La solitudine

di Internet

Umberto Galimberti

Dopo essermi lasciato sedurre dall'entusiasmo con cui Nicholas Negroponte, uno dei maggiori esperti mondiali di comunicazione digitale, descrive il futuro prossimo dei nostri mezzi di comunicazione, mi è tornata in mente una storiella per bambini riferita da Günther Anders, in cui si racconta che un re non vedeva di buon occhio che suo figlio, abbandonando le strade controllate, si aggirasse per le campagne per formarsi un giudizio personale sul mondo; perciò gli regalò carrozza e cavalli. "Ora non hai più bisogno di andare a piedi", furono le sue parole. "Ora non ti è più consentito di farlo", era il loro significato. "Ora non puoi più farlo, fu il loro effetto.
Che c'entra tutto questo? C'entra. Se mi porto il mondo a domicilio come faccio a fare esperienza del mondo? Nessun problema, risponde Negroponte in Essere Digitali (Sperling&Kupfer, Milano, 1995, pag.208, lire 32.000) perché "aumentando le interconnessioni tra gli individui, molti dei valori tradizionali propri dello Stato-Nazione lasceranno il passo a quelli di comunità elettroniche, grandi o piccole che siano. Socializzeremo in un vicinato digitale dove lo spazio fisico sarà irrilevante e il tempo giocherà un ruolo differente. Fra vent'anni guardando fuori dalla finestra, potrete vedere qualcosa distante da voi cinquemila miglia e sei fusi orari. Un'ora di televisione può essere stata mandata a casa vostra in meno di un secondo. Un reportage sulla Patagonia potrà darvi la sensazione di andarci di persona. Un libro scritto da William Buckley potrà essere una conversazione con lui."
Tutto bene dunque? No. Qui infatti non si tratta di enfatizzare o demonizzare le enormi potenzialità future dei mezzi di comunicazione, ma di capire come l'uomo profondamente si trasforma per effetto di questo potenziamento. E se Negroponte non ci dice nulla in proposito, il suo rischia di essere un depliant pubblicitario di duecento pagine, molto arretrato nelle sue idee guida e un po' naif nel non sospettare la trasformazione antropologica che verrà determinata dal potenziamento della comunicazione.
Tra le idee arretrate, per non dire tra i luoghi comuni, che fanno da tacita guida al libro di Negroponte c'è quella che l'uomo può usare la tecnica come qualcosa di neutrale rispetto alla sua natura, senza neppure il sospetto che la natura si modifica in base alle modalità con cui si declina tecnicamente. L'uomo infatti non è qualcosa che prescinde dal modo in cui manipola il mondo, e trascurare questa relazione significa non rendersi conto che a trasformarsi non saranno solo i mezzi di comunicazione, ma l'uomo stesso. Ma perché Negroponte possa capire questo concetto è necessario che prima ne afferri un altro che, per quanto evidente, fatica ad essere riconosciuto, e non dico solo da Negroponte, ma dai più.
Si tratta della persuasione secondo cui i mezzi di comunicazione non sono altro che "mezzi" a cui possono essere assegnati "buoni scopi". Neppure il sospetto che radio, televisione, personal computer, cd-rom ci plasmano qualunque sia lo scopo per cui li impieghiamo. Una trasmissione televisiva edificante e una degradante, per diversi che siano gli scopi a cui tendono, hanno in comune il fatto che noi non vi prendiamo parte, ma ne consumiamo soltanto le immagini. Il "mezzo" indipendentemente dallo scopo ci istituisce come spettatori e non come partecipi di un'esperienza o attori di un evento. Questa condizione, che vale per la televisione, vale, anche se non sembra, per l'Internet dove il "consumo in comune" del mezzo non equivale ad una "reale esperienza comune". Ciò che nell'internet si scambia, quando non è una somma spropositata di banalità, è pur sempre una realtà personale che non diventa mai una realtà condivisa. Lo scambio ha un andamento solipsistico dove un numero infinito di eremiti di massa comunicano le vedute del mondo quale appare dal loro eremo. E par di vederli questi operatori, separati l'uno dall'altro, chiusi nel loro guscio come i monaci di un tempo sui picchi delle alture, non per rinunciare al mondo, ma per non perdere neppure un frammento del mondo "in immagine".
E così sotto la falsa rappresentazione di un computer personale (personal computer), ciò che si produce è sempre di più l'uomo massa per generare il quale non occorrono maree oceaniche, ma oceaniche solitudini che, sotto l'apparente difesa del diritto all'individualità, producono come lavoratori a domicilio beni di massa e consumano come fruitori a domicilio gli stessi beni di massa che altre solitudini hanno prodotto. A questo punto le considerazioni di Gustave Le Bon sulle situazioni di massa che alterano l'individuo sono ampiamente superate perché, grazie ai personal computer, oggi si procede a domicilio a questa degradazione dell'individualità e al livellamento della razionalità.
Ciò comporta un capovolgimento tra interiorità ed esteriorità, e più in generale tra interno ed esterno. Se un tempo la famiglia era l'"interno" in cui si scambiavano quei tratti affettivi d'ira e d'amore e più in generale quella libertà espressiva che occorreva contenere fuori all'"esterno", oggi, grazie alla diffusione della tv sempre accesa, la famiglia è il luogo in cui è di casa il mondo esterno, reale o fittizio che sia. La casa reale, con le sue quattro mura e i suoi quattro mobili, è ridotta a un container per la ricezione del mondo esterno via cavo, via telefono, via etere, e quanto più il lontano si avvicina, tanto più il vicino, la realtà di casa, quella familiare, si allontana e impallidisce. Tutto ciò, caro Negroponte, non dipende dall'uso che facciamo dei "mezzi", ma dal fatto che ne facciamo semplicemente uso, per cui non gli "scopi" a cui sono preposti i "mezzi", ma i "mezzi" come tali trasformano l'immagine in realtà e la realtà in fantasma.
Né la situazione migliora quando la famiglia è "raccolta" intorno alla tv, perché , a differenza della tavola intorno a cui ci si sedeva facendo scorrere, in un viavai continuo, sentimenti e risentimenti, interessi e gelosie, sguardi e conversazioni di cui si nutriva la trama della famiglia, davanti alla tv la famiglia è "raccolta" non più in direzione centripeta, ma centrifuga, solo perché ciascuno, che non è più con l'altro, ma solo accanto all'altro, prenda il volo verso una fuga solitaria che non condivide con nessuno, o al massimo con un milione di solitari del consumo di massa, che contemporaneamente a lui, ma non insieme a lui, guardano lo schermo.
Come il gas, l'acqua, la luce, così i mezzi di comunicazione digitali, indipendentemente dall'uso che se ne fa, ci portano gli avvenimenti in casa dispensandoci dall'andare verso di loro, Ciò trasforma, anche se Negroponte non se ne accorge, il nostro modo di fare esperienza, se non altro perché chi vuol sapere cosa avviene fuori casa deve andare a casa, e solo allora, quando ciascuno di noi è ridotto ad una monade leibniziana senza porte e senza finestre che si aprono sul pianerottolo del vicino o sulla strada sotto casa, solo allora l'universo si riflette per noi e si offre a portata di mano. Non più il viandante che esplora il mondo, ma il mondo che si offre al sedentario che è al mondo proprio perché non lo percorre, e al limite neppure lo abita.
La rivoluzione ha del copernicano, perché il mondo non è più ciò che sta, ma a stare (seduto) è l'uomo, e il mondo gli gira attorno capovolgendo i termini con cui, dal giorno in cui è comparso sulla terra , l'uomo ha fatto esperienza. Le conseguenze, anche se sfuggono all'entusiasmo di Negroponte, non sono da poco. Se il mondo viene a noi, noi non "siamo-nel-mondo" come vuole la famosa espressione di Heidegger, ma semplici consumatori del mondo. Se poi viene a noi solo in forma di immagine, ciò che consumiamo è solo il fantasma. Se questo fantasma lo possiamo evocare in qualsiasi momento, siamo onnipotenti come Dio. ma poi questa onnipotenza si riduce perché, se possiamo vedere il mondo senza potergli parlare, siamo dei voyeurs condannati all'afasia.
Tutto questo dal nostro punto di vista. Se poi ci mettiamo dal punto di vista del mondo allora assistiamo ad un'altra serie di strane trasformazioni. Se un fatto che accade in un luogo determinato può essere trasmesso in qualsiasi luogo della terra quel fatto perde la sua "individuazione" che è sempre stato il tratto caratteristico dei fatti. Se per vederlo bisogna pagarlo, allora quel fatto, insieme a tutta la serie dei fatti, cioè il mondo, diventa merce. Se la sua importanza dipende dalla sua diffusione attraverso i media, allora l'essere dovrà misurarsi sull'apparire.
Come vede caro Negroponte, "essere digitali" comporta qualche problema filosofico e soprattutto incide sul nostro modo di fare esperienza che non è un fatto del tutto trascurabile. Quando vorrà scrivere il prossimo libro, prima di abbandonarsi all'euforia che percorre le pagine di Essere Digitali non trascuri di reperire in qualche biblioteca, e trascrivere sul suo computer un testo di Günther Anders, Die Antiquiertheit des Menschen. E' un libro del 1956, eppure già quarant'anni fa Anders sospettava che il mondo può diventare illeggibile per overdose di informazioni e l'uomo perdere il bene prezioso che è la capacità di fare esperienza. Non siamo onnipotenti come i mezzi di cui disponiamo, e non saranno certo mezzi onnipotenti capaci di mettere in comunicazione milioni di solitudini a fare di tutti i solitari, privati proprio dai mezzi di comunicazione della possibilità di fare un'esperienza condivisa, gli abitanti di un mondo comune.