Cattolici

e politica oggi

Appunti di Savino Pezzotta


Colgo positivamente l'elezione di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica, la colgo come il segno che una fase della politica italiana si è conclusa e che, da oggi in avanti, sarà sempre più difficile attingere risorse dalla classe dirigente formatasi nella cosiddetta prima Repubblica.
Passate le elezioni, eletto il Presidente della Repubblica, costituito il nuovo Governo e usciti dalle emergenze congiunturali, sono convinto che occorra aprire una fase di riflessione critica sul come la politica si è declinata in quest'ultimo decennio, sia per rilevarne le contraddizioni sia per trarne insegnamenti profondi. È certo, almeno per quanto mi riguarda, che il nostro sistema politico ha bisogno dí un vero processo riformatore e di numerosi aggiustamenti, e dentro questo ripensamento della politica è altrettanto necessario che i cattolici aprano una profonda riflessione sul loro ruolo e la loro funzione nella democrazia italiana.
Sono convinto che siamo dentro un processo dí metamorfosi profonda della società italiana, con caratteristiche molto diverse tra il Nord e il sud del Paese. Queste trasformazioni producono mutamenti sociali profondi che incidono con forza sulla dimensione della politica e ci interrogano sulle modalità del fare politica.
Sono convinto che nel Nord si devono affrontare questioni molto diverse da quelle del Sud, non solo sul terreno socioeconomico, ma soprattutto culturale e della composizione sociale.
Mi rendo conto che fare ragionamenti di questo genere può determinare nei cattolici democratici un qualche turbamento, essendo stati abituati ad avere una visione nazionale ed europea, ora è il tempo che ci si concentri sulla realtà dei cambiamenti.
Il mondo cattolico, anche con la fine della DC, non è venuto meno alla ricerca e all'attenzione verso la dimensione politica, anche se il suo impegno operativo è stato molto più incidente sul piano sociale, con un'attenzione particolare agli ultimi e alle emarginazioni.
Oggi però ci dobbiamo chiedere se nei confronti del nuovo modello su cui si è organizzata la politica, il bipolarismo, non siamo stati un poco timidi e, consciamente o inconsciamente, abbiamo vissuto avvolti in nostalgie.
In una recente "Indagine sui sacerdoti e i seminaristi del clero diocesano in Italia", commissionata dalla Cei, sono emerse interessanti valutazioni sui temi politici, che ci devono far riflettere. La maggioranza dei preti e dei futuri preti propende per il centro: né centro destra né centro sinistra, ma centro. Infatti, si definisce di centro il 32%, il 27% di centro sinistra, il 10% di centro destra, il 14% non si interessa di politica. Se questa è l'opinione del nostro clero qualche pensierino siamo obbligati a farlo. Quello che emerge, e non solo nei preti, è che questo bipolarismo turba e che l'esigenza di centro più che una richiesta di Democrazia Cristiana, sia un'esigenza di una politica meno aggressiva.
Questi interrogativi esprimono il profondo turbamento che attraversa molti credenti, ma che in forme diverse si pone a molti cittadini che si stanno allontanando dalla politica e dal voto. Molte volte la tentazione di chiuderci nei nostri ambiti, nei nostri recinti e a fuggire dalla città degli uomini è forte. È però una tentazione cui occorre resistere anche se non è facile. Sono convinto che un cristiano si sia trovato a disagio nel seguire i toni e i modi con cui si è condotta l'ultima campagna elettorale. Si è turbati quando si avverte che predomina la logica del nemico/nemico.
La questione del rapporto tra cattolici e politica va oggi riaffrontata con molta attenzione, sapendo che è un tema che resterà sempre aperto e che non troverà mai una sistemazione compiuta. I cristiani sanno che sono tenuti a restare costantemente tesi nella dialettica dell'attenzione a Cesare e alla fedeltà a Dio.
Agostino ci ha insegnato che la stessa vita dell'uomo è segnata da una tensione costante tra il vivere secondo la carne e il vivere secondo lo spirito. La stessa insistenza domina la storia dell'umanità, attraversata dalla dialettica tra la città terrena e la città celeste di Dio che convivono nello svolgersi della storia, "mentre i cittadini della città terrena sono dominati dalla cupidigia di predominio che li induce a soggiogare gli altri, i cittadini della città terrestre si offrono l'un l'altro in servizio con spirito di carità e rispettano docilmente i doveri della disciplina sociale" (De civ. Dei, XIV, 28). Le due città non si distinguono e sono mescolate insieme dall'inizio della storia umana e lo saranno fino alla fine dei tempi. Siamo, dunque, collocati in una situazione in cui bisogna continuamente mettersi in gioco.
In questa dialettica sempre aperta, ai cristiani è chiesta una costante capacità di discernimento e l'umiltà di non illudersi mai e che la Città di Dio sia a portata di mano, ma sono chiamati a vivere nella storia disponibili a sempre nuovi inizi.
Metterci in questa prospettiva non è facile, soprattutto per noi che veniamo da una stagione di turbamenti profondi in cui ci siamo sforzati di ridisegnare, dopo la fine della Democrazia Cristiana, i tratti di una nostra nuova presenza politica.
Non è stato facile, anche perché molti di noi avevano vissuto quella stagione come risolutiva delle forme e dei modi con cui stare nell'agone della politica.
Siamo, invece, stati costretti a fare esperienze nuove e a rimetterci in cammino.
Siamo ora ad uno snodo e siamo chiamati a ridisegnare i termini della nostra presenza reale a partire dalla realtà che c'è e dalla quale non possiamo estraniarci. Bisogna guardare avanti senza più nostalgie e sottoponendo a verifica anche le esperienze che in questi ultimi dieci anni si sono compiute e bisogna ragionare facendo i conti con una realtà politica segnata e condizionata dal bipolarismo.
È chiaro che questo pone dei problemi e che si è costretti ad impegnarci in un patto in cui non esiste l'omogeneità, e dove magari sono presenti culture politiche ostili alla Chiesa. Ma questo è quello che c'è dato e con questa situazione occorre fare i conti con chiarezza e senza fughe o ritirate.
Certo che molte volte sorge il dubbio se è davvero possibile per un cristiano impegnarsi politicamente nel nostro Paese in questi tempi e con questo sistema? e a quali condizioni si deve fare?
I cristiani sono chiamati a vivere dentro la realtà per quella che essa è e a rendere testimonianza li dentro che un qualche cosa di diverso è possibile e che è già iniziato. I credenti sono chiamati a rischiare anche dentro l'impegno politico, e ad essere fedeli al Vangelo anche nei compromessi e nelle mediazioni che l'agire politico per sua natura esige. Si tratta di attraversare, come direbbe Flannery O' Connor, il territorio del diavolo, ma non possiamo sottrarci, lo esige il comandamento della carità.
Inoltre occorre tenere presente quanto il santo Padre Benedetto XVI ha detto alla cinquantaseiesima assemblea generale della Conferenza Episcopale italiana:
"... la Chiesa è ben consapevole che «alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio» (cfr. Mt 22,21), cioè tra lo Stato e la Chiesa, ossia l'autonomia delle realtà temporali.
Questa distinzione e autonomia la Chiesa non solo riconosce e rispetta, ma di essa si rallegra, come di un grande progresso dell'umanità e di una condizione fondamentale per la sua stessa libertà e l'adempimento della sua universale missione di salvezza.
In pari tempo, e proprio in virtù della medesima missione di salvezza, la Chiesa non può venir meno al compito di purificare la ragione, mediante la proposta della propria dottrina sociale, argomentata «a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano», e di risvegliare le forze morali e spirituali, aprendo la volontà alle autentiche esigenze del bene.
A sua volta, una sana laicità dello Stato comporta senza dubbio che le realtà temporali si reggano secondo norme loro proprie, alle quali appartengono però anche quelle istanze etiche che trovano il loro fondamento nell'essenza stessa dell'uomo e pertanto rinviano in ultima analisi al Creatore. Nelle circostanze attuali, richiamando il valore che hanno per la vita non solo privata ma anche pubblica alcuni fondamentali principi etici, radicati nella grande eredità cristiana dell'Europa e in particolare dell'Italia, non commettiamo dunque alcuna violazione della laicità dello Stato, ma contribuiamo piuttosto a garantire e promuovere la dignità della persona e il bene comune della società".
Nella esortazione Apostolica "Christifideles laici" sta scritto che "la carità che ama e serve la persona non può mai essere disgiunta dalla giustizia: e l'una e l'altra, ciascuna a modo suo, esigono il pieno riconoscimento effettivo della persona, alla quale è ordinata la società con tutte le sue strutture ed istituzioni".
L'indicazione è chiara e afferma che i cristiani non possono abdicare dal partecipare all'agire politico, poiché se la carità non può essere disgiunta dalla giustizia, l'ambito di costruzione della giustizia è quello pubblico e dunque esiste un "obbligo" alla politica per ogni cristiano.
Come si vede i richiami sono alquanto forti precisi e ci richiamano all'obbligo dell'impegno politico e sociale.
A quest'obbligo i cattolici italiani hanno corrisposto nel tempo secondo i modi e le forme che le varie contingenze storiche, culturali e sociali richiedevano. La loro presenza è stata utile al Paese, alla democrazia e alla libertà della Chiesa. Nell'operare per la democrazia di tutti sono stati in grado di creare quello spazio di libertà che consente alla Chiesa di annunciare il Vangelo senza restrizioni. Sono convinto che affermare la libertà della religione sia agire nel cuore della libertà per tutti. Ma sono stati anche solleciti nei confronti dei poveri e delle loro ragioni.
La storia dell'impegno sociale e politico dei cattolici in Italia è qualche cosa di grande e di significativo e credo sia stato essenziale a segnare i tratti della nostra democrazia e soprattutto a determinare quell'insieme di beni pubblici e sociali che hanno consentito a milioni di persone di uscire dalla miseria, dalla povertà e divenire cittadini coscienti a tutti gli effetti.
Questa presenza, fatta da vite, personaggi, movimenti che hanno aperto il cammino verso la libertà, l'umanizzazione e l'emancipazione e che ha dato vita ad una cultura politica ispirata cristianamente, ora se non vogliamo che questo filone di pensiero politico e rischia d'essere insignificante e di isterilirsi. È qui che si pone la domanda sul come oggi possiamo stare oggi in politica da cristiani.
È un compito che tocca a noi laici cristiani ridefinire, non possiamo attendere che lo dica la Chiesa anche perché non tocca a lei dare indicazioni di questo genere. Alla Chiesa compete l'insegnamento evangelico, l'amministrare i sacramenti, delineare i tratti della dottrina sociale che deve rivolgere a tutti gli uomini, educare alla politica, ma tocca a noi laici, nella nostra piena responsabilità e autonomia, decidere le forme e i modi dello stare in politica. I vescovi devono parlare, insegnare e richiamare i cristiani alla fedeltà al Vangelo, a noi agire con discernimento, responsabilità e libertà.
L'unità dei cristiani non si realizza in politica, ma nell'essere Chiesa e pertanto vivere il rapporto con i Vescovi non nella forma di una gerarchizzazione di comando, di centro di decisione, ma di forte e profonda comunione.
Sono convinto che più noi laici diveniamo uomini di Chiesa, più il pluralismo delle scelta politiche acquisisce una dimensione nuova e si consegna alle nostre responsabilità.
È partendo da queste riflessioni e dalla costatazione della non riproponibilità dell'unità politica dei cattolici, che ho maturato la convinzione che il bipolarismo sia un fatto provvidenziale e che aiuti a delineare con chiarezza la nuova fase dei cattolici in politica. È chiaro che questo ci obbliga ad assumere il pluralismo della presenza dei cristiani in politica come un fatto nuovo e positivo per la democrazia italiana.
L'assunzione di questa logica obbliga i cattolici che militano in uno e nell'altro schieramento, ad assumere un ruolo significativo nell'elaborazione politico-programmatica di entrambi gli schieramenti. La questione è certamente complessa se teniamo presente che negli ultimi anni la politica è stata posta di fronte a temi "eticamente sensibili", molti dei quali, il Papa Benedetto XVI°, ha detto che devono essere ritenuti "non disponibili" dall'una e dall'altra parte, come accade sulle questioni del nascere, del vivere e del morire. Sono altresì convinto che il nostro stare in politica non possa ridursi a tali questioni, ci si deve stare a tutto campo e con pienezza. Non è possibile che in Italia i cattolici possano vivere una condizione politica di minorità. Si può essere minoranza, ma non minoritari.
Queste precisazioni cí obbligano a tentare dei ragionamenti diversi dal passato. Non basta più discutere del rapporto tra cattolici e politica, ma occorre anche avere il coraggio da parte di chi si è schierato in una delle due parti in competizione politica, di chiarire come da cristiano sta all'interno dello schieramento scelto.
Essendo gli schieramenti attraversati da proposte culturali, politiche, economiche e sociali differenti, è chiaro che i cristiani devono esplicitare il come stanno dentro il centro-destra o il centro-sinistra, e come intendono rapportarsi con le forze e le culture che nei diversi schieramenti tendono all'egemonia o a costituirsi come il baricentro, o sono incompatibili con i valori che noi dobbiamo professare.
Da questo punti di vista le sfide sono molto più complicate che non nel passato, ma qui sta il bello. Noi cristiani siamo chiamati a giocare fino in fondo la nostra responsabilità nei confronti di noi stessi e di coloro che incontriamo.
Una nuova presenza dei cattolici in politica e per garantire una significativa presenza all'interno degli schieramenti, ha bisogno che esista un associazionismo cristiano che punti con chiarezza sulla sua autonomia e sull'autonomia del sociale nei confronti del politico.
Vorrei a proposito di quanto sto dicendo richiamare un pensiero di De Gasperi che credo utile anche per l'oggi. Il 9 gennaio 1949, nelle conclusioni dei lavori dell'assemblea nazionale organizzativa della DC ebbe a dire: "la democrazia cristiana, prima che come partito, è nata come movimento sociale ispirato del magistero della Chiesa. Dobbiamo affermare chiaramente che riconosciamo questa paternità e questa origine. La tradizione del movimento sociale cristiano, guidata dall'insegnamento della Chiesa è la fonte a cui dobbiamo sempre attingere". È chiaro nel pensiero di De Gasperi, che l'impegno politico trova le sue ragioni dentro il crescere di un ampio ed esteso impegno sociale.
Il cattolicesimo politico non ha alle spalle una filosofia della storia, un'ideologia: una chiave di lettura della storia che pretenda di proporsi – come accadeva per le ideologie – come sicuro e univoco criterio d'orientamento per il futuro; nasce da un'esperienza di fede, dal tentativo di rendere presente nella vita associata un annuncio evangelico che non si esaurisce in nessuna teoria politica o sociale; nasce dalle "opere di misericordia", in pratica dal mettere nel cuore le esperienze spirituali, culturali e sociali. Da qui emergono le istanze etiche, sociali che precedono ed orientano la politica. Ma su questa articolazione del rapporto tra politica e sociale che il cattolicesimo democratico sí distingue da altri pensieri politici, sia di origine liberal-democratica che socialista.
Nel nostro Paese il cattolicesimo sociale ha ancora una gran vitalità: vive nel sindacato, nella cooperazione, nell'associazionismo sociale, culturale e sportivo; anima molte forme di volontariato; è protagonista d'esperienze molto innovative nell'economia non profit, nella finanza etica, nel commercio equo e solidale; segna una significativa presenza nel settore dell'educazione e della formazione professionale; sta nelle zone di frontiere della lotta all'emarginazione e delle povertà vecchie e nuove; mantiene vivo l'impegno nella cooperazione internazionale, per la pace e per la salvaguardia del creato. È un insieme di esperienze che costituisce un reticolo che attraversa la società italiana e che contribuisce a mantenere vivi i riferimenti agli ideali di uguaglianza, di solidarietà e di speranza per un futuro migliore e più umano per tutti. Sono anche convinto che l'associazionismo d'ispirazione cristiana debba porsi oggi il problema di come annunciare il Vangelo nella Società italiana.
Da queste affermazioni dobbiamo trarre alcune indicazioni operative molto chiare.
Molte volte c'è fatto osservare che tutto questo va bene, ma che occorre uno sbocco politico.
A questo proposito occorre veramente essere molto attenti, rigorosi e convinti che lo sbocco non può consistere in una sorta di neo-collateralismo o risolto con la presenza in Parlamento di personaggi eccellenti del nostro mondo. Non ho nulla contro le risposte istituzionali che possono essere utili, anzi sono convinto che un associazionismo che non è in grado di produrre classe dirigente è sterile. Il fatto che due sindacalisti siano assunti alle massime cariche della Repubblica io l'ho considerato come un fatto positivo, e la dimostrazione che il sociale è in grado di produrre dirigenti politici complessivi.
Sono anche convinto che alle sollecitazioni che maturano e si rappresentano da parte del sociale organizzato, servano delle risposte politiche, ma queste devono essere in grado, nel rispetto delle autonomie, di cogliere queste sensibilità e tradurle in proposta politica.
Si tratta di generare un'idea ricca di pluralismo, che si fondi sulla valorizzazione dell'autonomia dei movimenti sociali, delle associazioni e delle rappresentanze, ma questa valorizzazione richiede una forte autonomia della politica che deve rinunciare, anche quando è conveniente, a colonizzazione il sociale. Le reciproche autonomie e il loro rapporto dialettico o dialogante devono essere assunte come essenziali per la democrazia e per la partecipazione.
Questo approccio ci aiuta a superare una visione della società ancora centrata su ceti sociali omogenei, quando invece tutto è in movimento e che i vecchi automatismi sociali si sono profondamente riarticolati.
La nostra idea di popolo, costituita da ceti e classi sociali, è venuta frantumandosi per effetto dei mutamenti produttivi, per la frammentazione del lavoro, per la crescita del benessere, della scolarità, per il nuovo ruolo assunto dai consumi, per i cambiamenti demografici né l'immigrazione, è profondamente mutata e bisogna fare i conti con la cosiddetta moltitudine.
Non possiamo sfuggire alla domanda di come questo molteplice, segnato dall'individualità, dalla frammentazione, dalla fragilità sociale, dalle incertezze, dalla flessibilità del lavoro, dal restringersi della mobilità sociale, dalla multiculturalità, dai nuovi bisogni sociali e dall'indebolimento progressivo delle relazioni sociali, possa essere ricondotto a forme di coesione sociale.
Da questo punto di vista i cristiani che scelgono l'impegno politico hanno una grande responsabilità ed è quella di essere capaci di recepire le istanze che vengono dal cattolicesimo sociale che vive le sue esperienze più feconde dentro la moltitudine. Si tratta di essere tra i protagonisti della costruzione di un progetto sociale capace de ridefinire i tratti di una nuova sensibilità sociale, in grado di valorizzare le forme dell'autorganizzazione, di creare la condizione per la gestione autonoma di spazi di vita, di favorire le mutualità, le solidarietà, le responsabilità, le forme di cura ín una logica che punti molto sui diritti e le relazioni d'autotutela e d'auto-regolamentazione.
Altro tema che si deve ripuntualizzare è quello della nuova laicità. Quando si discute della presenza politica dei cattolici in politica il tema di quale laicità si pone subito con forza. Si pone con maggiore evidenza in quanto in ambedue gli schieramenti è presente un'area di cultura laicista e secolarizzante con la quale si è comunque chiamati a confrontarci, a dialogare e se necessario confliggere.
Il tema della laicità si è posto con maggior evidenza dopo il Referendum sulla procreazione assistita.
Il riproporsi del tema della laicità non avviene per caso o per qualche reminescenza, ma emerga dalle promesse non mantenute della modernità. Dopo il fallimento delle grandi narrazioni ideologiche che hanno segnato le società industriali e l'occidente, la politica non ha saputo mantenere la promessa di un progresso basato sul mercato, sulla razza e sulla classe; inoltre si era pensato che con la fine del bipolarismo mondiale si potesse aprire una nuova fase di progresso basato sull'espansione della democrazia, del benessere e della pace. Invece ci siamo ritrovati in un mondo che vede crescere la ricchezza, che è attraversato da nuove interdipendenze economiche dove la finanza la fa da padrona, ma che nello stesso tempo vede il ritorno della guerra, il crescere del terrorismo e il permanere di forti povertà e disuguaglianze. Invece del futuro luminoso siamo entrati nella società dell'incertezza.
È chiaro che le persone non possono vivere in un universo così sfilacciato e, pertanto, sono alla ricerca di punti di riferimento, e le religioni possono offrirli.
Il ritorno del religioso, pone delle domande anche a noi cristiani e ci obbliga a riprecisare da cristiani il senso vero della laicità, proprio perché si rende conto che nonostante la secolarizzazione le religioni mantengono nelle società attuali un peso sociale non indifferente e di come continuino a dare forma alle relazioni sociali.
La democrazia di tutti ha bisogno che si affermi una laicità che sia capace di riconoscere la valenza sociale delle religioni, e che non tendi a confinarle nel privato. Anzi alla religione va riconosciuto un ruolo importante nella costruzione del tessuto etico della società e della democrazia. Il fatto religioso va assunto come fatto sociale perché se si cerca di confinarlo nel privato si corre il rischio di farlo emergere in forme fondamentaliste ed integriste.
De Gasperi nell'intervento conclusivo pronunciato il 27 giugno 1954 al V Congresso nazionale della DC, affermava un'idea di laicità di una modernità assoluta anche per l'oggi: "Quando nelle nostre manifestazioni diciamo o accettiamo la formula «senza differenza di religione e di fede», (intendiamo la formula «senza differenza di religione e di fede»), intendiamo affermare una norma di tolleranza civile, cioè di rispetto della libertà delle coscienze, ma non è con ciò che accettiamo come principio della vita pubblica l'indifferenza. Non lo accettiamo per le nostre personali convinzioni, ma se esse fossero anche diverse, non potremo accettarlo come uomini di Stato, di Governo, come politici italiani, perché il sentimento religioso, costituisce ancora in Italia l'elemento più forte e più fecondo della solidarietà, tanto è vero che, anche nella polemica, ogni parte tenta di richiamarsi alla comune legge del Cristianesimo, al concetto della fraternità degli uomini di Dio, concetti che operano nelle coscienze e nelle menti nel senso della solidarietà umana e della giustizia sociale. Questo sentimento è come un ponte gettato sui gruppi di interessi, un ponte spirituale, umano e nazionale, su cui il popolo, ancora in maggioranza passa sperando in un mondo più giusto".
Andava bene allora e va bene ancora oggi.
Come si vede il tema della laicità non può limitarsi al rapporto tra Stato e Chiesa, né si può proporre nelle forme e nei modi alcuni laicisti nostrani lo hanno posto.
Uno stato laico non ha bisogno di una religione civile, ma di riconoscere il fatto religioso per quello che esso è e rappresenta per i cittadini. Lo si deve fare per evitare anche la strumentalizzazione politica della religione, come stanno oggi facendo alcuni personaggi laicissimi del centro destra. Si è fatta polemica per la presenza dei radicali nel centro-sinistra, ma la polemica andava fatta anche quando stavano nel centro-destra.
De Gasperi su questo tema è sempre stato molto chiaro, sin dal febbraio 1944, nel programma della DC aveva parlato di "senso cristiano dello Stato", precisando che la scelta non era tra lo Stato laico e lo stato cristiano, bensì tra lo Stato democratico e lo Stato totalitario.
Noi siamo convinti che lo stato deve essere laico ma si deve sapere deve sapere che la religione vive dentro la società civile; per questo lo stato deve difendere la libertà di coscienza e vigilare su una coesistenza pacifica tra tutte le componenti della società e deve promuovere "laicità di confronto", una laicità capace di rispetto per le religioni, le loro manifestazioni pubbliche e le loro convinzioni, proposte anche alla società nella dialettica democratica: lo stato deve, in altre parole, svolgere un ruolo attivo ispirato ad una sua neutralità positiva, capace di garantire il pluralismo e di tutelare i diritti delle minoranze.
I cristiani devono stare meno sulla difensiva impegnarsi in prima persona generare nuova laicità. Questo implica che non si ceda mai alla tentazione di imporre agli altri ciò che traiamo dalla fede, ma si sforzarci per tradurre in termini laici, comprensibili e accettabili da tutti quelli che portiamo nel cuore. Tutto questo richiede una reciprocità da parte dei partner laici che, oltre che essere disponibili al dialogo e al confronto, devono saper cogliere che dall'ispirazione religiosa possono maturare forti motivazioni verso l'impegno politico e per la democrazia per tutti. Il cristiano sa anche d'essere portatore di un contributo specifico, quello della carità. Il suo impegno deve allora inquadrarsi nell'orizzonte del servizio. Egli deve vivere questa sua specificità con umiltà e senza criteri di superiorità sapendo che in fondo tutti viviamo nella condizione di penitenti. Collaborare, dialogare, cooperare con tutti nella ricerca del bene comune, senza mai rinunciare a manifestare la gioia che è in noi. Una gioia che ha la forza profetica e critica del Vangelo.
La situazione politica italiana se non si è vigili rischia di bloccarsi e di produrre una nuova fase di bassa governabilità. Il nostro bipolarismo è un bipolarismo selvaggio, tutto teso allo scontro e poco al dialogo, con ricadute negative sull'insieme di un Paese che ha bisogno di un forte processo d'innovazione e di riforme economiche, sociali ed istituzionale. Proprio di fronte alle grandi sfide che attendono il nostro Paese siamo obbligati a precisare la nostra idea dí riformismo: non tutti i riformismi sono uguali. Non sempre sono alternativi ma presentano le differenze che sono proprie delle diverse tradizioni.
Noi dobbiamo dire con chiarezza che il nostro riformismo non è economicistico, né puramente istituzionalista, ma si fonda su un impianto culturale personalista e pertanto è centrato su una chiara antropologia e pertanto è basato su un disegno riformatore, non è una terza via, ma un modo realistico di fare politica nel segno dell'uguaglianza, della solidarietà e della libertà.
Poi ci si confronta e si media, ma i punti di partenza debbono essere chiari. Ne possiamo pensare di ridurci ad essere l'area moderata della politica, noi dobbiamo rivendicare la nostra passione all'innovazione, al cambiamento, alla riforma della politica e a tutele e promozioni sociali sempre più avanzate e a misura d'uomo. Siamo per un'economia di mercato che non valorizzi la dimensione sociale e sia aperta a forme avanzate di democrazia economica e sociale.
I cristiani perché portatori di una speranza e di un'escatologia, non possono essere moderati, poiché è posto il tema della giustizia qui e ora. Basta un solo povero, un umiliato, uno sfruttato, un emarginato per inquietare il nostro cuore. Siamo miti, temperati e prudenti perché facciamo i conti con una realtà da cambiare e che molte volte resiste, ma non acquiescenti.
Di De Gasperi si è sostenuto che fosse portatore di una visione politica moderata. Bisogna intendersi bene sul cosa significa "moderato". In molti casi s'intende una politica che è timorosa delle riforme, che non vuole mettere in discussione gli assetti sociali ed economici, ma questo è moderatismo. L'essere moderato nell'accezione propria del cattolicesimo democratico significa avere chiari gli obiettivi di trasformazione e nello stesso tempo tenere conto delle forze che sono in campo, in pratica è la capacità, come diceva De Gasperi di "attrarre un molteplicità di consensi attorno ad una linea democratica e repubblicana, impegnato nella realizzazione del possibile e del necessario per la ricostruzione del Paese".
E quello che ci attendiamo dal Governo di Romano Prodi: il possibile e il necessario per rilanciare il nostro Paese.
Essere riformatori per noi significa:
• Non adeguarsi alla realtà per come essa è, ma essere sempre tesi a farla evolvere verso stadi più avanzati di libertà per tutti;
• Puntare con decisione sulla partecipazione attiva dei cittadini alla vita democratica e pertanto essere contrari con l'accentuazione delle leaderships o la democrazia catodica;
• Creare spazi di democrazia economica e di ben-essere per tutti;
• Generare inclusioni e sconfiggere tutte le esclusioni;
• Non rassegnarsi mai alla guerra e alla violenza;
Al cuore del nostro impegno pubblico deve stare il tema dell'uguaglianza, della fratellanza, della giustizia, soprattutto per quanto riguarda le condizioni di partenza, le tutele sociali che sempre più devono assumere un carattere di promozione delle persone più che come assistenza.
L'uguaglianza deve essere il valore costitutivo del nostro essere e pertanto la tassazione deve essere considerata in questo contesto, deve essere equa e solidale e non demonizzata. E sul tema dell'uguaglianza che si gioca il futuro e il rapporto tra la politica e le nuove generazioni e questo ci porta al tema del lavoro, della sua qualità e della sua promozione.
Siamo arrivati ad un punto che diventa necessario anche per determinare la nuova qualità della crescita, che non può prescindere dalla sostenibilità sociale, ambientale e umana. Se ragioniamo attorno al tema del lavoro restando ancorati al criterio dell'adattabilità che ha ispirato molti progetti normativi si può essere dei riformisti, ma se si vuole essere riformatori si deve imboccare la strada più complessa di investire sulla qualità della domanda di lavoro per incidere sull'offerta. Questa è la domanda fondamentale cui si dovrebbe rispondere e non limitare il nostro dibattito sull'abolizione o correzione della legge Biagi. Lo "spacchettamento" del ministero del welfare in tre ministeri non mi sembra una scelta adeguata alle sfide che abbiamo sul terreno sociale, del lavoro, della famiglia, degli anziani e dell'immigrazione, serviva e serve un approccio più sistemico.
Siamo troppo disattenti a quanto i giovani mettono in piazza e alle domande che pongono. Sono domande esigenti sul loro futuro e, pertanto, devono essere assunte come tali. Se non saremo in grado di dare delle risposte i problemi che generano gli interrogativi non scompariranno e sicuramente riemergeranno in forme e in modi imprevedibili.
Fintanto che regge una struttura produttiva centrata su un manifatturiero fatto di piccole e medie aziende il malessere giovanile può ancora essere contenuto giacché mantiene una certa disponibilità di posti di lavoro, ma, com'è inevitabile, avanzerà anche da noi l'economia della conoscenza se non avremo affrontato con chiarezza il tema di come dare garanzia e sicurezza ai lavori sempre più flessibili, diventerà difficile governare la situazione. Attenzione perché anche noi abbiamo detto ai nostri ragazzi studiate che poi ... e se il poi è il lavoro atipico, determinato o precario dovremo rendere conto delle promesse non mantenute.
Innovare, riformare, cambiare significa lasciarci alle spalle la devolution, affrontare il divario territoriale con politiche nazionali ed inquadrate in una logica europea, ma soprattutto va ricostituito un nuovo sentire civico, uno spirito che l'intrusione degli interessi particolari in politica ha fortemente indebolito.
La complessità dei problemi chiede che nel sociale e nel politico vi sia una forte presenza di cristiani, e che questa diventi sempre più visibile. In campo ci sono problemi sui quali noi abbiamo delle cose da dire e da proporre perché appartengono alla nostra cultura e alla nostra ispirazione; penso ai temi della pace, della non violenza, della bioetica, della giustizia sociale, della famiglia, del lavoro e della democrazia economica.
Dobbiamo lavorare per creare le condizioni della normalità democratica che oggi si concretizza in una reale democrazia dell'alternanza.
A fronte della complessità e dell'urgenza dei problemi credo che vi sia veramente bisogno di una "quarta fase" della presenza del Cattolicesimo sociale e democratico.
Parlare di quarta fase significa evocare la morotea "Terza Fase". L'espressione fu usata la prima volta da Moro, con riferimento alla Democrazia Cristiana, ma, all'indomani delle elezioni politiche del 1976, la formula "terza fase" assunse un più ampio e comprensivo significato, tese ad investire tutto il sistema politico e ad esprimere la convinzione che nei processi di crisi profonda che investono un Paese si debba vedere il coinvolgimento di tutte le energie disponibili.
In situazioni di questo genere i cattolici non possono più pensare all'impiantare, consolidare la democrazia e a cristianizzarla, ma di agire per la democrazia di tutti.
Da un punto di vista politico, per creare le condizioni di una democrazia dell'alternanza e una maggiore governabilità nel sistema bipolare, è importante partecipare al processo di costruzione del Partito Democratico. Ritengo questa, tutto sommato, una scelta coerente con i percorsi fatti negli ultimi tempi. Inoltre se l'ipotesi di creare un nuovo partito di cattolici non è più proponibile, è chiaro che occorre avere il coraggio di sperimentare nuove strade, e quella del Partito Democratico può avere un suo fascino.
Credo, però, che non sia proponibile in Italia un partito democratico all'americana o uno con i tratti propri della tradizione laburista o socialdemocratica seppur rinnovata, ne ci si può nascondere dietro la generica definizione di "riformismo" o, quella ancora più generica, di "progressismo".
Il nuovo soggetto deve essere un partito che nasca dal basso, nuovo nella cultura, nelle forme e nella costruzione delle piattaforme programmatiche; per questo deve essere concepito come una dimensione aperta e visibile delle diverse culture politiche, centrato uno spirito di ricerca, di stimolo e di cooperazione. Dovrebbe caratterizzarsi come una sorta di "federalismo culturale e programmatico e regionale"; è qui che i cattolici che hanno scelto il centro-sinistra, ma vale anche per coloro che si sono collocati nel centro-destra, devono decidere con quali modi e con quali forme valorizzare e far agire la loro presenza.
Si tratta di lavorare perché il partito nuovo se dovrà nascere sia, come diceva De Gasperi per la DC "non è una organizzazione fine a se stessa, ma è un quadro animatore e organizzatore del corpo elettorale".
Mi rendo conto che questa è una sfida alta, ma ci sono anche le forze e la volontà per rischiare.
Richiamarci a De Gasperi non significa per noi fare omaggio ad un grande statista, ad un grande italiano, un riformatore e ad un cristiano autentico, ma riportare a noi il suo spirito ricostruttore di un'Italia distrutta, di un restauratore della democrazia per tutti, di riformatore democratico. De Gasperi è stato un vero riformatore, un innovatore della politica e un europeista schietto e convinto. Sono queste scelte di modello, di collocazione internazionale dell'Italia che consentirono l'inizio e la realizzazione delle prime grandi riforme sociali ed economiche che questo Paese abbia visto. Riforme come la cassa del Mezzogiorno, i piani per la casa, la riforma agraria e tributaria. Le sue scelte, non sempre comprese, garantirono la crescita e il benessere del nostro Paese e degli strati più poveri della popolazione.
La sua politica ebbe successo perché seppe essere fedele a valori etici e a regole dell'azione politica che dimostravano la loro efficacia. L'etica non è disgiunta dall'efficacia e dall'efficienza, anzi le fonda. Seppe vivere con serenità le sconfitte e le ingratitudini che sempre accompagnano gli uomini che restano fedeli all'essenza delle loro ispirazioni profonde, che cosi descriveva in un suo intervento:

"Bisogna prima che si provveda ai più poveri e disagiati, anche se questi sono piccoli contadini e proprietari di misere terre, proletari di nome o di fatto, e bisogna intervenire con provvedimenti che non peggiorino le condizioni dei ceti medi, i quali rappresentano la parte più proficua dell'iniziativa privata e una intelaiatura della democrazia libera legata allo sviluppo della personalità umana. Ecco che la nostra analisi, sia pure attraverso l'aridità delle cifre ci riporta ai nostri principii di solidarismo sociale, di protezione delle libertà personali e delle autonomie locali, alla concezione pluralista della società. Noi dobbiamo salvaguardare la libertà della persona umana anche nella sua sfera economica, perché questa è l'involucro della sua libertà spirituale. Siamo qui alle sorgenti del nostro pensiero e della nostra concezione della vita".

(da: Come esserci. I credenti nella nuova fase della politica secolarizzata, Rubbettino 2006, pp. 25-41)