Quella zona di mistero

al di qua della ragione

Umberto Galimberti

L'inizio del nuovo millennio sembra caratterizzato da un imprevisto e spettacolare ritorno della dimensione religiosa all'interno delle nostre società secolarizzate. Le ragioni sono diverse e tutte riassumibili nel trionfo del materialismo che è prerogativa del capitalismo, il quale poggia su quei due pilastri che sono la tecnica e l'economia. Queste dischiudono scenari senza scopi, senza fini, senza l'indicazione di un senso che non sia quello dell'autopotenziamento senza motivo, senza perché e soprattutto senza uno straccio di risposta alle domande che gli uomini incessantemente si pongono circa il senso del loro esistere. l'ideologia comunista, anche se dichiaratamente atea, era attraversata da motivi messianici di riscatto, versione laicizzata della redenzione; il suo tempo era escatologico, la sua utopia di giustizia non chiudeva la possibilità di un mondo diverso, il presente si prefigurava come oltrepassabile e non come monotona ripetizione dell'esistente, senza residui di speranza. La tristezza come atmosfera del tempo, così ben descritta da Eugenio Scalfari nel suo editoriale di domenica 16 dicembre, non trovava spazio nella tensione tra la materia e lo spirito. Per paradossale che possa sembrare, il crollo del comunismo ha segnato la fine di questa tensione e lo spessore opaco della materia, nelle forme della tecnica e dell'economia capitalistica, ha appesantito il mondo e generato per contrasto un bisogno di trascendenza che, irreperibile su questa terra, è stata di nuovo proiettata in cielo ed estirpata come pratica quotidiana in questo mondo. La tecnica infatti non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità, la tecnica, come condizione universale per la realizzazione di qualsiasi scopo, tende solo al proprio «autopotenziamento», senza che le finalità umane abbiano ormai alcuna possibilità di governarla. l'economia dal canto suo tende alla «crescita» indefinita, versione monetaria dell'autopotenziamento tecnico, al di là della portata dei bisogni reali, in quel deserto dei valori dello spirito che taglia alle radici le figure della speranza. Nasce da qui il bisogno di religione, qualcosa che assomiglia a un nutrimento dello spirito di cui l'umanità, fin dall'alba della sua storia, non s' è mai privata. E questo per rispondere a quella tensione dell'esistenza che si rifiuta di appiattirsi sul presente, e di guardare al futuro come a una monotona ripetizione del passato. La religiosità è stata sempre terra ricca di simboli e di speranze, in cui poteva nutrirsi questa tensione che è poi l'essenza dell'uomo, mai pago dell'esistente, perché sempre proiettato in un futuro diverso e possibile. Per questo, in presenza di una mondializzazione materialistica, assistiamo a una rinascita potente del religioso: o nella forma dell'irrigidimento delle identità religiose, di cui la contrapposizione tra cristianesimo e Islam è solo un esempio che inutilmente si cerca di tacitare, o nella forma del sincretismo religioso a dimensione planetaria, dove ciascuno compie lo sforzo di trascendere il proprio dio per trovarsi insieme a pregare Dio. «Dio non esiste» dice l'ateo nel suo legittimo convincimento. Eppure anche l'ateo non può negare l'esistenza del «bisogno di Dio», che può spiegare marxianamente come «oppio dei popoli» utile a trasferire nel aldilà il compenso all'ingiustizia patita nell'al di qua. O psicoanaliticamente come «avvenire di un'illusione» che la progressiva scoperta delle dinamiche dell'inconscio non tarderà a smascherare. Tutto vero, ma insufficiente a spiegare questa inarrestabile ricerca del sacro come qualcosa che antecede la nascita della ragione e che permane, se non addirittura si potenzia, in presenza del suo trionfo. In questa ricerca c' è il rifiuto di considerare l'uomo come assoluto, il tempo cronologico come esaustivo, il mistero semplicemente come qualcosa che non è stato ancora scoperto, il senso della vita esaurito nel tempo che ci è dato da vivere. Del resto se la ragione è un sistema di regole che gli uomini si sono dati per poter convivere, la religione custodisce quello sfondo prerazionale che gli uomini abitano più profondamente e più intimamente di quanto non si adattino alla convenzione razionale. Per questo occorre lasciar cadere quella grossolana distinzione che separa credenti da non credenti. Gli uni e gli altri abitano infatti quelle metafore di base che la religione, prima della filosofia e prima della scienza, ha indicato segnalando la separazione tra sacro e profano, tra spazio dell'uomo e spazio trascendente l'umano, tra tempo della vita e tempo che precede e oltrepassa la vita. A differenza dell'animale, l'uomo sa di dover morire. Questa consapevolezza lo obbliga al pensiero dell'ulteriorità che resta tale comunque la si pensi abitata: da Dio o dal Nulla. Ciò fa dell'uomo un «animale non stabilizzato» come diceva Nietzsche, un animale la cui essenza è nell'oltrepassamento della sua situazione. Il futuro è il destino dell'uomo, è la traccia nascosta della sua angoscia segreta. Non ci si angoscia per «questo» o per «quello», ma per il Nulla che ci precede e che ci attende. Ed essendoci il Nulla all'ingresso e all'uscita della nostra vita, insopprimibile sorge la domanda che chiede il senso del nostro esistere. Un esistere per Nulla o per Dio? Ma qui siamo già nel repertorio delle risposte, delle argomentazioni, delle conversioni, delle disperazioni. Io vorrei trovare l'essenza della religione prima di queste domande e risposte, vorrei trovarla là dove si dà il terreno da cui è possibile sentire e pensare. Filosofia e scienza sono edifici concettuali, ma è possibile edificare concettualmente solo se un terreno di metafore e di simboli ci ospita. Questo terreno è scavato dalla religione che segnala cos' è l'alto e cos' è il basso, la destra e la sinistra. Convoca il cielo e la terra, dispone a destra il bene, a sinistra il male. Prevede che la disperazione dell'uomo, che tende il suo urlo, anche sommesso, al di là dell'esistenza, abbia un ascolto. E chiama questo ascolto Dio. Ignoto Tu che supplisce l'indifferenza della terra e delle macchinazioni che si compiono sulla terra. Sembra che il dialogo tra Io e Tu sia insoddisfacente, che gli spazi di silenzio e di incomprensione, al di là della buona volontà e delle buone intenzioni, esigano una comprensione superiore. Sembra che la solitudine del cuore sia così abissale da non essere raggiunta da nessuna voce umana. Sembra che l'intensità della passione non trovi corrispondenza nell'amore e nell'ira che gli uomini possono vicendevolmente scambiarsi. Sembra che la solitudine non possa neppure costituirsi, e tantomeno un dialogo interiore, se l'altra parte non ha un volto sovrumano. Sembra che la metafora dell'inconscio sia troppo povera per contenere quel patire che solo nei simboli religiosi trova l'altezza della sua iconografia. Sembra che le vette della mente non sappiano perché si protendano verso il cielo, se il cielo è vuoto. E neppure si sa perché l'esilio a cui ci avvia la disperazione possa essere immaginabile senza un inferno che ce lo prefiguri come corrispondenza immaginifica dell'anima. Connessi come siamo all'animale, le cui vestigia sono il peso del nostro esistere, senza religione non abbiamo luogo dove marcare la differenza. Ma forse anche il linguaggio non avrebbe trovato le sue parole se la religione non gli avesse dato i simboli che, come cascate, le hanno generate una dopo l'altra. Ma col vincolo che nessuna parola avrebbe avuto senso se si fosse staccata dal simbolo che l'aveva generata. Parole staccate, parole perdute per l'Evento. Ecco cos'è la religione: l'Evento. Un andamento silenzioso e gravido di senso, capace di negarsi per far accadere tutta la storia. Assentandosi Dio, accadde il mondo. Ma anche all'assenza bisogna essere grati. Per questo non bisogna vociare all'interno della religione o fuori dalla religione. Non bisogna far chiasso in nome di Dio o contro Dio. Il rumore del mondo non deve invadere, col grido dell'affermazione o del diniego, l'origine silenziosa da cui sono scaturite tutte le parole. A partire da questa atmosfera, che non è atto di fede ma di riconoscimento, si possono incominciare a leggere i testi sacri. Un'occasione in questo senso, un'occasione superba, ce la offre in questi giorni la casa editrice Utet con la pubblicazione (in sei volumi di 600 pagine l'uno, al prezzo di 110.000 lire al volume) di un'opera ad altissimo livello che in italiano titola La religione. Essa traduce, aggiorna e amplifica la monumentale Encyclopédie des Religions che, sull'argomento, è l'opera più aggiornata e completa oggi esistente, con i primi tre volumi che presentano le varie religioni del mondo compilate dai rispettivi credenti, mentre i volumi successivi comprendono l'analisi di dieci temi generali trattati in modo trasversale nelle varie religioni, quali il divino, il cosmo, l'uomo, il male, la salute, la morte, l'aldilà, l'etica, la politica, la società e soprattutto l'esperienza del divino. Perché che Dio esista o non esista può essere oggetto di disputa, ma che l'esperienza, il vissuto religioso esistano è un fatto fuori discussione. Ed è questo vissuto che val la pena di indagare per capire che cos' è e perché si dà prima della nascita della ragione e oltre i confini che la ragione stessa da sé si assegna. Questa zona di mistero è il luogo dove alcuni frettolosamente trovano subito il volto di Dio, ma dove tutti possono trovare la traccia nascosta, profonda e, se il termine non soffrisse dei limiti ad esso conferiti dalla psicoanalisi, direi anche «inconscia», in cui si raccoglie il senso in cui l'umanità ha cercato di esprimere la sua differenza dall'animale e ciò che, forse, a sua insaputa la muove nella produzione della sua storia.

(La repubblica, 22 dicembre 2001)