Fare cultura

nel tempo

della comunicazione

Giorgio Rumi


È consapevolezza comune che con la metà del Novecento, il tempo si sia messo a correre allontanando velocemente il passato da noi. Quando al vapore si è sommata l’elettricità, e ad essi si è aggiunta l’energia nucleare, è sopravvenuta in ogni latitudine una diversa valutazione del passato privandolo della funzione legittimatrice che, dalla notte dei tempi, l’aveva caratterizzato. Pensiamo alla proprietà, ad esempio: il possesso si faceva titolo con l’ascrizione nei libri del catasto. Ma anche le dinastie si fondavano sulla trasmissione del potere attraverso le generazioni, e le famiglie particolari, quando ambivano ad un consolidamento del rango sociale, esibivano genealogie – magari colmate nelle lacune da esperti compiacenti – che volevano rassicurare appunto con l’antichità dello status, premessa utile per il futuro. I luoghi di culto stessi erano nati e fioriti sulle reliquie dei santi o in qualche modo (forse solo per eventi straordinari o dedicazioni specifiche) ad essi si riattacavano come fonte certa di validità.
Un immenso apparato, esteso dagli archivisti all’insegnamento storico, dalle leggende al sistema commemorative, era messo i piedi, ovunque e sotto qualsiasi opzione ideologica, per assicurare al tempo, o meglio ad una certa lettura del tempo: la tradizione appunto, forza efficace e continuità. Ma quando la tecnologia ha messo in forse l’antico equilibrio tra mezzi impiegati e risultati ottenuti, l’incisività del “si è fatto sempre così” si è dissipata sotto il vento della verifica del prodotto e del cangiante rapporto profitti-perdite. Il progresso da ideologia si faceva attesa di avanzamento tecnologico illimitato, valido di per sé se opportunamente liberato dalle implicazioni soggettive (così si pretendeva).
Restava solo da sgomberare il campo dai residui ereditati dal volgere delle generazioni, in modo da permettere all’espansione illimitata dei desideri di trovare l’auspicato soddisfacimento.
La storia, l’antica regina delle relazioni umane, si degradava così ad ancella. E infatti, che valore poteva mai mantenere il passato, se tutta l'avventura umana si riduceva a vittoria sullo spazio-tempo e al raggiungimento della “felicità”, come voleva la settecentesca Costituzione degli Stati Uniti e il pensiero unico odierno? Regna incontrastata la melior condicio dell’oggi, fondata sulla deprecazione degli errori e degli orrori di un fosco ieri da cui ci siamo fortunamente liberati. C’era, sì, qualcuno che malinconicamente insisteva su una prospettiva di progresso, caricandola dei valori e delle certezze dell’oggi, e ridisegnando il cammino umano secondo una direttiva di marcia obbligata – ma stabilita dal postero. E’ la teoria dei precursori (del bene odierno). La storia ha senso se è illustrazione delle certezze e dei traguardi di oggi, mentre le eventuali – e subito accantonate – alternative restano dei rami secchi ed inutili del gran fiume trionfale costitutivo di noi stessi.
Ne viene una sorta di ferrea dittatura del presente che domina sull’insignificanza di quell’irrimediabile diverso da noi che è il passato. Le conseguenze sono assai gravi. Si accende una sorta di ribellione al passato, che si traduce ovviamente in una riscrittura di quel che sarebbe altrimenti un insopportabile limite alla nostra volontà. Chi riuscisse ad alterare a piacimento la sequenza del Dna riscuoterebbe incalcolabile benemerenza, poiché la natura, figlia del tempo, dovrebbe ridursi a elemento esornativo, a fondale onirico per le stringenti scelte di un Io finalmente assoluto. A cosa serve la storia, dunque? Se la historia rerum gestarum ha oggi una limitatissima funzione legittimatrice, la conoscenza stessa delle res gestae si fa sfida inattingibile, fuorviati come siamo dalle certezze dell’oggi e dal vuoto d’amore per l’esperienza dei predecessori. Tutto ciò è dimostrato dalla scarsa comprensione dell’esperienza woytiliana di “richieste di perdono”. Ad esse, una folta schiera antiromana ha applicato la categoria dell’opportunismo, e un diffuso futurismo ecclesiale non è stato da meno, con la sua critica della chiesa com’era e com’è, diversa da quella auspicata da quella fazione. Il problema di coscienza e di apostolato di Giovanni Paolo II veniva eluso, anche perché si fondava su una visione critica della storia e non su un uso araldico genealogico della stessa, in un senso o nell’altro. In sostanza è praticato l’uso trionfalistico di un elemento marginale com’è il passato, o pronunciata la damnatio memoriae dello stesso: quel che resta della parte inutilizzata è la ricostruzione dell’effettivo svolgimento storico. Un cristiano direbbe che è venuta meno la comunione dei santi, un laico osserverebbe che si è indebolito senza rimedio il legame tra le generazioni: il senso stesso dell’avventura umana si fa indicibile, e quindi insignificante, perché intrasmissibile. Il volgere del tempo perderebbe di senso. Ecco perché si potrebbe inventarne un altro, più confortevole, rassicurante, magari politicamente corretto. La profezia di Orwell sulla riscrittura del passato all’acme della contemporaneità troverebbe così il suo pieno compimento.
Resta irrisolto il problema del tempo, non riconducibile – oltre il segno – alla percezione dello stesso. I grandi modelli vissuti dalla coscienza storica sono ancora lì e ci sfidano ad una scelta che non può essere a lungo elusa. C’è il sistema degli eterni ritorni: il più antico e collaudato, legato all’età della vita e al mutare delle stagioni. Rudimentale fin che si vuole, ma dotato di una sperimentabilità, e quindi naturalisticamente affidabile. Oggi gli è maturato addosso un certo qual profumo orientale, il che non guasta. Ma c’è sempre il sistema del “gran teatro”: un ricco magazzino di exempla, di casi umani facilmente intercambiabili, riplasmabili a piacimento, da richiamare in vita o da rivedere secondo necessità. E’ la fantastoria, ove è possibile ridelineare avvenimenti, personaggi e, se del caso, anche proficue fiction che possono piacere come e più delle vicende “vere”, su cui invano si sono affaccendate generazioni di studiosi. La riduzione del passato a deposito inesauribile di copioni per spettacolo permette evidentemente una maggiore flessibilità argomentativa, e piacevoli esercizi di storia controfattuale. Un esempio: lo sterminio dei paladini di Carlo Magno a Roncisvalle potrebbe suscitare problemi alla communautè francaise auspicata dalla gauche per via delle responsabilità arabe. Quante a baschi, è saggio non coinvolgerli per evidenti ragioni di opportunità. Meglio sarebbe poter introdurre dei figli di Atlantide, per farli successivamente scomparire nella catastrofe del continente scomparso…con il che sia nazionalisti di Euzkadi, sia i fondamentalisti musulmani, sia i superstiti fautori della France catholique et royale sarebbero soddisfatti.
Rimane ultimo ostacolo sulla via del superomismo manipolatore la tradizione giudaico cristiana sul tempo. La promessa e l’attesa, e poi la venuta, l’età intermedia e il ritorno finale del Signore e lo scioglimento dei misteri e l’ultimo giudizio…Un nocciolo duro di esigenti convinzioni, queste, che costituiscono il tempo della prova, una stagione di comportamenti di grande valore e significato che innervano la storia. Proprio quello che si voleva rimuovere: da un lato, il trionfo dell’identità, dall’altro il massimo della responsabilità. Ma, agli occhi di molti, questa centralità della persona, inserita nei cerchi concentrici delle organizzazioni naturali: famiglia, luogo, lavoro, nazione, avrebbe troppe implicazioni. Meglio ridurre la persona ad individuo (e la nazione all’indifferenziata “gente”) e stemperare l’ansia delle scelte in un nirvana di diritti. E’ l’idea stessa di giudizio a risultare insopportabile. Certo piacerebbe accogliere il valore, ma l’applicazione di unità di peso e misura razionali, autonome, non ridefinibili a piacimento suscita ostacoli insuperabili. Un’etica non soggettiva, precostituita, non conciliabile con le pulsioni personali, le mode, i movimenti: il risultato sarebbe sconvolgente, imponendo una revisione del relativismo oggi imperante, e addirittura la riscoperta della dimenticata lezione sui talenti.
Sottoposta a queste pressioni, l’ipotesi di senso diventa allora un’altra. La sovranità del tempo è aggirata con un espediente intellettuale che permette il coagulo di una serie inaspettata di sentimenti e di risentimenti. Ecco farsi avanti la teoria del corto circuito che, a certe condizioni beninteso, può scattare tra l’Evento, il termine a quo da cui decorre il tempo, e l’attualità. La vicenda umana intermedia scomparirebbe, restituendo all’oggi (ad ogni singolo oggi) un’incomparabile freschezza, non più appannata dall’accumulo dei vissuti. Chiamiamolo il sogno del geologo: restituire ad ogni sedimentazione la consistenza originaria, alleggerendolo dai depositi successivi ed eliminando le torsioni e i movimenti del profondo. Ne risulta un’operazione – meglio sarebbe a dire una velleità – di alto e rarefatto intellettualismo che non nasconde, sotto i veli attualistici, una profonda sfiducia nelle possibilità creative dell’uomo e finisce per negare il ruolo del progresso nella storia. Un giusto ed equilibrato senso della tradizione, intesa come fecondo e anzi pulsante lascito accumulato dalle generazioni, viene così ad essere attaccato su due fronti: dal disperato soggettivismo dei novatori di professione e dai fossilizzati replicanti di un passato eletto ad idolo nemico della creatività pur installata nel cuore dell’uomo.
Un’analoga opera di corrosione viene posta in essere contro lo spazio, una coordinata fondamentale dell’esistenza umana. In effetti, le applicazioni del vapore, e poi il motore a scoppio, e i rispettivi derivati, hanno già grandemente contratto lo spazio con un’azione incessante a partire dalla metà del XIX secolo. Oggi poi lo sviluppo delle comunicazioni l’ha ancora ridotto, fino a farne una sorta di optional antiquario in un sistema avanzatissimo di comunicazioni che fa dello spostamento materiale di cose e persone l'ultimo dei problemi. la percezione del rimpicciolimento del mondo ( e le ricadute in termini di villaggio globale ) hanno addirittura esasperato questa tendenza, in un processo di delocalizzazione ricco di aspetti controversi. Come l’assenza di gravità provoca fluttuazione nel vuoto, il declino e la fine dei luoghi crea contraccolpi angosciosi: dalla riscoperta dell’appartenenze tribale alla banalizzazione del rapporto dell’uomo col territorio che si pretende sostituibile a piacimento, come un’artificiosa quinta teatrale su cui si può stagliare l’egotistica autodeterminazione del singolo.
La storia, tuttavia, non è solo e tanto, una disciplina accademica. Tocca direttamente l’uomo e il cittadino, e la sua scrittura, la storiografia, non è per nulla indifferente allo stile complessivo delle relazioni sociali e, in qualche modo, contribuisce a determinare il destino complessivo della collettività. Il suo destino, il suo statuto metodologico, la comunicazione dei suoi risultati è dunque essenziale, come lo è il suo insegnamento, sempre costitutivo di identità verticale (sono italiano, sono cristiano perché mio padre e il padre di mio padre lo erano, perché italiani e cristiani erano i luoghi fondamentali della mia vita etc.), non tiene evidentemente più. Con tutta la prudenza del caso, si può proporre al ricercatore di tendere ad un’identità relazionale, consapevole figlia della complessità. Cambia allora tutta la strumentazione dell’addetto ai lavori, la formulazione delle ipotesi di ricerca, la raccolta, la critica, l’uso dei documenti, la comunicazione dei risultati, i modelli narrativi…Questo non significa l’inutilità della “vecchia storia” ma la disponibilità ad una sua ragionata integrazione, che muove da altri punti di vista, da altri interrogativi da porre alle tracce del tempo che fu. In questo senso, e solo in questo senso, una inesauribile revisione è d’obbligo per lo storico. Dire ad esempio che la nostra Repubblica è figlia della Resistenza e del Risorgimento non può escludere l’approfondimento della crisi dello stato liberale a soli cinquant’anni dall’Unità e dal fatale divorzio tra unità della patria e libertà dei cittadini. L’Asse Roma-Berlino non è un circoscritto episodio della nostra politica estera, ma pone il quesito della reale natura dei due Stati, ultimi a costituirsi nell’Europa delle nazioni, dopo tanta proterva retorica. E l’Europa stessa non è la fine della storia, l’epifania del sogno vissuto dagli spiriti migliori, una voce angelica nel coro planetario, ma una realtà che ci confronta con gli altri, russi, americani, africani e arabi, senza garanzie precostituite di pace e di armonia, checchè ne dicano tanti interessati comunicatori. Sulla ricostruzione del passato pesano forze distorcenti: l’appartenenza culturale, l’utile, l’errore umano, il frastuono stesso del “mercato” in cui è difficile esercitare il discernimento. E d’altra parte non è pensabile una disciplina dall’esterno del lavoro dello storico, anche se il potere politico ha sempre tentato di acquisirlo al suo apparato educativo e alla stessa legittimazione della propria esistenza. Il cittadino ha tuttavia sempre bisogno della storia per dare spessore e fondamenti al suo diritto di autodeterminazione. La sola garanzia di credibilità sta nella corretta ermeneutica delle fonti, nella sapienza euristica, nella fedeltà allo statuto culturale della disciplina e in definitiva sulla pratica della libertà di ricerca e di confronto. La storiografia resta comunque il luogo della critica, e non l’arsenale argomentativo di qualsiasi fazione ideologica e politico. Solo così la conoscenza del passato umano per quanto possibile si fa fondativa dell’unica civitas