Il mondo lo salverà

la bellezza

Tat'jana Kasatkina


Per affrontare il tema evocato da questa celebre frase tratta dal romanzo L'idiota, parto dall'analisi di una citazione, anch'essa molto nota, dai Fratelli Karamazov, che è incentrata proprio sulla bellezza
Infatti – a differenza della frase di Vladimir Solov'ëv – la frase di Dostoevskij posta a titolo del mio intervento non tratta innanzitutto della bellezza, ma della salvezza del mondo.
Ecco, invece, quello che afferma Dostoevskij nei Fratelli Karamazov quando parla direttamente della bellezza: «La bellezza è una cosa spaventosa e terribile! Spaventosa perché indefinibile, e non la si può definire perché Dio ha posto soltanto degli enigmi. Qui è dove tutte le rive convergono, dove convivono tutte le contraddizioni. Io, fratello, sono molto ignorante, ma ci ho pensato a lungo. C'è una quantità spaventosa di misteri! L'uomo sulla terra è oppresso dai troppi enigmi! Risolvili, se ne sei capace, e uscirai asciutto dall'acqua. La bellezza! Io poi non riesco affatto a sopportare che un uomo, perfino superiore quanto a cuore e di grande intelligenza, parta dall'ideale della Madonna per finire con l'ideale di Sodoma. E. mi fa ancor più spavento chi ha già nell'animo l'ideale di Sodoma eppur non nega quello della Madonna per il quale il suo cuore arde, e arde davvero, veramente, come negli anni innocenti della giovinezza. No, è vasto l'uomo, fin troppo vasto, io lo restringerei. Lo sa il diavolo che cos'è, infine! Quello che alla mente pare una vergogna, per il cuore è tutta bellezza. Forse che la bellezza si trova a Sodoma? Credimi, per la stragrande maggioranza degli uomini la bellezza è rinchiusa proprio a Sodoma. Eri al corrente di questo mistero o no? Ciò che è terribile è che la bellezza non è solo spaventosa, ma anche misteriosa. Qui il diavolo lotta con Dio e il campo di battaglia è il cuore dell'uomo. E peraltro, la lingua batte dove il dente duole» [1].
Occorre notare che Dostoevskij ha sempre scritto la parola Sodoma con la maiuscola – siamo nel campo dei problemi di testologia – e questo non è rispettato, ad esempio, nell'edizione integrale delle sue opere in trenta volumi. È un dettaglio fondamentale perché, iniziando a scriverla con la minuscola, finiamo subito per comprenderla in senso metaforico, mentre per Dostoevskij, come sempre, non c'è alcuna metafora.
Quasi tutti i filosofi russi che hanno analizzato il brano in questione [2] si sono arroccati sulla convinzione che il personaggio di Dostoevskij stia parlando di due tipi di bellezza. E alla stessa conclusione giunge l'autore di un recentissimo studio, che afferma: «In queste riflessioni Dmitrij contrappone due tipi di bellezza: l'ideale della Madonna e l'ideale di sodoma» [3].
Si sostiene, quindi, che Dostoevskij parli della bellezza e della sua imitazione – della sua falsificazione – e che lo faccia (operazione molto spesso attribuita allo scrittore) prendendo in prestito la voce del suo personaggio; che si riferisca alla donna vestita di sole e alla meretrice che cavalca la bestia, e così via. Di fatto, allo scopo di spiegare il testo, sono state identificate e, sostanzialmente, applicate al testo stesso delle coppie (apparentemente analogiche) di metafore. E anche il testo in sé è stato ridotto a un susseguirsi di metafore, poiché i filosofi si sono avventurati nella sua interpretazione senza prima sottoporla a una vera lettura, cioè a quell'analisi filologica che deve necessariamente precedere l'analisi filosofica, ogniqualvolta si tratti di svolgere una riflessione di carattere filosofico su un testo letterario. Hanno inteso che si stesse parlando di qualcosa che già conoscevano. Questo testo, invece, richiede una lettura precisa, matematica, e, se lo leggiamo così, capiamo che Dostoevskij con le parole del suo eroe sta dicendo una cosa assolutamente diversa dalle disquisizioni dei filosofi.
Innanzitutto, bisogna notare che la bellezza viene definita dai suoi "antonimi": è una cosa spaventosa, terribile. Perché spaventosa? Nel testo troviamo la risposta: «Perché è indefinibile» (peraltro, definire una cosa attraverso i suoi antonimi è un modo geniale di sottolinearne l'indefinibilità).
La bellezza descritta dal personaggio di Dostoevskij non può essere interpretata allegoricamente come hanno fatto i nostri filosofi. L'unico simbolo adeguato a rappresentarla è la famosa Iside velata: spaventosa e terribile proprio perché non la si può definire.
C'è tutto dunque, in questa bellezza; in essa convivono tutte le contraddizioni, le rive opposte convergono, e una tale pienezza dell'essere non è definibile in termini di distinzione, di reciproca opposizione tra due parti di un intero, in termini di bene e male. La bellezza è spaventosa e terribile per il fatto di provenire da un altro mondo, presente, contro ogni speranza, nel mondo a noi dato e manifesto; è una cosa propria del mondo precedente alla caduta del peccato originale, precedente al pensiero analitico e alla percezione del bene e del male.
Tuttavia, per qualche ragione gli ideali «di Sodoma» e «della Madonna» di cui parla Dmitrij Karamazov vengono ostinatamente intesi come due tipi di bellezza opposti l'uno all'altro, estrapolati in modo assolutamente incomprensibile da qualcosa che è indefinibile (che, cioè, letteralmente, non ha limiti e, di conseguenza, non è nemmeno soggetto a divisione), da qualcosa che si identifica in una convergenza, in un'unità inscindibile di tutte le contraddizioni, un luogo in cui le contraddizioni coesistono, e cioè smettono di essere contraddizioni.
Una simile violazione della logica non si addice affatto a un pensatore rigoroso come Dostoevskij o come – notiamolo – i suoi personaggi: non siamo davanti a due bellezze, definite e contrapposte tra loro, ma a due modalità con cui l'uomo entra in rapporto con l'unica bellezza. Per Dostoevskij l'ideale della Madonna e l'ideale di Sodoma – e di questo troviamo piena conferma nel romanzo stesso – rappresentano due modi di guardare la bellezza, di percepire la bellezza, di desiderarla.
L'ideale si trova nell'occhio, nella mente e nel cuore di chi è davanti alla bellezza; essa poi si consegna a chi ha di fronte senza difendersi e con un'abnegazione tale da permettergli di dare alla sua originaria indeterminatezza una forma che corrisponda a quell'ideale. Permette che la si veda nel modo in cui chi le sta davanti è in grado di vederla.
Credo che quanto detto non sembri convincente. Siamo troppo abituati al fatto che non siano le nostre capacità di percezione a contrapporsi, ma proprio i tipi di bellezza, come ad esempio l'angelo biondo dagli occhi azzurri che si contrappone alla diavolessa dagli occhi infuocati secondo un immaginario diffuso già dai romantici.
Ma se per definire cosa sia l'ideale di Sodoma noi ci rivolgessimo al testo di partenza (che Dostoevskij non nomina mai invano), allora scopriremmo che a Sodoma non si recarono uomini depravati e tentatori, demoni: a Sodoma giunsero gli angeli, ricettacoli e prototipi del Signore, e proprio Loro i sodomiti – l'intera città – bramavano "conoscere".
Persino la Madonna – ricordiamo il Cantico dei Cantici: «terribile come un vessillo di guerra» [4], «avvocato», «muro incrollabile» – non è affatto riconducibile a un solo tipo di bellezza. La sua pienezza, la sua capacità di riunire in sé «tutte le contraddizioni», è messa in luce dal grande numero di soggetti e varianti tipologiche delle icone che raffigurano i diversi aspetti della Sua bellezza. Una bellezza che opera nel mondo e lo trasfigura.
L'affermazione di Mitja è estremamente significativa: «Forse che la bellezza si trovi a Sodoma? Credimi, per la stragrande maggioranza degli uomini la bellezza è rinchiusa proprio a Sodoma». Dal punto di vista linguistico, le parole sono scelte con grande cura: la bellezza non si trova, non risiede a Sodoma. E Sodoma non costituisce la bellezza. La bellezza a Sodoma «è rinchiusa» – cioè imprigionata, è tenuta segregata nel carcere di Sodoma dagli sguardi degli uomini. Proprio in questo mistero che Mitja comunica ad Alga è celato il cuore dell'interesse di Dostoevskij per la figura della santa meretrice [5]. «Tutte le contraddizioni convivono». E la bellezza prigioniera a Sodoma non può assumere alcun altro sembiante.
In tutto ciò vi è qualcosa di essenziale.
In Dostoevskij la parola Sodoma appare sia in Delitto e castigo che nell'Idiota, nei punti più significativi della storia.
Marmeladov la pronuncia descrivendo il luogo in cui abita la sua famiglia – «Proprio una Sodoma, la più orribile, ... mmm... sì» [6] –, come anticipando il racconto della prostituzione di Sonja: la trasformazione della vita di Sonja ha origine nel fatto che la sua famiglia dimora a Sodoma.
Nel romanzo L'idiota il generale Epančin ripete: «Questa èI confini dell'umano in Dostoevskij
Sodoma, Sodoma» [7], quando Nastasja Filippovna, per dimostrare al principe che non vale abbastanza per lui, prende per la prima volta i soldi dall'uomo che cerca di comprarla. Ma prima di questa esclamazione il generale aveva già capito dalle parole di Nastasja Filippovna che anche la figlia Aglaja era coinvolta nella compravendita – benché l'avesse solennemente negato all'inizio del romanzo, costringendo il principe a scrivere a Ganja nell'album: «Io non mi presto a mercanteggiamenti» [8]. Anche se non è lei l'oggetto del commercio, è con lei che mercanteggiano, e questo segna l'inizio del suo ritrovarsi a Sodoma: «Ma tu, GaneCka, ti sei fatto sfuggire Aglaja Epančina, lo sapevi o no? Se tu non avessi mercanteggiato con lei, ti avrebbe senz'altro sposato! Dovreste fare tutti così: frequentare o le donne oneste, o quelle disoneste. Bisogna scegliere altrimenti ci si confonde» [9]. Ma se Nastasja Filippovna cerca di abbassarsi davanti ad Aglaja, questa, nonostante il desiderio di umiliare la rivale, non crede fino in fondo che Nastasja Filippovna le sia inferiore e per questo la considera una rivale. All'inizio entrambe appaiono come oggetti di un commercio, alla fine come oggetti di scelta, e in questa gara in cui, per definizione, non possono esserci vincitori (come possono vincere degli oggetti?) a vincere non sarà certo Aglaja.
Durante l'ultima conferenza studentesca su Dostoevskij, lo scorso aprile, una relatrice ha dato un giudizio significativo su Nastasja Filippovna, affermando che «è depravata perché tutti ne fanno oggetto di mercanteggiamento». Io penso che questo perché sia molto appropriato.
La donna, che in Dostoevskij è portatrice di bellezza, è spaventosa e colpisce proprio per la sua indefinibilità. Nel rapporto con il principe, che non la tratta come una merce, Nastasja Filippovna «non è così», mentre con Rogožin, che la presume tale e la mercanteggia, lei «è proprio così» [10]. Nel romanzo questi «è così – non è così» sono le definizioni principali di Nastasja Filippovna – della bellezza incarnata – e dipendono esclusivamente dallo sguardo di chi la osserva. Dobbiamo notare la totale indefinitezza e indefinibilità di queste, cosiddette, definizioni.
La bellezza è indifesa davanti a chi la guarda, nel senso che è l'osservatore a stabilire la forma del suo manifestarsi concreto (perché la bellezza non si rende manifesta se non c'è chi la vede).
La donna si mostra agli occhi dell'uomo così come questi la vede: «Un uomo può insultare col suo cinismo una prostituta che si vende per poco» – Dostoevskij ne era convinto. Svidrigajlov si accende proprio per la verginità dell'innocente Dunja. Fëdor Pavlovič prova libidine quando vede per la prima volta la sua ultima moglie, simile alla Madonna: «"Allora quegli occhietti innocenti mi avevano trafitto l'anima come una lama", aveva detto in seguito, con la sua tipica risatina disgustosa» [11]. Si capisce dunque perché anche l'ideale della Madonna, se custodito in un'anima soggetta al trionfo dell'ideale di Sodoma, diventi spaventoso: diventa l'oggetto della lussuria per eccellenza.
Quando invece l'ideale della Madonna ostacola la passione sensuale, allora esso diventa oggetto di negazione diretta e di scherno. In questo senso la scena, riferita da Fëdor Pavloviča Alëša e Ivan, acquista un enorme significato simbolico: «Ma ecco te lo giuro davanti a Dio, Aleša, io non ho mai offeso la mia piccola strillona! Forse solo una volta, ancora nel primo anno di matrimonio: quanto pregava! Osservava soprattutto le feste della Madonna e allora mi scacciava lontano da sé nello studio. Penso, "adesso le faccio passare questo misticismo!":
"Vedi – le dico – vedi ecco la tua immagine, eccola, guarda, io la tolgo [facciamo attenzione proprio a come parla Fëdor Pavlovič: è come se in quel momento strappasse da Sofia la sua immagine vera, la spogliasse della sua immagine, nda]. Guarda, tu la consideri miracolosa, ma ecco io ci sputo sopra davanti a te e non mi succederà nulla!". Come lei mi vede, "Signore" penso "ora mi uccide", ma lei balza soltanto in piedi, tira su le braccia e poi all'improvviso si copre il volto con le mani [come cercando di difendere l'immagine profanata, nda], rabbrividisce tutta, cade sul pavimento e si accascia». [12]
È significativo che Fëdor Pavlovič non consideri tali le altre offese, sebbene la storia del suo matrimonio con la moglie Sofia sia letteralmente la storia dell'incarcerazione della bellezza a Sodoma. Per di più qui Dostoevskij mostra come l'incarcerazione esteriore diventi interiore, come dall'oltraggio si generi una malattia che deforma il corpo e l'animo di colei che è portatrice della bellezza.
«Non avendo ricevuto nessuna rimunerazione, Fëdor Pavlovič non faceva cerimonie con la consorte e, approfittando del fatto che lei era, per così dire, colpevole davanti a lui, e che lui l'aveva quasi tolta dal cappio e approfittando inoltre della sua fenomenale sottomissione, calpestò i più elementari principi del decoro matrimoniale. In casa, proprio sotto gli occhi della moglie, si radunavano donne di facili costumi e si organizzavano orge. [...] In seguito l'infelice giovane donna, tormentata fin dall'infanzia, fu colpita da una qualche malattia nervosa femminile, di quelle che di solito si riscontrano in campagna nel popolino, tra le contadinottte che, a causa di questa malattia, vengono chiamate strillone. Questa malattia le causava terribili crisi isteriche che, alle volte, le facevano perfin perdere l'uso della ragione» [13].
E il primo attacco di questa malattia, come abbiamo visto, si era verificato proprio con la profanazione dell'immagine della Madonna.
In forza di quanto detto, non possiamo separare l'incarnazione dell'ideale della Madonna nel romanzo né dalle contadine strillone, che erano considerate indemoniate, né dalla mentecatta Lizaveta Smerdjakova. Non possiamo separarla neanche da Grušenka, «la regina dell'insolenza», la primadonna «infernale» del romanzo, che «un tempo, la notte singhiozzava ricordando il suo offensore, quand'era sottile sottile e aveva sedici anni».
Ma se la storia di Sofja è quella dell'imprigionamento della bellezza a Sodoma, con Grušenka si tratta invece della scarcerazione della bellezza da Sodoma.
È significativa l'evoluzione della percezione che Mitja ha di Grušenka, e lo vediamo attraverso gli epiteti e le definizioni usate nei suoi confronti. Inizia col chiamarla carogna e bestia, dice che ha sinuosità da scellerata, che è una tigre, che ucciderla sarebbe poco. In seguito, durante il viaggio a Mokroe, la definisce dolce creatura, regina dell'anima mia (e usa appellativi che, in genere, si riferiscono direttamente alla Madonna). Ma a un certo punto troviamo una espressione di tutt'altro genere, qualcosa di assolutamente fantastico: «fratello Grugenla» [14].
Ripeto ancora che la bellezza si trova al di fuori di quella regione in cui inizia la distinzione tra bene e male: nella bellezza è presente il mondo ancora indiviso, intero, il mondo prima del peccato originale. E proprio rendendo manifesto questo intatto mondo primordiale, colui che vede la vera bellezza salva il mondo.
Nella riflessione di Mitja la bellezza è una, onnipotente e indivisibile, come quel Dio contro cui combatte il diavolo, ma che, a sua volta, non combatte contro di lui: Dio permane, il diavolo attacca; Dio crea e il diavolo cerca di sottrargli il creato. Ma il diavolo stesso non ha mai creato nulla, e questo significa che tutto il creato è bene e che, al massimo, come la bellezza, può essere rinchiuso a Sodoma.
Tornando alla citazione tratta dal romanzo L'idiota, notiamo che normalmente noi la ricordiamo in modo un po' diverso, nella forma che le diede Vladimir Solov'ëv: «La bellezza salverà il mondo» [15]. È una trasformazione simile a quella che i filosofi a cavallo tra i due secoli imposero alla frase: «Qui il diavolo lotta con Dio» che, come tutti ricordiamo, diventò: «Qui il diavolo e Dio lottano», e addirittura: «Qui Dio lotta col diavolo».
Dostoevskij dice: «Il mondo lo salverà la bellezza» [16].
Forse, la strada più semplice per capire quello che voleva dire è confrontare le due frasi per prendere coscienza della loro diversità.
Che cosa comporta, a livello di senso, l'inversione di tema e rema? Nella frase di Solov'ëv la salvezza del mondo è una proprietà della bellezza. La frase ci dice che la bellezza è salvifica. Nella frase di Dostoevskij non è detto niente del genere. Qui, piuttosto, si dice che il mondo sarà salvato dalla bellezza, cioè da una delle sue proprietà immanenti. Prerogativa della bellezza non è salvare il mondo, ma permanere in esso inesorabilmente; e in questa immanenza inesorabile della bellezza è riposta la sola speranza del mondo.
La bellezza, quindi, non è una forza trionfante che incombe sul mondo con funzione salvifica. No, la bellezza è qualcosa che è già presente nel mondo ed è poi proprio in virtù di questa sua presenza che il mondo sarà salvato.
La bellezza, come Dio, non lotta, ma permane, e la salvezza giungerà al mondo attraverso lo sguardo dell'uomo che saprà scorgerla in tutte le cose. Che smetterà di rinchiuderla, di imprigionarla a Sodoma.

NOTE

ps. nelle note 2, 3, 15, i testi dsei libri o delle riviste sono in russo. Noi abbiamo lasciato unicamente la traduzione italiana

1 F.M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, parte I, libro II.
2 E. Novikova, «Il mondo lo salverà la bellezza» di Dostoevskij e la filosofia religiosa russa fine XIX-inizio XX sec., in T.A. Kasatkina (a cura di), Dostoevskij e il XX secolo, Mosca 2007, t. I, pp. 97-124.
3 Ju.A. Romanov, II fenomeno della bellezza nell'interpretazione di Dmitrij Karamazov, in Dostoevskij e la modernità. Materiali dalla XXIV Conferenza Internazionale a Staraja Russa, 2009), Velikij Novgorod 2010, p. 229.
4 Ct 6,10.
5 Pensiamo ad esempio a Sonja e Lizaveta in Delitto e castigo, o a Sofia nell'Adolescente.
6 F.M. Dostoevskij, Delitto e castigo, parte I, cap. II.
7 Id., L'idiota, parte I, cap. XVI.
8 Ivi, parte I, cap. VII.
9 Ivi, parte cap. XVI.
10 Ivi, parte II, cap. III.
11 Id., I fratelli Karamazov, parte I, libro I.
12 Ivi, parte I, libro III.
13 Ivi, parte I, libro I.
14 Ivi, parte IV, libro XI.
15 V.S. Solov'ëv, La bellezza nella natura, Problemi di filosofia e psicologia 2 (1889).
16 F.M. Dostoevskij, L'idiota, parte III, cap. V.

(da: Dal paradiso all'inferno. I confini dell'umano in Dostoevskij, Itaca 2012, pp.92-102)