Una rilettura

«pastorale»

del sistema preventivo

La salvezza come chiave del modello culturale di Don Bosco

Riccardo Tonelli

Il tema che è stato assegnato alla mia riflessione può essere interpretato e sviluppato in modalità molto diverse.
Tra le tante ne seleziono una, che a me sembra di particolare rilievo per riformulare l'esperienza carismatica di Don Bosco nell'oggi, dal punto di vista pastorale. Don Bosco, radicalmente uomo d'azione, prima di tutto ha compiuto gesti, incontrato e amato giovani, progettato imprese educative e pastorali, radunato amici e collaboratori. Poi, superando la naturale ritrosia, ha messo sulla carta il suo vissuto, facendo spesso notare quanto le parole risultassero povere per dire i grandi progetti. Nei gesti compiuti e, in modo speciale nelle formulazioni teoriche, come tutti gli uomini saggi, è profondamente «uomo del suo tempo»: ha dato consistenza e spessore agli orientamenti fondamentali in cui era impegnato, nella ricerca personale e nel confronto con la cultura dominante. La comprensione corretta della sua proposta richiede una sua riformulazione in categorie significative per oggi.
L'operazione non è facile. Dobbiamo comprendere quali sono i punti centrali
del processo e cogliere cosa sta a monte di alcune scelte qualificanti.
Siamo aiutati dall'esperienza vissuta dalle nostre Congregazioni, soprattutto in quei momenti decisivi di autocomprensione, che sono i Capitoli generali. Per questo, nella mia riflessione mi muovo nell'ottica segnata in modo speciale dal CG21 e CG23.

1. Don Bosco, un educatore «religioso»

Don Bosco è un educatore «religioso». La sua presenza in mezzo ai giovani, gli obiettivi e lo stile della sua azione educativa non possono essere compresi adeguatamente se non da questa prospettiva. Lo indicano molti segnali. Ne ricordo due tra i più qualificanti.

1.1 L'accoglienza incondizionata
Uno degli elementi centrali del sistema educativo di Don Bosco è quello che lui chiamava «l'assistenza»: la continua ed intensa presenza dell'educatore in mezzo ai giovani.
Molti modelli educativi partono da questa esigenza. Don Bosco si muove in una logica tutta originale. Per lui infatti «l'assistenza» ha una connotazione esplicitamente religiosa.
La presenza dell'educatore che si fa accoglienza ricorda la priorità del giudizio di fede sopra ogni giudizio etico, la priorità del dono di Dio che fa nuove le persone, sopra la fragile e incompleta risposta dell'uomo.
Per questo la sua presenza è un gesto d'amore, radicato su una esperienza più grande, che avvolge e fonda quello che viene posto nell'atto educativo. Anche quando l'educatore fa fatica a fidarsi dei suoi giovani, egli si esprime in una accoglienza incondizionata «nel nome di Dio». E così egli va alla radice, verso una esperienza di verità più grande di quel-
la che riusciamo a possedere con i nostri strumenti di analisi.

1.2 I «mezzi educativi» privilegiati
Don Bosco ha utilizzato una rosa molto ampia di strumenti educativi. In questo ha saputo collegarsi con i modelli pedagogici più significativi del suo tempo e ha introdotto intuizioni educative molto originali, che hanno superato il suo tempo.
Non possiamo però ridurre la sua prassi educativa all'utilizzazione di queste strumentazioni. Correremmo il rischio di tacere una delle preoccupazioni per lui dominanti.
Don Bosco ha affidato anche la sua missione educativa ai «mezzi soprannaturali», come diceva lui con le parole del suo tempo. Ha educato i suoi giovani, affermando la potente forza umanizzatrice della grazia. Per questo ha insistito molto sulla partecipazione ai sacramenti, sulla intensa vita di preghiera, sulla « buona condotta» motivata nello svelamento della dignità di figli di Dio.

2. Il problema: tra educazione e evangelizzazione

In Don Bosco, impegnato nell'educazione come «uomo religioso» (»prete sempre e dappertutto», come lui amava dichiarare), converge una doppia preoccupazione.
Da una parte si rende conto, in modo riflesso, di non poter assicurare una adeguata formazione religiosa se non all'interno di un chiaro e intenso processo educativo. Nonostante la cultura dominante, non è uomo dalla visione magica del soprannaturale.
Dall'altra anche nell'ambito strettamente educativo riconosce il peso determinante degli interventi formalmente religiosi e li utilizza abbondantemente. Non è un educatore agnostico; neppure però è preoccupato, come qualche volta fac-
ciamo noi, di un rispetto eccessivo dell'autonomia dei processi educativi. In fondo, Don Bosco ha suggerito, almeno nella prassi, un modo molto preciso di risolvere quel difficile rapporto tra «educazione» e « evangelizzazione » (e cioè tra «atto educativo» e «atto pastorale»), che concentra oggi la ricerca degli addetti ai lavori.
Oggi possediamo alcune convinzioni a questo proposito. Esse stanno prima dei differenti modelli di soluzione del rapporto. Per comprendere il modo di fare di Don Bosco e cercare indicazioni utili per riformulare questo stesso modello nella sensibilità attuale, mi sembra importante ricordare alcune di queste convinzioni di base.

2.1 Distinzione
L'atto pastorale e l'atto educativo si richiamano e si ricoprono in una relazione anomala.
Essi possiedono una loro specificità, formale e sostanziale. Per questo un atto non è l'altro. L'educazione riguarda l'ambito della produzione e della comunicazione della «cultura», attraverso l'esercizio progressivo di una razionalità critica, in vista della personale crescita in umanità. Ha come preoccupazione sostanziale e specifica la maturazione della persona nella società, attraverso la proposta di valori, il confronto con modelli e scelte di vita, la gestione equilibrata degli interessi personali e dei rapporti intersoggettivi.
L'educazione alla fede e la pastorale invece hanno come oggetto la proposta, esplicita e tematica, dell'evangelo del Signore, per sollecitare alla sua accoglienza, come unico e fondamentale evento di salvezza. La pastorale assolve questo compito utilizzando una struttura comunicativa tutta speciale. La testimonianza della fede vissuta e confessata è l'unico strumento linguistico adatto per esprimere il mistero di Dio. Infatti. l'annuncio di salvezza si fa parola umana per essere parola per l'uomo (DV 13); essa però non è mai in grado di obiettivare l'evento misterioso di cui è manifestazione. Per questo nella parola umana l'evento è presente ed assente nello stesso tempo, presente nella povertà del segno e assente perché la potenza dell'evento non è riducibile alla mediazione del suo segno.

2.2 Convergenze
Sono diverse le strutture logiche e le procedure comunicative, ma sono innegabili i rapporti e le interferenze.
La pastorale si interroga sul tipo d'uomo verso cui finalizzare il suo servizio e in questo si scontra con l'antropologia che offre una rassegna di progetti d'uomo, elaborati nell'ambito culturale di sua competenza. La pastorale non li assume quando gli sono utili o li rifiuta quando sente il dovere di contestarli. Progetti e modelli pervadono già lo spazio operativo della pastorale; essa agisce in una situazione e con persone già segnate e orientate dalla cultura dominante.
Inoltre, anche nell'esercizio tipico delle sue funzioni (quando cioè celebra i sacramenti, offre l'esperienza di una comunione che è un dono prima di essere conquista e propone la testimonianza autorevole di coloro che hanno il ministero di servire la carità nell'unità), la pastorale sceglie e utilizza metodi, modelli e strumentazioni non direttamente deriva-bili dalla fede, ma di natura chiaramente tecnica e profana. Questi strumenti non sono però neutrali rispetto ai contenuti teologici che intendono veicolare. Si instaura così come un reciproco condizionamento: il contenuto giudica e misura lo strumento, proprio mentre lo strumento lo storicizza e relativizza.
Spesso poi il soggetto agente è lo stesso: un educatore religioso. Il soggetto a cui è destinato il doppio processo è profondamente unico e unitario; e non può di sicuro essere smembrato sulla misura dei tempi e degli interventi.

2.3 Difficoltà di rapporto
Per questo, la distinzione tra atto pastorale e atto educativo non è mai totale né la sovrapposizione può risultare mai completa.
Di qui i problemi del rapporto, sul versante pratico e su quello teorico. Quando diciamo « educazione» alla fede prendiamo sul serio la voce « educazione», disposti a misurarci, nelle dimensioni di fondo, con i contributi delle scienze dell'educazione; oppure, nell'ambito della pastorale, l'educazione è solo un modo di dire analogico, che ha poco da spartire con il mondo concreto dell'educazione?
Quando la pastorale è preoccupata più dell'oggetto della proposta che delle condizioni esistenziali della comunicazione e del livello di maturità dei destinatari, essa risponde negativamente, almeno in modo implicito, a questi interrogativi. Riconoscono invece un rapporto molto stretto tra educazione e educazione alla fede coloro che sono attenti alle reazioni e alle disposizioni del soggetto, ai suoi ritmi di maturazione e alle sue crisi, e coloro che desiderano aiutare i giovani a scoprire nella Parola di Dio e nella vita ecclesiale una risposta congeniale alle attese più profonde.

3. La salvezza come chiave del modello culturale di don Bosco

Per risolvere correttamente gli interrogativi con cui ho concluso il paragrafo precedente, è importante tornare alla prassi di don Bosco per recensire il suo modello operativo e soprattutto per verificare le logiche che l'hanno orientato e giustificato. In queste logiche pesa radicalmente la visione teologica e antropologica dominante ai tempi di don Bosco. Per capire Don Bosco bisogna decifrare quale sia questa visione.
C'è un punto centrale che ci permette di comprendere in modo globale e articolato le intuizioni di Don Bosco e i limiti culturali del suo tempo?
Io credo di sì. Vedo questo punto centrale nella prassi con cui Don Bosco ha vissuto la passione ardente per la «salvezza» dei suoi giovani.
Il tema della «salvezza» rappresenta certamente uno dei punti nodali della teologia e della antropologia. Sul modo di intendere la salvezza. infatti, si possono definire tutte le dimensioni dell'esistenza cristiana e si può scoprire chi è l'uomo, quale rapporto esiste tra l'uomo e Dio, che significato ha la realtà quotidiana rispetto alla defìnitività promessa.

3.1 La salvezza al tempo di Don Bosco
Riporto una citazione. tra le tante. L'ho scelta perché mi sembra particolarmente significativa. Con un pizzico di fantasia. riusciamo a collocare in questo contesto moltissime cose in cui siamo cresciuti, molto vicine a quelle del tempo di Don Bosco.
Cito da Congar (Congar Y., Un popolo messianico. La Chiesa sacramento di salvezza. Salvezza e liberazione, Queriniana, Brescia, 1976, 140): «Sr. Elisabetta Germain ha pubblicato una ricerca particolarmente chiarificatrice sulla catechesi e sulla predicazione della salvezza in Francia, all'epoca della Restaurazione. 1815-1830. Potrebbe sembrare una ricerca troppo limitata. Ma, da una parte, la documentazione è molto abbondante, dato che dopo l'Impero, si ebbero molte missioni, molti catechismi e lettere pastorali; d'altra parte, la presentazione della salvezza fatta a quel tempo è veramente tipica, esprime una «mentalità religiosa», mentalità che in parte è stata determinata proprio dalla predicazione. Tale mentalità è stata predominante fino alla metà del nostro secolo, e ancor oggi è abbastanza diffusa tra i cattolici. anche da noi!
Possiamo definirla in queste quattro caratteristiche:
1. Coscienza dell'alternativa drammatica salvezza o dannazione. E la dannazione è l'inferno, i demoni, le fiamme. E per sempre.
2. La salvezza è identificata con la redenzione delle anime: la creazione non c'entra affatto o quasi.
3. La salvezza-redenzione è considerata come una cosa data che i fedeli devono procurarsi attraverso specifici atti, gli atti «religiosi » e pratiche che in grande misura vengono determinati dal clero o comunque da esso mediati: confessione. primi venerdì del mese. elemosina. ultimi sacramenti. Durante le missioni, nei ritiri spirituali. si predica ciò che bisogna fare per evitare l'inferno. abbreviare il purgatorio, meritarsi ii paradiso: in breve come «salvarsi l'anima».
4. Quasi non si parla della salvezza dei «non-evangelizzati».

3.2 La salvezza oggi
La Chiesa del dopo-Concilio ha una consapevolezza molto diversa sulla salvezza di cui essa si afferma sacramento. Già questo modo di pensare il rapporto Chiesa-salvezza produce un cambio di prospettiva molto grande proprio in vista dell'azione educativa e pastorale: sacramento, cioè mediazione storica al servizio di quel processo salvifico che riguarda il dialogo immediato tra Dio e ogni uomo. Posso suggerire, a velocissime battute, i punti più rilevanti di questa crescita contenutistica.
1. La storia umana è stata creata nella grazia di Gesù Cristo, morto e risorto. Lo Spirito del Signore è presente e agisce definitivamente nel cuore di ogni uomo e della storia. Esiste dunque una sola storia, quella dell'umanità concreta, nella quale Dio opera la sua salvezza, anche all'insaputa dell'uomo.
Ed esiste una sola vocazione, quella alla comunione definitiva con Dio e con i fratelli, in cui consiste appunto la salvezza di Dio donata all'uomo.
2. Questo progetto di Dio è per ogni uomo, in modo tale che se ne esclude solo
colui che lo decide liberamente e responsabilmente.
Per molti uomini e però impossibile una accettazione o un rifiuto esplicito, perché non conoscono ancora Gesù Cristo. Per non svuotare il progetto salvifico universale di Dio, dobbiamo distinguere tra accettazione consapevolmente esplicita e riflessa e accettazione reale, anche se implicita e non riflessa.
Quando l'uomo gioca la sua esistenza nella libertà e vive una esperienza umanamente significativa, egli accoglie la rivelazione divina racchiusa in questo segmento di storia e pronuncia la sua decisione (positiva o negativa) per Dio e per il dono della sua salvezza. Scegliendo e realizzando, nella libertà, un gesto di umanizzazione, accoglie e si decide per il progetto di Dio, di fatto anche se in modo non riflesso.
La proposta di salvezza risulta così universale. perché è il dono costitutivo della profonda soggettività di ogni uomo. La risposta dell'uomo è libera e responsabile, perché è decisione sulla propria esistenza; in un ambito, quindi, che gli compete e investe tutti. E decisione per la salvezza, perché la sua esperienza è, nella sua radicalità, la concretizzazione dell'offerta dell'autocomunicazione salvifica di Dio.
3. Questa salvezza è un fatto unico, totale, integrale, che investe la globalità dell'esistenza personale e storica. In essa ci sono livelli diversi, che si implicano reciprocamente senza ridursi l'uno all'altro. Esiste quindi un rapporto stretto tra la comunione definitiva con Dio e le anticipazioni storiche di questa novità di esistenza.
Salvare e liberare sono azioni essenziali di un unico processo di grazia, anche se ciascuna di esse conserva la propria caratteristica: la gratuità dell'intervento di Dio e la libera risposta dell'uomo, Sostenuta da questo stesso intervento. Non esistono perciò liberazioni neutre. Se sono liberazioni vere, coinvolgono immediatamente anche la dimensione definitiva della salvezza cristiana: esse sono già segno e realtà della salvezza. di Gesù Cristo.
Questa visione della salvezza permette perciò una visione unitaria della realtà, anche se trascina l'esperienza umana cristiana nella fondamentale tensione tra « definitivo» e «provvisorio», tra «già» e « non-ancora».

4. Il fondamento ultimo e l'evento costitutivo della salvezza è Gesù Cristo. In lui si realizza pienamente e si rivela definitivamente il rapporto tra divino e umano. tra salvezza totale e liberazioni storiche. La prassi di Gesù di Nazareth dalle guarigioni alla crocifissione, dai banchetti alla Cena, dal discorso della montagna al silenzio della Croce, significò liberare-salvare e liberare-salvare significò far diventare più umano l'uomo, ricostruendo ia sua essenziale capacità di «manifestazione di Dio», luogo esistenziale del dialogo tra l'uomo e il divino: autoespressione di Dio.

4. Verso una riattualizzazione di don Bosco

Se confrontiamo le due immagini di salvezza citate nel paragrafo precedente, ci si accorge di un notevole salto qualitativo. A partire da esso è possibile tentare la ricomprensione e la riformulazione del modello educativo e pastorale di don Bosco per l'oggi, all'interno di un nuovo rapporto tra educazione e pastorale.
La coscienza ermeneutica sollecita infatti ad una doppia fatica. Da una parte dobbiamo discernere, in modo serio e motivato, ciò che caratterizza le intuizioni irrinunciabili di don Bosco da ciò che invece è solo modalità espressiva e culturale assunta dal contesto.
Dall'altra però siamo egualmente sollecitati a riscrivere queste intuizioni irrinunciabili dentro i modelli culturali attuali.
La prima fatica richiede un profondo senso storico. La seconda esige una forte capacità prospettica.
Senza questa doppia fatica non è possibile alcuna riattualizzazione o quelle tentate risultano troppo sprovvedute e parziali.
Non voglio sostituirmi alla ricerca comune. La voglio solo servire e sostenere. Per questo indico solo dei punti di lavoro.

4.1 La fiducia nell'educazione
La figura di salvezza che la Chiesa del dopoconcilio ha maturato (soprattutto se questa stessa figura è compresa, in chiave pratica, da quella prospettiva dell'Incarnazione, che tanto peso ha avuto nel rinnovamento pastorale attuale) porta a concludere sulla necessità di far dialogare educazione e educazione alla fede, almeno fino ad un certo punto. Il confine non è di quantità ma di qualità. Infatti non c'e un primo tratto di strada percorribile in compagnia con i dinamismi antropologici, e un secondo tratto dove tutto resta affidato all'imponderabile presenza dello Spirito. Potenza di Dio e competenza umana sono invece compagni di viaggio dalla partenza all'arrivo, anche se sono interlocutori diversi, a cui va riconosciuto uno spazio operativo molto differente.
Per noi salesiani, alla scuola delle intuizioni pastorali di don Bosco, tutto questo significa la scelta di una pastorale particolarmente attenta alla insorgente «domanda di educazione», e molto rispettosa dei dinamismi e dei processi tipici dell'atto educativo.
Questa annotazione è di notevole rilievo sul tema che stiamo analizzando. Tradotta in indicazioni operative, ricorda almeno due esigenze.

4.1.1 Evangelizzare nella scuola «facendo scuola»
Chi sente la vocazione di essere evangelizzatore («sempre e dovunque», come ci insegna don Bosco) non vive l'impegno educativo nella scuola come una parentesi (necessaria... ma greve) in attesa di poter realizzare altrove la sua passione apostolica.
La scuola è luogo educativo privilegiato. Di conseguenza essa e luogo dove si realizza «di fatto» un'azione evangelizzatrice, per lo stretto rapporto esistente tra evangelizzazione ed educazione. La dimensione pastorale della scuola non è legata ad alcune attività pastorali svolte nell'ambito scolastico. E invece qualificata dai dinamismi costitutivi del fatto scolastico: i rapporti relazioni, la gestione e produzione della cultura, le attività didattiche. Tutto questo »è» pastorale nella misura in cui viene realizzato, nella competenza autonoma, come reale servizio di maturazione alla persona.
A questo livello la sollecitazione pastorale che don Bosco ci consegna si traduce fondamentalmente nell'invito a verificare e a realizzare una qualità autentica e matura di impegno culturale e didattico.

4.1.2 L'educativo anche nei momenti dell'esperienza cristiana
La seconda sottolineatura coinvolge direttamente l'azione evangelizzatrice formale.
Lo stretto rapporto riconosciuto tra educazione ed evangelizzazione sollecita a verificare l'azione formalmente evangelizzatrice dal punto di vista della sua qualità educativa.
L'evangelo è sempre una proposta. Non possiamo immaginare che la decisione per Gesù Cristo sia la conclusione di un buon processo di educazione. Gesù va annunciato coraggiosamente. La vita nuova del cristiano va celebrata nei sacramenti. Le scelte concrete dell'esistenza vanno elaborate, ascoltando la parola normativa della fede.
Ma anche da quest'ottica ritorna con prepotenza l'esigenza dell'educativo e l'assunzione rispettosa del suo spessore. L'evangelo viene annunciato in tutta la sua radicalità e forza interpellante, perché offrirlo per la vita non significa di certo deprivarlo della sua verità. L'annuncio mette però l'uomo al centro, lo vuole protagonista anche quando gli sollecita l'obbedienza accogliente di un dono. Le esigenze della gradualità, della progressività, il rispetto della soggettività anche nella sua elaborazione, rappresentano i criteri obbligati su cui misurare il servizio pastorale.

4.2 Attenzione alla vita totale dei giovani
Un altro elemento di novità è offerto dal modo nuovo con cui possiamo guardare i giovani e il loro mondo, proprio in quanto educatori religiosi.
Il pessimismo teologico che caratterizza il modello di azione pastorale, «tradizionale» in molti ambienti e operatori, va sostituito con la constatazione che la salvezza è un dono veramente offerto a tutti, in Gesù Cristo. Siamo già nella salvezza. Dobbiamo solo far fruttificare il seme di vita nuova che ci è stato comunicato. Questa sottolineatura ci porta ad una seconda novità teologica.
Facciamo fruttificare questo seme di salvezza nel modo di vivere la vita quotidiana e non, prima di tutto, partecipando o meno ai riti religiosi.
Le esperienze di vita sono il luogo della salvezza. La conseguenza pastorale è molto rilevante.
Nei processi educativi e nella educazione alla fede, l'attenzione dell'operatore pastorale è trascinata sempre verso le esperienze concrete e quotidiane dei giovani, verso i loro interessi e i loro bisogni. Egli ha la costante preoccupazione di non preselezionare mai queste esperienze in «buone» e «cattive », interessanti e banali, preziose e inutili.
Quell'attenzione di Don Bosco per «le cose che amano i giovani», che lui viveva come mezzo per arrivare »poi» alla salvezza, l'educatore la esprime, consapevole che in queste cose c'è già la salvezza anche se devono essere immerse nel suo farsi progressivo. «Le cose che i giovani amano» sono il luogo teologico in cui essi incontrano il dono di Dio che li chiama e in cui giocano la loro risposta per la salvezza.
Da questa consapevolezza teologica nasce l'attenzione per la vita reale dei giovani, che ogni educatore e ogni istituzione educativa si prefigge come compito costitutivo.

4.3 Una forte esigenza di evangelizzazione
L'educazione è importante. Non è però sufficiente per restituire alle persone la pienezza di vita e la capacità di sperare in essa nonostante la morte. Questo Don Bosco l'ha intuito come esperienza irrinunciabile. L'ha espresso con categorie e con motivazioni che oggi possono sembrare superate. Resta però una esigenza che non possiamo mettere tra parentesi, se amiamo i giovani e la loro vita con la stessa passione con cui l'ha amata Don Bosco.
Senza l'annuncio di Gesù Cristo e senza la celebrazione del suo incontro personale, l'uomo resta chiuso e intristito nella sua disperazione. Per restituirgli veramente felicità e speranza, siamo invitati ad assicurare l'incontro con il Signore Gesù, la ragione decisiva della nostra vita.
Di qui l'esigenza di evangelizzazione come espressione della stessa scelta educativa.
Alcuni elementi qualificano questa esigenza.

4.3.1 L'intenzione: per la vita e la speranza
L'obiettivo dell'azione pastorale, a qualsiasi livello sia realizzato, è la pienezza di vita e il consolidamento della speranza.
Per questa ragione, ogni intervento a favore della persona può riconoscersi in questo obiettivo e, soprattutto, ha qualcosa di importante da offrire per la sua realizzazione. La distinzione eventuale nasce non dalla collocazione religiosa o meno dell'agente; nasce sul modello antropologico in cui si riconosce.
I servizi possono essere differenziati: perché la complessità non può essere servita che in una pluralità convergente di azioni. La diversità è quindi in funzione della qualità e della pienezza. A monte sta però una profonda convergenza intenzionale. Essa lega e accomuna gli educatori tra loro (anche se sono collocati esistenzialmente a differenti livelli religiosi) e gli educatori con i giovani attorno alla stessa grande causa della vita e della speranza.

4.3.2 Attività differenziate
Il servizio alla vita e alla speranza, nel nome e con la passione di Gesù, ha come soggetto un'unica grande comunità educante. La comunità ecclesiale si colloca dentro questa unica comunità quasi come «anima» che sollecita tutti verso la causa comune, consolidando nel nome del suo Signore la speranza sull'esito. Questa prospettiva permette di scoprire come «facendo scuola» si può servire la stessa causa (quella della vita e della speranza) che serve chi fa catechesi o chi anima una celebrazione sacramentale. Lo si fa in modo diverso (per le strumentazioni utilizzate, per esempio, e per i contesti in cui si opera...); ma non alternativo.
Quando questo servizio viene realizzato in una istituzione scolastica, esso non può venire risolto se non attraverso i dinamismi specifici di questa stessa istituzione. Il confronto non è tra la catechesi e la produzione della cultura, ma tra i problemi (quelli della vita e della morte) e il modo con cui possono essere risolti. Finalmente, attorno alla qualità della vita che vogliamo servire, la differenza diventa qualificazione e convergenza.

4.3.3 Momenti evangelizzatori nell'ambito scolastico
L'istituzione educativa scolastica non è solo il momento didattico. Esiste uno spazio più ampio, di cui anche l'attività didattica è frammento.
L'istituzione educativa scolastica salesiana allarga questi spazi, per servire meglio la promozione della vita dei giovani. In questi spazi sono possibili gli altri momenti tipici dell'attività educativa e evangelizzatrice globale, secondo le logiche specifiche di questi interventi differenziati: celebrazioni liturgiche, gruppi di impegno, attività caritative...

4.4 L'educatore religioso
Tutto questo, in ultima analisi, chiama in causa la persona dell'educatore, impegnato in un servizio che richiede. nello stesso tempo e nello stesso gesto, competenza, sapienza e riconoscimento del mistero grande in cui è immerso il suo servizio.
Questo – mi sembra – indicava Don Bosco con una espressione che ha percorso la tradizione educativa salesiana: l'educazione, secondo il «sistema preventivo», è sempre «spiritualità» (afferra cioè la vita dell'educatore religioso nelle sue dimensioni più profonde).
Chi opera da credente nell'educazione sa di trovarsi di fronte ad un mistero santo: qualcosa che sta oltre la nostra capacità di decifrazione (= è «mistero») e che richiede di conseguenza l'atteggiamento del rispetto disponibile. dell'accoglienza incondizionata, del riconoscimento di una alterità radicale (= è mistero «santo» ) .
Questo mistero santo è Dio e l'uomo: l'uomo nel progetto di Dio. Riconosciamo il nostro limite, confine invalicabile della scienza e sapienza dell'uomo, dimensione qualificante di ogni nostra ricerca.
Riconosciamo però di doverci esprimere: scegliere, decidere, progettare. Di fronte al mistero santo di Dio e dell'uomo non possiamo cercare la rassicurazione e il conforto del silenzio. È un mistero da accogliere e da servire, rischiando con coraggio e fierezza.
L'educazione è la parola, timida e sofferta, di chi sa di non potersi rifugiare nell'oasi tersa della neutralità.