Il codice deontologico

dello psicologo

Hans Zollner

 

Psicologi e psicologhe, così come psicoterapeuti e psicoterapeute, scelgono solitamente la loro professione con l’intento di aiutare gli altri. Nessuno psicologo vorrebbe mai, neanche involontariamente, recare danno ai suoi clienti. Purtroppo, però, nonostante i buoni propositi, anche nella psicologia e nella psicoterapia non si possono escludere totalmente gli errori. Ad esempio, come deve reagire uno psicologo se un cliente, durante una seduta, gli comunica di aver fatto tutti i preparativi per un suicidio? E se scopre che il ragazzo di dieci anni che è in cura da lui è vittima di abuso sessuale da parte di un parente? Che cosa fare se una giovane donna si rifiuta di iniziare la terapia o la interrompe dicendo che verrà guarita per intercessione della Madonna?

Di questi e simili interrogativi si occupano le associazioni degli psicologi e psicoterapeuti da quando, sempre più spesso, individuano nella deontologia professionale o etica della professione un tema che ha un ruolo importante sia nella ricerca scientifica sia nella prassi medica e terapeutica in generale (1). Ma ciò non esonera il singolo professionista dal porsi lui stesso, in prima persona, la questione etica: gli incontri tra lui e i suoi clienti sono troppo complessi, troppo soggettivi e dipendono molto dal contesto, per cui gli sarà difficile far fronte ai dilemmi che incontra nel quotidiano se al rispetto del codice deontologico non aggiunge anche gli orientamenti etici e i suggerimenti operativi che egli stesso si è dato.

La definizione di etica

Nel contesto della psicologia e della psicoterapia, il dibattito circa gli orientamenti etici e le scelte operative viene attualmente determinato soprattutto da due problemi. Il primo riguarda il significato della stessa parola «etica». Con quale senso viene usata? A fine di tutelare il rapporto di fiducia tra psicologo e cliente, le associazioni degli psicologi si adoperano per determinare alcuni standard di qualità e, per salvaguardarla, stabiliscono azioni correttive da applicare in caso di condotte non etiche. L’individuazione di tutto ciò viene determinata, oltre che da considerazioni di carattere professionale-politico, dall’intento di evitare il più possibile un conflitto legale. Nei corsi di formazione su problemi etici spesso vengono trattate in primo luogo questioni di diritto professionale e di competenza tecnica. «Etica» allora viene intesa in primo luogo come autoprotezione dello psicologo e psicoterapeuta nel senso di difesa dalla pretesa di risarcimento in caso di errore o almeno di contesa. Ciò è comprensibile se si considera quanto velocemente, oggi, le dispute finiscono davanti al tribunale. Con tale nozione di etica professionale, però, il terapeuta rischia di agire guidato esclusivamente dal timore di recare danno al cliente, il quale potrebbe avvalersi del principio medico-terapeutico primum non nocere per accusare il terapeuta di eventuali inadempienze. Questa nozione di etica professionale è troppo limitata. La relazione terapeutica, infatti, vive di un procedere benevolo e coraggioso e non sul tentativo di prestare meno spazio possibile a eventuali attacchi da parte del cliente.

Il secondo problema riguarda i criteri in base ai quali qualcosa viene classificato come etico. Come si può definire e motivare l’agire etico in modo che sia valido per tutti? Quale significato ha l’etica per una determinata professione, in questo caso per la psicologia e la psicoterapia? Al limite, se qualcuno si sente trattato ingiustamente richiede l’intervento dell’autorità, con la possibilità di sanzioni e di risarcimento, ma colui che funge da garante della «morale e dei buoni costumi» (normalmente un’istituzione professionale-legale che agisce su incarico del controllo governativo sulla sanità) di quale forma di autorità e possibilità di sanzioni - morali e giuridiche - è dotato e su quali argomentazioni fonda la propria autorità?

Il meta-codice e le sue traduzioni

In molti Paesi europei e negli Stati Uniti, negli ultimi cinque-dieci anni le associazioni di psicologi e psicoterapeuti hanno rinnovato o rielaborato a fondo i loro codici etici (2). Anche l’Associazione Europea di Psicoterapia (Eap) ha formulato le sue «Linee guida» (3). Nel luglio 2005 le 31 organizzazioni che fanno parte dell’Efpa (Federazione Europea delle Associazioni di Psicologi) hanno presentato alle rispettive assemblee dell’Unione Europea un meta-codice dell’agire etico degli psicologi (4). Viste le differenze nella comprensione del diritto e dei valori, ciò dev’essere stata un’impresa complessa. Ad esempio, nei vari Paesi si interpreta in maniera diversa l’obbligo al segreto professionale o il diritto del cliente alla tutela della propria sfera personale.

Il meta-codice dovrebbe creare una base comune di princìpi etici generali. Fra questi punti fermi centrali per ogni agire etico vengono elencati: il rispetto per i diritti e la dignità della persona, la competenza, la responsabilità, l’integrità (5). A prescindere dalla necessaria spiegazione di questi princìpi, alcuni interrogativi di base rimangono senza risposta: perché sono stati scelti proprio questi princìpi generali e non altri? La loro scelta e interpretazione è contingente e relativa? In caso affermativo, fino a che punto? E, soprattutto, in base a quale autorità si pretende e si sanziona l’osservanza di tali princìpi?

Il compito di tradurre il meta-codice in regole e norme dettagliate e pratiche viene assunto dal rispettivo codice nazionale, che spesso funge anche da codice professionale. In Italia alla fine del 1997 i membri dell’Ordine degli psicologi hanno approvato a maggioranza il Codice deontologico degli psicologi italiani (dopo che in una votazione nel 1996 non era stato raggiunto il quorum necessario), entrato in vigore il 16 febbraio 1998 e modificato leggermente il 15 e il 16 dicembre 2006. La storia della sua genesi, le basi e i singoli articoli del Codice italiano sono stati spiegati e commentati con la guida di uno dei suoi redattori principali (6). Tutti gli iscritti all’Albo degli psicologi devono attenervisi e sono obbligati a conoscerlo (art. 1) (7). Il Codice viene perciò definito come carta d’identità dello psicologo (8). È significativo che un’attenzione particolare venga rivolta a due campi di maggiore interesse professionale-giuridico, per i quali vengono introdotte specifiche Linee guida deontologiche per lo psicologo forense (9) e il Codice Etico della ricerca psicologica (10).

In Germania tutti i problemi centrali dell’ordine professionale (esercizio della professione, approvazione, formazione, competenze...) sono regolate dalla «Legge sulle professioni di psicologo, psicoterapeuta e psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza» (Legge degli psicoterapeuti approvata il 16 giugno 1998 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1999). Per le ulteriori interpretazioni e chiarificazioni delle questioni etiche le singole associazioni professionali hanno emanato le rispettive direttive etiche. A queste linee guida le associazioni tedesche assegnano un ruolo meno preminente di quello assegnato dalle corrispettive associazioni statunitensi, anche se il significato fattivo e il contenuto non si differenziano sostanzialmente. Ciò potrebbe avere a che fare con la diversa pressione sociale verso la professionalizzazione e la legalizzazione, ma anche con una diversa valenza data all’etica individuale e all’etica comunitaria.

Il limite dei codici etici

Chi deve stendere le regolamentazioni etiche si trova sempre di fronte a un dilemma inevitabile: come si possono formulare le cose in modo chiaro e pratico, senza perdersi nei dettagli? Il problema si aggrava se si considerano anche le situazioni etiche conflittuali, dove regole sociali, norme legali, obblighi e valori entrano in tensione tra loro.

Un processo di decisione etica comprende quattro passi: 1) la chiarificazione, cioè la definizione della situazione che dev’essere considerata da un punto di vista etico e dei doveri e diritti delle persone coinvolte; 2) la raccolta di tutte le direttive etiche utilizzabili (leggi, codici…); 3) la domanda autocritica su quali impressioni e supposizioni possono influenzare una decisione su questo punto; una consulenza con un collega esperto in materia; 4) lo sviluppo di alternative di decisione e la valutazione delle loro relative conseguenze. La verifica delle alternative conduce alla scelta di una possibilità di azione e ad una decisione che poi viene messa in atto. Si decide e si agisce dunque o in base alle regole di un codice (se questa situazione è regolamentata inequivocabilmente dal codice) oppure - dopo la dovuta valutazione - in base al peso maggiore dato da un obbligo o da un valore. Quest’ultima riflessione rimanda al limite dei codici: essi presentano certamente i princìpi centrali (meta-codice) e li traducono in regole chiare vincolanti per la situazione specifica del Paese. Ma molte problematiche del lavoro quotidiano dello psicologo e dello psicoterapeuta non si possono risolvere con un semplice riferimento a regole.

L’idea di valutazioni etiche evidenti e di corrispondenti criteri di azione inequivocabili è contraddetta dall’esperienza quotidiana. Regole e princìpi non tengono conto a volte neanche di elementi chiave della prassi psicoterapeutica, soprattutto dei suoi ostacoli, delle sue indeterminatezze e dei suoi punti oscuri. Ad esempio, una regola piuttosto condivisa dice che il terapeuta nel trattare il cliente dev’essere ideologicamente neutrale. Ma i terapeuti non comunicano i loro valori personali e la loro ideologia già attraverso il loro abbigliamento, il linguaggio, l’espressione del volto o l’arredamento dell’ufficio? Oppure, come si possono collegare a priori i due atteggiamenti richiesti nel lavoro psicoterapeutico che sembrano però opposti e cioè un certo distacco e un interesse appassionato per il bene della persona? Oppure: chi è autorizzato ed è in grado di rispondere alla domanda su che cosa sia meglio per una determinata persona (circa il tipo di terapia, il tipo di intervento…)? Le molte e recenti pubblicazioni su questi temi sono un segno chiaro della costante necessità di discussione circa queste e molte altre questioni etiche in psicologia e psicoterapia.

L’etica e le situazioni conflittuali

Sul senso dell’importanza dell’etica professionale e con particolare riferimento al trattamento di singole questioni difficili vertono tre recenti volumi che, oltre ad essere molto ricchi in sé, si rifanno all’abbondanza delle pubblicazioni in merito. Nel loro intento principale i tre volumi sono molto simili, e nella loro ampiezza e profondità vanno oltre ciò che i rispettivi codici nazionali potrebbero trattare. Con uno sforzo notevole e altrettanta limpidezza affrontano le questioni di etica professionale dal punto di vista del loro fondamento meta-etico: dal consequenzialismo all’utilitarismo fino all’approccio di un’etica dei princìpi.

Sulla questione di che cosa sono i valori, di come si giunge alla loro individuazione e sulle difficoltà insite nei diversi giudizi di valore impliciti, il volume curato da Renate Hutterer-Krisch è quello che prende una posizione più netta (11). Con chiarezza gli autori, dopo aver analizzato i valori impliciti nei diversi indirizzi di terapia, affermano che nessun orientamento terapeutico è privo di presupposti. E ciò non è un limite, perché se i valori presupposti sono anche conosciuti, non esiste alcun problema di indottrinamento. Al contrario, proprio una dichiarazione aperta dei valori di riferimento permette al cliente un confronto e uno sviluppo.

Gli altri due volumi si rivolgono al vastissimo campo dei casi dubbi di etica professionale (12). Le domande centrali, ognuna delle quali ingloba un gruppo di questioni, sono: i codici etici come ottengono il loro effetto? Che cosa si intende con etica applicata? Che cosa includono concetti come etica dell’apprendimento, riservatezza, etica della relazione? Di quali questioni etiche si deve tener conto nelle prime interviste e somministrazione dei test, nel trattamento psicoterapeutico, nella ricerca, nell’insegnamento e nella supervisione? A ciò si aggiunge la discussione di questioni di psicologia forense e di tipo economico e amministrativo. Colpisce il gran numero di contributi circa le questioni giuridiche. Sembra quasi che uno psicologo negli Stati Uniti non possa fare neanche un passo senza considerarne le possibili conseguenze penali. Da una prospettiva prevalentemente giuridica vengono considerati i nuovi strumenti del lavoro psicologico come le procedure automatiche nella somministrazione di test, la psicoterapia per telefono o l’uso della e-mail (13). Fra le situazioni conflittuali emergenti oggi si discute sempre più sull’abuso sessuale di (ex-)clienti da parte di terapeuti (14). L’etica professionale richiede allo psicoterapeuta di osservare chiari limiti: che, ad esemio, per la durata della terapia, non abbia altri contatti con i clienti e che soltanto dopo almeno due anni dalla fine di una terapia siano permessi contatti intimi fra terapeuta e cliente (15). Di fronte alla formulazione dei codici i tre volumi si chiedono in modo critico: su quali presupposti etici e scientifici si basano? Fino a che punto le nette definizioni dei codici tengono conto della realtà professionale necessariamente ambivalente (ruolo, confidenzialità, contratto)?

La responsabilità del singolo professionista

Su un terreno che si trasforma così rapidamente, dunque, psicologi e psicoterapeuti si ritrovano con questioni etiche complesse per le quali non esiste una risposta semplice o immediata. Nessuno psicologo - anche nel campo del comportamento etico - è immune da errori. L’importante è trarre dagli errori un vantaggio terapeutico. Perciò gli psicologi dovrebbero avere tre qualità che possono essere utili nel loro cammino verso l’agire etico: a) capacità di autoriflessione; b) capacità di comunicare sentimenti e motivazioni piuttosto che di sfogarli; c) capacità di rispettare i limiti e di fare attenzione ai pericoli e alle possibilità che si creano a motivo dell’intimità terapeutica.

Ma alla fine si pone la domanda cruciale: perché da psicologo devo e voglio agire eticamente bene? Forse perché ciò rende «felice» me e il cliente? O perché è «utile» per ambedue? O perché nel mio agire mi sento in obbligo verso una «norma» suprema e fondamentale che io considero come personificazione dei miei valori e come giustificazione dei miei giudizi morali? Perché intendo la mia responsabilità nell’orizzonte di un sistema cristiano di valori?

Chiarire il fondamento di ogni obbligo etico è perfino più decisivo che trovare una risposta a singole questioni pratiche. Ogni psicologo e psicoterapeuta dovrebbe essere consapevole della propria impostazione etica esplicita e implicita e riflettervi criticamente. A quel punto l’etica può avere perfino un effetto maggiore di qualunque sua interpretazione. Dal punto di vista cristiano un tale risultato lo si raggiunge completamente là dove uno psicologo o psicoterapeuta fa derivare la propria responsabilità per le altre persone dalla loro somiglianza con Dio (16).

NOTE

1 Sull’etica professionale cfr H. Zollner, «Ethische Fragen in Psychologie und Psychotherapie. Eine Umschau», in Gregorianum 86 (2005) 665-670; Id., «Was Psychologen dürfen und sollen. Berufsethische Reflexionen», in Stimmen der Zeit 132 (2006) 487-491.

2 In vista di tale obiettivo, alla fine di ottobre 2004 si è svolto a Praga il secondo Simposio europeo di etica psicologica professionale; cfr report psychologie 30 (2005) quaderno 1, 31.

3 Cfr http://www.inpa-europsy.it/index.html (17 marzo 2007).

4 Cfr ivi.

5 Questi sono i quattro princìpi etici fondamentali della Efpa, cfr http://www.inpa-europsy.it/index.html (17 marzo 2007). La American Psychological Association (Apa) indica nel suo codice varato nel 2002 i seguenti cinque General Principles: beneficence and nonmaleficence; fidelity and responsibility; integrity; justice; respect for people’s rights and dignity.

6 Cfr E. Calvi - G. Gulotta e Coll. (eds), Il codice deontologico degli psicologi. Commentato articolo per articolo, Milano, Giuffrè, 1999.

7 Cfr ivi, 69.

8 Cfr ivi, 16.

9 Cfr ivi, 219-232.

10 Cfr ivi, 241-249.

11 Cfr R. Hutterer-Krisch (ed.), Fragen der Ethik in der Psychotherapie. Konfliktfelder, Machtmissbrauch, Berufspflichten, Wien - New York, Springer, 20012.

12 Cfr D. N. Bersoff (ed.), Ethical Conflicts in Psychology, Washington D.C., American Psychological Association (Apa), 20033; W. T. O’Donohue - K. E. Ferguson (eds), Handbook of Professional Ethics for Psychologists, Thousand Oaks - London - New Delhi, Sage Publications Ltd, 2003. Ricca di informazioni è la lista di situazioni di conflitto etico riferite nel 1989 da psicologi nordamericani (cfr K. S. Pope et Al., Ethical Dilemmas Encountered by Members of the Apa: A National Survey, in D. N. Bersoff [ed.] Ethical…, cit., 3-27). I tre dilemmi etici menzionati più di frequente sono i seguenti: riservatezza (soprattutto in riferimento a pericoli per terzi, come minaccia di violenza o pericolo di contagio con Aids), relazioni di ruolo ambivalenti fra terapeuta e paziente (ad esempio, quando un terapeuta assume ex-clienti per il proprio studio) e conflitti finanziari (ad esempio, l’assicurazione sanitaria del cliente non vuole più pagare la terapia. Le relazioni sessuali fra terapeuti ed (ex-)clienti si trovano, a chiara distanza, verso la metà della lista dei problemi. Mentre il volume curato da Bersoff si basa sul codice Apa del 2002 e nei contributi ne mette in risalto le parti positive - anche nei confronti di codici Apa precedenti - una critica radicale di questo codice è l’intenzione dichiarata del secondo volume curato da O’Donohue - Ferguson: «[...] le funzioni complete del codice etico Apa non sono chiare […]; la teoria etica o la premessa sulla quale il codice si basa non è esplicita ed è poveramente intesa» (p. 11). Questa critica viene ripetuta soprattutto negli articoli di fondo: cfr, ad esempio, M. Lavin, Thinking Well About Ethics. Beyond the Code: «[...] il codice tace […] su ciò che sono le sue prescrizioni (se ce ne sono alcune) moralmente insostenibili» (p. 45); cfr anche Y. H. Poortinga et Al., Ethical Principles of the Psychology Profession and Professional Competencies: «Noi sfidiamo l’opinione comune espressa in questi codici che le attività professionali dello psicologo tendono ad essere basate su una conoscenza scientifica» (p. 69). Tuttavia viene da chiedersi se, al di là della critica severa all’attuale codice Apa, venga data una motivazione positiva delle riflessioni etiche e se il volume si mostri in grado di offrire contributi sostanzialmente nuovi per chiarire le Issues, Questions, and Controversies (cfr il sottotitolo del libro).

13 Cfr, ad esempio, in D. N. Bersoff (ed.), Ethical …, cit., gli articoli di D. N. Bersoff et Al., Legal Issues in Computerized Psychological Testing, 300-302; L. J. Haas et Al., Psychotherapy by Telephone: Risks and Benefits for Psychologists and Consumers, 362-365; D. E. Shapiro et al., Ethical and Legal Issues in E-Mail Therapy, 366-371.

14 Cfr L. M. Housman et Al., The Current State of Sexual Ethics Training in Clinical Psychology: Issues of Quantity, Quality, and Effectiveness, in D. N. Bersoff (ed.) Ethical…, cit., 246-248, e M. J. Layman et Al., Sexual Contact With Clients, ivi, 256-260.

15 Una discussione profonda ed equilibrata circa la possibilità e i limiti di sovrapposizioni di ruoli nella relazione fra terapeuta e cliente viene offerta da J. Schank et Al.., Ethics of Multiple and Overlapping Relationships, in W. T. O’Donohue - K. E. Ferguson (eds), Handbook of Professional Ethics for Psychologists, cit., 181-193. Essi obiettivamente affermano che in molti campi non è possibile e spesso nemmeno auspicabile una distinzione netta dei ruoli, a patto che vengano rispettati i seguenti criteri: «ottenere il consenso informato, attenersi ai limiti di tempo, proteggere la confidenzialità (e spiegarne i limiti), e documentare il miglioramento del caso» (p. 191).

16 Questo sarebbe l’approccio per un’etica professionale cristiana per psicologi, che non può essere ulteriormente sviluppata entro i limiti di questo articolo. Mentre questioni di etica medica attualmente vengono prese molto in considerazione e spesso rielaborate criticamente, ciò non è ancora avvenuto per il campo dell’etica nella psicologia. Sulle cause, che probabilmente si trovano soprattutto nella lunga avversione reciproca fra psicologia e teologia, cfr H. Zollner, «Fede cristiana e psicologia», in Civ. Catt. 2004 I 456-469.

© La Civiltà Cattolica 2007 IV 464-471 quaderno 3779