Cos'è il peccato?

Giannino PIana


Il peccato tra crisi e ricomprensione

È fuori dubbio che la categoria di peccato sia oggi in crisi. Tale crisi non riguarda soltanto alcune forme di peccato, ma coinvolge più radicalmente il senso stesso che esso riveste per l'esistenza dell'uomo. Sarebbe tuttavia ingiusto considerare questo processo come un fatto puramente negativo. Dietro di esso si nasconde in realtà anche una spinta positiva a purificare il concetto di peccato da residuati del passato, che hanno concorso a deturparne i lineamenti più autentici.
La riflessione attuale sul peccato deve dunque denunciare, da un lato, i rischi della sua totale caduta nell'insignificanza, ma deve aprirsi, dall'altro, alla ricerca dei suoi significati veri, quali ci vengono proposti dalla più genuina tradizione cristiana.

Alle radici della crisi

Il rifiuto del peccato è la conseguenza tanto della radicale negazione della libertà umana quanto della sua radicale esaltazione. È evidente che la negazione della libertà coincide con la negazione del peccato: peccato e libertà sono grandezze direttamente proporzionali. Ma non è meno evidente che non è possibile parlare di peccato laddove la libertà umana diventa criterio assoluto del bene e del male.

1. La situazione di scacco della libertà
Il primo atteggiamento - quello della negazione della libertà - è nel nostro tempo largamente diffuso. Le scienze umane hanno contribuito a mettere in luce la varietà e la complessità dei condizionamenti della coscienza e della decisione umana. Lo spazio della libertà appare sempre più limitato e precario. È difficile accusarsi dei propri comportamenti sbagliati, quando si ha la percezione che tutto quello che si fa altro non è che il risultato di un intreccio di impulsi difficilmente padroneggiabili. La scoperta dell'inconscio personale e collettivo, della pressione delle istituzioni educative e sociali, produce la tendenza all'autogiustificazione, ad attribuire tutto ciò che di negativo è presente nella propria condotta all'influenza di forze oscure, che esercitano un ruolo decisivo sul proprio comportamento.
Questi dati rivelano aspetti indiscutibili di verità. La libertà umana è infatti assoluta, ma situata; deve, in altre parole, fare concretamente i conti con l'insieme dei condizionamenti psicologici, biologici e socioculturali propri dell'esperienza storica dell'uomo. Gli esiti delle scienze umane rappresentano, da questo punto di vista, un contributo imprescindibile per l'analisi dell'agire morale. Essi ci mettono in guardia da giudizi troppo affrettati e ci aiutano ad interpretare il significato delle azioni umane, impedendoci di emettere condanne approssimative e superficiali. Ma guai a radicalizzarli! Si finirebbe per incorrere in un rigido determinismo, che nega all'uomo la capacità di decisioni autonome e perciò la possibilità di trasformare la realtà. Il rifiuto del peccato è infatti espressione di una caduta della fiducia nel potere effettivo della libertà. Tale rifiuto si accompagna, nella nostra società, all'alimentazione di un sentimento sempre più esteso di colpevolezza nevrotica, che produce situazioni di grave disagio esistenziale. Il peccato, come realtà che chiama in causa la responsabilità umana, viene sostituito con il «male», come realtà del tutto indecifrabile, che genera un senso tragico di impotenza e di rassegnazione fatalistica; in definitiva, di disperazione.

2. La caduta del senso di Dio
A ben guardare, la ragione ultima della riduzione del peccato a male come mera fatalità deve essere ascritta alla perdita del senso di Dio. Viviamo in un'epoca nella quale parlare di Dio non è più un fatto spontaneo. Le strutture della società, e più in generale la cultura, non fanno più da supporto immediato all'esperienza religiosa. Le parole, i segni e i gesti con i quali si era soliti esprimere la presenza di Dio sono divenuti opachi e vuoti. La scienza e la tecnica hanno disincantato e desacralizzato la natura, i misteri della vita e dello sviluppo psico-sociale dell'uomo. I fenomeni e le forze, che in essi si manifestano, non sono più avvertiti quale espressione della volontà e dell'azione del Dio creatore, ma come strumenti con i quali gli uomini, mediante la conoscenza e il dominio, vanno costruendo il futuro della storia. Gli stessi valori etici, la cui dipendenza da Dio era un tempo considerata scontata, vengono sempre più percepiti come un fatto autonomo; come il prodotto dell'impegno umano, dello sforzo cioè che l'umanità va facendo di progettare la propria autorealizzazione. Tale profondo mutamento dell'orizzonte simbolico dell'esistenza - da sacrale a secolare - porta inevitabilmente con sé la scomparsa di quella concezione che vedeva nel peccato la trasgressione di un tabù, di una regola imposta dall'alto alla quale l'uomo doveva sottostare. Questa concezione appare come un'indebita ingerenza nel campo della libertà umana e come uno strumento funzionale alla conservazione di un 'ordine' spesso carico di pesanti contraddizioni. Si deve riconoscere che proprio questa lettura del peccato è stata - a partire dall'epoca moderna - dominante nel campo della riflessione teologico-morale, conseguentemente nella prassi ecclesiale.
La vita morale veniva di fatto ridotta all'adeguamento ad un codice precostituito di precetti che normavano rigidamente il comportamento umano. Il peccato risultava così come una specie di qualifica assegnata dall'esterno alla condotta umana che, indipendentemente dall'intenzionalità del soggetto, veniva condannata per il fatto di ricadere nell'ambito delle proibizioni sociali e religiose. È inutile dire che l'eclissi di questa interpretazione rappresenta un elemento positivo di crescita. Il processo di secolarizzazione va senz'altro riconosciuto come un fattore di grande importanza per lo sviluppo della maturità umana. La rivendicazione da parte dell'uomo della propria responsabilità nelle scelte manifesta il grande cammino emancipativo intervenuto. Lo stesso abbandono di una lettura del tutto oggettiva e formalistica del peccato, che lo riduceva alla trasgressione di una norma o al rifiuto di un ordine costituito, deve essere considerato come un fattore di reale progresso.
Non si può tuttavia misconoscere che esistano nel nostro tempo sintomi preoccupanti di una totale dissoluzione dell'universo religioso, e perciò di radicale emarginazione di Dio dalla vita dell'uomo e del mondo. Il risultato di tale processo è il ripiegamento pratico dell'uomo sulla propria autosufficienza, senza alcuna apertura al mistero della trascendenza. Si fa in tal modo strada il secondo atteggiamento segnalato: quello cioè dell'esaltazione senza limiti della libertà umana come espressione del semplice desiderio di onnipotenza. Se è infatti compito esclusivo della libertà decidere del giusto e dell'ingiusto, prescindendo dal ricorso ad una misura assoluta, allora non è più possibile tracciare una tavola di valori. La distinzione tra il bene e il male non ha più senso, e il concetto di peccato è totalmente vanificato. L'approdo naturale è quello del relativismo assoluto, che porta inesorabilmente - come ha dimostrato il pensiero negativo - al nichilismo.
D'altra parte, la presenza del male nella storia umana come realtà insuperabile trova sbocco in una collettivizzazione della colpa con conseguenze paralizzanti per l'uomo. Paradossalmente infatti il senso di colpevolizzazione collettiva, che nasce da una pretesa autonomia assoluta della libertà umana, approda agli stessi esiti della totale negazione della libertà; genera cioè uno stato di malessere tragico e di impotenza.
Negazione della libertà ed esaltazione indebita di essa - pur essendo atteggiamenti di segno opposto - traggono origine dalla stessa sorgente - il rifiuto del mistero di Dio - e conducono agli stessi risultati. La fuoriuscita da questo vicolo cieco è legata ad una corretta ridefinizione dello spazio della libertà umana; ma questa ridefinizione diventa possibile solo se ci si colloca positivamente di fronte a Dio concepito come partner di un dialogo dal quale prende senso l'esistenza umana.

Quale senso del peccato ggi?

La categoria di peccato assolve a questo duplice compito. Il concetto di peccato -diversamente da quello di male - è di sua na<tura un concetto di ordine religioso. Il peccato è la violazione di una confidenza, di un rapporto personale; è - come ce lo presenta la Bibbia - rottura di alleanza. L'uomo vive l'esperienza del male, ma non conosce il peccato se non quando si riconosce dinnanzi a Dio, perché il peccato non è possibile che in una situazione di relazione. E occorre subito aggiungere che questa relazione è una relazione di amore. Il peccato acquista infatti il suo vero significato solo all'interno della proclamazione della grazia del perdono, nel contesto della riconciliazione offerta all'uomo da Dio. La risposta al problema del peccato è essenzialmente l'annuncio della remissione dei peccati acquisita una volta per tutte in Gesù Cristo.

1. Il peccato nello stare dell'uomo di fronte a Dio
La comprensione del peccato è perciò possibile soltanto nell'orizzonte dello «stare dell'uomo davanti a Dio» (P. Ricoeur). L'intera storia della salvezza si inscrive all'interno della grandiosa prospettiva dell'alleanza di Dio con l'uomo. La vita dell'uomo è fondamentalmente dialogo con Dio. L'uomo, in quanto creatura, è essere dipendente da Dio nella sua stessa origine; in quanto 'immagine di Dio' è colui che può ascoltare Dio che parla e rispondergli, cioè entrare in una comunione vitale di amore con lui. Il peccato è il rifiuto di questo rapporto filiale con il Dio della creazione e dell'alleanza e, conseguentemente, è il rinnegamento della propria vocazione, del senso profondo della propria esistenza
Il peccato di origine (Gen 3,1-24), che è causa e paradigma di tutti i successivi peccati dell'umanità, coincide con la rivendicazione da parte dell'uomo di un'autonomia morale assoluta, con la presunzione di una totale autosufficienza, e perciò con la rottura della comunione originaria. Ma la profondità ultima del peccato ci è soprattutto svelata nel mistero di Cristo, in cui l'alleanza di Dio con l'uomo acquista la sua forma definitiva. L'azione di Cristo, che ha il suo culmine nel mistero pasquale, è liberazione dell'uomo dal peccato; è restituzione all'uomo della possibilità di amare e di trasformare positivamente il mondo. Il peccato è il rifiuto di questa possibilità. È dire di no alla chiamata di Dio che sollecita l'uomo a partecipare alla costruzione del nuovo futuro, già inaugurato dalla venuta del regno.
La corretta acquisizione del senso del peccato postula pertanto la presa di coscienza del suo carattere religioso prima che etico. Il peccato non coincide in primo luogo con la trasgressione di una regola o con la negazione di un valore, ma con la rottura di un legame personale. Per questo i profeti lo identificano con l'adulterio, l'infedeltà, la fornicazione e la prostituzione, e ce ne manifestano la sostanza nella collera e nell'indignazione di Dio, nel ripudio in quanto annuncia che l'uomo è abbandonato a se stesso in uno stato di derelizione e di morte. La dimensione etica non è per questo esclusa, ma inserita in un contesto più ampio. La dialettica del Patto, che è costitutiva dell'esistenza cristiana, sta nella relazione tra l'esigenza infinita e il comandamento finito. È una relazione difficile che provoca una tensione costante, perché l'Amore della alleanza non si esaurisce nella realtà del comandamento, eppure ha bisogno di esso per potersi esprimere. Il dono di Dio, che è più grande di ogni risposta umana, fa tuttavia appello a tale risposta; reclama cioè dall'uomo una piena assunzione di responsabilità.

2. L'accusa come atto di libertà
In questo quadro diventa comprensibile l'altra faccia del peccato come espressione della libera decisione umana. «Il passaggio dal male al peccato - ha scritto A. Dumas - è il passaggio dal silenzio della fatalità al dialogo liberatore dell'accusa». Nell'accusarsi di fronte a Dio, l'uomo scopre il senso della propria libertà. L'accusa e infatti l'atto supremo della libertà umana, in quanto suppone la libertà, ma ancor più in quanto la fa esistere e la conduce al suo più alto sviluppo. Attraverso di essa il soggetto sceglie di assumersi tutte le conseguenze dell'atto che ha compiuto. Egli si riporta retroattivamente al di là dell'atto e dichiara che avrebbe potuto agire diversamente. Così l'uomo è costituito, nella sua libertà, come soggetto etico: il male non è infatti più considerato come una fatalità, ma come il risultato di un atto di cui ci si assume la responsabilità. La vera accusa è sempre, d'altra parte, interpellazione dell'altro nella sua libertà: non è ricerca di autogiustificazione, ma è denuncia della propria colpevolezza dinnanzi a qualcuno da cui si attende il perdono. Per questo l'accusa sottrae l'uomo all'impotenza del male e lo apre alla speranza della liberazione. Il riconoscimento del peccato come relazione mancata, che è tuttavia possibile ristabilire, non esclude ovviamente la giusta attenzione al limite e alla precarietà della libertà. L'uomo è una realtà aperta, un essere in divenire, la cui libertà è sempre imperfetta e costantemente da consolidare. Le scienze psicologiche e sociali ci hanno, al riguardo, aiutato a comprendere meglio le dinamiche strutturali dell'agire umano, consentendoci di distinguere con precisione il semplice sentimento di colpevolezza, che ha un'insorgenza antropocentrica, dalla coscienza del peccato, che è invece di natura strettamente teocentrica. Ma soprattutto esse ci hanno aiutato a ricomprendere il peccato nel suo significato più profondo, mettendolo in relazione con la libertà fondamentale dell'uomo.
Il peccato recupera la sua piena verità solo inserendolo nel quadro evolutivo della vita dell'uomo. Nel cuore del comportamento morale esiste sempre, più o meno chiarificato, un progetto esistenziale, che si manifesta e si consolida o viceversa si attenua fino a mutare attraverso le libere azioni della persona. Se è soprattutto a questo livello che si rivela la libertà, allora si capisce come il peccato consista nell'attuarsi della persona in contraddizione con la sua struttura essenziale e il suo fondamentale dover-essere; in definitiva, come il rifiuto del proprio io autentico, della propria più profonda identità.

3. La conversione come scelta e come cammino
L'acquisizione della coscienza del peccato però non basta. È fondamentale che l'uomo assuma, come attitudine costitutiva, quella della conversione, la quale non è l'esigenza di un super-io umiliato nel suo amor proprio né il tentativo di sfuggire ad un sentimento di colpa troppo lacerante, ma è la vera risposta alla scoperta del Dio del perdono. Infatti è per lo stupore che suscita la sua bontà che noi possiamo aderire al suo invito. La percezione del peccato è una dimensione della fede. Finché il peccato è soltanto senso di privazione e di incompiutezza, è limite che uccide. Diviene invece strada che apre alla salvezza quando il credente si pone di fronte al Dio fedele che, offrendogli il suo perdono, lo chiama a vivere, in Gesù Cristo, la perfetta comunione. Ma il perdono suppone il pentimento dell'uomo. Non esiste vera riconciliazione senza il pentimento che risulta da un duplice sguardo rivolto al passato e all'avvenire: l'uomo che rifiuta la propria sufficienza si mostra critico verso il proprio passato, ma lo fa in vista di un cambiamento del proprio comportamento, di una rettificazione della propria condotta, che implica un totale impegno di sé. La rivelazione del regno di Dio fa giudizio di quello che si è, ma conferisce insieme il potere di un radicale rinnovamento. La conversione è il luogo in cui il peccato diventa più trasparente nella sua reale gravità e in cui, parallelamente, meglio si evidenzia la necessità di combatterlo senza posa. L'uomo convertito non è infatti solo colui che ha abbandonato il peccato; è più ancora colui che, avendo fatto la sua scelta per il Signore, avverte lucidamente l'insidia costante della presenza del male e si appresta di continuo a vincerlo. È colui che ha capito che l'esistenza cristiana è un conflitto, una lotta insonne nei confronti delle forze oscure che resistono al bene, e dunque un cammino di permanente conversione.

(Via, verità, vita 146/1994)