Che genere di storia

è la storia

commemorativa?

Harald Weinrich

Che momento emozionante quando, accompagnato dal suono delle campane e dalla magia di luce dei fuochi d'artificio, l'anno 1999 è scivolato nel 2000, inaugurando così un nuovo secolo e un nuovo millennio! Quell'attimo è ormai già da tempo storia, vale a dire è stato dimenticato per metà. Quanto all'altra metà, conserviamo il ricordo più o meno chiaro dei numerosi eventi celebrativi che hanno segnato la differenza fra il 1999 e il 2000.
Cominciamo con il 1999. Che anno! Difficilmente tanta storia si è condensata in soli dodici mesi. Nei paesi di lingua tedesca è stato un anno goethíano, perché segnava l'anniversario della nascita del grande poeta, nel 1749, dunque duecentocinquanta anni prima. Volgendo lo sguardo verso est, il 1999 è stato l'anno di Puškin, dal momento che erano trascorsi due secoli dalla sua nascita, nel 1799. Nello stesso tempo la Francia ha festeggiato l'anno di Racine. In questo caso si trattava dell'anniversario della morte del poeta, nel 1699, dunque trecento anni prima. Davanti a tali celebrazioni, neppure gli spagnoli vollero essere da meno e nell'anno di Velásquez omaggiarono il loro più grande pittore, nato nel 1599, dunque a quattro secoli dalla sua nascita. Solo alla fine del 1999 poterono tirare il fiato e riposarsi un po' i germanisti, gli slavisti e gli storici dell'arte, che per un anno intero avevano lavorato e trottato tra queste commemorazioni di nascite e morti.
Per quel che riguarda ciò che è accaduto al di qua o al di là della storia letteraria, voglio dire quel che riguarda la storia politica, il 1999 spicca come un anno di grande rilevanza per la memoria. A distanza di dieci anni era assolutamente necessario commemorare la caduta del Muro di Berlino nel 1989. Per la rievocazione storica dieci anni non sono un tempo lungo, e così per una volta ci si è dovuti accontentare di un unico giorno commemorativo, íl 9 novembre. Proprio quel giorno dell'«anno del Muro», com'è stato chiamato, milioni di persone hanno partecipato di nuovo al momento storico. E chi in quell'occasione ha riflettuto anche sulla commemorazione in sé è potuto giungere alla conclusione: «commemoro, dunque sono».
Ma il nuovo millennio cominciato il 1° gennaio del 2000, ha poi comportato un rallentamento sul fronte delle rievocazioni? Non direi proprio. Per la chiesa cattolica cadeva subito l'Anno Santo, che dal 1300 è segnato sul calendario delle commemorazioni papali. Sul fronte laico c'erano da celebrare, nel primo anno del nuovo secolo e del nuovo millennio, almeno questi anniversari: incoronazione di Carlo Magno (nell'800), nascita di Calderón (nel 1600), morte di Cartesio (nel 1650), morte di Bach (nel 1750), morte di Nietzsche (nel 1900) e in Germania  perché no?  il Codice civile (BGB  Bürgerliches Gesetzbuch) per ricordarne l'entrata in vigore il 1° gennaio del 1900. Allo stesso modo, l'onda delle commemorazioni si è levata, passando qualche volta sopra le nostre teste, anche negli anni successivi, e con particolare intensità nel 2004, anno di Petrarca (nato nel 1304) e nel 2006, anno di Mozart (nato nel 1756).
Osserviamo ora da vicino quali sono le regole che la storia commemorativa  come chiameremo qui questo nuovo gioco della storiografia  segue per governare le sue arti e per attivare, a questo scopo, tutti i media possibili (o per farsi da questi attivare) [1]. Nella sua essenza il procedimento è strettamente numerico e possono dunque apprenderlo e padroneggiarlo anche i profani. Si prendono date storiche notorie (nascite, morti, incoronazioni, scoperte, rivoluzioni...), si mescolano a caso come le carte da gioco e si riordinano poi in base alle ultime due cifre dell'anno. Si ottiene così, in ordine crescente: 00 per l'incoronazione di Carlo Magno (800), 04 per la nascita di Petrarca (1304), 07 per la nascita di Astrid Lindgren (1907), 14 per lo scoppio della Prima guerra mondiale (1914), 17 per la Riforma di Lutero (1517) e per la rivoluzione di Ottobre in Russia (1917), 31 per Giovanna d'Arco (morta nel 1431), 48 per la pace di Vestfalia (1648), 70 per la nascita di Maria Montessori (1870), 85 per la nascita di Johann Sebastian Bach (1685), 87 per l'esecuzione di Maria Stuarda (1587), 92 per la scoperta dell'America e la cacciata degli ebrei dalla Spagna (1492).
Allo stesso modo, si può poi prendere una qualsiasi data storica, ad esempio il 1304, anno di nascita del Petrarca, si scartano le prime due cifre (diciamo il «prefisso» storico) si sostituiscono con il prefisso contemporaneo, anch'esso di due cifre (1304 → 2004). Ne risulta un anniversario che giustifica la commemorazione, espresso in cifra tonda (100 o un multiplo di 100), come nel caso di Petrarca (700). Per Verdi, morto nel 1901, si ottiene così il 2001, l'anno verdiano; per Kant, morto nel 1804, un anno kantiano nel 2004; e per Cervantes un anniversario ricco di celebrazioni nel 2005, in occasione dei 400 anni dalla pubblicazione del Don Chisciotte. In certi casi il procedimento viene applicato anche alle frazioni di 100, in particolare al 50 o al 25. Nel caso di Shakespeare, per esempio, non sarà facile scegliere l'anno commemorativo, a seconda che si voglia ricordarne la nascita (1564) nel 2014, con una numerazione cioè non del tutto tonda, o la morte (1616) nel 2016, dunque più tardi e con cifra perfettamente tonda.
Come che si risolva questo caso, dopo il 2014 o il 2016 per Shakespeare seguirà un lungo periodo di astinenza fino al 2064 (cinquecento anni dalla nascita) e/o al 2066 (cinquecento anni dalla morte). Altrettanto irregolare è la distribuzione delle date degli anniversari di Schiller (1759-1805). Dopo le ricorrenze calendariali del 2005 e del 2009, bisognerà osservare anche qui un lungo periodo di digiuno. Stando all'ordinamento numerico del calendario commemorativo, solo nel 2055/2059 cadrà la celebrazione dell'anniversario dell'autore tedesco. Goethe invece (1749-1832), che risulta anche in questo più moderato di Shakespeare e Schiller, può offrire, dopo l'anno che gli è stato dedicato nel 1999, una distribuzione più regolare di nuove date celebrative: 2032/2049/2082/2099. Anche interessante sarebbe osservare a questo proposito come sono ripartite, attraverso
le diverse epoche storiche, le ricorrenze commemorative per la guerra e la pace in base ai dati numerici del calendario.
La distinzione fra cifre «tonde» (100, 200, 300...) e cifre «semi-tonde» (50, 150, 250...) nel calcolo degli eventi commemorativi esige forse un piccolo excursus (meta-)storico. Tutto ha inizio a Roma, dove nel 1300, come si è già detto, papa Bonifacio VIII indisse il primo Anno santo come giubileo della storia della Chiesa. Nelle sue intenzioni doveva essere celebrato ogni cento anni. Dante fu uno dei primi della massa di pellegrini che già allora affluirono a Roma per ottenere l'indulgenza plenaria delle pene.
Ma che amara delusione per Petrarca, che era nato nel 1304! Secondo i calcoli, il giubileo successivo ricorreva a 96 anni dalla sua nascita, quando sarebbe stato dunque troppo vecchio per usufruire come Dante, da uomo maturo, dei benefici effetti nell'Anno santo, nel 1400. Era possibile conciliare un'ingiustizia simile con la fede nell'imparzialità della giustizia divina? Queste riflessioni sulla giustizia temporale di Dio e della sua chiesa romana indussero Petrarca a richiedere al papa – si trattava di Clemente VI – con belle parole (Nam quis ad extremae longissima tempora vitae pervenit, aut aevi centenos conficit annos?) di ridurre della metà il tempo di attesa. Il papa non si sottrasse alle argomentazioni e celebrò effettivamente il nuovo Anno santo già nel 1350. E così anche Petrarca riuscì, ancora nel pieno delle forze, a recarsi in pellegrinaggio a Roma.
Successivamente, nel Trecento e poi nel Quattrocento, le scadenze del giubileo si sono susseguite e a volte anche ravvicinate, come è tuttora d'uso nella chiesa cattolica. Queste abitudini della computistica ecclesiastica hanno fatto sì che negli attuali calcoli della storia commemorativa si faccia riferimento comunque ai cento anni tondi, con una certa tolleranza tuttavia per le frazioni di date semi-tonde o «semi-semi-tonde», a seconda dell'importanza e della vicinanza o lontananza cronologica dell'evento da celebrare [2]. È evidente che questi numeri commemorativi hanno poco a che vedere con le periodizzazioni storiche in senso cronologico. Le date a quattro. cifre vengono infatti tacitamente ricodificate in «dati» a due cifre, da cui si ricava una cronologia utile per l'elaborazione mnemotecnica dei dati. In questo modo si compie una silenziosa infiltrazione mediale nella memoria culturale in forma di commemorazione calendariale. Si tratta, se non mi sto sbagliando, di un mutamento importante e forse sostanziale della nostra coscienza storica.
Riflettiamo ancora. Dopo il trionfo dello storicismo nell'Ottocento, nel mondo occidentale non c'era più posto, accanto ai seguaci di questa scuola, per storici eterodossi o cultori della mnemotecnica. La storia aveva completamente vinto sulla memoria. Dalla metà del Novecento, tuttavia, cominciarono a levarsi qua e là voci critiche, secondo le quali nel mondo esistono o possono esistere, oltre all'ormai canonica elaborazione storiografica del passato, altri approcci al tempo storico, alcuni dei quali sono forse persino più compatibili con la natura della memoria umana.
Così, per esempio, lo storico americano Yosef Hayim Yerushalmi ha ricordato che, dalla distruzione del Tempio per opera dell'imperatore Tito nel 70 d.C., la società ebraica non ha prodotto quasi nessuna storiografia degna di menzione [3]. Pur tuttavia, in tutti questi secoli gli ebrei sono diventati e sono a tutt'oggi rimasti, più di ogni altro, «il popolo della memoria per eccellenza» (Le Goff) [4]. La liturgia e la lettura (soprattutto Bibbia e Talmud) sono le forme fondamentali di questa memoria collettiva ebraica, che si è evoluta con tale vigore da poter fare a meno della storia nel senso accademico della parola.
Per il resto, nel mondo occidentale non esistono oggi condizioni analoghe. Quale profondo significato debba attribuirsi ai riti e alle liturgie celebrative che alimentano per la vita la religiosità dei credenti, lo sanno, al massimo da qualche indizio, certi cattolici praticanti e protestanti rigorosi. E ugualmente sfugge ormai alla nostra coscienza culturale che cosa siano o possano essere le letture rievocative a casa e in chiesa, da quando all'inizio dell'età moderna si è sviluppato un mercato librario flessibile che ha via via distolto il lettore dalle letture intensive a favore di quelle estensive.
In tutte e due le prospettive, la memoria non ha più di per sé un gran carattere vincolante. Si può ricordare o non ricordare, non c'è più una grande differenza. Accade così che in nessuna parte nella società occidentale sia dato ancora ritrovare vere comunità della memoria. Sorge persino il dubbio se l'immagine proposta da Yerushalmi di una pura cultura della memoria valga ancora per gli ebrei di Israele e della diaspora occidentale. Lui stesso è diventato uno storico, non uno studioso di mnemotecnica, e nella sua vita professionale si muove fuori della situazione che descrive a livello prototipico.
Di conseguenza, nell'area di giurisdizione della civiltà occidentale non è più pensabile di tornare a concedere all'arte della memoria quello spazio pubblico che ha perduto al più tardi con l'illuminismo. Ma davvero questo significa che per la memoria ormai non cí sia più niente da fare? Mentre noi occidentali ci siamo via via abituati alla rimozione della memoria dalla coscienza collettiva, la memoria umana, che opera volentieri nella penombra della coscienza razionale, si è aperta segretamente e non senza astuzia un nuovo varco, e ha infiltrato con grande abilità la storiografia ufficiale insieme alla disciplina accademica, come qui abbiamo visto nelle forme più vistose della commemorazione [5]. Sono considerazioni che restano per diversi aspetti da approfondire.
Per esempio: anche questa nuova storia commemorativa ha i suoi riti, le sue liturgie? Sì, è così. Come è risultato particolarmente evidente in occasione delle celebrazioni mozartiane o goethiane, l'anniversario prevede tipicamente programmi affatto liturgici o paraliturgici, con eventi solenni o altri festeggiamenti nelle capitali culturali, ufficiali o meno: Salisburgo/Vienna o Francoforte/Weimar. Fanno inoltre da cornice quantità di mostre, congressi, simposi, spettacoli, concerti e conferenze in tutto il mondo.
Soprattutto costante è l'uso cui la lettura rievocativa è chiamata a servizio della storia commemorativa. In occasione degli anniversari il mercato librario predispone con largo anticipo grandi quantità di opere rievocative e di altri materiali a stampa, destinati agli specialisti come ai profani. E così molti lettori scelgono liberamente letture massive, che non possono essere equiparate con le letture intensive dei secoli passati, e che tuttavia portano, per un certo tempo, al costituirsi di un pubblico relativamente omogeneo, la cui percezione intensiva dell'evento commemorato viene sostenuta e rafforzata collettivamente attraverso i discorsi ufficiali e semiufficiali.
Dopo che si è già usato a più riprese il termine evento per definire la storia commemorativa, resta da chiarire meglio che cosa si intenda. Tra gli storici è noto, e praticamente incontestato, che, mentre si trovano a vivere la storia, i contemporanei non la percepiscono in forma di evento. Gli eventi nascono piuttosto post testum e in questi processi acquistano il loro potenziale di senso per opera di «narratori» dotati di talento, che si tratti di storici, di scrittori o di autori che condensano i due mestieri in un'unica persona. Tali potenziali di senso mutano costantemente, da una narrazione all'altra, e nel corso del tempo possono coagularsi, mai senza conflitti, e divenire infine l'insieme della storia riconosciuta collettivamente.
Di tanto in tanto, però, si osserva che i grandi della storia, fin quando sono al potere, impostano sin dall'inizio le loro azioni guardando alle storie che ne verranno poi scritte, in modo che sia possibile raccontarle agevolmente secondo le regole della storia evenemenziale. Non stupisce pertanto se chi scrive di storia con maggiore senso critico non parli sempre bene dei grandi accadimenti storici, e meno che meno dei loro protagonisti, i «grandi uomini» dei tempi dei tempi. Quella che essi ritengono davvero scientifica è una storiografia che registra gli avvenimenti grandi e piccoli a occhi semichiusi, che li racconta come di sfuggita, e che concentra nel modo più opportuno ogni energia intellettuale nell'analisi e nella descrizione delle strutture, delle quali si presume in genere che, quanto più passano inosservate, tanto più perdurino nel presente [6].
Proprio in questo punto di snodo della metodologia storica entra nuovamente in gioco la memoria che, con il suo campionario di forme rievocative, offre un nuovo tipo di evento: l'evento commemorativo. Si tratta di un evento che accade nel presente, ovvero di un evento secondario che acquista legittimità e rilevanza solo quando
viene proiettato retrospettivamente su un evento primario importante o ritenuto comunque tale. Attraverso questo procedimento, che ricorda da lontano le tipologie della storia della salvazione giudaico-cristiana (Auerbach), viene al tempo stesso rianalizzato e avviato a una soluzione raffinata il principale problema della storia notoriamente «vecchia»: la sua distanza dal presente. Grazie a queste caratteristiche la storia commemorativa sembra attrezzata al meglio per una carriera di successo nel XXI secolo.
Un auspicio favorevole per gli eventi rievocativi di lungo periodo lo si può inoltre cogliere nel fatto che essi si collocano in un rapporto temporale variabile e facilmente manipolabile rispetto ai rispettivi eventi primari cui sono connessi. Cosicché, grazie alla chiarezza della numerazione a cifre tonde, la storia commemorativa nel suo complesso può ben competere con la cronologia della storiografia tradizionale, senza tuttavia esserle sottomessa. Ciò risolve in scioltezza anche l'annoso dilemma se la storia sia padrona o ancella della cronologia. Nella storia commemorativa essa fa da ancella, ma è comunque padrona.
Come terzo vantaggio della nuova storia commemorativa vorrei di nuovo sottolineare l'espediente cui si è brevemente accennato in precedenza: la sistematica omissione del «prefisso» identificativo del secolo nella rete virtuale della nuova mnemotecnica. Grazie a questo artificio metodologico la cronologia «vera» dei fatti storici primari può essere sottoposta a un procedimento numerico e subordinata alla cronologia virtuale degli eventi secondari. Così, nel calendario delle rievocazioni, all'anniversario per i duecento anni dalla morte di Schiller (2005) seguono a poca distanza i 250 anni dalla sua nascita (2009); al centenario della rivoluzione d'Ottobre (2017) seguono un anno dopo i 200 anni dalla nascita di Karl Marx (2018). E così si procede, con balzi brevi e lunghi, attraverso il calendario, in un disordine che sembra bizzarro pur se è in realtà severamente controllato dal criterio numerico. Vi si mescola tutto in modo strano, quasi come nella vita: vita historiae magistra. Eppure i fatti storici, queste entità contingenti di solito così ingombranti, vengono qui trasformati in eventi commemorativi virtuali, appaiono quindi perfettamente prevedibili, senza lasciare insoddisfatti i desideri di pianificazione mediale. Così nell'universo della storia commemorativa si è provveduto a conciliare nel migliore dei modi l'ordine e il disordine dell'esistenza umana.

NOTE

1 La riscoperta della memoria culturale nel contesto della storia culturale è fortemente influenzata da F.A. Yates, L'arte della memoria (1966), trad. it. Torino, Einaudi, 1993.
2 Cfr. A. Brendecke, Die Jahrhundertwenden. Eine Geschichte ihrer Wahrnehmung und Wirkung, Frankfurt, Campus, 1999.
3 Y.H. Yerushalmi, Zakhor. Storia ebraica e memoria ebraica, trad. it. Parma, Pratiche, 1983.
4 J. Le Goff, Storia e memoria, trad. it. Torino, Einaudi, 1982, p. 367.
5 Cfr. in particolare P. Nora (a cura di), Le lieux de mémoire, 7 voll. Paris, Gallimard, 1984-1992.
6 Cfr. in particolare R. Koselleck e W.D. Stempel (a cura di), Geschichte – Ereignis und Erzählung, München, Fink (Poetik und Hermeneutik, 5), 1973.

(da: Piccole storie sul bene e sul male, Il Mulino 2009, pp. 107-115)