Gola

Alle radici dell'esistenza

c'è lei la grande tentatrice

Umberto Galimberti

 

Perché è così difficile darsi una misura nell'assunzione del cibo? Perché gusto e olfatto sono i sensi più arcaici che mettono in moto le zone più primitive del nostro cervello, quelle su cui i nostri ragionamenti, i nostri propositi, la nostra buona volontà hanno una scarsissima incidenza. Per questo la gola, più che un vizio capitale, è un richiamo alla nostra animalità, il retaggio della nostra antica condizione.
Ma non solo. A tutte le sensazioni del gusto e dell'olfatto si associa un'emozione a cui si connette una reazione affettiva di piacere o dispiacere, che a sua volta richiama altri cibi che abbiamo gustato in altri tempi e in altri luoghi. La petite madeleine di Proust non è un artificio letterario, ma un effetto fisiologico che, attraverso l'assaporare e l'annusare, mette in moto la memoria e soprattutto ci fa vivere e rivivere le emozioni.
La Roma della cucina materna o quella del paese natìo hanno un potere di evocazione che suscita nostalgie senza pari, quando quel piatto particolare non lo ritroviamo più. E non c'è né caviale, né foiegras che possano compensare il triestino della perdita della minestra di rape o il brianzolo della fetta di pane secco spalmata di lardo. Non è solo una faccenda di olfatto e di gusto, ma di emozione, di evocazione e di memoria.
Se un tempo «mangiare» nascondeva solo due incognite: trovare il cibo e non diventare cibo per altri, oggi ne contiene di così imperscrutabili che la nostra identità rischia di naufragare di fronte a ogni offerta di cibo. Come non essere smascherati come animali che praticano il vagabondaggio ogni volta che mangiamo in solitudine, a piccole quantità, quando ne sentiamo il bisogno? E quando ci sediamo a tavola come non sentirci parenti dei primati dove gli individui dominanti (le persone più importanti) sono serviti per primi? Gli indicatori psichici a cui la gola rinvia potrebbero continuare all'infinito, ma qui vogliamo soffermarci su quell'indicatore che parte dalle dimensioni del nostro corpo, dall'obesità determinata dall'eccessivo consumo alimentare, per l'inflazione di un'offerta troppo varia e appetitosa che può ingannare i meccanismi regolatori della fame e della sazietà.
Nelle dimensioni del nostro corpo, infatti, si agitano i più profondi perché i più primitivi problemi dell'anima. Problemi banalizzati, dolori frivoli, spesso liquidati da un'esortazione inutile o da un sorriso benevolo. Ma essere grassi in una società che predilige i magri equivale a una neppur tanto mascherata esclusione sociale.
Per questo tutte le discipline che un tempo servivano per salvare l'anima - mortificazione, astinenza, digiuno - sono state reintrodotte sotto forma di esercizi, diete, moderazione e misura, non tanto per garantire la salute del corpo, quanto per salvare quell'identità e quella possibilità di essere accettati e cercati che l'obesità compromette.
Ma la posta in gioco non è tanto dimagrire o riconciliarsi con il cibo, ma, come scrive Gerard Apfeldorfer in Mangio, dunque sono (Marsilio, pagg. 278, lire 38.000): «La posta in gioco è «esistere» e la persona che mangia per esistere e che vuol dimagrire per la stessa ragione cammina sul filo del rasoio». Quando il cibo da soddisfazione alimentare diventa una prova d'esistenza, allora si incarica il cibo di tenere un altro discorso che non gli compete e per il quale non dispone delle parole. Per questo le tecniche e le diete naufragano, in gioco non è la gola, ma l'insicurezza circa la propria esistenza che non ha trovato dove ancorarsi.
Nel momento stesso in cui una persona è in preda a una crisi bulimica, «esiste». Le sensazioni violente provocate dall'assunzione di cibo consentono a un'esistenza evanescente di recuperare sostanza e di riempirsi di gioia, certamente breve, ma intensa, selvaggia, essenziale. Col cibo si combatte l'angoscia del niente e si ripara il vuoto esistenziale, ristabilendo il contatto con i propri punti di riferimento corporeo. In un certo senso, come tutte le malattie, anche la bulimia ha un ruolo funzionale, anzi terapeutico: ci si ammala un po', per non morire.
In questa sfida con la morte, che è il tema generale di ogni esistenza, incontriamo anche le anoressiche che riescono a trasformare un pezzo di pane in un dannoso concentrato di zuccheri e una goccia d'olio in un irrecuperabile accumulo di grassi. I trenta chili sono il loro sogno, il «No, grazie» a ogni offerta di cibo il loro vanto, a ciò aggiungono quattro ore di corsa per perdere chili e una decina di tazzine di caffè per sostenersi almeno a livello di nervi.
Le loro labbra non si aprono più né per una forchettata di verdura, né per una parola di spiegazione. Dall'alto della loro spiritualità così raggiunta, guardano con disprezzo quelli che, come scrive Alessandra Arachi in Briciole. Storie di un'anoressia (Feltrinelli pagg. 104, lire 10.000) sono gli «uomini a tre dimensioni che vivono per mangiare, dormire, scopare». Loro, invece, che si astengono dal cibo che serve solo a ottundere la mente, dal sonno che è solo una perdita di tempo, dal sesso che trasuda di corpo, concedono al cibo di arrivare a venti grammi al giorno nello stomaco, per raggiungere quella felicità che l'ago della bilancia indica con precisione quando precipita sempre più giù, sotto il loro peso.
Poi la grande scoperta. Forse si può mangiare senza ingrassare, basta vomitare, e allora tutto lo spazio, quello della casa e quello fuori casa, diventa una geografia dove le riserve di cibo e i luoghi per espellerlo tracciano gli itinerari in cui la vita trova il suo modo di trascorrere, non meno tragico del modo di tutti, ma più ossessivo, più assediato da quella coazione che costringe prima a vomitare quando gli altri obbligano a mangiare, e poi a vomitare quando non si resiste al desiderio di mangiare.
Ma neanche il rifugio nella malattia trova adeguati sostegni in una società che attribuisce un'importanza decisiva all'immagine estetica con cui ciascuno si presenta agli altri sapendo di essere molto spesso giudicato esclusivamente in base a tale immagine. Quando questa immagine non corrisponde ai canoni di bellezza diffusi nella società, l'obesità o l'eccessiva magrezza si trasformano in un modello negativo di personalità, e l'esistenza, guadagnata con il cibo divorato o rifiutato, naufraga sconfitta nella relazione sociale.
Mettendo alla prova se stessi in modo continuo e ripetitivo, controllando con la bilancia la misura delle prestazioni effettuate e dei risultati raggiunti, realizzando comportamenti coatti che poco hanno a che fare con la salute del corpo, ci si attorciglia in una spirale di autopunizioni dove più non si riconosce chi punisce e chi è punito.
Di certo è, come dice la saggezza popolare, che «Uccide più la gola della spada». Quel che però la saggezza popolare non sa è che il gioco con la morte o con la negazione di sé è già incominciato prima di sedersi a tavola, e affonda le sue radici in quella profonda incertezza in cui si tratta di decidere se esistere o non esistere.
E siccome è il cibo la prima condizione d'esistenza, spetta al cibo e alla gola mettere in scena un tema che alimentare non è, ma «radicalmente» esistenziale, perché va «alla radice» dell'accettazione o del rifiuto della propria esistenza.