paterna in Marienburger Allee a Berlino, per arrestarlo. Probabilmente, solo gli istanti indispensabili per mettere insieme poche cose di prima necessità: troppo poco, in realtà, per un congedo che si sarebbe rivelato definitivo. In realtà, Bonhoeffer sapeva da giorni che l'arresto poteva essere imminente. Quella mattina, telefonando a casa del cognato Hans von Dohnanyi, membro, come lui, della cospirazione contro Hitler, aveva sentito, dall'altra parte del cavo, una sconosciuta voce maschile, dal che aveva intuito che era in corso un'operazione di polizia nei loro confronti. Con la sua consueta cala, si era recato in casa della sorella, lì a fianco, e si era fatto preparare un pranzo abbondante. Poi, si era messo in attesa.
Dalla documentazione dei primi giorni di prigione apprendiamo che la Bibbia fu uno degli oggetti che Bonhoeffer volle avere immediatamente con sé: la Bibbia della sua vita, e che lo avrebbe accompagnato durante tutta la prigionia, forse fino alla vigilia dell'esecuzione. Certamente, crediamo, fino alle settimane trascorse nei sotterranei delle caserme delle SS a Buchenwald, sulle cui rovine è stata oggi collocata una lapide, semplice ma assai efficace, e che fa memoria del rapido passaggio di Bonhoeffer prima dell'impiccagione a Flossenbiirg. Quella Bibbia era appartenuta al fratello Walter, morto durante la prima guerra mondiale, cui aveva partecipato come volontario: sua madre gliel'aveva poi donata il giorno della Confermazione, affidandogli, in un certo senso, un'eredità che Bonhoeffer avrebbe onorato nel modo più profondo e originale, mettendo, di fatto, in discussione i principi stessi di quel nazionalismo ben poco cristiano che aveva portato Walter alla morte. Sequestrata appena arrivato in carcere, la Bibbia gli fu restituita due giorni dopo: la si era voluta esaminare per paura che vi fosse nascosto qualche strumento utile per tentare un'evasione.
Sono stati questi alcuni dei pensieri che mi sono tornati in mente non appena raggiunto il silenzioso quartiere residenziale dove si trova l'ultima abitazione civile di Bonhoeffer, nella zona occidentale di Berlino. Un'alta casa dalla facciata chiara, circondata da alberi rigogliosi e con un piccolo giardino fiorito e accogliente: una tranquillità che difficilmente si riesce a mettere in relazione con la tempesta di quei terribili anni di guerra. L'edificio, per altro, è rimasto quasi intatto, sopravvivendo anche a una bomba caduta negli ultimi giorni di guerra. Salendo al piano superiore, si può ancora visitare la camera di Bonhoeffer, con poveri mobili, alcuni dei libri a lui appartenuti e una piccola pianola che testimonia il suo grande amore per la musica. Una camera spoglia, che ricorda proprio i momenti ultimi del suo arresto e del suo improvviso congedo dalla famiglia. Se si eccettuano i non pochi viaggi in varie città d'Europa e le lunghe permanenze nell'abbazia di Ettal, in Baviera, è qui che Bonhoeffer ha trascorso gli ultimi anni di uomo libero: di fatto, gli anni cruciali della sua attività di resistenza al nazismo.
C'è una foto che ritrae la famiglia Bonhoeffer nel giorno del settantacinquesimo compleanno delpadre Karl, il 31 marzo di quell'anno, pochi giorni prima dell'arresto, e che è stata scattata proprio sul retro della casa in Marienburger Allee. Vi si riconoscono, seduti al centro, gli anziani genitori con in braccio due degli ormai numerosi nipoti. Vi è ritratto anche Dietrich, all'estrema sinistra del gruppo: la sua figura colpisce per lo sguardo assente, il volto teso, così fuori dal coro di quei festeggiamenti, si direbbe addirittura stregato dalla violenza di un regime che, proprio nei primi mesi del 1943, presa ormai coscienza che la guerra è perduta, sta acuendo la sua persecuzione nei confronti degli ebrei e di tutti gli oppositori. Come racconta Bethge nella sua monumentale biografia, la casa in Marienburger Allee – così come la precedente nel prominente e non lontano quartiere di Grunewald –, era stata teatro di tanti momenti lieti. Bonhoeffer amava trascorrere il suo tempo con i bambini, e si divertiva molto a giocare soprattutto con i nipoti. Chissà quante volte, anche in questo prato dal verde intenso e all'ombra di questi alti alberi, deve essersi ripetuta la consuetudine riferita dal suo migliore amico: «Si tratteneva volentieri con i bambini e li ascoltava con molta attenzione. Dalla sua finestra, gettava del cioccolato aí nipoti che sedevano nel giardino sottostante, chini sui loro compiti» (E. Bethge, Dietrich Bonhoeffer teologo cristiano contemporaneo. Una biografia, Queriniana, Brescia 1991, p. 8).

Il sentimento del tempo

Ormai, però, non c'è più tempo. È come se tutto fosse, in un certo modo, spazzato via. E benché – senza dubbio anche per depistare le indagini – nelle lettere dal carcere non traspaia quasi per niente la drammatica angoscia di questa cesura, che solo la speranza nella riuscita del complotto contro il regime trattiene ancora dal riconoscersi come irrimediabile. Tra i primi scritti che Bonhoeffer stende nel carcere berlinese di Tegel –dal quale scriverà le «lettere teologiche» che formano il nucleo di Resistenza e resa – si trovano alcuni appunti risalenti ai primi di maggio, circa un mese dopo l'arresto e appena conclusosi il durissimo periodo di rigoroso isolamento con il quale le autorità naziste sperano di piegare il suo morale e la sua forza di volontà. Sono pagine impressionanti, vergate di getto e in modo perfino rapsodico. Appunti che riempiono rapidamente più di un foglio, a penna e a lapis, e che costituiscono la testimonianza più eloquente della devastante ferita che l'arresto ha prodotto nella sua vita: «Separazione dagli uomini, dal lavoro, dal passato, dal futuro / dall'onore, da Dio» (D. Bonhoeffer, Resistenza e resa. Lettere e altri scritti dal carcere, Queriniana, Brescia 2002, p. 57). La galassia concettuale che più di ogni altra vi viene evocata è proprio quella del tempo: passato, presente, futuro, memoria, ricordi, dimenticare, tempo che si passa, si ammazza, tempo «reso pieno», attesa, impazienza, nostalgia, noia, le ingiurie del tempo, l'erosione del tempo, esperienza del tempo, «sentimento del tempo» (cfr. ivi, pp. 57-61).
È una lotta corpo a corpo quella che affiora in queste righe, contro il non senso della vita, contro la violenza drammatica di un'interruzione che si percepisce come insostenibile: «suicidio, non per coscienza di colpa, ma perché in fondo io sono già morto, punto a capo, somma finale» (ivi, p. 61). Un combattimento che riguarda molto da vicino anche noi che, per molti aspetti, non siamo meno "imprigionati" in scelte e ritmi di vita che ci si presentano come inevitabili, e che non lasciano alcuno spazio alla libertà. Che senso può avere una vita che non vivo, i cui passaggi sono dettati da altri, che non è altro, spesso, se non una sottomissione a logiche e dinamiche che mi sovrastano e non tengono per niente conto dí me? Negli appunti, Bonhoeffer fa riferimento a una frase che ha trovato incisa sopra la porta della sua cella, e sulla quale tornerà più avanti in una delle sue lettere: «Tra cent'anni sarà tutto finito». Una sorta di invocazione all'oblio di sé, un esercizio psicologico per convincersi dell'inutilità del tutto e così poter sopportare una condizione che non ha senso. La domanda, in effetti, è lacerante, per come Bonhoeffer stesso la pone: «perché: tra 100 anni tutto finito e non: fino a poco tempo fa andava tutto bene? Nessun possesso che superi il tempo, nessun compito» (ivi, p. 59). Che rimarrà di me, di noi, al di là di questa devastazione, al di là della morte, della mia morte?
Come sempre ha fatto nel corso della vita, anche di fronte al muro invalicabile che è la detenzione, Bonhoeffer reagisce facendo ricorso alla sua sola ancora di salvezza, quella parola di Dio che è sempre stata – come canta il suo salmo preferito – lampada per i suoi passi e luce sul suo cammino (cfr. Sal 118,105). Non è difficile ricostruire l'interrogazione che Bonhoeffer rivolge alla Bibbia, soffermandosi sui numerosi riferimenti scritturistici sparsi qua e là negli appunti: quello a Genesi 3, in cui Bonhoeffer sembra meditare sul limite radicale posto da Dio alla condizione umana, sull'inaccessibilità dell'albero della vita, difeso dalla spada di fuoco del cherubino; quello, per certi aspetti prevedibile, ai versi pieni di sapienza ma anche di una sottile e perfino cinica rassegnazione, del Qoelet: «Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. C'è un tempo per nascere e un tempo per morire» (3,1-2); il rinvio all'appello angelico dell'Apocalisse, ultimo richiamo prima della venuta del Figlio dell'uomo: «Non vi sarà più tempo! Nei giorni in cui il settimo angelo farà udire la sua voce e suonerà la tromba, allora si compirà il mistero di Dio, come egli aveva annunciato ai suoi servi, i profeti» (10,67); l'invito alla fiducia e alla speranza che Gesù rivolge ai suoi amici quando li esorta a non preoccuparsi per il domani: «Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33); infine, l'espressione di certezza e di quiete del salmista quando, dopo l'evocazione della lotta e della persecuzione, riconosce di essere nelle mani del suo Dio: «Ma io confido in te, Signore; dico: "Tu sei il mio Dio, i miei giorni sono nelle tue mani"» (Sal 31,15-16).
Questa è, dunque, la risposta del credente Bonhoeffer: nient'altro che un radicale abbandono in Dio. E dove, tuttavia, ancora con le parole della Scrittura, non cessa il grido disperato dell'interrogazione che dice la verità più profonda della condizione umana: «Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?» (Sal 13,2).

Il cristiano non è un homo religiosus

È come se il filo rosso di questa riflessione esistenziale si intrecciasse in ogni passaggio dei due lunghi anni di detenzione, almeno fino a quando ci è giunta una documentazione scritta del suo cammino interiore, vale a dire fino al 1° gennaio 1945, data cui risale l'ultima poesia dal carcere che ci sia rimasta, Da potenze benigne: «Da potenze benigne prodigiosamente protetti, / attendiamo consolati quello che accadrà. / Dio ci è al fianco alla sera e al mattino / e senza fallo, in ogni giorno che verrà» (ivi, p. 566). La si rintraccia con evidenza nella lettera dell'I l aprile 1944, dove Bonhoeffer confida all'amico Bethge di non essersi mai pentito, fino a quel momento, della decisione presa nell'estate 1939, di rientrare immediatamente in Germania dagli Stati Uniti, rinunciando alla sicurezza di una vita accademica lontano da casa: «ho la profonda impressione – per quanto ciò possa sembrare strano – che la mia vita sia trascorsa in modo assolutamente lineare e senza rotture [...]. Se la mia condizione attuale dovesse rappresentare la conclusione della mia vita, la cosa avrebbe un senso che crederei di capire» (ivi, p. 365).
Ma è soprattutto nella lettera all'amico Eberhard del 21 luglio 1944, il giorno successivo al famoso attentato fallito a Hitler, che la questione del tempo e del senso della vita torna con forza e in modo perfino drammatico, di fronte all'evidenza che tutte le speranze si sono ormai volatilizzate. Una lettera senza dubbio la più commovente tra quelle indirizzate a Bethge, e che può a tutti gli effetti essere considerata il suo testamento spirituale – in cui Bonhoeffer dichiara immediatamente dí voler sospendere la riflessione teologica che sta caratterizzando la corrispondenza con l'amico proprio di queste settimane: «Le riflessioni teologiche mi impegnano incessantemente – scrive Bonhoeffer –, ma arrivano anche momenti in cui mi faccio bastare i processi irriflessi della vita e della fede». E aggiunge, entrando subito nel merito della questione: «Negli ultimi anni ho imparato a conoscere e a comprendere sempre più la profondità dell'essere-aldiquà del cristianesimo. Il cristiano non è un homo religiosus, ma un uomo semplicemente, così come Gesù era uomo» livi, p. 503). Non occorre, insomma, mettersi in animo prestazioni particolari, primati da stabilire, vette spirituali da raggiungere. Piuttosto, si tratta di aderire all'esistenza così com'è, pronunciando un sì pieno di fiducia alla vita nelle sue luci e nelle sue ombre, nei suoi vertici e nelle sue cadute, perché è nella vita così com'è che Dio ci attende giorno dopo giorno. «Mi ricordo – continua – di un colloquio che ho avuto tredici anni fa in America con un giovane pastore francese [Jean Lasserre]. C'eravamo posti molto semplicemente la domanda di che cosa volessimo effettivamente fare della nostra vita. Egli disse: vorrei diventare un santo» (ivi, p. 504). Siamo al cuore della domanda: che fare della propria vita, e che ne è della sua vita ora che la violenza nazista ne ha bruscamente e definitivamente spezzato il corso? Che ne è delle nostre, in cui registriamo, giorno dopo giorno, battute d'arresto, fallimenti, smentite?

Prendere sul serio le sofferenze di Dio

Bonhoeffer riferisce che, al tempo del colloquio, l'idea di Lasserre gli fece «una forte impressione». E, tuttavia, la sua riflessione non si è arrestata lì, come se proprio le dolorose vicende attraversate successivamente lo avessero costretto a cercare più in profondità, a liberarsi, come dicevamo, di ogni aspettativa, a rileggere il suo cammino con uno sguardo nuovo e a ricomprendere se stesso non più a partire da sé e dalle unità di misura umane, troppo umane che ci appartengono, ma a partire da Dio. Merita citare per esteso l'intuizione che può valere, come lui stesso commenta, lo sforzo e perfino il sacrificio di una vita intera: «Quando si è completamente rinunciato a fare qualcosa di noi stessi [...], e questo io chiamo essere-aldiquà, cioè vivere nella pienezza degli impegni, dei successi e degli insuccessi, delle esperienze, delle perplessità – allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio, allora non si prendono più sul serio le proprie sofferenze, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani, e, io credo, questa è fede, questa è metanoia, e così si diventa uomini, si diventa cristiani [...]. Perché dovremmo diventare spavaldi per i successi, o demoralizzarci per gli insuccessi, quando nell'aldiquà della vita partecipiamo alla sofferenza di Dio?» (ivi). Dopo tutto, come lui stesso afferma in uno dei tanti frammenti da Te-gel, «l'aldilà non è l'infinitamente lontano, ma ciò che è più vicino» (ivi, p. 513), e il fatto di riuscire a diventare davvero vicini a se stessi, agli altri, al mondo, a Dio, è la questione radicale della vita, il suo vero compito. «Sono riconoscente di aver avuto la possibilità di capire questo – conclude Bonhoeffer –, e so che l'ho potuto capire solo percorrendo la strada che a suo tempo ho imboccato. Per questo penso con riconoscenza e in pace alle cose passate e alle presenti» (ivi, p. 504).
Aver fatto profondamente pace con il passato e con il presente, ed essere arrivato ad accoglierli ogni giorno con umile riconoscenza: sta certamente qui la grandezza di un testimone che ci ha narrato un modo radicalmente umano – e dunque cristiano – di vivere la sfida della vita, senza fughe o banali accomodamenti. Un itinerario di una modernità e di una contemporaneità sconvolgenti e che continua a parlare in profondità alle nostre angosce e al senso di disfatta che non di rado ci afferra alla gola. Come le nostre, anche la sua non è stata altro che una vita spezzata. Nondimeno, come scrive in un'altra lettera dal carcere, «anche se la violenza degli eventi esteriori disintegra la nostra vita come le bombe le nostre case, deve restare il più possibile visibile come era stato progettato e pensato il tutto, così almeno sarà ancora sempre riconoscibile il materiale con cui lo si era costruito o lo si doveva costruire» (ivi, p. 310). Frammenti luminosi di una vita offerta: i bei pannelli fotografici collocati nella sala spaziosa e accogliente al piano terra della casa in Marienburger Allee mi sono apparsi quasi delle istantanee che fissano per sempre dimensioni esemplari della sua esistenza, amicizie, relazioni, sfide. Dalla passione per la teologia al ministero di pastore svolto nelle periferie più povere di Berlino, dall'impegno per la Chiesa confessante alla direzione del seminario clandestino di Finkenwalde – la stagione più felice della sua vita –, dall'opposizione al regime nazista alla decisione cruciale di entrare a far parte della cospirazione contro Hitler.

Via Crucis dell'umanità

In effetti, un altro vivido punto di luce è proprio la foto di Bonhoeffer tra le decine che ritraggono alcuni degli oppositori del regime nazista, così come sono proposte in quel gioiello di museo berlinese che è Topografia del Terrore, allestito di recente per forte volontà popolare proprio sul terreno in cui sorgevano il Comando generale delle SS, l'Ufficio centrale per la sicurezza del Reich e il carcere speciale della Gestapo, in Prinz-Albrecht-Strasse, oggi Niederkirchnerstrasse. È qui che Bonhoeffer fu trasferito quando, nell'ottobre 1944, durante le affannose indagini volute da Hitler a seguito del fallito attentato, fu infine scoperto un armadio pieno di documentazione compromettente e che connetteva senza più alcun dubbio Bonhoeffer al gruppo dei cospiratori: vi era stata un'accesa discussione tra loro su cosa fare di quei documenti. Alcuni avrebbero voluto distruggerli immediatamente. Altri, invece, ritenevano che quel materiale avrebbe potuto essere un elemento utile per ricostruire la storia della Germania alla fine della guerra e per chiarire la loro posizione rispetto al regime. Alla fine, prima di essere distrutti dai nazisti, quei documenti sono stati la prova schiacciante per la condanna a morte della maggior parte di loro.
Proprio in quel che resta dei sotterranei dell'edificio, dove si trovavano le celle dei prigionieri politici come Bonhoeffer e che oggi formano un singolare percorso a cielo aperto, è collocato un eloquente itinerario fotografico che ricostruisce la nascita, l'ascesa, l'affermazione e la disfatta del nazismo in Germania. Sarà per via della suggestione del luogo, come pure per la lunga porzione di "muro" che ancora corre qui a fianco e che ricorda altre forme non meno orribili di terrore e di violenza, ma questo ripercorrere, tappa dopo tappa, l'avvento di una delle più feroci dittature della storia sembra trasformarsi poco a poco in un'inedita via crucis. E sebbene manchi del suo protagonista, essa riesce efficacemente a mettere a nudo le follie della condizione umana e a consegnarci un monito tutto ancora da ascoltare: che, cioè, non è mai troppo evidente il confine tra la libertà e l'oppressione né è facile smascherare le mistificazioni che fanno della nostra vita solo un consenso ai poteri più forti. Che può sembrare facile, a distanza di tempo e dopo che buona parte della verità è stata messa in luce, schierarsi dalla parte "giusta", ma che non lo era affatto e non lo è mai nel crogiuolo vivo e drammatico della storia. Che forse io stesso avrei potuto essere una delle centinaia di migliaia di persone che inneggiarono al conquistatore della Francia, nel maggio 1941, nel momento di maggior successo del folle progetto di Hitler. Che il "salvarsi" o il "perdersi" di una vita è un mistero che sfugge per lo più al nostro controllo.
Davvero, che senso potranno mai avere esistenze come le nostre che stentano, nella bufera del mondo, a mantenere la rotta e a trovare un loro compimento? Ed è poi questa la questione decisiva? Possiamo chiedercelo con la radicalità che merita il valore di ogni vita umana. E non possiamo farlo se non mettendoci di fronte a un'altra esistenza per molti aspetti non meno spezzata, non meno vissuta e compiuta nella logica più del frammento, del testimone, del chicco di grano caduto in terra, che nella compiutezza di una realizzazione a cui si è potuto apporre, con grande solennità e serenità, il punto finale, come si firmano le opere filosofiche, i cicli pittorici, i grandi testi letterari. Ci riferiamo all'esistenza di Gesù, di cui Bonhoeffer è stato a tutti gli effetti un discepolo fedele, testimoniando con la sua vita proprio la misteriosa e inafferrabile logica del vangelo: è donando che si riceve, perdonando si è perdonati, morendo si risuscita alla vita eterna. Bonhoeffer lo ha detto, anticipando con la parola il dono della vita, in una delle poesie più intense scritte negli anni di prigionia, Stazioni sulla via della libertà: «Vieni. ora, festa suprema sulla via dell'eterna libertà, morte, rompi le gravose catene terrene e le mura del nostro effimero corpo e della nostra anima accecata. / perché finalmente vediamo ciò che qui ci è invidiato di vedere. / Libertà a lungo ti cercammo nella disciplina, nell'azione e nella sofferenza. / Morendo, te riconosciamo ora nel volto di Dio» (fine luglio 1944, ivi, p. 532).

(Feeria, 41 - Marzo 2012, pp. 48-53)