La Chiesa,

creatura e casa

della Parola

Bruno Forte

La mia riflessione sulla centralità della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa è anzitutto quella di un pastore, che attinge certamente al suo cammino di teologo al servizio della Verità che libera e salva, ma soprattutto parla in rapporto ai molteplici vissuti umani che continuamente incontra e a cui annuncia la Parola della fede. È tenendo conto di questi vissuti che vorrei articolare le mie considerazioni costruendo una sorta di “menorah” dello spirito, un settenario ispirato al candelabro sacro, che arde nel Santuario di Dio, per aiutarci a illuminare gli scenari del tempo e gli scenari del cuore con la luce della Parola. Partendo dall’attesa della Parola, dal bisogno cioè di una rivelazione che rompa il silenzio del mondo e delle sue solitudini, vorrei riflettere sul Verbo rivelato anzitutto nel suo carattere di buona novella per tutte le solitudini, per fermare quindi la riflessione sull’evento che ha inondato il silenzio dell’intero creato e ha aperta la possibilità della comunicazione trasformante con l’Amore eterno: “Deus dixit!” – “Dio ha parlato!” Vorrei quindi presentare la Chiesa, nel suo carattere peculiare di creatura e casa della Parola, per poi chiedermi come si fa ad accogliere la Parola nell’obbedienza della fede. Completerà le luci della “menorah” una breve evocazione dei frutti della Parola e uno sguardo - al tempo stesso contemplativo e ispirante - a Colei che è l’icona viva, la sintesi densa e concreta dell’esistenza abitata dal Verbo di Dio, Maria, la Vergine dell’ascolto, la Madre della Parola..

1. L’attesa della Parola: la solitudine come domanda

In ogni epoca il silenzio della creatura ha invocato la presenza dell’Altro, il mistero trascendente e santo che avvolge tutte le cose e solo può redimerle dalla prigione del nulla. In modo particolare, nelle nostre società post-moderne, sempre più vissute come folle di solitudini, l’attesa della Parola è divenuta il bisogno vitale di non essere soli, l’urgenza di venire strappati al naufragio e all’abbandono di una vita senza amore che salvi. La disgregazione dei miti dell’ideologia moderna, che creavano l’illusione di un’appartenenza collettiva superiore a ogni destino individuale e proiettavano il singolo in un’avventura totalizzante, ha portato gli esseri a umani a percepire in maniera acuta e lancinante la propria condizione come quella di isole in un arcipelago gettato sul grande mare del nulla. In questo naufragio della totalità nei frammenti, “abbiamo pagato abbastanza - per dirla con Jean-François Lyotard [1] - la nostalgia del tutto e dell’uno, della riconciliazione del concetto e del sensibile, dell’esperienza trasparente e comunicabile”, propria dell’epoca moderna. Dove l’ideologia - spinta dalla sua connaturale “volontà di potenza” (Friedrich Nietzsche) - aveva voluto forzare la realtà per ricondurla al dominio totalizzante dell’ideale, producendo così l’immane violenza dei totalitarismi, dei genocidi e delle guerre mondiali, lo spazio si è aperto per far posto a un’esperienza diffusa di incomunicabilità e di declino, di abbandono di ogni valore più alto, di riflusso nel privato e di una generale penuria di speranza. Se la parola fatale del moderno è stata la “massa”, l’emblema del post-moderno sembra essere la “solitudine”, nonostante tutte le apparenze contrarie prodotte dalla comunicazione accelerata e dalla connessione in tempo reale di qualsivoglia distanza nel mondo della “rete”.

La solitudine è, in realtà, una sfida a se stessa, una domanda aperta che si affaccia in modi diversi nelle molteplici forme in cui può presentarsi: c’è una solitudine ontologica, corrispondente all’originaria e costitutiva singolarità di ogni esistenza, esperienza riflessa dell’irriducibile originalità dell’esserci. È la solitudine espressa, ad esempio, dai versi di Salvatore Quasimodo: “Ognuno sta solo sul cuore della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera” [2]. Questa solitudine appartiene alla contingenza della vita, inesorabilmente gettata verso la morte, all’essere tutti pellegrini lungo i sentieri di un viaggio - sempre troppo fragile e troppo breve - verso l’ultimo silenzio. Da questa forma di solitudine emerge prepotentemente la fame di un amore, che vinca il silenzio della morte. C’è poi una solitudine subita, che è frutto dell’indifferenza, della paura di amare, dell’abbandono, avvertiti spesso come frutti dell’ingratitudine. È la solitudine di chi non si sente amato da nessuno ed a volte, semplicemente, è divenuto incapace di amare. C’è, infine, la solitudine scelta per amore: è quella di chi accetta “l’esodo da sé senza ritorno” (Emmanuel Lévinas), che è la via di ogni dono autentico all’altro. È la solitudine dell’esperienza mistica, ma anche quella del servizio motivato dalla carità: vuoti di sé per essere pieni di Dio, amati da Lui, si impara sempre più ad amare. È la solitudine espressa dall’esortazione che coniuga la scelta di essere soli davanti a Dio solo, al dono di sé agli altri: “Fatevi solitudine per divenire amore!” (Carlo Carretto). Più di ogni altra questa solitudine colma la sete di amare e di essere amati, che tutti ci portiamo dentro, e suscita la domanda ineludibile e necessaria: chi potrà renderci capaci di vita piena e di amore? In questa domanda è riconoscibile un’autentica fame della Parola, che colmi il silenzio del non amore e ci faccia sentire amati, rendendoci capaci di amare: la Parola di Dio. Dice il profeta Amos: “Ecco, verranno giorni - dice il Signore Dio - in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore” (8,11). Questa fame di ascoltare il Dio che parla nient’altro è che il bisogno di amore presente in ciascuno di noi, uomini e donne di questo tempo “post-moderno”, sempre più prigionieri delle nostre solitudini: una fame della Parola che irrompa nel silenzio del nulla e colmi il cuore fino a renderlo capace di donarsi per sovrabbondanza di amore.

2. La Parola di Dio: buona novella per tutte le solitudini

Solo un Amore infinito può appagare l’attesa d’amore che ci brucia dentro: solo il Dio che è Amore può dirci che non siamo soli in questo mondo e che la nostra casa è nella città celeste, dove non ci sarà più né dolore né morte. “Da quella città - scrive Agostino - il Padre nostro ci ha inviato delle lettere, ci ha fatto pervenire le Scritture, onde accendere in noi il desiderio di tornare a casa” [3]. Se si comprende che la Parola della rivelazione è questa “lettera di Dio”, che può parlare al cuore di ognuno e di tutti, allora se ne coglierà la decisiva importanza per la vita del singolo e per quella della comunità. Allora, ci si avvicinerà ad essa con la trepidazione e il desiderio con cui un innamorato legge le parole della persona amata, e il Dio, che è Padre e Madre nell’amore, parlerà a chi lo cerca. L’ascolto fedele, intelligente, umile e pregato di quanto Lui dice potrà saziare poco a poco il bisogno di luce, la sete d’amore. Imparare ad ascoltare la voce che ci parla nella Sacra Scrittura è imparare ad amare: la Parola di Dio è la buona novella contro la solitudine! Lo è sempre, perfino nella forma del silenzio divino, di cui è piena la Scrittura [4]. Lo aveva ben compreso uno dei grandi scrittori cristiani dell’epoca moderna, Søren Kierkegaard, dandone testimonianza nel suo Diario con queste parole: “Non permettere che dimentichiamo: Tu parli anche quando taci. Donaci questa fiducia: quando siamo in attesa della Tua venuta, Tu taci per amore e per amore parli. Così è nel silenzio, così è nella parola: Tu sei sempre lo stesso Padre, lo stesso cuore paterno e ci guidi con la Tua voce e ci elevi con il Tuo silenzio...” [5]. Il Dio che parla colma le nostre solitudini, perfino quando la Sua è la parola del silenzio: perciò, l’ascolto della rivelazione, vissuto con radicale apertura e disponibilità, è ascolto che salva.

La Parola di Dio si presenta, dunque, come buona novella per tutte le solitudini, perché in essa ci è offerta come dono gratuito e liberante la possibilità dell’alleanza con Dio: certo, all’“auto-donazione” divina occorre che corrisponda - in una forma inevitabilmente asimmetrica - la “donazione” del cuore all’Eterno. Attraverso la Parola entrata nella storia la creatura umana si schiude così al Mistero santo, e ne sperimenta la prossimità e l’inesauribile bellezza nell’amore. Accogliere la Parola vuol dire lasciarsi condurre dall’auto-donazione di Dio oltre se stessi, a quel dono di sé, che è dire e “fare” la Parola del Signore: “Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché, se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto allo specchio: appena s’è osservato, se ne va, e subito dimentica com’era” (Gc 1,22-24). L’uditore della Parola, che non l’accolga nella verità del dono di sé, resta prigioniero del proprio mondo. “Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la felicità nel praticarla” (Gc 1,25). L’accoglienza operosa della Parola trasforma l’uomo nel profondo, lo libera dalla sua solitudine radicale, come da quella prodotta dalle sue paure e dai suoi egoismi, lo fa discepolo del Signore nella compagnia dei discepoli resi liberi dalla verità: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,31s.). L’“esistenza accolta”, propria di Gesù, Verbo incarnato, si fa “esistenza accolta”, e perciò fino in fondo donata, del discepolo che, accogliendo la Parola nella verità della donazione di sé a Dio e agli uomini, si lascia “dire” dal Padre nel Figlio come vivente parola della carità rivolta all’umile concretezza delle situazioni della storia. L’accoglienza della Parola prepara e anticipa così nel tempo penultimo la città celeste, quel tempo ultimo in cui le parole scompariranno, accolte nell’unica Parola, perché Dio sia tutto in tutti e ogni solitudine sia vinta nella gioia senza fine del Suo amore.

3. “Deus dixit”: Dio ha parlato - Dio parla!

Solo Dio poteva rompere il silenzio dei cieli e irrompere nel silenzio del cuore: solo Lui poteva dirci - come nessun altro - parole d’amore. È quanto è avvenuto nella sua rivelazione, dapprima al popolo eletto, Israele, e poi in Gesù Cristo, la Parola eterna fatta carne. “Deus dixit”: Dio ha parlato! In eventi e parole di vita, Egli ha voluto comunicarsi agli uomini. Il racconto di quegli eventi e la testimonianza di quelle parole, messi in scritto sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, costituiscono la Sacra Scrittura, la dimora della Parola di Dio nelle parole degli uomini, la presenza viva di Dio stesso nel segno della Sua parola. Perciò la Scrittura ispirata partecipa della potenza divina: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,10s). Così, nella Sua Parola l’Eterno continua a parlare: il Suo destinarsi all’interlocutore del patto non si è esaurito nell’atto della rivelazione, ma resta vivo per noi attraverso le parole della Scrittura, con cui si fa presente nella storia e nella vita di ognuno, continuando a comunicarci se stesso. Il termine ebraico dabar esprime fedelmente questa potenza dinamica e sempre viva della Parola di Dio: tradotto con “parola”, esso significa propriamente ciò che sta dietro alla parola e le dà forza, fino a farla essere azione efficace. Il Signore dice ciò che fa e fa ciò che dice.

È nella continuità di questo agire dell’Eterno nelle parole e negli eventi della Sua auto-comunicazione storica che si coglie il filo rosso dell’intera rivelazione divina: l’Antico Testamento si illumina nel Nuovo e il Nuovo è preparato nell’Antico! Novum in Vetere latet - Vetus in Novo patet! Perciò, il Primo Testamento è così importante per i discepoli del Nuovo: come potrebbe l’albero del compimento fare a meno della radice da cui viene? “Se è santa la radice, lo saranno anche i rami … Sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te” (Rom 11,16 e 18). La pienezza dell’auto-comunicazione divina è raggiunta, però, nell’incarnazione del Figlio: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). La Parola unica, perfetta e definitiva del Padre, è Lui, nel quale Dio ci dice tutto e ci dona tutto: “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo” (Ebrei 1,1s). Accogliere Cristo vuol dire, allora, aprirsi anche alla piena intelligenza delle Scritture. E nutrirsi delle Scritture è nutrirsi di Cristo: “L’ignoranza delle Scritture - afferma San Girolamo [6] - è ignoranza di Cristo”. Chi vuole vivere di Gesù deve ascoltare incessantemente le Scritture ispirate, tutto leggendo e rileggendo nella luce di Lui. In questa rilettura illuminante e profetica non siamo soli: a rendere possibile l’incontro con il Vivente nel giardino delle Scritture è lo Spirito Santo: “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26).

È lo Spirito Santo ad aprire il cuore dei credenti all’intelligenza di quanto è in esse contenuto. Nessun incontro con la Parola di Dio andrà vissuto, senza aver prima invocato lo Spirito, che schiude il libro sigillato, muovendo il cuore e rivolgendolo a Dio, aprendo gli occhi della mente e dando dolcezza nel consentire e nel credere alla verità [7]. È lo Spirito a farci entrare nella Verità tutta intera attraverso la porta della Parola, rendendoci operatori e testimoni della forza liberante che essa possiede, così necessaria a un mondo in cui spesso sembra si sia perso il gusto e la passione per la Verità. Prima di leggere le Scritture, per leggerle in maniera vera e piena, occorrerà allora sempre invocare il datore dei doni, la luce dei cuori: lo Spirito Santo! E questa invocazione non andrà vissuta in solitudine, ma in quella comunione memorante-narrativa che la rende autentica ed efficace: la comunione della Chiesa, che non cessa di invocare Colui che la introduce alla verità tutta intera ed è la memoria di Dio nel tempo e per l’eternità! Come la luna, la Chiesa accoglie i raggi del solo Sole, che è Cristo, attraverso le Scritture, che al tempo stesso legge con quella stessa luce, e diffonde quei raggi nella notte del mondo: “Non eclissarti mai - canta una voce della tradizione orientale, eco della fede indivisa - nell’oscurità del novilunio, o sempre raggiante Luna! Rischiaraci il sentiero nell’impenetrabile divina oscurità delle Scritture! Non cessare mai, o sposa e compagna di viaggio del Sole Cristo, che qual consorte lunare t’avvolge con la sua luce, non cessare mai di inviarci da lui i tuoi raggi luminosi, perché egli da sé e per tuo tramite doni alle stelle la sua luce e le infiammi di te e per te” [8].

4. La Chiesa, creatura e casa della Parola

La Chiesa è la casa della Parola, la comunità della sua trasmissione e della sua interpretazione, garantita dalla guida dei pastori, a cui Dio ha voluto affidare il Suo popolo. La lettura fedele della Scrittura non è opera di navigatori solitari, ma va vissuta nella barca di Pietro: l’annuncio, la catechesi, la celebrazione liturgica, lo studio della teologia, la meditazione personale o di gruppo, l’intelligenza spirituale maturata nel cammino della fede, sono altrettanti canali che ci rendono familiari alla Bibbia nella vita della Chiesa. Accompagnato dalla Chiesa Madre, nessun battezzato deve sentirsi indifferente alla Parola di Dio: ascoltarla, annunciarla, lasciarsene illuminare per illuminare gli altri è compito che riguarda tutti, ciascuno secondo il dono ricevuto e la responsabilità che gli è affidata, con la passione missionaria che Cristo chiede ai Suoi discepoli, nessuno escluso (cf. Mc 16,15). Dai sacerdoti ai diaconi, dai genitori ai catechisti, dai consacrati alle consacrate, dai teologi agli insegnanti, dai membri di associazioni e movimenti a ogni singolo battezzato, giovane o adulto che sia, tutti siamo chiamati a essere Chiesa, generata dalla Parola - “Ecclesia creatura Verbi” - e che annuncia la Parola - “Ecclesia praesentia Verbi”!

Il Verbo incarnato - venuto nel mondo anzitutto per operare la “raccolta” dell’Israele finale - estende i frutti della sua opera all’universo intero mediante l’invio di coloro che, nella forza dello Spirito da lui donato, saranno i Suoi testimoni con la parole e con l’eloquenza della vita. È il compito, affidato dal Risorto agli apostoli (cf. Mt 10,2), di fare discepole tutte le nazioni, annunciando loro la Parola della vita e garantendo la fedeltà della sua presenza e del suo aiuto fino alla fine dei tempi (cf. Mt 28,19s.). L’universalismo della salvezza richiede che questo annuncio sia portato ad ogni uomo e a tutto l’uomo, fino al ritorno glorioso del Figlio dell’uomo (cf. 1 Cor 11,26). Colui che attualizzerà la presenza salvifica del Signore Gesù, garantendo attraverso il ministero apostolico della predicazione e la testimonianza dell’intero popolo di Dio la fedele trasmissione della Parola, sarà lo Spirito Santo: gli Atti degli Apostoli ci presentano dal vivo la compenetrazione fra lo Spirito, la Parola, gli inviati di Cristo e la comunità da essi radunata ed espressa nel realizzare nel tempo la missione ricevuta dal Risorto. “Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso...” (Lc 24,48s: cf. ad esempio At 1,8; 5,32). La Chiesa delle origini cresce e cammina “nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo” (At 9,31), mentre “la parola di Dio si diffonde e si moltiplica grandemente il numero dei discepoli” (At 6,7).

È, peraltro, l’intero Nuovo Testamento che dimostra l’inscindibile legame fra la nascita, l’esistenza e lo sviluppo della Chiesa e la Parola dei testimoni, vivificata dallo lo Spirito: lo afferma già con evidenza la più antica testimonianza scritta della fede cristiana: “Il nostro Vangelo non si è diffuso fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza e con Spirito Santo e con profonda convinzione...” (1 Ts 1,5). La predicazione della buona novella si compie “nello Spirito Santo mandato dal cielo” (1 Pt 1,12), tanto che il ministero apostolico viene definito un “ministero dello Spirito” (2 Cor 3,8) e la comunità da esso edificata una lettera scritta nei cuori “con lo Spirito del Dio vivente”(2 Cor 3,3.

Sono soprattutto però le promesse del Cristo giovanneo che mostrano come la continuità fra la missione del Figlio Parola di Dio e la Chiesa, creatura e casa della Parola, sia garantita ed attuata dallo Spirito: in analogia a Colui, sul quale scende e rimane lo Spirito e che battezza in Spirito Santo (cf. Gv 1,33s.), la comunità dei discepoli è ricolma dello Spirito e lo dona (cf. la scena di Pentecoste in At 2). Lo Spirito è nei discepoli fonte d’acqua viva (cf. 7,39), e sarà lui il Consolatore, che dimorerà presso di loro e in loro: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi” (14,16s.). Lo Spirito sarà per i discepoli la memoria potente di Gesù, il Maestro che insegnerà loro ogni cosa, abilitando i discepoli alla testimonianza (cf. Gv 15,26), ad essere cioè la memoria viva ed attualizzante del Crocifisso Risorto: “Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Gv 16,13). Questa permanente attualizzazione del Cristo Gesù nel suo popolo, operata dallo Spirito Santo specialmente attraverso il ministero dell’annuncio e l’accoglienza della Parola di Dio, è ciò che in senso teologico si definisce la “Tradizione”: essa non è la semplice trasmissione materiale di quanto fu donato all’inizio agli Apostoli, ma la presenza attiva del principio fontale - il Signore Gesù, datore di Spirito Santo - a tutta la storia della comunità da lui radunata. La Tradizione vivente è la comunione dello Spirito Santo nella sua dimensione temporale, la comunione da lui stabilita fra l’esperienza della fede apostolica, vissuta nell’originaria comunità dei discepoli, e l’esperienza attuale del Cristo proclamato nella sua Chiesa. La Tradizione è la continuità organica dell’edificio in crescita, che è il Tempio santo, sempre sostenuto dal fondamento apostolico e tenuto insieme dalla pietra angolare, che è Cristo, e sempre vivificato dallo Spirito, per mezzo del quale Dio abita in esso (cf. Ef 2,19-22).

La tradizione apostolica salda così il raduno escatologico iniziato dal Signore a quello operato nel tempo dal ministero apostolico, fino alla finale ricapitolazione nel Cristo di tutti e di tutte le cose. La comunità dei discepoli si riconosce convocata dalla parola apostolica, fondata sulla testimonianza di coloro che per primi hanno fatto esperienza del Signore, guidata e istruita da essi e da quanti essi si assoceranno nel ministero della Parola e della comunione, impegnata a trasmettere ad altri se stessa come presenza attuale del Signore e del suo mistero pasquale nello Spirito. Lo mostra con efficacia questa antica testimonianza della fede cristiana: “(Gli apostoli) sul principio affermarono la fede in Gesù Cristo e stabilirono Chiese per la Giudea e subito dopo, sparsi per il mondo, annunziarono la medesima dottrina e una medesima fede alle nazioni e quindi fondarono Chiese presso ogni città. Da queste poi le altre Chiese mutuarono la propaggine della loro fede e i semi della dottrina, e continuamente la mutuano per essere appunto Chiese. In questa maniera anche esse sono ritenute apostoliche come discendenza delle Chiese degli apostoli” [9]. La Tradizione non è che il Vangelo vivo, annunciato dagli apostoli nella sua integrità, procedente dalla pienezza della loro esperienza unica e irripetibile, in quanto “trova la sua espressione tra i molti credenti, sotto l’influsso dello Spirito Santo che li vivifica: infatti per opera loro la fede viene comunicata agli altri... Si capisce da sé, dunque, che non è assolutamente possibile scindere la tradizione dalla vita stessa della Chiesa” [10], e la vita della Chiesa dalla tradizione vivente, che trasmette in essa la Parola di vita e convoca e unifica i salvati. La Tradizione ci appare in questa luce come la storia dello Spirito nella storia della sua Chiesa. In questo senso, la Chiesa non esiste né mai esisterà senza la Parola di Dio, ma a sua volta la Parola non ci raggiungerà veramente e pienamente mai senza la Chiesa: “Scriptura sola, numquam sola” (Paul Althaus) - la Scrittura nella sua sovrana autorità di Parola fontale e normativa, non vivrà mai da sola, ma nella Chiesa e per la Chiesa. E la Chiesa - creatura della Parola - vivrà a sua volta di essa e al suo servizio…

5. Accogliere la Parola nell’obbedienza della fede

Alla Parola del Signore - segno del suo gratuito auto-destinarsi a noi - occorre corrispondere con l’accoglienza libera e gioiosa, che è l’ascolto obbediente della fede, “con la quale l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente, prestando il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela e assentendo volontariamente alla rivelazione data da Lui” [11]. Il Dio, che si comunica al nostro cuore, ci chiama ad offrirGli non qualcosa di noi, ma noi stessi. Questo ascolto coinvolgente ha la forza di renderci liberi: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 31-32). Nella Parola è, in realtà, Dio stesso a raggiungerci e trasformarci (cf. Ebrei 4, 12). Alla Parola, allora, è giusto affidarsi. Di essa è possibile e doveroso fidarsi. Essa è fedele in eterno, come il Dio che la dice e la abita. Perciò, chi accoglie con fede la Parola, non sarà mai solo: in vita, come in morte, entrerà attraverso di essa nel cuore di Dio: “Impara a conoscere il cuore di Dio nelle parole di Dio” [12]. Ascoltare, leggere, meditare la Parola; gustarla, amarla, celebrarla; viverla e annunciarla in parole e opere: è questo l’itinerario che si apre dinanzi a chi comprende che nella Parola di Dio sta la sorgente della vita. Dio in persona ci visita in essa: perciò la Parola ci coinvolge, ci rapisce il cuore e si offre alla fede come aiuto e difesa nella crescita spirituale.

Una via ben collaudata per accogliere, approfondire e gustare la Parola di Dio nella fede è la lectio divina, vero e proprio itinerario spirituale in varie tappe. La prima è la lettura propriamente detta, quella che può essere chiamata semplicemente la lectio: in essa si tratta di leggere attentamente, più volte, un passo della Scrittura, e domandarsi: “Che cosa dice il testo in sé?”. Si passa quindi alla meditatio, la meditazione, che è come una sosta interiore, in cui raccogliersi e chiedere a Dio: “Che cosa dici a me con queste Tue parole?”. Ciò che qui è chiesto è di mettersi nell’atteggiamento del giovane Samuele: “Parla, Signore, perché il Tuo servo Ti ascolta!” (1 Sam 3,10). A quanto Dio dice, il credente risponde con l’orazione, l’oratio, in cui si rivolge al Dio che gli ha parlato con la domanda semplice ed esigente: “Che cosa dirò io a Te, mio Signore?”. La risposta potrà essere data invitando il Dio vivo ad abitare nella casa del cuore, perché trasformi i pensieri e i passi della nostra vita. Si giunge, così, alla contemplatio, a quel contemplare agendo, in cui il cuore, toccato dalla presenza di Cristo, si chiederà: “Che cosa devo fare ora per realizzare questa Parola?”, e cercherà di viverlo.

Attenzione, intelligenza, giudizio, decisione: attraverso queste quattro tappe, vissute nell’incontro con la Parola, essa può diventare per noi come “lampada che brilla in luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori” (2 Pt 1,19). Proprio così, la Scrittura potrà guidarci e accompagnarci sulle strade della vita: “Lampada per i miei passi è la Tua parola, luce sul mio cammino” (Sal 118[119], 105). A volte potrà sembrare che la Parola letta non ci dica niente: non bisogna scoraggiarsi! Occorre invece ritornare ad essa e invocare: “Signore, dammi vita secondo la tua parola!” (v. 107). Questa difficoltà l’hanno già vissuta tanti prima di noi, da Abramo a Sara, da Mosé a Geremia, da Samuele al Battista, da Pietro a Paolo: questi, e altri uomini e donne della Bibbia, ci dimostrano la fatica e la gioia di credere nella Parola. Provare a incontrarli meditando i testi che narrano la loro storia con le tappe della lectio divina, consente di scoprire quanto sono vicini alle nostre domande e quanto la loro esperienza possa parlare alla nostra [13].

6. I frutti della Parola

Le parole del Dio Amore ci rendono capaci d’amare. È l’amore il frutto primo e grande, che nasce dall’ascolto credente e amoroso della Parola: chi si lascia illuminare dalla Parola, sa che il senso della vita non consiste nel ripiegarsi su se stessi (l’“amor curvus”, in cui secondo i Medioevali consiste il peccato!), ma in quell’esodo da sé senza ritorno, che è l’amore. L’ascolto della Sacra Scrittura ci fa sentire amati e ci rende capaci di amare: se ci consegniamo senza riserve al Dio che ci parla, sarà Lui a donarci agli altri, arricchendoci di tutte le capacità necessarie per metterci al loro servizio. La Parola è guida sicura perché - fra i tanti rumori del mondo - ci conduce a impegnarci per gli altri sui passi di Gesù, a riconoscere in loro la Sua voce che chiama: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,37-40). La Parola di Dio è poi sorgente di gioia e di speranza. Se l’ascolti e la custodisci, sentirai che la tua vita dimora nel cuore stesso di Dio, da dove nasce continuamente la fiducia per il presente e la speranza per il domani. Questa fiducia si nutre della gioia di sentirsi amati: “Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, perché io portavo il tuo nome, Signore, Dio degli eserciti” (Ger 15,16). Perciò i due discepoli, nel cammino da Gerusalemme ad Emmaus, ascoltando la spiegazione delle Scritture dal loro misterioso Compagno di viaggio si sentirono ardere il cuore, riscoprirono le ragioni della speranza e furono pervasi dalla gioia dell’incontro (cf. Luca 24,13-35). La Scrittura, narrazione della storia dell’alleanza fra Dio e il Suo popolo, è memoria viva di questo grande amore, che suscita fiducia in Colui che porterà a compimento le Sue promesse. Dando ragioni di vita e di speranza, la Parola ci apre al domani di Dio e ci aiuta a tirarlo nel presente con la forza di umili atti di fede e di semplici gesti di carità.

Per questa sua forza, la Parola è anche la ragione della grande speranza che anima il dialogo ecumenico: se ci sforziamo di essere discepoli dell’unica Parola, come potremo considerare le nostre divisioni più importanti dell’unità a cui essa ci chiama? Dell’impegno al servizio dell’unità voluta dal Signore essa è il fondamento, il nutrimento e la guida, che ci invita a fuggire ogni irenismo, per tendere sempre alla via alta della comunione, costruita nella comune obbedienza a Dio. Al tempo stesso, l’ascolto della Parola ci rende capaci di discernere e riconoscere la voce di Dio, ovunque essa venga a risuonare per noi. Tenere in una mano il Vangelo aiuta a leggere con occhi di luce il giornale che sta nell’altra mano, per cogliere i segni dei tempi e corrispondere all’opera che Dio va compiendo nella storia per noi e per quanti vorranno accoglierne la grazia salvifica. Infine, chi obbedisce alla Parola di Dio si apre anche al dialogo interreligioso nella sua forma autentica, che nulla ha in comune col compromesso o la rinuncia alla propria identità, ma si fonda su un’obbedienza della fede, che non separerà mai dialogo e proclamazione, ascolto onesto dell’altro e testimonianza luminosa e convinta della fede, che la Parola di Gesù accende in noi.

L’ultimo, prezioso frutto della Parola è il silenzio: l’eloquenza silenziosa della vita, l’ascolto del divino Silenzio, che ci raggiunge attraverso la Parola e ci apre al silenzio del desiderio e dell’attesa, sono esperienza a cui può aprirci solo la rivelazione di Dio. Chi ama la Parola, sa quanto sia necessario il silenzio, interiore ed esteriore, per ascoltarla veramente, e per lasciare che la sua luce ci trasformi mediante la preghiera, la riflessione e il discernimento: nel clima del silenzio, alla luce delle Scritture, impariamo a riconoscere i segni di Dio e a riportare i nostri problemi al disegno della salvezza che la Scrittura ci testimonia. L’ascolto è il silenzio fecondo abitato dalla Parola: “Il Padre pronunciò una parola, che fu suo Figlio e sempre la ripete in un eterno silenzio; perciò in silenzio essa deve essere ascoltata dall'anima...” [14]. Non pronunciare mai, allora, la parola della vita, senza aver prima lungamente camminato nei sentieri del silenzio, nell’ascolto meditativo e profondo della Parola che viene dall’Eterno!

7. L’icona di Maria, Vergine dell’ascolto e Madre della Parola

Maria, Vergine dell’ascolto e Madre della Parola, è l’icona dell’ascolto fecondo della Parola: ella ci insegna ad accoglierla, a custodirla e a meditarla incessantemente: “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). Immagine perfetta della Chiesa, Maria si lascia plasmare dalla Parola di Dio: “Avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). E l’ascolto si fa dono d’amore: la Vergine dell’annunciazione va da Elisabetta a soccorrerla nella sua necessità. Donna dell’ascolto, Maria si presenta nella visitazione come Madre dell’Amore: “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?” (Lc 2,43). La sua voce è portatrice della gioia messianica: “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo” (v. 44). La sua beatitudine è aver ascoltato e creduto alla Parola dell’Eterno: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” (Lc 2,45). Maria è così il modello del credente: lo è nell’ascolto docile e obbediente, nell’accoglienza profonda, nel dono generoso, nella capacità di contagiare gioia e speranza attraverso la sua stessa voce, che annuncia le meraviglie di Dio. Lo è nell’intercessione e nel canto della lode, di cui il Magnificat è l’esempio più alto. A Maria - creatura della Parola, che intercede per noi nella gloria di Dio - il discepolo dovrà chiedere di aiutarlo a vivere come Lei in ascolto della Parola, per accogliere in sé il Verbo della vita e portarlo agli altri, nella trasparenza e nell’impegno di tutti i giorni. Come insegna l’esperienza spirituale di tutte le stagioni della fede cristiana, pregare con Maria, affidarsi alla Sua intercessione, aiuta a custodire e vivere le divine Scritture. Maria ci accompagna come Madre a imitare il discepolo dell’amore che Le fu affidato e a cui Lei stessa fu affidata dal Redentore crocifisso: quel discepolo che ci insegna che solo l’amore apre alla conoscenza dell’Amato. “Poteva comprendere il senso delle parole di Gesù, soltanto colui che riposò sul petto di Gesù” [15].

La mia riflessione si chiude così con l’invito - caro alla Chiesa d’Oriente - a poggiare il nostro capo sul petto del Signore, come il discepolo amato nell’Ultima Cena (cf. Gv 13,25), per ascoltare le parole di Gesù, lasciando che il Suo cuore parli al nostro! È quanto chiedo a Dio per me, per quanti Dio mi affida, tutti affidando “al Signore e alla Parola della Sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità con tutti i santi” (cf. At 20,32). Lo faccio con l’aiuto del grande discepolo della Parola di Dio che fu Agostino, con le parole con cui egli chiude il De Trinitate: si tratta dell’invocazione, che dovrebbe far propria ogni discepolo della Parola e del Silenzio di Dio: “Signore mio Dio, unica mia speranza, fa che stanco non smetta di cercarTi, ma cerchi il Tuo volto sempre con ardore. Dammi la forza di cercare, Tu che ti sei fatto incontrare, e mi hai dato la speranza di sempre più incontrarTi. Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza: conserva quella, guarisci questa. Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza; dove mi hai aperto, accoglimi al mio entrare; dove mi hai chiuso, aprimi quando busso. Fa’ che mi ricordi di Te, che intenda Te, che ami Te... Amen!” [16].

NOTE

1) Le postmoderne expliqué aux enfants, Èditions Galilée, Paris 1988, 27: “Nous avons assez payé la nostalgie du tout et de l’un, de la réconciliation du concept et du sensible, de l’expérience trasparente et communicable”.
2) Ed è subito sera, in S. Quasimodo, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1990, 23.
3) Commento ai Salmi, 64, 2s.
4) A. Neher, L'esilio della Parola. Dal silenzio biblico al silenzio di Auschwitz, Casale Monferrato 1983.
5) S. Kierkegaard, Diario, a cura di C. Fabro, III, Morcelliana, Brescia 1980, 1229: orig. VII1 A 131.
6) Commento al Profeta Isaia, PL 24,17.
7) Cf. Concilio Vaticano II, Costituzione sulla divina rivelazione Dei Verbum, 5.
8) Anastasio il Sinaita, Anagogica Contemplatio in Hexaemeron 4: PG 89,1076 CD.
9) Tertulliano, De praescriptione haereticorum (200 circa), 20: PL 2,32.
10) J.A. Möhler, L’unità nella Chiesa, o.c., 51.
11) Concilio Vaticano II, Dei Verbum, 5.
12) San Gregorio Magno, Registro delle lettere, 5, 46.
13) È la via che seguo negli incontri del “laboratorio della fede”, rivolti soprattutto ai giovani: partendo da una figura biblica e narrandone la storia in ascolto dei testi, cerco di presentare il cammino di fede del personaggio biblico, che diventa così un testimone, di cui si scopre l’eloquenza contagiosa della vita, delle scelte, del dono di sé fino alla fine.
14) S. Giovanni della Croce, Sentenze. Spunti di amore, n. 21, in Opere, Roma 19672, 1095.
15) Origene, In Joannem 1,6: PG 14,31.
16) S. Agostino, De Trinitate, 15, 28, 51.

Convegno Biblico Nazionale dal titolo “La parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, svoltosi dal 18 al 20 aprile scorso presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma in preparazione alla XII Assemblea del Sinodo dei Vescovi (5-26 ottobre 2008).