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    Il testimone

    Antonio Rosmini

    Martire per la Chiesa

    Nell'ultima intervista rilasciata dal cardinale Carlo Maria Martini, passata alla cronaca come il suo testamento spirituale, egli affermava con sofferenza: «La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote?» («Corriere della Sera», 1 settembre 2012). Stava forse pensando al grido di preoccupazione espresso, esattamente 180 anni prima, da Antonio Rosmini nelle sue Cinque piaghe della santa Chiesa? Non lo sappiamo. Fatto sta che quel libro continua a costituire una pietra di paragone irrinunciabile per chiunque si interroghi sulla fatica con la quale la Chiesa cammina nella propria riforma per divenire sempre più conforme a come il suo Maestro l'aveva pensata e voluta all'inizio. Nelle Parole preliminari necessarie a leggersi, all'inizio del testo, Rosmini confida di aver esitato a scriverlo: «Sta egli bene, che un uomo senza giurisdizione componga un trattato sui mali della santa Chiesa? O non ha egli forse alcuna cosa di temerario a pur occuparne il pensiero, non che a scriverne, quando ogni sollecitudine della Chiesa di Dio appartiene di diritto ai Pastori della medesima?» (A. Rosmini, Delle cinque piaghe della santa Chiesa, Città Nuova, Roma 1981, p. 15). Un dubbio sull'onestà cui ne segue uno sull'opportunità: «Consideravo che tutti quelli i quali hanno scritto di somiglianti materie nei tempi nostri, e che si sono proposti e hanno dichiarato di voler tenere una strada media fra i due estremi, in luogo di piacere alle due potestà, della Chiesa e dello Stato, sono dispiaciuti egualmente all'una ed all'altra» (ivi, p. 16). Ai quali risponde con argomenti convincenti e che lo incoraggiano, fortunatamente per noi, a scrivere quella che resta, fino a oggi, una delle riflessioni più alte circa il cammino accidentato della Chiesa, quanto ai contenuti e quanto al metodo che lo ispira.
    Quando mette mano a questo aureo libro, Antonio Rosmini è presbitero da undici anni e ha da pochissimo compreso che Dio gli chiede di mettersi alla guida di un gruppo di uomini e di donne che portino avanti, nella Chiesa, quell'apostolato della cultura che sia Pio VII che Pio VIII lo avevano fortemente incitato a realizzare: «Si ricordi — gli ha detto papa Castiglioni —, Ella deve attendere a scrivere libri; ella maneggia assai bene la logica e noi abbiamo bisogno di scrittori che sappiano farsi temere». È per questo che il mercoledì delle Ceneri del 1828 è salito al Calvario di Domodossola dove scrive le Costituzioni dell'Istituto della Carità, della quale ha già in mente l'impostazione spirituale e il campo di attività. Ed è proprio al Calvario che conclude, nel 1832, le Cinque piaghe, che saranno tuttavia edite solo nel 1848, all'indomani dell'elezione di papa Pio IX.
    A detta di Alessandro Manzoni, di cui fu intimo amico e confidente, Rosmini è stato «una delle sei, sette grandi intelligenze dell'umanità». Ma è forse più alla profezia cristiana che si deve la sorprendente premonizione contenuta nel secondo dubbio prima citato, il suo timore prudenziale di dispiacere «alle due potestà, della Chiesa e dello Stato». Poiché così è stato a tutti gli effetti. Solo pochi anni fa, precisamente il 1° luglio 2001, con una Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede, a firma di Joseph Ratzinger, è stata definitivamente revocata la condanna delle sue opere da parte della Chiesa, impartita nel 1887 con il decreto Post obitum, in cui venivano giudicate erronee ben 40 sue proposizioni: una condanna che, benché non toccasse affatto la sua santità personale, pesò grandemente sulla sua eredità. Quanto a dispiacere allo Stato, è noto che il feldmaresciallo Josef Radetzky, governatore del Lombardo-Veneto e simbolo dell'oppressione austro-ungarica, considerava Rosmini un nemico pericolosissimo non solo per le sue idee patriottiche, ma soprattutto per la riflessione intorno alla piaga del piede destro - la quarta - della santa Chiesa, vale a dire la nomina de' Vescovi abbandonata al potere laicale, che costituiva uno degli strumenti elettivi dell'impero per il controllo sociale delle sue popolazioni. Non ci sono conferme definitive, ma sempre più forte si è fatta la convinzione che si trovi qui la causa della morte prematura di Rosmini, all'età di appena 58 anni, il 1° luglio 1855, dopo otto ore di terribile agonia: un avvelenamento di cui egli stesso non volle mai rivelare l'autore. Nient'altro che «adorare, tacere, godere»: così chiudeva la sua vita terrena un vero e proprio "martire" per la riforma della Chiesa, oggi beato.
    (Alessandro Andreini)


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