Dialogo sulla morte

e la speranza

Sergio Quinzio - Dacia Maraini

 

Sergio Quinzio: Vorrei avviare questo dialogo sulla morte e sulla speranza con un'affermazione generale: noi siamo abituati a pensare la morte come un dato naturale, costante per tutti. Tutti gli uomini che vengono al mondo sono destinati a morire. Questo sappiamo e questo ci spaventa. Viviamo sotto la minaccia dell'incombente destino di morte. Tutti ne patiscono e ne patiranno come noi.
Ora, io credo che invece l'esperienza della morte debba essere storicizzata, come direbbe un ermeneuta. Ogni popolo, ogni tradizione, ogni cultura ha vissuto l'esperienza della morte in modi diversi. Alcune civiltà considerano la morte una liberazione. Penso all'induismo, che capovolge la nostra visione della morte. Un indù non ha l'incubo di morire. Egli ha il senso del dover sempre rinascere – la catena del karma, per cui io non esco mai dalla ruota della vita e della morte. E il respiro di Brahma, il grande principio divino che emana espirando le creature, per poi distruggerle inspirando, e dunque riassorbendole in se stesso.
E venendo al nostro mondo cristiano, noi siamo abituati a celebrare i defunti il 2 novembre. Questa festa nasce intorno all'anno Mille in alcuni monasteri benedettini. Prima la morte non aveva una grande rilevanza. In un romanzo uscito postumo di Salvatore Satta, Il giorno del giudizio. l'autore racconta che ancora gli inizi del secolo nella sua Nuoro si seppellivano le persone senza indicarne il nome sulla tomba. È solo di recente che noi cristiani abbiamo esasperato il senso della nostra individualità. Quanto più siamo diventati moderni, tanto più abbiamo percepito la nostra esperienza di vita come un'esperienza personale, singolare: morto io, morto tutto il mondo per me. In altre civiltà, come quella ebraica, conta molto più la continuità della famiglia o della comunità che non quella del singolo. La vita continua nella vita dei figli.
Io credo che l'uomo contemporaneo dovrebbe imparare ad accettare la morte. Noi abbiamo esasperato il concetto di morte. E invece è un fatto naturale che dovremmo essere capaci di accettare, senza tabù. Ma per far questo occorrerebbe cancellare due millenni di storia dell'Occidente e tornare a un tempo in cui l'individuo aveva molto meno importanza, contavano il clan, la famiglia. I contadini di una volta erano seppelliti nella terra che avevano lavorato, e quindi la sentivano come propria, erano terragni. Noi non siamo più terragni, siamo esseri cerebrali, intellettuali. E dunque la morte è diventato un incubo dal quale è difficile liberarsi.
Quanto alla speranza, io la pongo solamente nella Fede, ma questo è un discorso su cui tornerò più avanti.

Dacia Maraini: Sono molto d'accordo con lei: l'esperienza della morte va storicizzata. Io ho vissuto in Giappone otto anni e vi ho toccato con i l'ano un'esperienza diversa dalla nostra, quella di un popolo che convive con la morte in modo molto più semplice, più fluido. I giapponesi si dividono fra scintoisti e buddisti. Lo scintoismo è la religione più antica e si coagula intorno al culto di una divinità femminile che si identifica con il grano di riso, che è il nutrimento classico in Giappone, mentre il buddismo viene dalla Cina. Ebbene, i giapponesi non scelgono veramente fra le due religioni, perché in qualche modo esse si compensano. Lo scintoismo vuole che ogni famiglia veneri i suoi morti. Nelle case troverete spesso degli altari dedicati al culto degli antenati, i quali scendono fra i viventi, abitano nelle loro case e addirittura vi mangiano. Tanto che su questi altari si offrono delle ciotole di riso, del sakè, un po' di verdura, per soddisfare l'appetito dei morti. I quali sono quindi una presenza familiare nella vita, nessuno ne ha paura. Vediamo questo culto dei morti anche nel teatro No, tutto basato sui defunti. Di solito tratta di morti che hanno lasciato qualcosa di incompiuto e allora vanno fra i vivi alla ricerca di questo compimento.
Insomma, per i giapponesi la morte è un passaggio, una metamorfosi. Si entra in un altro mondo da cui spesso si ritorna per vivere un'altra volta. La vita può essere ripetuta, riconquistata.
Ho avuto anche un'importante esperienza africana. In Africa, dove ho girato molto, anche con Pasolini quando vi ambientava i suoi film, il rapporto con la morte è assolutamente parte della vita di tutti i giorni. Quando una persona è malata significa che è in disarmonia con l'universo, e infatti viene portata dal santone, che cerca di ripristinare l'armonia perduta. Una volta mi è capitato di visitare l'interno della Costa d'Avorio, dove ho incontrato una popolazione che praticava un rito molto bello. Quando una persona moriva, veniva messa a sedere su una sedia, sotto un albero, e veniva interrogato: «Perché sei morto?». E mentre lo interrogavano, lo scuotevano, però con molta grazia e delicatezza. A seconda della posizione che il cadavere assumeva, traevano la risposta. Non c'era quindi quella paura del morto che c'è da noi, quel fuggirne o quel camuffarlo, imbalsamarlo per farlo sembrare vivo.
Qualche segno di questo rapporto fluido con la morte l'ho colto anche in Europa. In Sicilia, ad esempio, si mangiano tutti insieme i pupi di zucchero del giorno dei morti, come espressione di familiarità con la morte. Ne parla anche De Martino nel suo bellissimo libro Morte, pianto rituale, quando descrive i modi di rappresentare la morte, di oggettivarla e quindi di liberarsene.
La morte non è insomma un fatto naturale, è un fatto storico che in ogni paese è vissuto in modo diverso.
Io non amo l'idea di finire sottoterra, forse perché soffro un po' di claustrofobia. Ma penso con molta naturalezza alla morte, e vorrei essere bruciata, perché non mi va di essere sepolta. Ho visto come si bruciano i morti in India, a Benares. Il morto viene portato leggero su una lettiga.
Tutti gli corrono intorno vestiti di bianco, portando questo morto leggerissimo, molto pulito, bendato, e lo depongono su una piccola pira e gli si mettono intorno. In cinque minuti il fuoco depura tutto.
Il mio è il punto di vista di chi non è cattolica e non crede. Sono nella condizione di quell'oste latino che aveva scritto sulla sua tomba «Hic jacet Marius totus» – «Qui giace tutto Mario», cioè di Mario non si salva nulla dopo la morte.
Quanto alla speranza terrena, invece, per riagganciarmi alle ultime parole di Quinzio, io ne ho molta, sono ottimista. D'altronde, se non fossi ottimista non credo che scriverei. Sono piena di speranza perché credo negli altri, credo nella possibilità di comunicare cori gli altri attraverso la parola, e infatti mi fa orrore tutto quello che è guerra, violenza, perché taglia la parola – anche le parole dure, ma pur sempre parole. Io spero. Spero negli uomini, non nella fede. Credo nella simpatia, nel rapporto fra le persone, nella solidarietà, nella sollecitudine. Se ci si rivolge agli altri con simpatia, si ottiene simpatia. Se noi rinunciassimo a certe inutili aggressività con cui avviamo i rapporti con altre persone, ci renderemmo meglio conto di quanto si possa sperare insieme, si possa essere solidali.

Quinzio: Un autore fondamentale sul tema della morte è il filosofo ebreo Jankelevitch, che ha scritto un volume intitolato La Mort, in cui esamina il nostro modo di pensare la morte al passato, al presente e al futuro. Che cosa vuol dire pensare la morte al passato? Vuol dire che sappiamo che tutti gli uomini che sono venuti prima di noi sono morti. In questo caso la morte è sempre in terza persona, è sempre «Lui è morto». Una morte che in fondo non turba più di tanto, quasi una presa d'atto di una condizione.
Pensare la morte al presente è altra cosa. Non solo sappiamo che in passato tutti sono morti, ma facciamo l'esperienza che prima o poi la gente intorno a noi muore, sperimentiamo la morte di chi ci è vicino. La persona che mi è cara muore. Questa è la morte in seconda persona, la morte del «Tu».
Infine, la morte al futuro. La morte in prima persona. La morte di «Io». Io so che morirò, ma che cosa so della morte? Siamo obbligati a una continua riflessione su un evento che non possiamo evitare ma nemmeno conoscere.
Uno studioso italiano, Carlo Angelino, dell'università di Venezia, ha detto che la morte è per l'uomo contemporaneo ciò che un tempo era il concetto di trascendenza, cioè qualche cosa che sta al di là della vita, perché la morte è un tetto al di là del quale non possiamo conoscere nulla, ma questo tetto ci soverchia, ci opprime.
Fra i filosofi di oggi vi sono molti odiatori della morte, molti violenti nemici della morte. Che si rifanno anche a san Paolo, alla Seconda Lettera ai Corinzi, capitolo XV, dove si dice che Gesù Cristo è in lotta con tutte le potenze del mondo e delle tenebre e sarà in lotta con loro finiamo che non sarà distrutta anche l'ultima nemica – «ultima nemica» sono le parole originali latine. Uno di questi odiatori è Canetti, questo vecchio ebreo vivente – un po' viennese, un po' bulgaro, un po' portoghese, un po' inglese eccetera – il quale torna continuamente sul perché della mor- ti e. Domanda terribile. Che spinge Canetti a vedere nel bambino che nasce un condannato a morte. A questo essere che sa di dover morire noi diciamo che deve osservare regole morali, deve voler bene agli altri, deve essere tollerante, benevolo – ma intanto è condannato a morire. E troppo pretendere da un condannato a morte che sia buono.
È questo il dramma dell'uomo moderno, che non sa rispondere alla domanda sul perché debba morire. E cerca di fuggirla così come si fugge dall'oppressione. Inutilmente. Noi siamo degli individualisti che vogliono essere liberi anche dalla morte. Non accettiamo pacificamente l'«ultioa nemica». Ecco che ci troviamo nella triste condizione di dover fingere con noi stessi di non temere la morte, mentre precipitiamo sempre più iel terrore della morte.

Maraini: Sono convinta che lei abbia ragione quando dice che oggi siamo più soli di fronte alla morte. Abbiamo dimenticato l'importanza dela cerimonia che accompagnava la morte, che in qualche modo la alleggeriva, che era un fatto sociale. Leggiamo nei libri che una volta, quando uno moriva in una casa, amici e parenti si radunavano intorno al letto, venivano chiamati i vicini. Un evento doloroso, reso meno doloroso dai rituali che lo accompagnavano. Oggi si muore spesso da soli, in un letto di ospedale, nella fretta e nell'incuria. E quindi la morte fa paura anche per questa solitudine. E io mi chiedo come mai a questa solitudine della morte faccia riscontro una rappresentazione della morte sempre più cruda, sempre più priva di mediazioni – mi riferisco al cinema e alla televisione.

Quinzio: È veramente interessante questo rapporto tra la morte che noi tentiamo di respingere e la morte che vogliamo rappresentare continuamente. Si direbbe il classico ritorno del rimosso. Tanto più rappresentiamo la morte, quanto più la tabuizziamo perché ne abbiamo paura. La paura che noi comprimiamo in noi stessi da qualche parte deve pur riemergere.
L'uomo moderno ha espulso il soprannaturale da se stesso, non c'è nulla al di là dell'esperienza quotidiana dell'uomo. Poi dopo quest'uomo va a vedere i film di fantascienza e vi trova il protoplasma primordiale verde che invade il pianeta o altre presenze extraterrestri che sono un succedaneo del soprannaturale. Tutto ciò che è represso – e il senso della morte è represso – finisce per trionfare. Sporge come una molla compressa. Compressa anche dalla rappresentazione che serve a esorcizzare la realtà.
Vorrei aggiungere che forse ci eravamo illusi che l'uomo avesse espulso dalla storia la dimensione violenta della morte. Abbiamo visto che non è così. L'uomo è rimasto quello che era. Alla prima occasione di rottura, di scompaginamento degli equilibri fra imperi, sono di nuovo esplose le guerre. lo della violenza ho un sacrosanto orrore. Non oso nemmeno accendere la televisione a sera perché so che il mio cuore non reggerebbe tutta quella violenza. Però devo dire che mi sconcerta più la morte di un vecchio nel proprio letto che non quella di chi viene assassinato a coltellate. Perché in quest'ultimo caso posso sempre dire che è stato un uomo cattivo a uccidere un innocente, e se quell'uomo cattivo non fosse stato cattivo l'innocente sarebbe vivo. Mentre le morti naturali sono più angoscianti. I bambini che nel Terzo Mondo muoiono per sete o per fame mi sconcertano ancora di più. Perché non posso trovare un colpevole. Di fronte alla morte per assassinio la speranza umana può resistere. Un uomo cattivo può migliorare. Ma che cosa miglioro per rendere impossibile la strage degli innocenti in Africa?
Mi viene in mente come i rabbini spiegavano agli ebrei le persecuzioni che dovevano subire: «Voi siete perseguitati perché Dio vi punisce dei vostri peccati». Un argomento paradossale, obiettò un rabbino, Rubinstein, che divenne poi un incredulo e uno psicanalista. Ma come? Già sei perseguitato, e in più ti carico di un senso di colpa, ti colpevolizzo perché non hai osservato i precetti? E permetto che tu sia perseguitato? In questa maniera viene alimentata la sofferenza della gente, ma allo stesso tempo la si motiva. E così, osservando di nuovo il precetto del Sabato, ad esempio, gli ebrei potevano sperare di sfuggire alla persecuzione.
Lo stesso vale nei confronti della morte. Ci troviamo di fronte all'ineluttabilità di questo evento, che non è imputabile solo al cattivo comportamento degli uomini, ma è attribuibile a Dio. Suprema contraddizione. Che rapporto c'è tra la giustizia di Dio e le sofferenze dell'uomo? Questa è la cosa che mi angoscia di più della morte. Anche se, adesso che sono un vecchio acciaccato, ne ho meno paura di quando avevo diciott'anni. Ma la morte che non riesco a mandar giù è la morte dell'innocente. Di chi muore perché deve morire, non per mano di altro uomo. Noi vediamo nel volto dell'altro che siamo mortali. [o non farò mai esperienza della mia morte. Farò invece esperienza della morte dell'altro. Della persona cara che non può più respirare e muore soffocata, e vorrei aiutarla ma non posso farci nulla, e non posso nemmeno maledire chi l'ha ridotta così perché quel maledetto non c'è.

Maraini: Il concetto dell'Aldilà come qualcosa di minaccioso, un ambiente di tormenti e di torture, non è incoraggiante. Ma vorrei aggiungere un'osservazione intorno a un particolare tipo di morte, il suicidio. Io credo che uno si suicidi quando ha la sensazione che tra vita e morte non vi sia differenza, che in fondo si è già morti, quindi il suicidio è semplicemente accettare un fatto che è già nella vita. Un ragazzo che si sente poco amato, che non sa perché vive, si sente morto, quindi aspetta di chiudere definitivamente l'interruttore o trova un modo lento di morire –come la droga. E' chiaro che è colpa anche nostra, di noi genitori, che non sappiamo dare il sentimento del desiderio della vita, della gioia di vivere.

Quinzio: Da ragazzino andavo a scuola, da esterno, dai padri salesiani. In quarta elementare ci facevano dire – a noi ragazzini di nove anni –una preghiera di origini gesuitiche che si chiama «Atto di accettazione della buona morte», tipica della terribilità che accompagna l'esperienza i lel la morte. Ne ricordo alcune frasi: «Signore, quando la mia fronte imperlata dal sudore della morte... quando i miei piedi, irrigiditi dal rigore Iella morte... quando le mie mani sudate non saranno più in grado di stringerVi e lascerò cadere il crocifisso... Misericordioso Gesù, abbiate pietà di noi». Si può capire perché uno abbia paura della morte.
Ma è sempre una paura derivata dall'accentramento individualistico, dalla convinzione che la persona umana è talmente unica, talmente importante, talmente esclusiva – fino a che arriva la morte e livella tutto. C'è il terrore di quello che si può incontrare dopo la morte, ma c'è anche la paura della morte in sé che deriva dall'enorme importanza della vita di ciascuno di noi moderni, inclini a credere che non vi sia nulla di importante dopo la morte.
Quando lei parla del suicidio, mi viene da dire che anche il suicidio è in fondo una fuga dalla morte, paradossalmente. Come lo è la rappresentazione della morte: il suicidio funziona più o meno nello stesso modo. Invece di affrontare la morte, io la fuggo suicidandomi. Dostoevskij ha delle pagine fondamentali sul suicidio come atto di ribellione a Dio. Io uomo suicida non sono passivo, non aspetto che lo morte mi uccida, sono io che decido.
Avevamo accennato al tema della speranza. Io sono cristiano, cattolico, apostolico, romano – e ligure. Quindi io credo che vi sia la possibilità di salvarsi dopo la morte. Non me la prefiguro, non so bene in che cosa debba consistere. Però c'è la promessa di Cristo, il quale ci dice che ci sarà restituito ogni capello del nostro capo, che rivedremo tutte le persone care che abbiamo perduto.
Quando io dico che credo, intendo dire con molta precisione che credo a quello che non so. C'è un passo del capitolo VIII della Lettera ai Romani di san Paolo, che afferma che noi viviamo nell'attesa della redenzione dei nostri corpi. Questo noi attendiamo, questo noi speriamo – ma che cosa si spera se non quello che ancora non si possiede?, scrive san Paolo. Noi non possiamo sperare una cosa definita, perché non sappiamo che cosa c'è oltre la morte. Sicché abbiamo trasformato la fede in un sistema di conoscenza. Abbiamo fatto questo lavoro nei secoli, un lavoro che io mi permetto di definire abusivo, nato dalla confusione tra aristotelismo e rivelazione cristiana. Credere, dal punto di vista ebraico, biblico, significa non sapere. E io semplicemente non so, però spero. La fede, insomma, non è conoscenza. E qui vorrei fare un riferimento dostoievskiano: supponiamo di avere l'assoluta certezza che torturando un bambino fino alla morte, immediatamente dopo quel bambino resusciterà e vivrà per sempre felice. Non solo, ma tutti coloro che sono nati e morti nelle generazioni precedenti resusciteranno per vivere eternamente felici. E allora che cosa si fa? Si tortura il bambino? No, c'è qualcosa che ci rende impossibile farlo. Qualcosa di simile ci dice una frase di Aldo Capitini: io non posso accettare la realtà per cui l'acqua del torrente passa con la stessa indifferenza su una pietra e sul bambino annegato.
Per me che credo, ma non so, non resta dunque che aggrapparsi a questa speranza irrazionale. Sulla base di una storia che ha quattromila anni di vita e che ha trasformato l'umanità intera, giacché la speranza di redenzione, di trasformazione, nasce dalla cultura ebraico-cristiana. Una storia che ha avuto questa importanza è possibile prenderla sul serio, può valere qualcosa. Ecco, questa è la mia fede, che tengo stretta con i denti.

Maraini: In conclusione, vorrei dire qualcosa sull'estetica della morte. O meglio sull'antiesteticità della morte. La morte è brutta. e raccapricciante. La degradazione del corpo che diventa altro da sé è orribile. Forse l'estetica non è troppo lontana dal sentimento religioso. Non nel senso puramente formale, ma nel senso del nostro rapporto con la perfezione, con l'armonia che rientra nel nostro sentimento della vita. La morte rompe questa armonia, questo sentimento di aspirazione verso il bello, non solo nel senso limitativo della bellezza delle forme, ma come qualcosa che ci produce piacere. Piacere che è uno dei motori della vita – il piacere alto, non quello di mangiare e bere. Piacere elevato della bellezza che forse ha in sé qualcosa di religioso. Piacere dell'amore, dell'amore più sublime, connesso a un'idea di equilibrio e di armonia. La morte si scontra con questa idea di piacere. Per questo ci risulta repellente, non la possiamo accettare, a prescindere dalla fine di noi stessi.
Forse anche per questo preferisco la pira alle necroteche, ai luoghi dove si conservano i corpi dei morti, per quanto è possibile. Non è possibile che i nostri cimiteri possano essere ridotti a dei luoghi in cui i cadaveri infilati nelle casse di legno vengono coperti dal cemento. Questi cimiteri esprimono la nostra idea degradata della morte, qualcosa di veramente tetro, squallido, miserabile. E un'offesa al nostro sentimento della bellezza.
Quanto alla speranza. Io, ripeto, non credo nell'Aldilà. Almeno, non so. Quindi mi concentro sull'aldiqua. Le mie speranze portano tutte sulle possibilità che noi abbiamo di convivere e di far prevalere l'istinto della vita su quello della morte. Questa è la nostra battaglia quotidiana.
A differenza di lei, professor Quinzio, ho molta speranza nei rapporti umani. Probabilmente è questa la differenza fra chi proietta una fede rivelatoria, grandiosa, che ci deve riscattare dalla nostra miseria umana, e chi invece pensa che la miseria è tutto quello che abbiamo e quindi dobbiamo renderla preziosa.

(La primavera di MicroMega 2, 2001)