Modernità,

il tuo vero nome

è Ottocento

Il Novecento fu invece il secolo dell’avanguardia,
non riuscì a rappresentare la realtà

Giovanni Raboni

 

Prima o poi dovremo abituarci all’idea che il Novecento, questo secolo diabolicamente orgoglioso di sé, delle proprie meraviglie e perfino dei propri orrori, è davvero finito e che siamo dunque in grado di guardarlo, non dico dall’alto, ma almeno dal di fuori: il che significa, fra l’altro, smettere di esaltarlo o contestarlo per cercare, nei limiti del possibile, di capirlo. Non sto parlando, è chiaro, di storia, ma semplicemente di letteratura. Credo, d’altronde, che proprio nell’ambito o, se si vuole, nello specchio della letteratura risulti particolarmente evidente la tendenza del secolo appena trascorso a, se così si può dire, autoipostatizzarsi, proclamandosi depositario e portatore unico e in qualche modo “ufficiale” del più imprescindibile (o presunto tale) dei valori: la Modernità. Di questa parola magica, “modernità”, il Novecento è diventato ben presto una sorta di sinonimo; e simmetricamente si è affermata la consuetudine di bollare come “ottocentesco” tutto ciò che non era o non sembrava essere abbastanza moderno. Intendiamoci: forzature, semplificazioni, estremizzazioni del genere sono comprensibili e persino naturali in momenti di svolta, di forti mutamenti del gusto; il guaio è che, nella fattispecie, esse si sono a tal punto diffuse e radicate che ancora oggi, a secolo ormai concluso, se ne trovano tracce consistenti sia nel pensiero critico che nel linguaggio comune.
Anche per questo, a mio avviso, può essere utile cominciare a chiedersi se in un’immagine così schematica e, in un certo senso, coreografica (da un parte il Nuovo, dall’altra il Vecchio, come nel leggendario Ballo Excelsior) ci sia qualcosa non dico di vero, ma di non del tutto falso, o se siamo invece di fronte a un grandioso e in qualche modo geniale capovolgimento della realtà. Personalmente, propendo per la seconda ipotesi; e cercherò di spiegarne il perché partendo da un elenco di opere narrative, poetiche e drammaturgiche uscite a cavallo fra i due secoli. Fra il 1897 e il 1904, dunque, Mallarmé pubblica Un coup de dés jamais n’abolira le hasard, Henry James Il giro di vite, Ibsen Quando noi morti ci destiamo, Conrad Lord Jim, Hoffmansthal La lettera di Lord Chandlos, Gide L’immoralista, Schnitzler Il tenente Gust l, Thomas Mann I Buddenbrook, Rilke Il libro d’ore, Checov Le tre sorelle e Il giardino dei ciliegi, Pascoli I canti di Castelvecchio, Strindberg Danza di morte e Il sogno, Wedekind Il vaso di Pandora, Pirandello Il fu Mattia Pascal; e si potrebbe continuare. Ebbene, siamo ancora nell’Ottocento o siamo già nel Novecento? Se si tiene conto, oltre che della data di pubblicazione delle opere, di quella della loro presumibile stesura e, soprattutto, dell’anagrafe dei loro autori, è impossibile non ammettere che siamo nell’Ottocento. Eppure chi oserebbe mettere in dubbio la “modernità” di queste opere? Aggiungo che basterebbe spingersi più in qua d’una decina d’anni - cioè sino all’inizio della Prima guerra mondiale, che sarebbe tutt’altro che irragionevole considerare come la fine dell’Ottocento - per prendere nella nostra rete anche I fratelli Tanner di Walser, I turbamenti del giovane Törless di Musil, il Partage de midi di Claudel, Morgue di Benn, Campi di Castiglia di Machado, Alcools di Apollinaire, le Poesie di Trakl, i Frammenti lirici di Rebora, Impressions d’Afrique di Roussel, Kamen di Mandel’stam, Du côté de chez Swann di Proust, i Dubliners di Joyce e persino Il processo di Kafka, non pubblicato, è vero, ma certamente già scritto...
Il fatto è, a mio avviso, semplicemente questo: che la modernità, lungi dall’essere una scoperta o un appannaggio del nostro secolo, ha la sua patria, il suo habitat naturale nel secolo precedente: e non solo negli ultimi scorci di esso, ma nell’intera sua durata, dalla rivoluzione romantica sino al fiorire della grande poesia decadente e poi simbolista, del grande romanzo realista e poi naturalista, del grande teatro problematico-borghese. Di nomi, qui, è superfluo e quasi imbarazzante farne, tanti e tanto incontestabili sono: da Baudelaire a Hopkins, da Balzac a Dickens, da Flaubert a Dostoevskij, da Ibsen a Cechov. Se essere “moderni” significa saper cogliere ed esprimere le nuove dimensioni e i nuovi drammi della vita sociale, saper esplorare in modo sempre più ardito e profondo i segreti dell’animo umano, saper mettere radicalmente in discussione le idee e i valori correnti, saper conquistare o addirittura creare un nuovo pubblico, c’è da chiedersi cosa si potesse, cosa tuttora si possa fare di più. E infatti il Novecento - il Novecento inteso non come entità cronologica, ma come entità simbolica, non, voglio dire, per ciò che è stato, quanto per ciò che ha voluto essere - anziché proseguire su questa strada ha imboccato, comprensibilmente e forse inevitabilmente, una strada non solo diversa, ma addirittura opposta: la strada dell’irrealismo, dell’astrazione, della deformazione, della sperimentazione formale ad oltranza. Non più la rappresentazione comprensiva e analitica d’una realtà in continuo mutamento, bensì, volta a volta, la negazione o la parodia; non più l’invenzione d’un nuovo pubblico, ma la scelta elitaria, il rifiuto “terroristico” del consenso, la guerra al senso comune. Questo, in estrema sintesi, l’atteggiamento comune a tutte le avanguardie e le neoavanguardie del XX secolo, dal Futurismo al Surrealismo, dal teatro dell’assurdo al noveau roman ; e questo, a pensarci bene, è anche ciò che le accomuna ai vari tentativi di “ritorno all’ordine”, alle varie forme di “neoclassicismo” che alle avanguardie, decennio dopo decennio, si sono accostate e apparentemente contrapposte. Più che di modernità, allora, non sarebbe il caso di parlare di distruzione della modernità? Una distruzione perseguita, beninteso, nella convinzione o illusione di favorire così un cambiamento dell’intera realtà, l’avvento di una società totalmente liberata... Le rivoluzioni, si sa, assomigliano spesso a delle controrivoluzioni e finiscono, il più delle volte, in una catastrofe. Per quanto riguarda il nostro particolare e limitato campo d’indagine, sarebbe forse benefico trovare il coraggio di ammettere che se ci troviamo di fronte, oggi, a un panorama di rovine (da una parte il trionfo della pseudoletteratura, dall’altra la progressiva, inarrestabile scomparsa del pubblico della letteratura), è anche e soprattutto perché l’immenso patrimonio di modernità accumulato dai grandi scrittori del cosiddetto Ottocento nel corso del XIX secolo e nei primi anni del XX è stato in seguito volutamente disatteso, dilapidato e disperso dagli scrittori (non di rado altrettanto grandi - ma non è questo il punto) del cosiddetto Novecento.