Abitare, trasformare,

trasfigurare

Arturo Paoli

ABITARE

Perché abitare? Perché di lì comincia Gesù.
Il Vangelo ci dice che Gesù visse grandissima parte, perlomeno 2/3 della sua vita, a Nazareth; questo per noi è sommamente importante, perché anche noi dobbiamo chiederci se abitiamo, perché tutta la nostra cultura, la nostra forma di vivere, il consumismo ecc., ci porta fuori dal nostro ambiente, fuori dalla nostra vita. La prova è che cerchiamo anche forme di religiosità e di spiritualità che in un certo senso sono fuori da noi, fabbricate da noi.
Che ha fatto Gesù a Nazareth in tutti questi anni della sua vita?
Sappiamo che in un tempo passato quando era di moda scrivere delle biografie di Gesù, qualcuno pensava che fosse andato a scuola da certi filosofi, che fosse andato in India o da altre parti; ma questi scrittori che facevano queste ipotesi evidentemente non avevano letto la Bibbia o forse l'avevano letta superficialmente perché non c'è traccia in Gesù di una sapienza, o vorrei dire di una posizione, di una relazione con Dio, che non sia già tutta nella Bibbia. Gesù non fa un accenno ad una sapienza, ad una cultura, ad una filosofia che non sia già nella Bibbia, perché la sua vita è in continuazione con la linea profetica.
Che cosa ha fatto a Nazareth? Ha vissuto profondamente la sua realtà di uomo. È stato immerso profondamente nell'ambiente e nella terra. Ritroviamo nel Vangelo la storia di questo piccolo mondo in mezzo al quale Gesù vive.
Lì sente parlare di un fattore che ruba e che inganna il padrone, della donna che ha perduto la moneta e che si affanna per cercarla; lì ha conosciuto le piccole storie, vorrei dire non importanti, del mondo povero, del mondo in cui vive; ha vissuto profondamente il contatto, la vicinanza, la prossimità con la natura. E questa vorrei dire consanguineità, questa affinità di Gesù con la natura ritorna nel Vangelo, nelle sue immagini, quando si ferma stupito a guardare la primavera, la primavera che nasce: "Vedete come Dio veste i gigli del campo, come veste l'erba"; uno sguardo in cui non c'è assolutamente nulla di intellettuale. Evidentemente Gesù non è un istintivo, è uno che pensa, che riflette sulla vita, ha un fortissimo senso di critica. Ma tutto nasce dall'esperienza, dall'osservazione delle cose e degli uomini.
Le beatitudini che cosa sono in fondo? Non è altro che posare il suo sguardo su quel pubblico che conosce, su quelle famiglie in mezzo alle quali Lui è vissuto: famiglie dove si manifesta la sofferenza, l'oppressione, anche religiosa, gente che vive nella sofferenza, nella difficoltà, che lotta per il quotidiano. Su questa folla si posa lo sguardo amoroso di Gesù, che è lo sguardo della tenerezza di Dio, perché Lui è venuto al mondo proprio per manifestare questa tenerezza, per travolgere tutti gli ostacoli, le opposizioni a questa tenerezza di Dio, per dire quello che ci hanno detto i profeti: Dio ci ama, ci ama profondamente. Quindi è venuto a rivelare una cosa sola, che direi declina, coniuga
questa tenerezza di Dio: questa tenerezza di Dio non è passiva, non è unicamente contemplativa, Dio ci guarda con amore e questo amore suscita in noi una risposta, una risposta di amore. La missione di Gesù è quella che T. de Chardin definirebbe come amorizzatrice, amorizzante. Gesù è venuto per far sì che questo amore di Dio sia pratico, concreto, creativo, e quindi a manifestare che Dio sta creando continuamente e che l'atto creativo di Dio non è chiuso nel tempo, è continuo, e che nello stesso tempo questo creare di Dio avviene nell'amore, crea soggetti di amore e crea relazioni d'amore alle quali noi ci opponiamo; noi contrastiamo questa iniziativa di amore che è presente nel mondo.
È questo, questo solo che Dio dice.
È successo poi, provvidenzialmente, che questo messaggio è stato raccolto in un ambiente culturale che, tralasciando ogni giudizio, probabilmente lo ha ampliato, lo ha approfondito e lo ha intellettualizzato; e noi oggi siamo ad un epilogo, all'epilogo di questo lavoro che ha compiuto la cultura greca nel cristianesimo: lo ha intellettualizzato. Tanto che a un certo punto ha allontanato, vorrei dire offuscato il messaggio autentico di Gesù, per cui sono avvenuti due inconvenienti di cui noi oggi siamo eredi e che dobbiamo assumere coraggiosamente.
Il primo inconveniente è stato il dualismo, cioè la separazione dello spirituale dal materiale, del corpo dall'anima, della storia dalla metastoria, del tempo dall'eternità. Tutte queste divisioni che erano categorie della filosofia greca evidentemente sono state assunte, assimilate dal cristianesimo e noi oggi ci troviamo in una cultura schizofrenica, separatista, per cui il cristianesimo è uscito direi dal binario, dalla visione autentica di Gesù e dei profeti; perché nella profezia e nella Bibbia non si separa mai la conoscenza, l'atto del conoscere, la gnoseologia per usare un termine filosofico, dalla prassi, dalla pratica della vita: perché operare nella luce di Dio e nella luce dello Spirito vuol dire nello stesso tempo conoscere.
Potrei citare solamente un passaggio di Geremia, il capitolo 22, che è nello spirito profetico ripetendo quello che dicono Isaia, Ezechiele, Osea, quello che dicono continuamente i profeti, che Gesù ripete nel discorso delle beatitudini, e che noi abbiamo spiritualizzato e idealizzato a tal punto da fare delle beatitudini una virtù, cioè le abbiamo strappato in un certo senso al popolo, le abbiamo strappato ai poveri e ne abbiamo fatto una categoria spirituale, illudendoci di potere entrare nelle beatitudini anche vivendo una vita totalmente diversa, anche non essendo poveri, anche vivendo tutte le comodità possibili. Ma, così facendo, noi possiamo spiritualmente raggiungere una beatitudine che non è assolutamente nello spirito di Gesù, perché Gesù parte proprio dall'osservazione di gente che si considera oppressa, che si considera inutile, che si considera vorrei dire assolutamente superflua, e dice loro: "Guardate che non è vero; è il mondo che vi fa sentire così, sono i potenti, è il potere: il potere religioso, il potere politico che vi fa sentire inutili, che non vi fa sentire la vostra dignità; ma Dio no, al contrario, per Lui voi siete i prediletti, voi siete gli attori, i protagonisti di questa Sua azione creatrice nel mondo, perché solamente voi, a partire dalle vostre ferite, a partire dai vostri gemiti, a partire dalla vostra situazione di schiavi, voi solo potete realizzare, attualizzare l'azione creatrice e liberatrice di Dio: i ricchi, i potenti non ne hanno bisogno, loro non vogliono, ostacolano questa azione liberatrice di Dio. Quindi solamente voi potete realizzare questo Regno di Dio che è la sua apparizione, che è la sua manifestazione, che è la sua presenza nel mondo, perché Dio si manifesta solamente attraverso questo atto liberatore, attraverso questa creazione liberatrice". Geremia, parlando ai re d'Israele che hanno tralignato e che tralignano, dice: "forse tu agisci da re"? E qui parla contro il re loachin, "forse tu agisci da re perché ostenti passione per il cedro, forse tuo padre non mangiava e beveva, ma egli praticava il diritto e la giustizia e tutto andava bene. Egli tutelava la causa del povero e del misero e tutto andava bene. Questo non significa infatti conoscermi?".
Ed è una domanda rivolta ad ognuno di noi: "Tu conosci Dio, lo conosci veramente? Lo credi con la testa, lo credi come dogma, o lo conosci, ne fai esperienza, lo conosci come conosci il tuo amico, come conosci il tuo vicino, come conosci la tua amante, la persona che ami? Quando? Quando pratichi il diritto e la giustizia, quando tuteli la causa del povero e del misero".
Questo noi lo abbiamo dimenticato perché abbiamo trovato un cammino più facile, più esaltante, direi più desiderato dal nostro orgoglio: il cammino intellettuale e quindi abbiamo riempito biblioteche della conoscenza di Dio e ci siamo allontanati sempre di più; abbiamo pensato che l'aiuto e l'assistenza al povero fossero una conseguenza e invece è proprio il contrario, abbiamo rovesciato le parti. Abbiamo fatto un capovolgimento che oggi bisogna fare in senso inverso, cioè abbiamo pensato che dalla conoscenza di Dio, da una certa conoscenza intellettuale di Dio potesse nascere l'obbligo della giustizia, dell'amore e dell'assistenza al povero, ma così non è stato.
Perché? Perché non è il cammino biblico. Perché abbiamo camminato a ritroso, perché abbiamo rovesciato quello che .è l'ordine di Dio. E infatti è a partire dalla conoscenza del povero, a partire dall'aiuto effettivo, concreto del povero che noi possiamo conoscere Dio. Gesù è stato fedelissimo a questo principio fino all'ultimo, e dice: "Sapete in che consiste la vostra salvezza, dove, come, qual è la via della vostra salvezza? Ebbi fame e mi avete dato da mangiare, ero nudo e mi avete vestito, non avevo casa non avevo casa, ascoltate bene religiosi che avete 40 stanze per due persone! e voi mi avete accolto nella vostra casa"; e questo oggi non succede.
Allora noi pensiamo di conoscere Dio, ma non abbiamo l'esperienza di Dio, non lo conosciamo. Conosciamo forse i suoi connotati; sarebbe come in una compagnia di turismo dove si descrive perfettamente come è la Grecia e noi, studiando tutte le guide della Grecia, a un certo punto sappiamo dove sono le piazze di Atene, dove è questo monumento o quest'altro e diciamo: io conosco la Grecia! Eppure non ci sono mai stato. Ci sono state delle persone, specialmente nell'800, degli scrittori che parlavano di viaggi e manifestavano una conoscenza perfetta di certi luoghi e la loro storia ma non vi erano mai stati; lo stesso succede a noi con Dio: sappiamo tutti i suoi desideri, sappiamo perfettamente la sua modalità, ma non lo conosciamo come dice Gesù; non è questa infatti la conoscenza che Gesù esprime continuamente: "Io conosco il Padre mio, io so quello che il Padre mio vuole". E se leggete il Vangelo lo leggete il Vangelo? nel Vangelo c'è tutto fratelli e sorelle, c'è tutto; ma bisogna leggerlo in ginocchio, pregando, bisogna invocare lo Spirito Santo affinché riusciamo a capire, perché non l'abbiamo capito. E allora ci scandalizziamo quando vediamo persone devotissime, persone religiosissime, persone che pregano, che vanno continuamente a ritiri spirituali, che fanno la Pasqua separatamente perché la vogliono fare profondissimamente, ripetendo tutti i gesti di Gesù... e poi scoprite che sono gli affamatori del popolo, le cause dirette per cui esistono milioni di fratelli che hanno fame, quelli che partecipano alla fabbricazione delle armi, la cosa più turpe che si possa immaginare; e per giustificarsi cercano nel diritto romano, nel diritto antico se è lecito fabbricare le armi, o si giustificano poiché queste armi invece di ammazzare un milione di persone ne ammazzano solamente mille; perché, attenzione, c'è una posizione che si dice religiosa e teologica davanti alla fabbricazione delle armi: non si possono abolire perché ci vogliono, ma allora, ammesso che ci vogliono, limitiamole.
Questi sono coloro che hanno trovato il segreto, a cui spesso anche noi religiosi ci adeguiamo, di separare lo spirituale dal materiale, l'eterno dal tempo. E allora pensiamo che la nostra povertà può essere una povertà interiore, spirituale, invisibile, soprannaturale; ritroviamo tutti gli aggettivi possibili quando dentro di noi la coscienza ci rimorde perché incontriamo e qua è il punto incontriamo il fratello che soffre. Questo ci interroga profondamente.
C'è una grande novità del nostro tempo, una meravigliosa novità che noi non abbiamo ancora fatto nostra e che pure è importantissima: viviamo una grande crisi della filosofia.
L'uomo, vedendo gli effetti, le conseguenze ultime prodotte da una ragione che si è staccata totalmente dall'uomo la guerra, la violenza, un'incapacità di convivere che diventa sempre più aspra, sempre più dura, sempre più violenta finalmente oggi, nel nostro tempo, si domanda: "Ma veramente la ragione umana è così prodigiosa, è così attiva, così positiva? Veramente la ragione umana, che certamente è stata capace di inventare tutti questi strumenti della tecnica che rendono la nostra vita facile, è uno strumento benefico? Veramente "penso, dunque sono" è la mia grande verità? Devo essere un uomo unicamente pensiero?". Davanti a questa domanda, l'uomo oggi ha una risposta molto triste: non è vero che l'uomo sia sola ragione e non è vero che, seguendo la ragione e affrancandosi dalle necessità materiali e dalla sua realtà, dal suo abitare, non è vero che trovi grandi verità e che faccia grandi conquiste. Davanti a questo muro, a questo epilogo così doloroso, egli è riuscito a vedere albeggiare la risposta. E la risposta è l'alterità.
È meraviglioso sentire come oggi ci sia questa convergenza di filosofi, di pensatori, che afferma che l'uomo è alterità. Accade così che un filosofo ebreo, Lévinas, ripete che lui si dichiara anticristiano: si dichiara anticristiano perché? Perché non può mandare giù Auschwitz non può, non può. "Come avete permesso l'olocausto di sei milioni di fratelli? Perché erano ebrei? Ma erano fratelli vostri. Come avete permesso e come premettete ora il Ruanda, perché siete voi che gli mandate le armi; come potete permettere, come potete dirvi cristiani, facendo questo?". Levinas non può accettare di essere cristiano, non può accettare e dice: "Come non gridate? Come non vi unite, come non demolite le fabbriche di armi?".
Egli, senza saperlo, senza volerlo, traduce in termini filosofici la parabola del buon samaritano. Questo persona che ha tutta la mentalità, tutta la struttura del mercante, tutta la struttura formata, (come si diceva ieri), dal mercato, s'imbatte per la strada in un uomo ferito, morente e sente da questi l'appello: "Sei tu, sei tu che mi devi salvare, solamente tu. Non puoi pensare che scenderà un altro. Sei tu il responsabile della mia vita". Di lì nasce e di lì solo può nascere una nuova forma di pensiero, una nuova forma di ragionare, una nuova forma di vivere la nostra vita religiosa: non siamo al mondo unicamente per insegnare. Non dico che insegnare non sia importante, ma occorre tenere presente continuamente, che non si può insegnare a partire dall'idea, dal concetto, ma che s'insegna a partire da questo fatto nuovo, fortissimo: il ferito lungo la strada. Questa è una cosa bellissima, che ancora non ha avuto i suoi effetti, ma li avrà, perché lo Spirito Santo ha parlato in due assemblee. Nell'episcopato latinoamericano si è parlato, ripetendo quello che aveva detto il Concilio Vaticano II della scelta per i poveri, ma non se ne è parlato astrattamente. Questa è la grande novità. Se ne è parlato concretamente: leggete i documenti, specialmente di Santo Domingo, e di Puebla, vi troverete tutto un elenco di questi volti disperati, feriti, terrorizzati, affamati. Sono quelli che ci interpellano, non è la povertà, la differenza è essenziale, perché alla povertà si rimedia con i denari, con le organizzazioni, ma è il volto del povero, il volto del fratello oppresso, questo volto ci interpella. E a questo non posso rispondere con i soldi. Bisogna che mi avvicini, che curi le sue ferite, che lo prenda in braccio, che lo carichi sulla mia cavalcatura, che mi occupi di lui. Io sento, io vedo lo Spirito Santo in queste cose. Lévinas senza saperlo, quando dice che "un nuovo ordine di pensiero, una nuova forma di pensare può nascere", vuol dire che la filosofia può nascere unicamente partendo da questo impatto, da questo shock, da questa violenza che mi viene fatta dal fratello che ha fame, che ha sete, che è oppresso. Egli si giustifica dicendo: "ma questa non è filosofia, questa è carità". No, questa è filosofia, perché io non voglio che l'uomo cessi di pensare, ma cessi di pensare partendo di lì, e tenga invece sempre presente il volto del fratello oppresso: allora nasce una nuova economia, una nuova politica, una nuova religione che non è spiritualista, che non è astratta, che non è individualista, ma che parte dall'amore, perché solamente chi ama conosce Dio.

TRASFORMARE

"Lo Spirito Santo è sopra di me e mi ha mandato a liberare gli oppressi."
Questo è il programma di Gesù che apparentemente non è esplicitamente religioso. È un programma umano e Gesù manifesta così quello che è il sogno di Dio. È venuto sulla terra per realizzare il sogno di Dio.
Il sogno di Dio è, lo dice all'ultimo momento: "che voi siate uno, che voi vi amiate come io vi ho amato"; ed è venuto a realizzare questo in un'umanità, in mezzo a noi che manifestiamo piuttosto la tendenza alla violenza, alla soppressione, alla dominazione e per questo ha dato la vita. Non è stato crocifisso, non è morto, perché il Padre esigeva una pena, una riparazione. È morto per redimere, per riscattare questa umanità, per farla capace di amare partendo dall'egoismo, partendo spesso dall'odio. Il piano di Dio, il sogno di Dio lo ha raccolto in una parola che è diventata la sua pedagogia, perché è riuscito a salvare, a tirare fuori, a liberare i suoi dodici, che sono modello dell'umanità, dal loro egoismo, proiettandoli sopra il Regno, continuamente.
Se voi leggete il Vangelo sentite tornare questa parola: Regno. Per il Regno non dobbiamo pensare a noi, dobbiamo dimenticarci, dobbiamo dare la nostra vita per il Regno di Dio. Il Concilio Vaticano II ha manifestato, ha esplicitato chiaramente che il centro della predicazione di Gesù, il centro del messaggio di Gesù è il Regno; non è direttamente la salvezza della mia anima, dell'anima individuale, perché il Regno è la nostra salvezza, ci liberiamo dal nostro egoismo, ci liberiamo dal peccato, se ci proiettiamo sul Regno. Vedremo che l'uomo maturo è l'uomo che vive per il Regno, è uno che non vive più per sé, come dice Paolo, che non pensa più a sé, ma che sta proiettato sul Regno.
Mi rendo conto che entriamo necessariamente nel mondo torbido, confuso della politica perché la fede è intrinsecamente politica, l'uomo religioso è intrinsecamente politico, proprio per il fatto che è religioso, cristiano, perché è una persona che non pensa più alla sua salvezza. Non è cristiano per salvare la sua anima: se è un cristiano maturo lo è perché ha dato la sua vita definitivamente per una causa e quindi vive proiettato in questa causa: il Regno.
Io vorrei raccogliere i miei pensieri stamani intorno a due grandi intuizioni che sono nel Vangelo e che ci aiutano ad entrare e a parlare un po' di questa visione finale: il Regno di Dio, che certamente avrà la sua pienezza, la sua manifestazione nell'escatologia; e quindi in questo senso il Regno ci viene dato, non siamo noi che lo costruiamo. Gesù ha parlato di questa manifestazione dell'ultimo giorno e a questa dobbiamo tendere, a questo Regno di Dio che certamente anche ora, in questa fase di lotta, di ricerca, sempre ci viene dato.
Perché che cos'è il Regno di Dio? Non è una struttura politica, non si realizzerà né si identificherà mai con una struttura politica, anche se qualche volta la cristianità è caduta in questo equivoco. Il cammino del Regno ci stanca, è un cammino aspro, molto aspro e molto lungo; anche gli apostoli hanno manifestato questa impazienza, quante volte hanno domandato: "quando verrà questo Regno? Tu parli sempre del Regno, ma quando viene?" E Gesù risponde: "Neanche il Figlio dell'uomo lo sa, quindi camminate, camminate, cercate il Regno. Non vi perdete in questa ricerca", perché proprio in questa ricerca del Regno noi troviamo e realizziamo la nostra liberazione. Perché un uomo è uomo, un uomo è adulto quando da' la sua vita per un'altra causa, quando esce da sé o si lascia spossessare. Tutta la sua vita è riposta in questo ideale che sta sempre davanti, che sta fuori di noi, che cerchiamo e non raggiungeremo mai, ma che sappiamo si raggiungerà, lo sappiamo, non importa se noi lo vedremo o non lo vedremo: esso si realizzerà. Io vorrei dire ai giovani proprio questo: ricordatevi anche voi giovani sacerdoti, seminaristi o laici, voi che cercate un senso alla vita, ricordatevi che non c'è nulla, nulla che darà continuità alla vostra vita, che vi farà crescere, che vi farà adulti; non sono le nostre occupazioni, non sono quello che facciamo.
È uscito un libro, abbastanza discutibile, che con il suo solo titolo richiama la nostra attenzione sulla formazione dei sacerdoti: "I funzionari di Dio". Se siamo funzionari, siamo condannati alla frustrazione, ricordatevelo, non ci salva nessuno, neanche il più prodigioso psichiatra del mondo; se voi siete funzionari, cioè persone che distribuiscono, che danno, che compiono certi doveri, certi uffici, che sanno quello che devono dare e quello che devono fare, che non si mettono in ricerca, ricordatevi che non vi salverà nessuno. E la malattia più terribile, inguaribile è proprio la frustrazione.
Solamente se siete alla ricerca, se siete disposti a rinunciare totalmente al vostro Io, anche alla vostra salvezza, così veramente voi vi salvate, così crescete, così siete uomini, così sentite la gioia di esistere, così non morite prima che venga la morte; Gesù lo sapeva perfettamente, se leggiamo attentamente il Vangelo vediamo che Gesù non forma i suoi Apostoli con principi moralistici, forma i suoi Apostoli proiettandoli sul Regno e coglie sempre questa tendenza alla pigrizia, a fermarsi, a pensare a sé. "Che sarà gli dice Pietro che sarà di noi, che faremo, che ci darai per tutto questo? Chi è il più grande di noi, chi è il più grande" ? Sono tutte manifestazioni che vanno contro, che si oppongono a questa pedagogia di Gesù che è una pedagogia decentralizzatrice: Lui sempre proietta la persona fuori, sull'altro.
Come accennato, vorrei concentrarmi un po' su due manifestazioni. La prima è la moltiplicazione dei pani e la seconda è la rappresentazione del Regno, in cui uno è stato preposto ai suoi compagni di servitù perché il padrone ha deciso di fare un lungo viaggio.
Nell'episodio della moltiplicazione dei pani è indicato chiaramente cos'è la politica. È a partire dai bisogni dell'uomo, dai bisogni essenziali, dalle vere necessità umane che si può pensare a una politica.
L'enciclica Pacem in terris ha veramente centralizzato il problema politico, è perfettamente dentro l'episteme politico, cioè dice veramente cos'è la politica. Perché Giovanni XXIII parla dei bisogni naturali o dei diritti, meglio dei diritti naturali della persona umana e li enumera e comincia a dire: diritto alla vita, diritto alla salute, diritto agli alimenti, diritto al lavoro, diritto alla casa, diritto all'istruzione, diritto alla ricreazione. Enumera quindi i diritti naturali della persona. In questo principio di organizzazione si manifesta nell'episodio della moltiplicazione dei pani, in cui le persone vengono invitate a raggrupparsi, a riunirsi, si può vedere una specie di manifestazione dell'organizzazione sociale, a partire dai bisogni. Si parte da gente senza pastore, come dice Marco, di cui Gesù ebbe pietà: vedendo questa folla sbandata, come pecore senza pastore, le organizza, in un certo senso, riconoscendo e assumendo la loro vera necessità che è quella di mangiare e quindi dà loro qualcosa di materiale e apparentemente elementare. Mentre noi, con la nostra cultura idealistica, rifuggiamo dal pensare che i grandi problemi dell'amore, dell'organizzazione, della giustizia, in fondo si riducono a queste necessità quotidiane che qualche volta disprezziamo, ci saltiamo sopra, dicendo che l'uomo ha più fame di Dio che fame di pane. È un discorso col quale ci giustifichiamo e ci liberiamo dalla nostra vera responsabilità. L'uomo ha bisogno di vivere prima di tutto e quindi ha bisogno di pane. Gesù riconosce che ha bisogno del pane per vivere. Ed è questo secondo me il quadro politico perfetto.
Se uno vi domandasse che cosa è la politica, da dove parte la politica, la risposta è che parte proprio di lì. E vedete come tutto questo porta alla necessità di una riflessione, di una ideologia: è attraverso l'ideologia si aliena l'uomo, si aliena la politica e la politica perde completamente il rapporto con l'uomo, come è successo ai russi. L'illuminismo russo, quello li ha giocati, cioè si sono staccati dall'uomo. E questo è anche il nostro dramma oggi, il nostro grande dramma, dolorosissimo ma non irrimediabile, perché Dio sta nella storia e Dio conduce la storia, perché immette in essa una forza e un'energia di amore che dirige, anche se noi non lo vediamo, e fa sì che la storia sia storia salvifica. Il Concilio Vaticano II lo dice chiarissimamente quando parla dell'Eucarestia, come questa forza, quest'energia che trasforma la storia umana. E può trasformare anche questa storia del Ruanda, questa storia di violenza, questa storia di dominazione, questa storia alienata, che si è fermata e che noi dobbiamo rimettere in cammino. Questo è il grande compito della nostra generazione. Si è fermata, perché? Perché, vedete sono successi due fenomeni che sono diversi e uno dipendente dall'altro.
È successo che l'uomo che si sente fragile davanti al mondo, impotente davanti alle forze della natura, ha creato e sta creando, per mezzo della tecnica, una specie di protezione gigantesca. Che cos'è la tecnica? La tecnica è una produzione permanente di protesi che ci aiutano a vivere, che ci aiutano a camminare; e l'uomo è sempre più assente, l'uomo è sempre meno necessario per vivere, perché quello che lo fa vivere è questa gigantesca protesi che lo aiuta a comunicare con gli altri, a risolvere i suoi problemi o che risolve i problemi della vita. Per cui l'uomo è un essere sempre meno necessario; c'è una rinuncia progressiva, incosciente alla nostra vera vita, ad assumerci la nostra vera responsabilità: la responsabilità di vivere, di cercare di vivere. E cercare di vivere vuol dire cercare un senso, perché ormai tutto è risolto da strumenti che sono fuori di noi, creati da noi, alla nostra portata. Ma l'uomo è sempre più assente.
E questo ha creato l'immagine di mercato. Il mercato è autonormativo; a un certo punto il Papa lo riconosce, lo sente, lo manifesta molto chiaramente nella Centesimus Annus, ormai la politica non esiste più, perché il mercato va avanti automaticamente, non è più necessario pensare come risolvere i problemi della persona, e quindi la politica, che ha come fine quello di risolvere i bisogni essenziali della persona, quello di regolare, di proteggere questi bisogni essenziali, non è più necessaria. Non lo è perché il mercato automaticamente, obbedendo, o meglio, realizzando le sue leggi interne, risolve i problemi della persona. Quindi è sparito, è stato tradito quello che è stato il dogma fondamentale del secolo passato: i grandi trattati politici di destra, di sinistra, liberali o marxisti, insistevano sul dogma fondamentale che l'economia è sottomessa, è subordinata alla politica: la politica deve reggere l'economia, perché se la politica è l'arte della soddisfazione dei bisogni, evidentemente è l'economia che deve essere subordinata, dipendente dalla politica; ed invece è successo il contrario, cioè che a un certo punto l'economia ha invaso il campo e cacciato fuori la politica.
Oggi siamo caduti tutti in questa passività del mercato che non fa altro che moltiplicare i bisogni. E l'uomo è impazzito, non sa più quelli che sono i suoi veri bisogni, li ha perduti completamente sotto questa caterva di bisogni artificiali creati dal mercato; quindi è molto difficile oggi, difficile ma non impossibile, pensare ad un rinnovamento, ad una risurrezione.
Vediamo ad esempio certi tentativi in Italia che ci consolano molto: il tentativo di Dossetti e di altri che cominciano a ripensare, fuori da uno schema di partito, che cosa è la politica, cominciano a sentire la responsabilità del mondo nel quale viviamo che sembra impazzito, un mondo sommerso, con tutte le apparenze religiose: succede un po' quello che succedeva in Atene nel tempo di Paolo. E Paolo non dice: "voi siete atei, siete troppo religiosi, troppo religiosi"; eppure si potrebbe dire lo stesso al nostro mondo oggi, perché le processioni, i culti, i viaggi, Medjugore e tante altre cose si fanno per carità non voglio dare nessun giudizio estimativo perché viviamo in un pluralismo religioso, in un consumismo religioso che corrisponde esattamente, che è il parallelo religioso a quello che è la nostra vita politica, sociale, comunitaria: siamo completamente perduti, non sappiamo più quelli che sono i nostri veri bisogni.
Pensate a una signora che entra in un supermercato e che probabilmente conosce il suo vero bisogno, cosa cercare, ma si perde, vede delle cose che sono così comode, così utili, così rapide per lavare...e afferra delle cose, ma non ciò che le necessita. Ma non importa. È il mercato che ti obbliga, che ti costruisce dei bisogni successivi; e quindi capite che la politica ha perduto la sua ragione di essere, perché questi bisogni sono soddisfatti, soddisfatti e moltiplicati e creati e rinnovati continuamente proprio da questa diabolica dinamica del mercato. E bisogna star molto attenti perché noi siamo dentro, siamo caduti in questo sonno, siamo anestetizzati, abbiamo perduto in parte il senso del nostro essere, del nostro fare.
E l'altra immagine che ci da Gesù della vita politica, che ci da il Vangelo è quello dell'uomo preposto a dividere i beni con i suoi compagni di servitù. È lui che deve dare gli strumenti di lavoro, è lui che deve dare gli alimenti, che deve decidere il tempo: è quindi dentro questa dinamica del lavoro e degli alimenti che si realizza la storia. Ho scelto giustamente il passaggio delle beatitudini perché volevo insistere su questo punto, la necessità dei veri bisogni come punti di partenza per una riscoperta della politica, perché solamente partendo di lì si può riscoprire la politica.
E dove posso trovare, dove posso pescare questi bisogni che sono stati affogati, sepolti, anche se non distrutti, sotto questo mare di bisogni creato dalla società consumistica e dal mercato? Dove posso trovare quelli che sono i veri bisogni, le vere necessità? E allora viene l'intuizione della Chiesa, del Concilio Vaticano II. Nel nostro secolo questa insistenza sui poveri, continua in tutti i Concili, le assemblee, i capitoli religiosi, torna sempre fuori perché è una domanda che non ha ricevuto risposta, perché oggi la sola salvezza di quest'uomo alienato completamente, può essere una risurrezione della politica, cioè far sentire all'uomo che non è inutile. E questo avviene quando collaboriamo al Regno di Dio, ad un mondo più umano, più giusto, più fraterno, contando sulla forza di Dio, sul suo aiuto e sulla nostra volontà. Perché questa è la sua volontà, il suo sogno, il suo progetto. Non dire più: tornare a Dio, ma al progetto di Dio. Gesù lo dice chiaramente, non potete adorare Dio e adorare Mammona, il denaro. E il mercato è l'adorazione: l'adorazione dell'idolo denaro, l'adorazione di Mammona. Non potete mettere insieme l'uno e l'altro; la nostra salvezza è abbandonare, separarci definitivamente da questa visione di mercato e metterci al servizio dei poveri e cercare con loro.
Per questo Gesù dice: "Beati voi poveri, beati voi che piangete, beati voi che siete affamati di giustizia perché non ricevete giustizia": solo lì si possono ritrovare i veri, autentici bisogni dell'uomo e solamente partendo di lì. Non partendo da ideologie ma dai veri bisogni materiali dell'uomo, dalle vere necessità urgenti senza cui quest'uomo non può vivere. Di lì solamente può rinascere una politica.
Come può nascere questa passione politica?
Vedete in tutti i Santi di tutte le epoche, in tutti i contemplativi di tutte le epoche esiste una caratteristica costante. Possono essere suore, possono essere politici, possono essere sacerdoti, pontefici, Vescovi, ma in tutti c'è questa caratteristica costante: la passione del mondo, questa misteriosa passione, questo misterioso richiamo, questa dimenticanza di sé. Ho citato in un articolo un episodio, una lettera di Caterina da Siena, quando racconta al suo confessore il dialogo che ha avuto con Gesù e dice che ha brontolato con Gesù, non è d'accordo con Lui perché, dice: "come puoi mandare all'Inferno delle persone? Come puoi? Impossibile, impossibile! Tu sei la salvezza, hai dato la vita; che potevi dare di più per salvare il mondo, per salvare gli uomini?" e Gesù tristemente le dice: "Ma ci sono tante persone che non accettano l'amore". Allora dice Caterina: "Io voglio andare all'Inferno, io voglio andare all'Inferno" e Gesù sorridendo le dice: "Ma Caterina come puoi andare all'Inferno se ami? È contraddittorio, nell'Inferno non si ama". E allora dice: "Mettimi sulla bocca dell'Inferno perché possa impedire alla gente di passare per questa parte". Se pensate che è una Santa che è vissuta, divorata, distrutta dal desiderio della pace, una Santa che oggi andrebbe a Sarajevo e senza esitazioni, che è allora andata dove ardeva il conflitto, non dove si pensava la guerra, per predicare la pace, che non ha esitato a scrivere lettere ardenti e vorrei dire violente ai Papi, ai Vescovi, ai sovrani, ai Capi di Stato perché voleva la pace, perché non è possibile essere cristiani senza pace.
Lasciamo certe devozioni, lasciamo perlomeno certe devozioncelle che tranquillizzano la nostra profonda amarezza di vivere in un mondo invivibile. Sinceramente, se riflettiamo un po', se rinunciamo a soddisfare i nostri appetiti immediati e cominciamo a pensare in che mondo viviamo, ci accorgiamo che realmente questo mondo è un mondo troppo scandaloso per poterci vivere in pace, tranquilli, per poter avere la felicità a cui ogni uomo ha il suo diritto. Ci accorgiamo di vivere in un mondo molto difficile. E allora bisogna ricorrere continuamente a Gesù.
Dobbiamo concentrare la nostra attenzione, la nostra devozione, il nostro pensiero, la nostra vita su diLui, non cercare più quello che ci soddisfa immediatamente, che è facilmente raggiungibile, che sta sul mercato religioso e basta tendere la mano per afferrarlo, ma cerchiamo di essere veramente come dice Paolo nascosti del Cristo Gesù, nascosti in Lui. Possiamo dire veramente la nostra vita è Cristo? Perché il mondo di oggi ha bisogno di questa rivelazione, cioè che il Cristo venga veramente a ricordarci e a farci vivere profondamente questa passione del Regno, il desiderio di manifestare la gloria di Dio, oggi così oscurata. Perché ditemi se si può parlare di gloria di Dio in un mondo in cui sono accese delle guerre fratricide come oggi, ditemi se si può parlare di gloria di Dio in una famiglia che afferra tutto quello che può afferrare lasciando i suoi fratelli morire di fame. Parlare di gloria di Dio in un mondo che manifesta i suoi trionfi esteriori e non il suo essere famiglia, che ha bloccato attraverso l'economia la storia. Mentre la storia è unicamente una ricerca permanente per aiutare gli uomini, soddisfare i loro bisogni, per occupare la terra vorrei dire soavemente, dolcemente, in maniera che la terra non senta la nostra violenza, perché la madre terra offra a tutti i suoi frutti, alimenti tutti della sua vita. Questa è la visione che ha Gesù del mondo, dell'umanità e la può realizzare solamente la persona che cerca Lui, che cerca di capirlo profondamente e che fa di questa amicizia il senso vero della sua vita. E allora state tranquilli che Gesù saprà suscitare persone che vedranno anche in questa notte oscura, in questa grande notte oscura del mondo: persone che sapranno vedere le fila nascoste, occulte, del regno di Dio che cammina segretamente nella storia e aiutare gli altri a camminare in questa direzione.

TRASFIGURARE

Dopo avere contemplato Gesù, avvolto nella luce, dobbiamo abbassare gli occhi e pensare a noi, alla nostra terra, all'ambiente in cui viviamo.
Vorrei affrontare questo tema oggi, avvolgendolo in un concetto che è familiare a tutti noi: quello dell'ecologia. Vorrei parlare dell'ecologia mentale, ambientale e sociale, perché questa prospettiva è quella che ci aiuta a vederci dentro ed anche ad usare un linguaggio che ci accomuna a molta gente, essendo oggi il tema dell'ecologia un tema urgente, attuale.
Cominciamo un po' a parlare della nostra ecologia mentale, un tema particolarmente importante per le persone che hanno preso o che vogliono prendere sul serio la loro relazione con Dio, con Gesù, che vogliono essere dei cristiani seri e non dei cristiani di tradizione, o dei cristiani che vivono alle spese degli altri, ma che vogliono realizzare nella loro vita quello che il Vangelo ci promette, quello che il Dio dell'alleanza ha promesso a noi. Perché uno tra pericolosissimi vizi del nostro tempo è dovuto alla nostra curiosità, al nostro istinto di voler sapere, vedere: istinto che è stato preso, valorizzato, ma piuttosto direi sfruttato da questa società consumistica, società dominata dall'idolo mercato.
Ricordatevi che non c'è peggiore nemico per la nostra vita interiore e quando parlo di vita interiore non voglio intendere solamente la vita strettamente spirituale, la vita strettamente religiosa, la vita di preghiera, ma anche vita interiore come vita intellettuale, come capacità di critica, come capacità di vedere la realtà delle cose, capacità di uscire da una certa confusione e capacità di uscire anche da una dipendenza, da una schiavitù non c'è nulla di peggio che la curiosità.
Il grande vero dramma del nostro tempo è questo: la nostra mente è sudicia, deformata completamente, contaminata profondamente per tutte le forme di informazione, di comunicazione che, pur rappresentano in sé una grande conquista della tecnica, rappresentano anche la fine dello Spirito contemplativo. Questo voler sapere tutto, essere aperti ad ogni notizia e curiosità, impedisce di avere un atteggiamento contemplativo, di avere la capacità di scoprire Dio, la capacità di godere e quando parlo di godere non parlo solamente di una gioia superficiale ma di godere profondamente quello che Gesù ha promesso: "Andremo a Lui e faremo la nostra dimora in Lui".
Non è una metafora, è una realtà: "Andremo a Lui e faremo la nostra dimora in Lui", parla dello spirito di verità, spirito di amore, di questa luce che dovrebbe, deve guidare l'uomo. Se noi non abbiamo goduto, se non godiamo questa presenza, questa realtà non è per l'infedeltà di Dio ma per la nostra infedeltà, perché noi abbiamo occupato, 24 ore al giorno, il nostro spazio interiore, inavvertitamente anche quello della preghiera. Ricordate la famosa para a di Gesù quando parla del forte che occupa la casa, che occupa la casa con sette demoni: "peggiori di lui"? E ripulire la casa per noi moralisti educati, formati a un cristianesimo moralista, di superficie, vuol dire non avere peccato mortale, vuol dire non introdurre elementi pornografici come dice il Vangelo, vuol dire lasciarla vuota e pulita, vuota principalmente.
Abbiamo paura del silenzio, abbiamo paura della solitudine, per questo non c'è mai stata tanta solitudine nel mondo come oggi: la solitudine dei vecchi, la solitudine della donna che non si sente amata, compresa. Perché? Ci hanno insegnato a riempire il nostro vuoto interiore a buon mercato, e anche la nostra religione in fondo, la nostra religiosità, la nostra preghiera è piena di parole, è piena di formule: rientra anche quella nel metodo consumistico che procura continuamente di tenere accesi i nostri desideri e quindi, senza accorgercene, noi siamo un groviglio di vipere, dentro di noi c'è una moltitudine immensa di desideri che impedisce a Dio di entrare in noi, di stare in noi. Quindi abbiamo la sapienza dei libri (che non è sapienza), ma non abbiamo la sapienza dello Spirito. Per questo molte volte i giovani escono nauseati dalle nostre omelie che sono libresche, moralistiche, che non manifestano realmente la sapienza dello Spirito Santo, una visione profetica della storia.
Perché? Perché non sappiamo essere ecologici spiritualmente, mentalmente, intellettualmente, perché la nostra curiosità senza accorgercene ci ha ormai trascinato, ci ha ridotto a schiavi; al di sopra di noi c'è un idolo, l'idolo mercato e ci sono i suoi sacerdoti, i suoi emissari, ci sono i suoi agenti e noi siamo sottomessi, siamo schiavi. Sono loro che decidono della nostra vita, delle nostre scelte politiche, delle nostre scelte religiose, anche delle nostre scelte affettive. Non siamo liberi finché non ci accorgiamo di essere schiavi; questo è il punto di partenza di un rinnovamento, di una società nuova specialmente oggi che siamo arrivati ad un punto estremo, ad un punto patologicamente irresistibile che ci porta alla morte. Bisogna abituarci ad essere sommamente rigorosi, non seguendo un criterio moralistico come ai tempi del nostro seminario, quando ci si impediva di leggere giornali, i libri, per un criterio, vorrei dire, proibitivo, ma dobbiamo essere molto austeri, cercando quei libri, quelle letture, quelle esperienze spirituali che realmente sono necessarie, che ci fanno crescere, che ci fanno maturare, che non ci fanno pettegoli, che non ci fanno curiosi, che non ci fanno dipendenti, schiavi, ma che ci fanno veramente liberi e capaci della verità che non è in noi e che viene dentro di noi solamente se noi lasciamo accesso allo Spirito Santo. Sappiate che io non finirei mai di dirvi quale importanza essenziale, assolutamente indispensabile alla vita del mondo, ha questa nostra ecologia mentale, interiore, spirituale. Quanta buona 'gente si trova dentro questa casa invasa' da idoli, da desideri, un groviglio di vipere, incapace ormai di scegliere. Quanto è importante mettere fuori il tiranno e dare finalmente accesso allo Spirito.
Ci hanno insegnato che Dio si cerca, che a Dio si parla, ma non ci hanno insegnato sufficientemente che Dio si ascolta. Ci hanno insegnato che si va a Dio e che dobbiamo pensare di vivere una vita che sia degna di Lui, ma non ci hanno insegnato che Dio viene a noi. È facile cercarlo, è facile muoversi verso di Lui, è facile cercare di obbedire alla sua legge, ma è terribilmente difficile aspettarlo, ascoltarlo, attendere i suoi tempi, avere la pazienza dei suoi tempi, lasciare che egli butti fuori violentemente tutti i nostri desideri, i nostri progetti, i nostri progetti di carriera, per lasciare il vuoto, per poter dire veramente che Dio solo mi basta.
Dio solo mi basta quando veramente lascio che Lui faccia sì che lo Spirito Santo compia questo lavoro terribile, doloroso, ma meraviglioso di ecologia interiore. È Lui solo che può purificarci. Solo la voce di Gesù; vi ricordate, l'uomo che, liberato dal demonio, si scuote tutto? Si scuote tutto perché manifesta la violenza di questa liberazione; ma se non arriviamo qui, saremo dei funzionari. Lasciate pure che ce lo dicano! Ci fa male questa parola, ci fa molto male, ma bisogna che ce lo sentiamo dire, che accettiamo ci faccia male.
Siamo dei funzionari e non siamo dei testimoni, non lasciamo trasparire lo Spirito di Dio in noi. Questa è l'ecologia essenziale, il punto d'inizio, oggi, come ripeto e non mi stancherò di ripeterlo, estremamente urgente, lasciando da parte le categorie del peccato. " Non è peccato stare ore alla televisione, il confessore mi ha detto che ne ho bisogno, che mi devo distrarre". Tutte ciance, discorsi che ci impediscono di essere veri; buttateli via tutti questi discorsi e ascoltate la voce dello Spirito e siate capaci finalmente del vuoto, del silenzio, del nulla, di pazienza. Non sono io che decido quando, è lui che ha promesso: "Verrete a me e faremo la vostra dimora in me". Non so quando, ma ho il diritto di aspettarlo. Se noi sia- mo capaci 'di questo potremmo essere veramente dei costruttori di un nuovo mondo Se non partiamo di lì, ma dalle nostre parole, dalla nostra'intelligenza, dai nostri libri, il mondo non lo salveremo mai! Al contrario, non facciamo altro che complicarlo sempre di più, siamo in una palude dove quanto più ci muoviamo, tanto più affondiamo: bisogna uscire da questa palude.
La seconda ecologia, che è conseguenza necessaria di questa, è l'ecologia sociale. Esiste una vera politica che sta al di fuori, al di sopra, è anteriore ai partiti, alle decisioni concrete, alle attività politiche. E quindi come vi dicevo ieri, se c'è un mondo schiavo è proprio il mondo della politica. La gente diffida e, in fondo, da un voto così, dormendo, come per dire "lasciami stare, farò il mio dovere, così, meccanicamente". Ma dobbiamo essere noi, non i politicanti, non gli elettori, non le persone che vanno dietro a un candidato, ad esigere veramente che rinasca questa vera politica: una politica preoccupata veramente, come dice la dottrina della Chiesa, del vero bene, e come dice San Tommaso: "Non preoccupata delle anime", ma preoccupata dei corpi, delle necessità reali dell'uomo, dell'uomo concreto che ha bisogno di pane, che ha bisogno di casa, che ha bisogno di istruzione e che ha bisogno di amore. Ha bisogno di amore, certamente, ma quest'amore è articolato, è integrato, condensato, nella risposta alle vere necessità, ai veri bisogni, a quelli che Giovanni XXIII chiamava i diritti naturali dell'uomo. E bisogna studiare e pensare continuamente a questa nostra ecologia sociale, che vuol dire trovare una relazione con l'altro e con gli altri in un processo di perfezionamento continuo, perché tutti, ricordatevelo, tutti partiamo dall'egoismo, tutti siamo egoisti, tutti siamo egocentrici; la nostra educazione sociale, la nostra educazione religiosa, sono tipicamente narcisiste perché creano facilmente il super Io, la persona superiore agli altri.
Perché non leggete il Vangelo e non vi accorgete come Gesù ha bersagliato, fino all'ultimo, il narcisismo religioso? Che cosa è il fariseismo contro il quale Gesù lotta strenuamente? Arriva a dire che tutti i peccati sono perdonati, ma con il fariseo non ce la fa, non ce la può fare, perché il narcisismo è così forte, è così radicato che neanche Lui riesce a sradicarlo. E quindi bisogna essere continuamente non chiudendoci in una stanza, non andando sopra il divano di uno psichiatra attenti alle nostre relazioni, perché sono quelle che Dio ci manda incontro per la nostra liberazione. Ci liberiamo nella misura in cui gli altri ci snidano dal nostro Io, disturbandoci, ferendoci. Da questo viene la scelta per i poveri, per quelli che soffrono, per gli emigrati, per le persone che ci molestano, che ci disturbano, che non ci permettono di fare la siesta, che non ci permettono di accarezzarci, diguardarci allo specchio, di sentirci grandi, perché ci fanno sentire miserabili, piccoli, poveri, impotenti; se c'è una grazia che ci danno i poveri, se c'è un dono che ci danno i poveri è farci scoprire la nostra impotenza. Veramente, è inutile che diciamo "Sono un nulla, sono un nulla, sono un verme, sono poca cosa, sono un nulla", quando poi voglio mantenere i piedi sulla piattaforma che mi sono conquistato. Bisogna che qualcuno mi levi di lì violentemente, altrimenti è impossibile avere veramente la coscienza del nostro nulla, della nostra povertà, di noi che continuiamo a stare in mezzo ai poveri e i poveri sono sempre più poveri, sempre più impotenti, sempre meno ascoltati. E allora dobbiamo accettarla quest'impotenza che essi ci comunicano, perché quella sola ci aiuta in questo tipo di ecologia sociale, cioè a collocarci di fronte agli altri e all'altro nella nostra vera posizione e a trovare la nostra vera posizione davanti all'altro, al grande altro, all'ultimo altro che è Dio. Al quale dire: "Veramente sono un servo inutile. Sono sui giornali, parlano di me, ma so di essere inutile", solo allora, toccato il fondo della nostra impotenza, ci avvolge la misericordia di Dio. Finché noi non sentiamo, finché non siamo la copia vera della misericordia di Dio, questa misericordia non ci avvolge, non ci avvolge mai. E allora si vede perché siamo crudeli, perché giudichiamo, perché ci sentiamo superiori, perché disprezziamo, perché non sappiamo accogliere: perché la misericordia di Dio, come un mantello, non ci ha ancora ricoperti, e non ci ha ancora ricoperti perché non siamo stati capaci di scoprire la nostra nudità, la nostra impotenza, il nostro nulla.
E finalmente passiamo all'ecologia ambientale di cui si parla molto, ma se ne parla male. Si vuole ripulire questa parte di terra perché è sudicia, ma io penso che è un po' come se dissotterrassimo una donna che è morta da molto tempo e le dipingessimo le labbra per dare l'illusione che è viva; l'illusione è bella perché l'ecologia ambientale non nasce unicamente dal dettaglio e vorrei dire da un colpo di spugna che si può dare a una parte così evidentemente deturpata della terra o dell'acqua o dei fiumi. Però l'ecologia deve partire veramente dalla scoperta della terra madre; vedete, gli Indios sono ecologici, fortemente ecologici, ma non perché abbiano un'idea politica dell'ecologia o perché volontariamente siano ecologici: sono ecologici perché sanno che la terra è madre, non si può sputare sulla faccia della madre, non si può prostituire la madre, non si può calpestare la madre e nir si può spingere indietro gli altri figli che, come noi, sono nutriti dalla madre.
Dunque non possiamo usare la terra come nostra, come proprietà, come un oggetto, non possiamo assolutamente perché la terra non è nostra, anche se giuridicamente abbiamo dei fogli in mano che dicono questa parte è nostra: le cose Dio ce le ha date perché le custodiamo e questa custodia, questo atteggiamento di rispetto profondo, questo atteggiamento di difesa della terra è già adorazione. Francesco D'Assisi adora Dio non quando recita il Padre Nostro solamente, adora Dio quando contempla teneramente, fino a piangere, la bellezza della natura, la bontà di Dio che ci offre, attraverso la terra, il nutrimento del nostro corpo, il nutrimento del nostro spirito, quello che ci alimenta e quello che alimenta il nostro bisogno di bellezza, il nostro bisogno di armonia perché l'interno corrisponda all'esterno, perché l'armonia esteriore aiuti quest'armonia interiore.
C'è nella nostra vita spirituale una continuità, c'è una globalità. Se noi abbandoniamo una parte dentro di noi c'è stridore, non c'è armonia, non c'è pace, non c'è quella che Santa Teresa D'Avila chiama la "quiete del corpo"; perché ricordatevi che noi non dobbiamo pregare soltanto, dobbiamo essere preghiera; e se veramente la nostra vita è una ricerca seria, non derisoria di Dio, e del solo Dio, del Dio vero, del Dio che è verità, del Dio che è amore, in un certo senso la preghiera viene sempre di più assimilata: anzi vorrei dire che sparisce dentro la nostra vita. Dice Bonaventura, quando scrive la vita di San Francesco D'Assisi: "Francesco non pregava, era orazione". Questo è il grande ideale evangelico a cui aderiamo se viviamo con questodesiderio e vorrei dire con questa visione unica e unitaria della nostra vita. Se noi siamo ecologici, nel trovare veramente la verità della nostra vita interiore, nell'essere profondamente seri, profondamente unitari, nel credere veramente che Dio viene a noi e quindi pulire la casa, come dice Lui, mettendo fuori i demoni che circolano nella nostra casa e che la riempiono; se noi siamo ecologici nel senso del nostro atteggiamento con gli altr, con i nostri fratelli, cercando un atteggiamento non di superiorità, non di sfruttamento, non di dominio, ma di pace, di carità, di amicizia; se noi siamo ecologici di fronte alla terra, di fronte alle cose e questo vuol dire quindi combattere tutti quelli che senza nessun diritto, proprio per violenza, deturpano questa terra, contaminano l'acqua e si servono dei beni per costruire armi, per uccidere e non per amore, non per formare la famiglia di Dio: se noi viviamo così questa unità interiore allora veramente possiamo dire anche se a infinita distanza da Francesco D'Assisi che noi siamo preghiera, noi siamo lode di Dio.
L'uomo che vive è gloria di Dio, l'uomo che ha raggiunto questa pace, questa unione permanente con Dio, che non ha bisogno del luogo, come dice Gesù, ma che ha bisogno dello spazio, di questo spazio silenzioso, interiore, in cui misteriosamente lo Spirito ci parla e ci guida.

XXI CONVEGNO NAZIONALE CARITAS, 1995