Noi, figli dell'accidia

Umberto Galimberti

E chi mai l'avrebbe detto che tra i vizi capitali avremmo trovato la noia che i medievali chiamavano "accidia" e che Pascal descrive come "la risultante dell'alterazione degli umori in presenza di deprecabili azioni morali tipiche di chi, avendo abusato del piacere, si trova nell'impossibilità di desiderare"?
A leggerla bene questa definizione sembra riprodurre la condizione che caratterizza molti giovani del nostro tempo, afflitti da assenza di interessi, monotonia delle impressioni, sensazioni di immobilità, vuoto interiore, rallentamento del corso del tempo e quindi accidia, riconducibile alla presenza di energie non impiegate e quindi affogate in un divertimento che risuona senza eco, perché, nel vuoto intriso di nulla che lo attraversa, non c'è nemmeno quel tanto che possa render possibile una risonanza.
Eppure, ci avverte Kierkegaard, l'Accidia, sorella del Vuoto, circola, insidiosa, in cielo, in terra e in ogni luogo. Infatti: "Siccome gli dèi erano accidiosi e si annoiavano crearono gli uomini. Anche Adamo era accidioso e si annoiava, perciò fu creata Eva.
Da tale istante la noia entrò nel mondo e crebbe di dimensioni esattamente nella misura in cui crebbe la popolazione. Adamo si annoiava da solo, poi Adamo ed Eva si annoiavano insieme, poi Adamo, Eva, Caino e Abele si annoiavano in famiglia, poi la popolazione del mondo aumentò, e le genti si annoiavano in massa. Per distrarsi ebbero l'idea di costruire una torre che fosse così alta da toccare il cielo. Questa idea era noiosa tanto quanto l'altezza della torre, e costituì una terribile prova di come la noia avesse preso il sopravvento".
Il nostro lavoro, le nostre costruzioni, il nostro quotidiano darci da fare, il nostro sviluppo, la nostra crescita, che come la torre di Babele non si sa mai dove deve arrivare, sono dunque figli della noia, disperati tentativi per combattere la noia, e le vacanze estive: un'interruzione, uno svago, per riprendere con più lena questa guerra. Fino ad arrivare alle conclusioni di Flaubert: "Mi sento vecchio, usato, nauseato di tutto. Gli altri mi annoiano come me stesso. Ciò nonostante lavoro, ma senza entusiasmo e come si fa un compito. Non attendo altro dalla vita che una sequenza di fogli di carta da scarabocchiare in nero. Mi sembra di attraversare una solitudine senza fine, per andare non so dove. E sono io stesso a essere di volta in volta il deserto, il viaggiatore e il cammello".
"Luogo privilegiato della spersonalizzazione", come dice Jabes, il deserto era lo spazio privilegiato degli antichi monaci per incontrare se stessi e Dio. Ma in quel paesaggio assolato e deserto, arido e immobile, invece di se stessi, invece di Dio, essi incontravano l'accidia (acedia) detta anche otiositas, somnolentia, pervagatio mentis, e che noi potremmo tradurre con indolenza, vuoto intellettuale, perdita di fervore e di passione, smarrimento nella monotonia della quotidianità. Si tratta di quello stato affettivo che gli inglesi chiamano "melancoly" o "spleen", i francesi "ennui", gli psichiatri "neuroastenia" e Pietro Citati: "Gas inavvertito in ogni angolo dell'Occidente".
Per difendersi da questo flagello i monaci antichi e medievali ricorrevano, come noi oggi, al lavoro, a cui aggiungevano l'orazione: "Ora et labora" che, ripetuto più volte come fanno i bambini con le loro cantilene, suona: labora et ora, "laboratorio". La macchina del mondo che ci vede tutti "im-piegati" per seppellire la noia, afflitti come siamo e come lo erano i monaci antichi, da quella legge terrificante che è la legge del "tutto o nulla", per cui, non incontrando Dio o la felicità ogni giorno, ci troviamo ogni giorno tra le mani il nulla.
Secondo gli psichiatri Carlo Maggini e Riccardo Dalle Luche, autore de Il Paradiso e la Noia (Bollati Boringhieri, pagg. 112, lire 20.000) quello che a quei monaci mancava e che manca anche agli uomini d'oggi, è il gusto per il "normalmente interessante" che è poi quella dimensione che disgustava Baudelaire che si affidava all'oppio, per sostituire al paradiso dei monaci medievali quel paradiso artificiale in cui era possibile "soddisfare, almeno momentaneamente, il gusto dell'infinito". E non ho nessun dubbio che, guardati dal punto di vista della diagnosi e della cura, c'è da sospettare in quanti si annoiano un ideale molto elevato, come è tipico dei giovani, che non trova luogo in cui esprimersi senza che ci sia, come per i monaci medioevali, un Altrove lontano in cui sperare. Gli ideali molto elevati si possono toccare per un istante, ma non possedere per sempre. E la noia ha il sapore di chi ha la sensazione di aver perso qualcosa che ha solo toccato e mai posseduto.
Ma non è questa la condizione più nobile dell'uomo? Quella di toccare senza possedere le cose più alte? E' forse questa una malattia da cui si deve guarire? Per raggiungere magari, a guarigione avvenuta, quella condizione che Nietzsche indica come ideale degli ultimi uomini: "Un vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, ferma restando la salute"?
No. Forse l'accidia, la noia, il senso di vuoto, la malinconia, l'ennui, lo spleen vogliono raccontarci un'altra storia che non ha nulla a che fare con i vizi capitali e neppure con la nevrosi, perché nessuna nevrosi può spiegare il sentimento di esilio sulla terra, la disperazione dell'Ecclesiaste, la noia metafisica, il sentimento del vuoto o dell'assurdo, il rifiuto del tutto, la contestazione senza oggetto, così come nessuna psicosi può spiegare il furore economico e politico, l'arte astratta, il formalismo della cultura, la demonicità della tecnica che porta al primato della razionalità fine a se stessa.
Queste malattie sono nell'uomo occidentale il riflesso spirituale della sua cultura e che Costantin Noica, filosofo romeno, amico di Mircea Eliade, Emil Cioran, Eugèn Ionesco chiama "malattia dello spirito contemporaneo, che ha perso, non tanto Dio di cui molti ne lamentano inutilmente lo smarrimento, quanto l'incanto del mondo che la nostra razionalità ha reso disincantato, e la nostra tecnica ha ridotto a pura materia da utilizzare, incapace, nella sua opacità, di rinviare a quel che potrebbe chiamarsi un riflesso dell'anima.
Un giorno infatti, scrive Costantin Noica in Sei malattie dello spirito contemporaneo (Il Mulino, pagg. 180, lire 24.000), anche gli dèi si sono ammalati. Dopo aver creato un mondo inferiore alle aspettative, alcuni di loro si sono ritirati diventando dèi accidiosi, altri invece si sono mescolati troppo nelle vicende umane mettendo definitivamente a rischio la loro natura divina, altri infine si sono dati troppe determinazioni diventando più simili ai mostri che agli dèi. Gli dèi sono malati.
Anche il cielo è malato. Gli antichi credevano nell'incorruttibilità degli astri e delle sfere celesti, così come credevano nell'incorruttibilità divina. Ma il cannocchiale di Galileo venne a mostrare le imperfezioni della luna che i suoi contemporanei non volevano vedere. Oggi si è giunti a identificare delle malattie galattiche. Nel cosmo è nascosto un tarlo.
Anche la luce è malata. Goethe credeva ancora nella sua perfezione, e perciò protestava con Newton che la considerava una mescolanza di sette colori e quindi impura. Poi la luce venne misurata nella sua velocità di trasmissione e si scoprì che è fessurata internamente, essendo insieme corpuscolo e onda. Troppe malattie in un semplice raggio di luce.
Anche la vita è malata con le approssimazioni e le incertezze segnalate dalla biologia contemporanea, per la quale la vita è una specie di tumefazione incidentale della materia, un caso trasformato in necessità. Ma se tutte le grandi entità sono malate e se la cultura viene a mostrare le loro malattie come costituzionali, come non parlare della malattia dell'uomo che a ogni passaggio di stagione attende qualcosa di nuovo, come Samuel Beckett ben descrive nei personaggi di Aspettando Godot?
E che cosa aspettiamo noi occidentali: il senso della terra, il senso della nostra vita? E dove soprattutto lo cerchiamo questo senso: nel progresso, nella crescita, nella novità di ogni giorno, nella loro polverizzazione che affoga in quella libertà perfetta di poter fare ogni cosa senza sapere che cosa esattamente si deve fare?
Con questa libertà totale, tipica di noi occidentali, non rischiamo di approdare semplicemente al messaggio reso dall'assenza di messaggio, quindi all'anti-parola, all'anti-senso, all'anti-discorso, all'anti-natura, all'anti-uomo, in un clima d'attesa, dove nessuno è veramente atteso se non il giorno successivo che sarà uguale al precedente?
Qui nasce l'accidia che, a questo punto, più che un vizio capitale sembra essere l'atmosfera del nostro tempo. A meno che questa malattia dello spirito che affligge la nostra cultura, a differenza delle malattie fisiche e di quelle mentali, non sia stimolo per nuove creazioni di senso. E allora malati possono essere gli dèi, il cielo, la luce, il tempo, la vita, ma, a differenza dell'uomo essi non sono suscettibili di guarigione. Conoscendo la sua malattia, l'uomo non aggiunge un più di infermità all'infermità dell'essere, ma può tradurre l'infermità in salute, il caos in creazione. Del resto già Nietzsche assicurava: "C'è ancora del caos dentro di voi, c'è ancora una stella danzante".
Se accidia non spegnerà questa stella e non ci farà ripiombare nella noia della ripetizione, allora anche la riflessione su questo vizio capitale avrà lasciato la sua traccia, non inutile, non smarrita.