La ragione

sete di infinito

Tat'jana Kasatkina 

Quando mi è stato proposto di parlare della ragione come sete d'infinito mi sono sentita un po' sconcertata, perché se riteniamo l'infinito sinonimo di eternità, la ragione, nell'accezione russa, è qualcosa che si trova al suo opposto. Questo, almeno, è stato il primo pensiero che mi è venuto in mente.
A risolvere correttamente il problema, mi ha molto aiutato ciò che ha detto papa Benedetto XVI – allora ancora cardinal Ratzinger – nel testo Introduzione al cristianesimo, quando ha esaminato il concetto di fede nel contesto antico-ebraico e nel contesto greco. Nella lingua ebraica la fede è l'essere stesso: se non credi è impossibile esistere, è impossibile essere. Mentre, dice il cardinal Ratzinger, «nel contesto greco cambia tutto» [1]; nella traduzione greca la parola fede suona diversamente, la fede è intesa come comprensione.
A questo punto ho ricordato l'esempio tratto da quel libro della Bibbia che in russo viene chiamato dell'Essere, cioè il libro della Genesi: all'inizio, il primo gesto che compie Dio di fronte ad Adamo, appena uscito dalle sue mani, è di mettergli davanti, di offrirgli tutte le cose, tutte le creature della terra, perché se ne impossessi. L'essere di Adamo in qualche modo
si compie proprio nel comprendere e nel prendere tra le mani tutto l'essere, tutte le cose del mondo.
Adamo è destinato a chiamarle per nome, a dare a ciascuna il proprio nome. Che cosa significa questo? Che deve scrutare ogni cosa, ogni oggetto, ogni animale per poter capire, intuire, comprendere qual è il nome, qual è l'essenza che quella cosa ha in sé. Quindi, proprio fin dal principio, il Signore crea Adamo come una sorta di intermediario tra sé e il mondo: in quel momento Egli consegna ad Adamo tutte le chiavi, perché ogni cultura antica sa che la parola, il nome, è la chiave per comprendere ogni essere, ogni oggetto, ogni creatura. Proprio per questo le antiche culture si sforzavano di celare accuratamente il nome dell'uomo e, a maggior ragione, il nome di Dio, e usavano soltanto soprannomi – l'allusione, l'eco suscitata dal nome vero e autentico. Ma già in questo soprannome, in questo nome di riflesso che veniva dato alle cose vibrava qualcosa dell'essenza della cosa stessa, perché l'eco richiama sempre un'eco di risposta. Per quanto la parola venisse nascosta e in qualche modo dilavata, essa conservava pur sempre questa sua funzione di chiave di comprensione, di introduzione al mistero dell'Altro, dell'Essere.
Nel momento in cui il Signore porta tutte le cose di fronte ad Adamo perché questi dia loro un nome, è come se spiegasse qual è il vero compito della ragione. Il compito della ragione è quello di comprendere ogni cosa, ma anche di riunire, di radunare questa moltitudine di cose in una unità, in una integralità. Ed è un compito, questo, che non è mai stato abolito dal momento in cui fu assegnato ad Adamo, anche se poi è avvenuta la catastrofe, cioè il peccato originale.
Che cosa avviene nel momento del peccato? Che cosa succede, fondamentalmente, con il peccato originale? È il momento in cui l'uomo dice a Dio: «Tu occupati degli affari tuoi e lascia invece a me la terra. Tu mi hai dato questa eredità e – esattamente come dirà il figliol prodigo della parabola – io me la godo. i n soni ma, mi gestisco da solo l'eredità che Tu mi hai dato».
La maledizione della terra coincide con il momento in cui la terra è abbandonata da Dio ed è completamente affidata alle mani dell'uomo, rimasto solo. La terra in quanto tale, il creato, non aveva commesso alcun peccato, ma anche la terra, l'eredità che questo Padre così generoso e misericordioso aveva dato a Suo figlio, condivide in qualche modo l'isolamento in cui il figlio, scegliendo la strada della solitudine, si condanna.
Questa nuova terra deve dunque esistere in modo diverso, autonomamente da Dio. Così, come leggiamo nella Bibbia, essa inizia a produrre qualcosa che prima non aveva mai prodotto: erbacce, sterpi, spine. La terra, che originalmente era un sistema aperto, dopo il peccato originale diventa un sistema chiuso ben simbolizzato dall'immagine del serpente che si mangia la coda: la vita può continuare solo nella distruzione della vita precedente – è governata dalle leggi di conservazione della materia e dell'energia – perché si innescano una serie di mutazioni e di metamorfosi (la terra deve nutrirsi e deve creare qualcosa per dare nutrimento) e si avvia un processo di continuo cambiamento.
Che cosa significa questo, dal punto di vista del compito affidato da Dio alla ragione? Significa che le cose hanno cominciato a moltiplicarsi all'infinito, e allora la ragione deve anch'essa moltiplicare i propri sforzi per tener testa a tutte le cose, per poter dare un nome, una ragione, un significato a tutte queste cose che si moltiplicano vertiginosamente. È un inseguimento infinito oppure un esodo, il ritirarsi nel particolare, in una parcellizzazione infinita, di una ragione che ha ormai smarrito la coscienza del suo compito originario – quello di ricondurre continuamente questa molteplicità all'unità, all'integralità di cui faceva parte – e ricorda soltanto l'altro compito, quello di inseguire le cose, all'infinito.
Un nostro filologo e filosofo, Michail Gergenzon, racconta la parabola di un falegname pazzo che a un certo punto decide di diventare un maestro nella sua arte. Prima costruiva tavoli e sedie belli, diversi, e nel produrli aveva sempre presente sia la funzionalità del singolo oggetto che il contesto in cui ogni mobile doveva essere collocato. Man mano, invece, che si fa prendere dall'idea della perfezione dell'arte, dimentica le sue finalità e inizia a occuparsi ossessivamente della precisione, della bellezza dei singoli particolari e il suo laboratorio diventa una specie di collezione di forme stupendamente levigate e verniciate. Quelle che in origine dovevano essere gambe di tavolo diventano stupende colonnette intagliate, scolpite, tornite, che però non hanno più niente a che fare con la loro funzione originaria. Ogni giorno il falegname va nel suo laboratorio, lavora forsennatamente per creare queste bellissime forme, che però non hanno più niente a che vedere con la falegnameria. I suoi vicini cominciano ad accorgersi che ha negli occhi una luce di follia. Capiscono che la ragione lo ha abbandonato.

La conoscenza del cuore

Questa è la via su cui la ragione diventa fine a se stessa, è abbandonata a se stessa: il momento che apparentemente segna la massima cura della ragione diventa anche il momento del suo smarrimento.
Questo è esattamente il destino che attende qualunque uomo e qualunque civiltà se si perde di vista la tensione all'integrità – il compito di servizio al tutto – costitutivo della ragione. Qualunque cosa cerchi di inculcarci la cultura d'oggi, l'uomo è nato per compiere un servizio, e per quanto questo possa suonare strano, l'uomo non troverà mai la felicità se non risponde a questa sua vocazione al servizio.
Ma che cosa significa permettere che la ragione sia fine a se stessa?
A questo punto vorrei ricordare un verso scritto dal nostro grande poeta Aleksandr Puškin quando era un giovane di diciassette o diciotto anni: «L'intelligenza cerca il divino e ilcuore non lo trova» [2]. Normalmente lo si commenta dicendo: «Strano, è il cuore che dovrebbe cercare il divino e qui invece è il contrario, è la ragione». Ma io voglio sottolineare un particolare di questa frase a cui di solito non si presta attenzione: i verbi. La ragione cerca, il cuore, invece, trova.
Qui Puškin parla di cose strane. La ragione è ciò che in qualche modo non potrebbe mai attestare la verità dei suoi ritrovamenti, non può mai dire: «Sì, è vero, ho trovato». La ragione non ha un metodo per verificare ciò che ha scoperto. La ragione è in ricerca. Il momento in cui qualcosa viene trovato è sancito, proclamato dal cuore. È proprio il cuore che può attestare che questa ricerca si è conclusa, che la verità è stata trovata. È il cuore che può dire che hai dato il nome giusto a una certa cosa, che l'hai chiamata correttamente per nome. E questo è il momento in cui può cominciare l'incontro tra due persone: la persona di chi conosce e quella di colui che viene conosciuto. Accade sempre in un contatto, in una comunione di cuori, perché ciò che la ragione trova deve sempre avere una conferma da parte del cuore. Se noi agiamo – come accade, a quanto si dice, nella scienza di oggi – estromettendo il cuore da ogni tipo di attività scientifica e intellettuale, in realtà ci priviamo dell'istanza che può dirci: «Sì, è effettivamente così».
In verità, alla fine non succede mai così, perché siamo uomini e non possiamo fare a meno di usare il cuore nel processo razionale. Molti grandi scienziati e studiosi ci attestano proprio questo: il procedimento razionale è confermato dal cuore.
Fino a quando faremo di tutto per separare ragione e cuore, continueremo a restare in una situazione morbosa. Possiamo spiegarlo ulteriormente: se il nostro cuore non attesta che la ragione ha trovato il nome giusto, quest'ultima finisce per soffermarsi soltanto su una denominazione errata, che è, in fin dei conti, una semplice convenzione razionale. Ne deriva l'idea che le parole siano convenzioni, che noi in fondo possiamo dare alle parole significati puramente convenzionali, su cui ci possiamo accordare.
Di fatto la parola è qualcosa di molto strano. In russo la parola vešč' (cosa) – che viene dalla parola vest' (comunicazione) – coincide quasi con il termine slovo, che vuol dire parola: quindi cosa e parola in russo hanno una radice etimologica molto simile.
In sostanza, la lingua conferma il substrato concettuale delle culture antiche. La parola è una sorta di base, di fondamento esistenziale delle cose, e quindi, se noi cominciamo a usare le parole in modo casuale, le parole non soltanto smettono di svelare le cose che designano, ma addirittura cominciano a nascondere le cose ai nostri occhi: qualsiasi parola genera davanti a noi una sorta di realtà, ma in questo processo non si rivelerà più la realtà a cui noi ci riferivamo, e, al posto di quanto stavamo cercando, emergerà una realtà che noi non ci aspettavamo. Così le parole si tramutano in involucri, tegumenti esterni che non soltanto non rivelano la realtà, ma al contrario ci impediscono di conoscerla.
Questo non è l'unico rischio a cui siamo sottoposti. Anche quando chiamiamo la realtà con la parola giusta – col suo nome reale – noi non parliamo in modo autentico, ma usiamo significati derivati, alieni di quello che accade a chi recepisce la cosa, la realtà detta: quando diciamo una banalità su qualcosa, parliamo di una verità che non è più capace di farci ardere il cuore, di una verità che ormai è diventata fredda, che non ha più alcun impatto, alcun mordente e che quindi non ha più nulla da dire.
Questo ci suggerisce, ancora una volta, che la ragione umana non può semplicemente andare alla ricerca di tutti questi significati che si moltiplicano sempre di più e che, con il loro moltiplicarsi, ci sfuggono continuamente. La ragione dell'uomo di ogni tempo e di ogni generazione deve continuamente rientrare in possesso delle verità precedenti, deve riattualizzarle ridicendo quelle stesse verità – che sono rimaste vere, ma si sono perdute – con parole che possano renderle nuovamente vive, ardenti agli occhi dei loro contemporanei: soltanto una conoscenza che sia stata nuovamente fatta propria dall'uomo può essere poi confermata dal cuore, mentre un sapere che non sia confermato dal cuore porta soltanto alla conseguenza che noi cominciamo a sapere, ma smettiamo di vivere in conformità a questo sapere.
E qui si verifica una scissione non soltanto tra cuore e ragione, ma tra cuore, ragione e libertà. Si innesca un processo per cui la verità esce da noi perché ormai non ha più presa, non siamo più capaci di farla restare in noi: è come cercare di bere da un bicchiere rotto, un continuo tentativo che non arriva mai, evidentemente, a dissetarci. Ne nasce un falso infinito che ci porta sempre più lontano dal compito iniziale che ci era stato affidato.
Concludendo il mio intervento volevo dire che certamente la ragione è questa sete di infinito e certamente adempie a questa sua missione quando rimane continuamente in ricerca. Su questo non c'è niente da rimproverarle.
La missione e il compito che abbiamo davanti – un compito di fronte al mondo d'oggi, ai nostri contemporanei – è proprio quello di ricondurre all'unità ciò che da tanto tempo e in maniera così radicale è stato diviso: ricongiungere la ricerca della ragione alla conferma del cuore e rendere concreta quella verità trovata, insieme, dal cuore e dalla ragione, rendere questa verità il motore della nostra libertà.

NOTE

1 J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico, Queriniana, Brescia 2005.
2 A. Puškin, Incredulità, in Opera omnia, Mosca 1962, vol. I, p. 250.

(da: Dal paradiso all'inferno. I confini dell'umano in Dolsrtoevskij, Itaca 2012, pp. 55-61)