Etica ed ecumenismo

Armido Rizzi


Si potrebbe definire l'ecumenismo come il movimento che va dalla verità che divide alla verità che unisce. L'episodio delle guerre di religione fra confessioni cristiane, che tra '500 e '600 ha insanguinato l'Europa per oltre un secolo e mezzo, è la punta estrema di una disposizione di ostilità reciproca che si attesta spontaneamente ogni volta che due o più soggetti si presentano come portatori di verità diverse. Si può dire allora che l'aspirazione ecumenica è quella di far camminare queste diverse e tra loro ostili verità verso una verità in cui esse si incontrino e che rappresenti la loro unità: non come fusione che sciolga la diversità entro un unico tutto, a modo di amalgama o di omogeneizzante, ma come pluralità di differenze in reciproco ascolto e, possibilmente, in reciproco arricchimento.
Dunque: dalla verità che divide alla verità che unisce. Se questo è l'intendimento dell'ecumenismo, ci chiediamo quali possano essere gli itinerari da percorrere per passare dalla sponda della verità/divisione alla sponda della verità/unione. Mi limito ad accennarne tre.
Il primo - che chiamerei della pratica ermeneutica - è di confrontare tra di loro i diversi corpi di verità nei loro contenuti, per saggiare quali sono i punti dove le posizioni in questione confliggono, e verificare se dietro il conflitto delle formule non vi sia la possibilità di un accordo, che non l'amore alla verità ma la durezza delle circostanze (e del cuore che vi è rimasto impigliato) ha reso in passato impraticabile. Si pensi, per esempio, alla dottrina della giustificazione e della grazia nel dibattito tra Riforma e concilio di Trento.
Una seconda proposta, più radicale, è quella del relativismo (o del funzionalismo) della verità: per praticare il dialogo tra culture e/o tra religioni è necessario uscire dallo spazio presunto di verità e mettersi in quello spazio-senza-verità che riconosce ogni religione come vera per colui che vi crede e, al tempo stesso, come sprovvista di qualsiasi verità da far valere o anche solo proporre ad altri. Più che di dialogo tra le religioni, si tratta della loro suscettibilità di analisi da parte dell'etnologo, che le descrive e le compara, studiando di ognuna la funzione identificante per chi vi aderisce.
Un terzo itinerario ecumenico è quello del consensus gentium: ricercare gli elementi comuni tra le varie confessioni religiose, disegnando un profilo di religione universale, capace di ottenere un consenso futuro perché espressione di quel consenso che di fatto già esiste, più a fondo delle differenze e delle opposizioni.
Non è questa la sede per rilevare meriti e difetti dei tentativi ecumenici così sommariamente presentati. Vorrei invece indicare una strada diversa, proponendo di vedere nell'esperienza etica il cuore che pulsa in tutte le religioni e, dunque, il punto in riferimento al quale esse possono incontrarsi e parlarsi.

L'esperienza etica

Metto subito le mani avanti. Rifarsi all'etica non significa rinunciare a confrontarsi sulla verità per rifugiarsi nella prassi; quasi che, non riuscendo a trovare un campo di intesa a livello delle cose da credere, si ripiegasse sulle cose da fare. Per etica intendo infatti non una serie di problemi settoriali ma l'esperienza che tutti li sottende e li qualifica sul piano del dover essere; quell'esperienza che dischiude al soggetto lo spazio dell'agire responsabile, che sottomette ogni suo desiderio e progetto all'ordine del "bene", del "giusto" (la forma etica) e che individua la concrezione di quest'ordine nella promozione dei bisogni umani (il contenuto etico) [1].
Parlare di esperienza significa sottolineare il carattere originario del fatto etico: non si tratta della traduzione operativa di una precedente visione teorica del mondo, ma di una percezione di valore che anticipa ogni affermazione teorica e che non ha bisogno di essa per fondare la propria validità, essendo auto-fondata.
Tra i termini che possono esprimere questa dimensione esperienziale e fondamentale dell'etica ne scelgo due: la voce della coscienza e la compassione. La prima dice la qualità di paradossale trascendenza / immanenza dell'etica: immanenza in quanto è un fatto di coscienza, trascendenza in quanto è "voce"', cioè il delinearsi di un'alterità ficcata nel soggetto ma ad esso non riconducibile. Compassione dice che la voce della coscienza è un appello a chinarsi su chi non può reggere se stesso, per diventare la sua sufficienza, per alimentare il suo bisogno di vita.
Ho ripetutamente indicato nella parabola del buon samaritano la narrazione sostanziale dell'esperienza etica in questa sua duplice unitaria intenzionalità di appello e di compassione [2]. Il richiamo all'interpretazione di questo testo narrativo e al profilo più propriamente teorico sopra indicato mi dispensa dal soffermarmi oltre nel delineare i tratti costitutivi dell'esperienza etica.

L'etica come luogo ecumenico

In che senso e in che modo l'esperienza etica è luogo ecumenico? Propongo tre riflessioni che hanno valore e pretesa non più che di tentativo.
Anzitutto, ribadiamo che l'etica quale qui intendiamo non è l'applicazione di verità o credenze religiose che starebbero alle sue spalle. Certamente, esiste un nesso religione-morale dove la prima è fondamento della seconda: ognuno agisce in base a ciò in cui crede. Ma tale nesso riguarda i contenuti specifici dell'agire morale, come già s'è detto. Se invece s'intende l'esperienza etica nel senso brevemente delineato, si può dire che essa è l'evento originario, di cui le religioni sono già il nome. La religione è quello spazio in cui la realtà della coscienza etica acquista un nome proprio, ed è Dio: il Dio di Israele o di Gesù Cristo, il Dio di Maometto o dei Vedanta, gli dei del panteon babilonese o di quello romano o di quello azteca.
Le diverse religioni sono figure differenti di quell'evento che è l'esperienza etica. Detto con termini desunti dalla teologia sacramentaria: l'etica è la res, la realtà, e le religioni sono i suol sacramenta, i segni che rappresentano quella realtà, cioè la significano e insieme la rendono presente. Questo carattere sacramentale non riguarda soltanto i riti ma le stesse credenze, i racconti (miti) e le figurazioni (i simboli) attraverso cui si esprime il fondamento dell'esistenza umana nel suo rapporto con il mondo.
Secondo: il riferimento alla parabola del buon samaritano, che è un testo appartenente alla religione ebraico-cristiana, ci dice che il discorso ecumenico viene sempre fatto dal di dentro di una figura particolare, cioè di una determinata religione. Parlare dell'etica come luogo ecumenico non significa dire addio alle religioni superandole verso il loro spazio comune; significa invece riconoscere, dal di dentro di ognuna di esse, il loro carattere ermeneutico nei confronti dell'evento etico. L'ecumenismo non è dunque lo spazio etico che accomuna le religioni per sottrazione delle loro differenze; è invece lo spazio che ogni religione fa, al di dentro di se stessa, alle religioni altre, in quanto riconosce anche in loro delle figure dello stesso evento. Questa precisazione è importante su due fronti. Il primo è il fronte della modernità, dove al conflitto tra le religioni si è risposto con la ricerca di un terreno comune, che fosse o una religione universale o addirittura un'istanza extrareligiosa; in ogni caso, non il frutto di una rivelazione o di un'esperienza religiosa storica, ma il risultato di un'analisi razionale della realtà. E quel consensus gentium cui s'è già fatto accenno. La proposta che stiamo avanzando non si affida alla pretesa universale della ragione, ma ricerca l'universalità dentro la particolarità della singola religione: nella sua disponibilità a riconoscere le tracce di verità anche al di fuori di sé, anzi, a lasciarsi istruire e arricchire e correggere.
E tuttavia - è il secondo fronte di necessaria chiarificazione -proprio perché viene mantenuta l'istanza di verità, accogliere le altre religioni non equivale ad abdicare a giudicarle, non si identifica con un grande embrassons-nous dove un'affermazione vale l'altra, e dove sul dialogo prevale l'irenismo. Se le religioni sono figure dell'evento etico - voce e compassione - non si potranno accogliere integralmente, per esempio, tratti religiosi cui sia organica la violenza, o, ancora, visioni religiose dove il divino sia espresso come l'enigmatica potenza della natura.
Terzo: il vero terreno comune tra le religioni è al di là del discorso, nell'obbedienza all'appello etico, nella compassione attiva che fa vivere l'altro uomo. Ma ciò significa che esso è al di là delle religioni e al di là della stessa volontà ecumenica. Soltanto riconoscendo questo "aldilà", che pure le inabita, e riconoscendosi segni di una presenza che le trascende, le religioni possono trovare quel comune principio generatore in cui sentirsi, per quanto diverse, sorelle invece che nemiche.

NOTE

1 Per una fenomenologia dell'esperienza etica rimando al volumetto in preparazione presso la SEI, Crisi e ricostruzione dell'etica.
2 Vedi Servitium, 65 (1989), pp. 52-56.