La Chiesa

guarda non a sé

ma al Cristo

Claude Dagens *

La Chiesa non si rinnova, se non a partire dalla propria sorgente, e la sua sorgente è Cristo, «luce del mondo», come, fin dal suo incipit, dichiara con forza la grande costituzione sulla Chiesa: «Lumen gentium curo sit Christus». «Cristo è la luce delle genti: questo santo concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa» (LG i, EV/1,284).
L'interpretazione liturgica e pasquale dell'avvenimento conciliare resta di grande attualità. Cinquant'anni dopo la sua apertura e celebrazione, il concilio risuona ancora come un appello a vivere il mistero di Cristo morto e risorto in questo nostro mondo incerto, all'inizio del XXI secolo, in tempi che non sembrano portare speranze, come invece era nel 1962. Motivo in più per restare, contro venti e maree, al servizio della luce di Cristo, che non ha paura di affrontare le nostre tenebre. Interpretare il Vaticano II come un'esperienza spirituale è una scelta. Scelta che, tuttavia, non esclude di riconoscere come il concilio si sia inscritto nelle complessità della storia. Il suo svolgimento è avvenuto attraverso discussioni a volte appassionate, profonde tensioni, scontri teologici molto reali, soprattutto intorno ai temi della divina rivelazione o della nozione cristiana di libertà religiosa. Lungamente elaborati dai vescovi con i loro esperti, i testi dimostrano l'intensità del lavoro realizzato.
È ormai noto che questa lettura storica del concilio Vaticano II, si fonda su due diverse linee interpretative: l'una, definita ermeneutica di rottura, che esalta i cambiamenti avvenuti in rapporto alla Tradizione della Chiesa, l'altra, nota come ermeneutica della continuità, che sottolinea gli sviluppi organici della stessa Tradizione. In realtà, al di là di queste due interpretazioni, mi pare che l'intera opera del concilio Vaticano II risponda ad un'altra intenzione, ancora più radicale: si tratta di comprendere le realtà cristiane dall'interno, a partire dalla loro fonte, che si colloca appunto nel mistero di Cristo, e di permettere ad esse di svilupparsi e di manifestarsi nel inondo. Questo approccio non è stato pensato come una strategia. Si è via via imposto da sé, conferendo al tempo stesso all'intero concilio sia la sua unità sia il suo dinamismo.
E, cinquant'anni dopo, siamo certamente più liberi nel comprendere il movimento interno, perché la prova del tempo, ascoltando le interpretazioni superficiali o polemiche, permette di cogliere ciò che è più importante. E da questo principio di comprensione che vorrei misurare il luogo, occupato dal mistero di Cristo nell'insieme dell'evento conciliare.

La Chiesa di fronte a Cristo

Cristo presiede il concilio.
Ogni mattina, prima che nella basilica di San Pietro iniziassero le assemblee, alla presenza dei padri conciliari, aveva luogo un atto liturgico molto significativo: il Vangelo era solennemente intronizzato e collocato davanti all'altare, sotto il baldacchino del Bernini, di fronte ai vescovi. Padre de Lubac che, con la sua riflessione e i suoi scritti, aveva molto contribuito nel dimostrare che Cristo è come il vertice e il centro della rivelazione di Dio, amava sottolineare il significato del gesto liturgico: «Il libro dei Vangeli, dopo essere stato portato in processione, non veniva posto su un leggio, ma veramente installato su un trono. Infatti, rappresentava il Cristo in persona» (Henri de Lubac, La révélation divine, Paris, 1968, p. 167-168). E si può precisare: il Cristo, collocato davanti all'assemblea dei vescovi, la presiede, in modo che i dibattiti che avranno luogo, si svolgano di fronte a questa presenza misteriosa e reale. La Chiesa si riunisce in concilio per rispondere agli appelli di Cristo. Non può esistere né compiere la sua missione senza confrontarsi con questa presenza. È questa apertura a Cristo che fonda tutti gli atti della Chiesa.

La chiesa unita a Cristo.
La Chiesa è unita essenzialmente a Cristo. La liturgia ne attualizza la relazione: ne è quasi l'espressione sensibile, come dichiara con fermezza la costituzione Sacrosanctum concilium. Per realizzare l'opera della salvezza, «Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. E presente nel sacrificio della messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, "offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti", sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, di modo che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e salmeggia, lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18,20)"» (SC n. 7, EV/1, 9).
Queste dichiarazioni, apparentemente semplici, sono di vasta portata: esse pongono in risalto il primato di Cristo e la sua azione nella liturgia della Chiesa, e, al tempo stesso, esse sottolineano la natura organica di tutta la liturgia, intesa e praticata da Cristo. In un certo senso, possiamo dire che il primo attore della liturgia è il Cristo vivente, che si manifesta nella Chiesa. E la prima missione della Chiesa consiste nell'accogliere il suo Signore, nell'ascoltare e annunciare la sua parola, nel lodarlo, nel pregarlo e nel manifestare la sua presenza alla nostra umanità. Di conseguenza, la liturgia non è mai una creazione umana. È anzitutto accoglimento del mistero di Dio, rivelato e consegnato in Gesù Cristo, e l'ingresso in questa presenza di mistero e di dono. Si capisce, quindi, che la liturgia, così connessa alla rivelazione di Cristo, costituisce un tutto vivente, organico, composto di gesti, parole, segni affidati alla Chiesa. Tutto l'opposto, dunque, di un blocco monolitico di formule e di riti dei quali si debba difendere l'integrità. È chiaro che le nostre dispute relative alle forme liturgiche sono del tutto secondarie in rapporto a questa primordiale realtà. Si tratta della presenza di Cristo in mezzo a noi e del nostro accoglimento della stessa. Tutto il resto va misurato su questa realtà.

Testimoni di Cristo e della conversione della Chiesa a lui.
Ma, come la costituzione Sacrosanctum concilium precisa con insistenza, la liturgia non esaurisce tutta l'azione della Chiesa (n. 9). La Chiesa che celebra e che prega è anzitutto la Chiesa che è chiamata a incontrare Cristo e a convertirsi a lui. L'esperienza primordiale di conversione a Cristo attraversa e ispira l'intera opera del concilio. Indipendentemente da tutti i testi che sono stati faticosamente elaborati, possiamo percepire questa preoccupazione costante: perché la Chiesa è costantemente chiamata a confrontarsi con Cristo? Come può accettare di essere in stato di conversione? A queste domande non rispondono solo i testi, anche se si basano sulle parole del Vangelo e la predicazione degli apostoli e dei Padri della Chiesa. Sono anche gli atteggiamenti attraverso i quali si manifesta l'esigenza primordiale della relazione a Cristo.
Ora il concilio Vaticano II è stato caratterizzato pure da questo tipo di atteggiamenti, tanto più che, in diverse occasioni, il papa stesso si è impegnato non solo come testimone di Cristo, ma come il primo testimone della conversione della Chiesa a Cristo. Troppo poco si è fatto notare che, a una settimana dall'apertura del concilio, Giovanni XXIII ha lasciato Roma per compiere un pellegrinaggio in Italia, a Loreto e ad Assisi. Per l'intera giornata, è andato a pregare la vergine Maria e un certo uomo, di nome Francesco che, in un'epoca di grandi trasformazioni politiche e religiose, ha incontrato Gesù Cristo, che è stato da lui conquistato, grazie alla persona di un lebbroso, e che si è impegnato a seguirlo, praticando il vangelo della povertà e della gioia, tanto da essere segnato nel proprio corpo dai segni della sua passione.
E quasi un anno dopo, il 29 settembre 1963, il papa Paolo VI, da poco succeduto a Giovanni XXIII, apriva la seconda sessione del concilio, in san Pietro a Roma, invitando i vescovi ad un atto di contemplazione. Più precisamente, evocava il grande mosaico in San Paolo fuori le Mura, che illustra il nostro predecessore Onorio III: «rappresentato nello splendente mosaico dell'abside della basilica di San Paolo fuori le Mura, piccolo e quasi annichilito per terra, (egli) bacia il piede al Cristo dalla gigantesche dimensioni che, in atteggiamento di regale maestro, domina e benedice l'assemblea raccolta nella basilica stessa, cioè la Chiesa » (EV/1, 146). Paolo VI paragonava se stesso a papa Onorio III, non ignorava che Francesco era andato a incontrarlo, nel 1216, a Perugia, per chiedergli un favore straordinario, per il primo luogo, la Porziuncola d'Assisi, dove si erano da poco insediati i frati minori. Di fronte all'immensità di Cristo, il papa si considerava come un servo piccolo e associava tutta la Chiesa al suo atto di fede e d'umiltà.
Voleva, soprattutto, coinvolgere i vescovi nel cammino di conversione, che si apprestava a compiere, alcune settimane più tardi, ai primi di gennaio del 1964, andando in Terra Santa, la terra in cui si è compiuto l'evento unico dell'incarnazione redentrice e della pasqua di Gesù Da Nazareth a Gerusalemme, voleva dare forma concreta alla grande ispirazione conciliare, cioè che la Chiesa sia unita a Gesù Cristo! Che divenga più trasparente al suo mistero, accogliendolo e annunciandolo come «la Luce e il Salvatore del mondo».
Il concilio Vaticano II ha voluto attuare questa ispirazione. Ci si rende conto dell'inerzia, delle incomprensioni, della chiusura, che possono ostacolare e di fatto impediscono l'attuazione. Ma non possiamo ignorare la pazienza e la perseveranza dello Spirito Santo, che non rinuncia mai a esaltare tale impegno. Con la sua personalità, eloquente e potente, il 22 ottobre 1978, Giovanni Paolo II faceva udire l'identico appello, all'inizio del suo ministero di vescovo di Roma: «Aiutate il papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l'uomo e l'umanità intera! Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura!... Permettete a Cristo di parlare all'uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna» (Documentation catholique, 5 novembre 1978, n. 1751, col. 915-916).
Cinquant'anni dopo l'inizio del concilio, papa Benedetto XVI chiama la Chiesa a rinnovarsi, partendo dal mistero pasquale, e basandosi su un passo della costituzione Lumen gentium assai poco citato: «La Chiesa avanza nel suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del inondo e le consolazioni di Dio, annunciando la croce e la morte del Signore fino a che egli venga (cf. ICor 11,26). Dalla potenza del Signore risorto viene fortificata, per poter superare con pazienza e amore le afflizioni e difficoltà tanto interne che esterne, e per svelare fedelmente al mondo il mistero del Signore, anche se sotto l'ombra dei segni, fino al giorno in cui finalmente risplenderà nella pienezza della luce» (LG n. 8, EV/1, 307). Infatti, questa apertura all'eternità di Dio fa anch'essa parte della nostra relazione con Cristo nella Chiesa.

Cristo al centro della teologia del concilio

Il Vaticano II è un concilio teologico?
Riunita in concilio, la Chiesa ha dovuto confrontarsi con il mistero di Cristo, la sua rivelazione, la sua presenza, i suoi appelli. Ma anch'essa, a modo suo, ha esplorato e approfondito il mistero di Cristo. Essa non solo ha svolto un lavoro pastorale, ma ha compiuto un lavoro teologico e cristologico. Può sembrare un paradosso. E evidente che, fin dall'inizio, come auspicato da Giovanni XXIII, il concilio Vaticano II non ha cercato di elaborare nuove definizioni dogmatiche. In maniera imprevista, ma certamente ispirata dallo Spirito Santo, è stato condotto al cuore del mistero della fede, e più precisamente al cuore del mistero di Cristo, compreso non tanto in se stesso, quanto in noi, nella sua relazione a ciò che il concilio definirà il mistero della Chiesa e il mistero dell'uomo.
Spesso, dando importanza all'intero contenuto della sua grande costituzione sulla Chiesa, la Lumen gentium, si è sostenuto che il concilio Vaticano II fosse il concilio della Chiesa. È certamente vero che, all'inizio, quando i vescovi si sono trovati di fronte a una mole di documenti insoddisfacenti, è emerso un progetto ideato e proposto dal cardinale Suenens: era venuto il momento che la Chiesa potesse pensarsi contemporaneamente ad Mira e ad extra, in ciò che costituisce la sua vita interna e in relazione ai suoi impegni verso il mondo. Ma anche questa bipartizione era troppo schematica e, infine, un'altra strada si è aperta: se la Chiesa, prima di tutto, ha la missione di manifestare agli uomini la presenza e la salvezza di Cristo, occorre cominciare da questa realtà, mostrando come essa si traduce, vale a dire, andando dal mistero di Dio, che si rivela totalmente nella luce di Cristo, al mistero dell'uomo, la cui profondità si manifesta anch'essa nella luce di Cristo.
Di conseguenza, tutta la riflessione teologica del concilio si è sviluppata tra questi due poli essenziali: quello della rivelazione divina e quello della dignità umana, partendo dal mistero di Cristo, «Luce del mondo» e Salvatore degli mini. In questa prospettiva, il termine mistero fa da congiunzione fra i molteplici aspetti dell'unica rivelazione cristiana: mistero, nel suo significato tradizionale (mysterion, sacramentum), che dall'apostolo Paolo ai Padri della Chiesa non significa un ambito di realtà irraggiungibili ma piuttosto l'azione stessa con la quale Dio si apre agli uomini, si impegna nella storia fino a entrare nella nostra umanità per rinnovarla dal suo interno, mediante l'incarnazione e la pasqua di Cristo. Per questo il motivo il concilio Vaticano II è una sorpresa, anche se è profondamente tradizionale. Infatti, è fedele alla percezione globale e organica del dato cristiano, dell'intera rivelazione, grazie alla quale, come scrive padre Henri de Lubac: «Dio si dice nella storia», attraverso Cristo presente in questa stessa storia e suscitando la crescita invisibile e reale del suo Regno.

Dio si rivela pienamente nella luce di Cristo.
Non è difficile, ora, percorrere a grandi passi la strada aperta dal concilio Vaticano II. Questo tragitto va dalla rivelazione di Dio, attraverso la costituzione Dei Verbum, alla rivelazione dell'uomo, attraverso l'abbozzo di un'antropologia cristiana, contenuta nella prima parte della costituzione Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Il metodo con il quale il concilio Vaticano II ha esaminato il mistero della rivelazione divina deve molto ai Padri della Chiesa e, dal punto di vista teologico, a p. de Lubac che, fin dai primi scritti, in particolare con il libro Catholicisme, pubblicato nel 1937, ha cercato di portare l'attenzione sull'essenziale. La rivelazione divina, infatti, non è un corpo di affermazioni dottrinali più o meno separate l'una dall'altra. Essa è l'atto con cui Dio si rivela agli uomini mediante parole e avvenimenti. L'azione rivelatrice raggiunge la sua pienezza in Cristo, il Verbo fatto carne per la salvezza degli uomini. In tal modo si può dire che «il mistero di Cristo, nella sua unicità, è la totalità della rivelazione» (H. de Lubac, La Révélation divine, Paris, 1990, p. 174).
È questo il concetto espresso, a modo suo, dalla costituzione Dei Verbum per caratterizzare la rivelazione divina: «La profonda verità, sia su Dio sia sulla salvezza dell'uomo, per mezzo di questa rivelazione risplende a noi in Cristo, il quale, nello stesso tempo, è il mediatore e la pienezza dell'intera rivelazione» (DV, 2; EV/1, 873). Quindi, osiamo dire che il Vaticano II è, a modo suo, un concilio cristologico. Infatti, pone in piena e forte luce il primato di Cristo, poiché immagina la Chiesa non come un'organizzazione sovrapposta a Cristo, ma come il corpo e il sacramento di Cristo, chiamata ad accogliere la pienezza della rivelazione, che si realizza in lui, mediante la sua Pasqua; a celebrarla nella liturgia e ad annunciarla al mondo. La Chiesa è, dunque, interamente al servizio della rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Essa non ha come fine se stessa, ma è sollecitata ad un decentramento permanente. La sua unica missione consiste nel comunicare al mondo ciò che riceve da Dio in Cristo.

L'uomo scopre il suo destino ultimo, alla luce di Cristo.
Per finire, ritornerò sui requisiti concreti del "decentramento" della Chiesa che, a volte, è difficile da capire e da accettare. Ma vorrei arrivare alla conclusione del percorso teologico, e pure teologale, aperto dal concilio: dalla rivelazione di Dio alla comprensione dell'uomo che, nella luce di Cristo, scopre la sua vocazione. Forse, immaginando che si trattasse di una facile riconciliazione tra cristianesimo e umanesimo moderno, non abbiamo colto le implicazioni di tale riflessione. Non sempre abbiamo compreso ciò che p. de Lubac definiva «dramma dell'umanesimo ateo», che ostentava l'ambizione di liberare l'uomo dalla morsa di un Dio, concepito come suo rivale o come una minaccia per la sua libertà. Di tale umanesimo, il marxismo è stato l'espressione più dura e organizzata. È vero che il rifiuto di Dio o la rassegnazione all'assenza di Dio rischiano di privare l'uomo delle sue radici e della sua trascendenza interiore. Perciò era necessario liberarsi dell'illusione tenace di un faccia a faccia conflittuale tra Dio e l'uomo, cercando di comprendere che l'uomo rimane sempre un mistero per se stesso e che questo mistero è contenuto e illuminato nel mistero di Cristo, nella sua morte e risurrezione.
Sono state queste le sfide degli scontri che hanno caratterizzato l'elaborazione della costituzione Gaudiurn et spes, a cui sono stati associati i nomi di p. Henri de Lubac, di p. Jean Daniélou e di p. Yves Congar, oltre a quello di un giovane vescovo polacco di nome Karol Wojtyla. In questo modo, le affermazioni apparentemente teoriche della costituzione si inscrivono sull'orizzonte drammatico del destino umano confrontato alla questione di Dio, o piuttosto confrontato alla rivelazione di Cristo, «che è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto» (Le 19,10).
Cristo non è solo la pienezza della rivelazione di Dio: è il Figlio del Dio vivente, il salvatore del mondo nel quale la nostra umanità è riconciliata con il Padre dei cieli. Egli è il primo nato fra i morti, il germe di una nuova creazione, come lo stesso Giovanni Paolo II ha detto, con grande forza, nell'enciclica Redemptor hominis: «Non ci convincono forse, noi uomini del ventesimo secolo, le parole dell'apostolo delle genti, pronunciate con una travolgente eloquenza circa la "creazione (che) geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto" (Rm 8,22) e "attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio" (Rm 8,19)» (n.8, cf. Regno-doc. 7,1979,149). Come se la relazione della nostra umanità al Cristo, vincitore della morte, facesse parte del nostro avvenire. Ed è vero, come ha detto Benedetto XVI in uno dei suoi ultimi libri, che «Cristo viene anche dal futuro». Egli è davanti a noi e noi siamo chiamati non solo a ricordarci di lui, ma a capirci e ad amarci nella sua luce (cf. Benedetto XVI, Luce del mondo. Papa, la Chiesa e i segni dei tempi, Parigi, 2010, p. 91).

La Chiesa trasparenza di Cristo

Sulla strada di Emmaus, dalla parte di Cristo.
Il Cristo che ci precede viene a noi dal mondo della risurrezione. È il Signore, che custodisce nel suo corpo i segni della passione, ma che ha sconfitto tutta le potestà del male, della violenza, dell'abbandono, affrontandole. La sua luce passa attraverso il mistero della croce. Non è abbagliante. E una presenza fraterna e trasformante. Come è stato per i discepoli di Emmaus.
Infatti, il racconto di Luca, pur essendo una catechesi della risurrezione, mostra come il mistero pasquale sia il fondamento della nascita della Chiesa. La Chiesa continua a nascere ogniqualvolta, per iniziativa di Gesù, si realizza lo straordinario incontro. Colui che si avvicina ai due discepoli delusi, per loro è anzitutto un estraneo: li ascolta, permette loro di manifestare il loro scoramento proprio a lui, che rivive così il mistero della croce, secondo l'interpretazione data da uomini fragili. Dio, sconfitto dai suoi nemici, è impotente di fronte all'odio! Bisognerà permettere alla storia della salvezza di parlare. Essa rivelerebbe quanto è umanamente impensabile e scandaloso: l'unica forza di Dio è quella del dono spinto fino all'estremo, attraverso la croce. Allora, nel silenzio, scoccherà l'ora in cui il segno del pane spezzato manifesterà la presenza del Signore. «Allora i loro occhi si aprirono e lo riconobbero» (Le 34,31). E come se il momento eucaristico, l'atto sacramentale, permettesse di vedere e di capire ciò che fino a quel momento era rimasto inaccessibile.
Noi, tuttavia, non stiamo solo dalla parte dei pellegrini di Emmaus. Da cristiani impariamo anche a stare dalla parte di Cristo, testimone e portatore della luce della sua risurrezione. Nello stesso approccio diventiamo discepoli del Signore e membri del suo corpo, incaricati, come lui e in suo nome, di camminare con quelli e con quelle che faticano a sperare, di aprire ad essi la parola di Dio e di praticare l'eucaristia, come quando ci si prende una pausa che dona vita e speranza.

Vivere il mistero di Cristo dall'interno.
Così si comprende che la concentrazione sul mistero di Cristo non è per nulla un ripiegamento egoista. È, invece, apertura al mistero di Cristo, che dà alla Chiesa la forza di compiere la missione dell'annuncio del Vangelo. Ma per la Chiesa esiste il rischio reale di ripiegarsi su se stessa, di pensare solo a se stessa e di impedire a se stessa di manifestare la sua realtà essenziale, sacramentale. Nella sua stupenda Meditazione sulla Chiesa, p. de Lubac aveva già formulato un avvertimento: «Occorre che Gesù Cristo, per mezzo nostro, continui a essere annunciato, continui a trasparire. È assai più di un obbligo. È una necessità organica. Ma i fatti vi corrispondono sempre? Mediante il nostro ministero, la Chiesa annuncia veramente Gesù Cristo?» (Meditazione sulla Chiesa, Paris, 1985, p. 190).
A cinquant'anni dalla celebrazione del concilio Vaticano II, è ora di ammettere che le prove alle quali siamo sottoposti, a motivo dell'indebolimento delle istituzioni cattoliche e delle molteplici cause di inquietudine per l'avvenire, ci costringono ad andare con maggiore risolutezza e più radicalmente alle origini, cioè a scoprire la novità di Cristo, a lasciarci conquistare dalla sua presenza, a partecipare alla sua Pasqua, a vivere dall'interno il suo mistero. Molti anni dopo il concilio, ci è possibile verificare ciò che p. de Lubac ha scritto, in un bellissimo stile, a proposito della realtà cristica della Chiesa: «La Chiesa è miserabile se Gesù Cristo non costituisce la sua ricchezza. È sterile, se lo Spirito di Gesù Cristo non vi fiorisce. La sua costruzione è rovinosa se Gesù Cristo non è il suo architetto, e se lo Spirito di Gesù non è il cemento delle pietre vive con le quali si costruisce. Non è bella, se non riflette la bellezza unica del volto di Gesù Cristo... Se non annuncia la verità che riposa in Gesù Cristo, tutta la sua dottrina è una menzogna. La sua gloria è vana, se non la pone nell'umiltà di Gesù Cristo. Perfino il suo nome ci resta estraneo, se non evoca immediatamente l'unico bene dato agli uomini per la loro salvezza. E non ci dice nulla, se non è per noi il sacramento, il segno efficace di Cristo» (ibid. pp. 188-189).

* Claude Dagens è vescovo di Angoulême (Francia)

(Settimana, 36, 7 ottobre 2012)