Lasciarsi evangelizzare

dalla Parola di Dio


tappa previa e prioritaria della nuova evangelizzazione


Juan J. Bartolomé

“Nutrirci della Parola, per essere «servi della Parola» nell'impegno dell'evangelizzazione: questa è sicuramente una priorità per la Chiesa all'inizio del nuovo millennio”[1]
“Viviamo in tempo di crisi e di disinganno. La società moderna è rimasta senza un chiaro orizzonte che lasci spazio per una nuova speranza. È diminuita, fino quasi a scomparire, l’attesa stessa di poter udire realmente una buona notizia per l’umanità”. In tale situazione “l’annuncio cristiano dev’essere oggi orientato di preferenza a suscitare la fede di coloro che non credono e a ravvivarla in coloro per cui non costituisce più il principio informatore della loro vita e del loro impegno reale e quotidiano. Sono tempi in cui non dobbiamo dare per scontata la fede, almeno come una adesione viva e operante a Gesù Cristo. Per questo, non è il momento di dedicarsi a spiegazioni secondarie. E nemmeno ha molto senso esigere impegni o cambi di comportamento quando manca proprio la conversione a Dio e la decisione iniziale per il Vangelo. Sarebbe come chiedere dei frutti senza rinnovare le radici”.[2]

1. Immersi in una ‘eclissi di Dio’[3]

La diagnosi, preoccupante, è lucida e coraggiosa: oggi noi credenti stiamo vivendo un periodo in cui ciò che sentiamo di più è l’assenza di Dio e ciò che percepiamo meglio è il suo silenzio.
Tempi addietro, Martin Heidegger aveva commentato che la realtà non era più dimora di Dio, che non riusciva a fondare, visibilmente ed efficacemente, l’esistenza del mondo e dell’umanità; giunse ad affermare che vi era qualcosa ancora peggiore di questa mancanza di Dio che tanto impoverisce il nostro tempo; l’estrema povertà dei nostri tempi risiederebbe, piuttosto, nella manifesta incapacità di riconoscere come povertà tale mancanza di Dio[4]. Quel che più di mezzo secolo fa – la citazione è del 1950 – è stato diagnosticato come situazione epocale è oggi una realtà ecclesiale quotidiana.
Sono sufficienti due testimonianze, tanto crude quanto azzeccate; il fatto che i loro autori siano tra noi riconosciuti come professionisti dell’etica li rende ancora più rilevanti. “Essere ateo o non esserlo, essere deista o no, e portare, di conseguenza, argomenti contro o a favore di un essere che sia il principio e il fine delle cose del mondo e delle norme degli uomini è qualcosa di marginale nella nostra vita sociale, estraneo allo spirito della nostra epoca… Quel che è normale e diffuso ai nostri giorni è che un uomo adulto e ragionevolmente istruito non sia né credente né incredulo, ma che si disinteressi di tali questioni. E se, a livello personale, qualcuno continua ad essere credente, si dà per scontato che tale persona, in quanto normale e partecipe dei canoni teorici e pratici vigenti, orienterà la propria vita prescindendo da tale religiosità”[5]. “La religione fa parte del nostro passato e si conserva come una presenza laterale, al margine del pensiero e della vita… Amare se stesso e non privarsi di nulla è il fine immediato e indiscutibile dell’esistenza”[6].

1.1 Scarsezza di ascoltatori di Dio

La situazione spirituale che stiamo attraversando si caratterizza non tanto per una ostinata negazione dell’esistenza di Dio, quanto per l’apparente rifiuto a parlare di se stesso che mantiene Dio; non è che si parli poco di Dio – si continua a parlarne – ma il fatto è che sembra che Dio abbia scelto il silenzio. E se no, quanti sono i credenti che possono dire che odono abitualmente Dio? Ebbene, possiamo presumere che saranno sempre di meno coloro che si mantengono volontariamente in ascolto di Lui!
Questa scarsità di ascoltatori di Dio all’interno della comunità ecclesiale è tanto più sorprendente in quanto , come probabilmente in nessun’altra epoca della sua storia, la Chiesa si sta sforzando di ascoltare e di accogliere la voce degli uomini, per dare voce a coloro che non hanno voce. Ciò fa riflettere: una maggiore sensibilità verso i problemi attuali coincide con una minore capacità di ascoltare Dio; è come se l’attenzione migliore che i credenti prestano alle urgenze del loro mondo stesse procurando loro maggiori disattenzioni da parte del loro Dio.
Cito nuovamente un testimone della nostra epoca. “Vengono – parla degli apostoli – da Dio e cercano il mondo secolare. Hanno Dio alle loro spalle e il mondo davanti. Non mettono in dubbio che, per essere inviati da Cristo al mondo, devono rimanere un tempo sufficiente presso di Lui; ma ritengono di aver già fatto ciò. Sono immersi nell’azione e suppongono in buona fede, riguardo a se stessi e agli altri, di avere concluso il periodo di contemplazione. E se la coscienza ricorda loro occasionalmente che la contemplazione non rilascia nessun certificato di maturità, o che sono ancora immaturi, reagiscono prontamente col motto contemplativus in actione, che significa praticamente che la persona attiva è già abbastanza contemplativa; non esiste altra maturità o maggior età che l’azione. È il motto di molti cristiani moderni, chierici e laici, di cui si può sospettare che abbiano preso il nome di ‘missione’ come tatuaggio evangelico per la loro fuga da Dio. Si manifesta così la gravità della crisi che soffre la tendenza attuale della Chiesa”[7].
Immersi come siamo “in una situazione di eclisse culturale di Dio, di occultamento della sua presenza”, “ci impegniamo a cercare l’incontro con lui negli stessi termini dei momenti di visibilità apparente e di unanime riconoscimento sociale. Non ci accorgiamo che Dio ha molti modi di farsi presente e che il silenzio su di lui è un modo suo di parlare; vi sono momenti in cui l’incontro deve avvenire sotto forma di domanda, di nostalgia e di attesa… Le nostre comunità e noi personalmente abbiamo bisogno di incarnare l’indispensabile esperienza del Signore in una spiritualità che corrisponda ai tempi che corrono, in una società secolarizzata, con una forma di vita profondamente trasformata ed un predominio culturale dell’incredulità”[8].
Il passo da fare è stato definito come passaggio da un cristianesimo praticante a un cristianesimo confessante[9]. Senza un nuovo modo di sperimentare ciò in cui si crede, la fede non ha un avvenire: “il cristiano del futuro sarà mistico o non sarà cristiano”[10]. È un fatto che nel nostro mondo oggi predomina una indifferenza religiosa militante che esige ad ogni istante decisioni personali di fede che non potranno più basarsi sulle usanze, né sul contesto sociale, né sulle tradizioni ricevute. Oggi non si deve dare per scontata la fede, nemmeno in coloro che si considerano credenti. Non è più sufficiente affermare l’esistenza di Dio; non basta contare su Dio, se poi in pratica non si fa assegnamento su di Lui.

1.2 Irrilevanza del credente

La crisi religiosa attuale affonda le sue radici, più che nella negazione di Dio, proprio nel metterlo attivamente a tacere. Se non gli si riconosce il diritto a farsi presente come Signore unico nel mondo, nella società, nel proprio cuore, se ne misconosce non già il potere, ma l’esistenza stessa. Pur senza blasfemie esplicite, ma con non minor efficacia, si sta negando a Dio di occupare uno spazio nella vita degli uomini. La lotta per l’anima di questo mondo, di cui parlò Giovanni Paolo II[11], si sta oggi ingaggiando nei centri di potere così come all’interno di ogni cuore.
Di conseguenza si mettono in questione le credenze – i credenti! – con sorprendente facilità o vengono emarginate/i socialmente con disinvoltura, tanto sottilmente quanto efficacemente. Che sia ben poca la significatività dei credenti per i loro contemporanei è un fatto troppo evidente perché lo si possa negare; quasi senza violenze, il credente si vede ignorato, lo si esilia dal mondo, si mettono in piazza le sue debolezze e se ne tacciono le prodezze. Ma ciò non è ancora il peggio.
Il peggio si è che i credenti non sembrano preparati ad assumere le conseguenze di questa situazione (supposto che se ne rendano conto, il che sarebbe già molto). A questa perdita di significatività sociale noi credenti stiamo rispondendo con una certo stordimento: o cerchiamo di conservare la fede individuale nella propria intimità, oppure cerchiamo di viverla in ambienti accoglienti, per via di gruppi molto ridotti ed omogenei. Nel primo caso, il pericolo è di privatizzare la fede, come se si trattasse di un sentimento personale, qualcosa di molto intimo che non interessa se non a colui che lo possiede, un tesoro che si difende nascondendolo; si vive nel mondo, ma il vero focolare è il proprio cuore. Nel secondo caso, si presenta la tendenza al settarismo o all’elitarismo: si considerano buoni esclusivamente coloro che sono buoni nei confronti dell’interessato o del proprio gruppo; pur vivendo nel mondo, non si vive per il mondo; fraternità e missione sono dei doni da riservare a quelli che mi sono vicini. In entrambi i casi si manifesta un indebolimento nel vissuto comunitario della fede, uno sganciarsi dalla Chiesa; ci si allontana dalla celebrazione comunitaria della fede e si smette di frequentare gli ambienti e i mezzi ordinari della salvezza.
Se tale diagnosi è corretta, la comunità credente dovrebbe reagire con rapidità, se vuole davvero mantenere un rapporto autentico con un Dio sempre meno evidente, se non del tutto assente, nel mondo. Come confessa un altro testimone dei nostri giorni, “non credo che sia possibile attraversare indenni questo deserto spirituale che è il mondo occidentale contemporaneo, se il cristiano oggi – molto più che il cristiano di venti, trenta, cinquanta anni fa – non si nutre del gusto personale per la Parola di Dio”[12].

2. ‘Ora dell’evangelizzazione’

Pur trattandosi già di un’impresa considerevole, oggi non basta mettere a salvo la propria fede, facendosi personalmente responsabile di essa. Il cristiano nasce non quando afferma di credere, ma tutte le volte che dà testimonianza della propria fede: “Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare”[13]. Anche per la Chiesa [che è in Spagna] l’ora attuale è ora di evangelizzazione. Questa missione comporta delle esigenze interne di irrobustimento religioso e di purificazione evangelica”[14]. In tutto ciò, dovremmo riconoscere “l’azione dello Spirito Santo, che attraverso la Parola intende rinnovare la vita e la missione della Chiesa, chiamandola ad una continua conversione e inviandola a portare l’annuncio del Vangelo a tutti gli uomini”[15].

2.1 Nuova evangelizzazione o evangelizzatori nuovi?

La novità dell’evangelizzazione non consiste nel rinnovamento di contenuti o di convinzioni; come già scriveva Paolo ai Galati, quando ricordava loro la prima evangelizzazione, solo esiste un vangelo; non potendo essercene un altro (Gal 1,6-8), quello vero è sempre unico e nuovo. La novità dell’evangelizzazione non dipende nemmeno da una nuova presentazione del vangelo e meno ancora da una evangelizzazione rinnovata, in quanto ripetuta restando invariata. Convalidare quel che è risaputo porterebbe a dei fondamentalismi che, in un’epoca postcristiana come quella che stiamo vivendo, conducono ad una fuga all’indietro, ad un vicolo cieco. Pur urgendola, la nuova situazione spirituale dei destinatari non esige di per sé una evangelizzazione nuova; il fatto che i possibili ascoltatori del vangelo siano cambiati, siano diventati più sordi o immuni, non costringe a cambiare il messaggio.

2.1.1 Pregare per evangelizzare
L’evangelizzazione, oggi come ieri, dipende dagli evangelizzatori; o meglio, si basa sul presupposto che gli evangelizzatori siano essi stessi evangelizzati, poiché “solo una chiesa evangelizzata è in grado di evangelizzare”[16]. Per essere un autentico evangelista oggi bisogna essere un buon credente; e per diventare buon credente bisogna avere una buona pratica della preghiera. La ‘novità’ della predicazione cristiana si fonda sulla qualità di vita dell’evangelizzatore, sulla sua esperienza sempre nuova del Dio vivo. Se il vangelo predicato è alla base della nostra vita – di tutta e da solo – la nostra predicazione sarà attendibile.
Il ministro del vangelo – sacerdote o laico – che non abbia avuto in cuore il vangelo, fattone oggetto di contemplazione e motivo di preghiera – non riuscirà a mantenerlo sulla sua bocca come tesoro di cui parlare, né lo avrà nelle sue mani come un dovere ineludibile. “Se l’evangelizzazione deve incentrarsi, come pare, sull’aiutare la gente a conoscere Dio e credere amorosamente in Lui, dovrebbe trattarsi di un ministero particolarmente adatto a coloro che hanno voluto mettere la propria vita in ascolto della Parola di Dio e al servizio della sua volontà”[17]. Come ci ha ricordato Benedetto XVI, in armonia con il pensiero dei Padri[18], “l’ assidua lettura della sacra Scrittura accompagnata dalla preghiera realizza quell’intimo colloquio in cui, leggendo, si ascolta Dio che parla e, pregando, gli si risponde con fiduciosa apertura del cuore”[19].
La nuova evangelizzazione, pertanto, ha bisogno di nuovi credenti, uomini appassionati di Dio e del suo regno, senza altri svaghi o altri passatempi. “La chiamata alla nuova evangelizzazione è anzitutto una chiamata alla conversione”[20], una conversione che passa necessariamente per il ritorno a coltivare la Parola di Dio: “leggere ed amare la Scrittura” è qualcosa in più che farne una lettura edificante, è “un immergersi interiormente nella presenza della Parola”[21]. Infatti, “una spiritualità cristiana che non si basi sulla Parola difficilmente sopravvivrà oggi in un mondo così complesso come il nostro”[22].

2.1.2 Ritornare alla contemplazione
A questo riguardo mi pare illuminante quanto occorso alla primitiva comunità apostolica. In seguito al successo della sua prima evangelizzazione, la chiesa di Gerusalemme (At 2,14-41; 3,12-26; 5,12-16) dovette affrontare l’ostilità del suo ambiente sociale, persecuzioni comprese (At 4,1-22; 5,17-33), e gravi tensioni al proprio interno (At 6,1-7), che ne misero a prova la sopravvivenza e il clima di fraternità che l’aveva animata fin dal principio (At 2,42-47; 4,32-35).
Il conflitto che contrapponeva i cristiani di origine giudaica a quelli di provenienza ellenistica non era, certamente, solo di natura sociale (At 6,1); le tensioni venivano alimentate da differenze culturali ed anche da divergenze nelle convinzioni di fede che entrambi i gruppi sostenevano (cf. At 7,2-8,1; 15,1-3). Di fronte all’incombente minaccia di una divisione, gli apostoli optarono per la creazione di un nuovo ministero – la prima istituzione ecclesiale – che curasse il servizio della mensa comune ed evitasse la separazione, assicurando un servizio differenziato all’interno di una comunità già pluralistica. D’accordo con la comunità, gli apostoli elessero sette uomini, su cui pregarono ed imposero le mani ed affidarono loro il “servizio delle mense” (At 6,3). Non dovendo prestare tanta attenzione all’assistenza quotidiana (At 6,1), essi potevano “dedicarsi alla preghiera e al ministero della Parola” (At 6,4). Assistite le comunità nei loro bisogni più urgenti, i dodici apostoli ritornarono a ciò che ‘non era bene aver trascurato’, “l’annuncio della Parola di Dio” (At 6,2).
Quel modo di agire apostolico, oltre che esemplare, continua ad essere normativo. Chi deve darsi alla predicazione salva l’unità della fede ritornando ai compiti fondamentali: la preghiera personale ed il servizio della Parola. Devono, quindi, ritornare all’essenziale gli evangelizzatori che vedono in pericolo i risultati del loro sforzo evangelizzatore. Gli apostoli non possono trascurare la loro vita di preghiera né la predicazione, solo perché devono curare la vita comune dei loro fedeli. Qualsiasi altro impegno, per urgente che possa sembrare, deve passare ad altre mani; ricuperando la preghiera e la Parola di Dio, gli apostoli mettono al centro la loro missione e custodiscono la vita comune di quelli che sono loro affidati.
Anche se qui ci interessa piuttosto evidenziare la reazione del gruppo apostolico a dei problemi che per la prima volta misero in questione la vita comune nella Chiesa, non è superfluo - anche se di passaggio – ricordare a quanti oggi si dedicano all’evangelizzazione che essa, se è autentica, provoca anche pressioni esterne e tensioni interne che l’apostolo affronta efficacemente se ritorna al suo dovere fondamentale, la preghiera personale e il servizio della Parola.
Colui che vuole parlare in modo convincente di Dio – sacerdote[23], religioso[24] o laico[25] – deve aver parlato frequentemente con Lui: la dimensione contemplativa è una necessità urgente per la missione profetica del testimone di Dio. Oggigiorno “c’è bisogno di un cristianesimo che si distingua innanzitutto nell’arte della preghiera”[26], un’arte che dev’essere imparata ed esercitata; imparare a pregare dev’essere “un punto qualificante di ogni programmazione pastorale”[27] nella Chiesa. “La Parola di Dio è” - come affermò Giovanni Paolo II – “la prima sorgente di ogni spiritualità cristiana”[28].

2.2 La pedagogia dell’ascolto

Non dovrebbe sorprendere il fatto che oggi siano così pochi quelli che prestano ascolto a Dio. Viviamo immersi in una cultura dell’immagine, facciamo prevalere la visione delle cose come mezzo di comunicazione e come strumento di conoscenza: abbiamo bisogno di vedere per sapere e per dialogare; consideriamo come sconosciuto quel che non abbiamo visto e quanto è sconosciuto ci risulta imprevedibile; vedere la realtà ce la rende familiare, meno affascinante ma maneggiabile. La parola è rimasta relegata ad una funzione subordinata, non esprime più l’essere delle cose, né il nome definisce le persone; stiamo perdendo sensibilità nei confronti della parola, orale o scritta.
Al contrario della visione, che è un evento chiuso in se stesso, l’ascolto è una esperienza aperta, che tende alla realizzazione di quanto ascoltato. La visione è possessiva, cerca il piacere del vedente ed in generale riposa in lui; l’ascolto è reattivo, richiede dall’uditore attenzione e lo provoca all’agire.

2.2.1 La Parola, via di accesso da Dio a noi e da noi a Dio
Il Dio biblico ha escluso la visione come mezzo di rivelazione: non si è mai manifestato a qualcuno lasciandosi vedere; si è dato a conoscere sempre mediante la parola. Mosé, l’uomo che osò chiedere di vedere Dio faccia a faccia (Es 33,11), non poté vedere il volto di Dio, ma lo scorse solo di spalla (Es 33,20.23; cf. Es 24,10; Is 6,1). Israele, che non ha mai visto Dio, e nemmeno volle vederlo perché preferiva vivere (es 19,21; Dt 4,12), non potrà nemmeno immaginarselo (Es 20,4; Dt 5,8); gli è tassativamente proibito di rappresentare degli dei, che sarebbero pur sempre fattura delle sue mani, pensati a misura dei propri bisogni (Dt 4,16-20.23-29). Del resto, il Creatore, tra le sue creature, ne ha già modellata una, il genere umano, fatta a sua immagine e somiglianza (Gn 1,16-27). Il Dio Alleato, che sta sempre a favore dei suoi, non abbisogna di alcuna figura per farsi sentire: non si impone con la sua presenza , bensì con la sua voce (Dt 4,12.15).
L’esperienza di Dio nella Bibbia è un evento sensibile ma non visivo: non sono i veggenti, ma gli obbedienti che riescono a vedere Dio e sono suoi intimi (Lc 8,19-21; 11,27-28). Il credente, ascoltandola, riesce a vedere la Parola (Dt 4,9), cioè “guarda le Scritture come il volto di Dio”, “impara a riconoscere il cuore di Dio nelle Sue parole”[29].
È probabile che le nostre difficoltà a sentire Dio, presentendone la voce, nascano dalle resistenze, non sempre culturali, che sorgono dal fatto di non lasciarci guidare solo da parole, dal non fidarci più di promesse, anche se esse vengono dal nostro Dio. Continuiamo, come Maria accanto al sepolcro, a voler vedere e trattenere il Risorto per uscire dal dubbio se è Lui o un estraneo che ci parla (Gv 20,10-17). Ci riesce insopportabile una vita di fede che implica lo star sempre in ascolto di un Dio invisibile e, pertanto, imprevedibile, minaccioso. Un Dio che non possiamo raggiungere con gli occhi né toccare con mano, non sarà mai fattura nostra né qualcosa di manipolabile dal nostro cuore.

2.2.2 Due atteggiamenti per imparare ad ascoltare Dio
Un Dio da ascoltare sempre è un Dio con cui è difficile convivere; ma non ce n’è un altro. E questo comporta delle conseguenze. Mi permetto di segnalarne due a coloro che desiderano convivere con un Dio inimmaginabile ma non silenzioso, inconcepibile ma che parla. Per ascoltarlo occorrerebbe

Vivere come se si vedesse l’invisibile
Il credente deve prestare ascolto a Dio, ma non può vederlo; deve vivere come se vedesse l’invisibile (Eb 11,14); come un tempo Mosé, può e deve rinvenire la presenza di Dio nella propria vita, scoprendone le orme.
La vita per il credente è parola di Dio: siamo perché siamo stati ‘detti’, esistiamo perché Dio si è pronunciato a nostro favore. In tutto ciò che viviamo, Dio ci sta affermando contro il nulla, contro l’assenza di vita, contro il peccato. Ascoltare Dio esige di porre la propria vita come oggetto di contemplazione. “Sì, in un certo senso Dio tace, perché ha già rivelato tutto. Ha parlato ‘nei tempi antichi’ per mezzo dei profeti ed ‘ultimamente’ per mezzo del Figlio (cf. Eb 1,1-2): in Lui ha detto tutto quanto doveva dire… Bisogna, quindi, ritornare ad ascoltare la voce di Dio che parla nella storia dell’uomo”[30], di quelli, soprattutto, “che hanno ‘abitato’ la Parola”[31].
Più che chiedersi se Dio significa qualcosa nella propria vita, occorre cercare come, quando, dove e, soprattutto, che cosa mi sta dicendo in quanto sto vivendo; è allora che scopriamo noi stessi “come presenza del Dio assente, come segno di Lui”[32].
Dio si rivela a noi mediante la sua parola, manifestazione innegabile della sua volontà di conversazione; comunicandosi a noi Dio si ‘estroverte’, apre la sua intimità, si svela. Dicendosi, Dio salva; rivelandosi, libera dal nulla. Quel che Dio dice, avviene: esiste solo quanto è stato pronunciato da Lui; parlando, Dio ci ha creati e ci ricrea parlandoci. Per il credente il cosmo e la storia sono prodotto e prova del talento conversatore del suo Dio; per questo, prestando attenzione alla realtà ed assumendo la propria storia, il credente riesce ad ascoltare Dio e a fare esperienza di Lui.
Se almeno cercassimo di farlo, ci libererebbe dall’ansietà e dallo sconcerto. Se siamo stati amati e, di conseguenza, esistiamo, siamo al riparo dalla casualità, dalla ‘routine’, dal caso. Tornando alla radice del nostro essere, a Dio, suo principio e fondamento, possiamo prendere le distanze dall’impellenza del da farsi quotidiano, senza isolarci né dal mondo né dai fratelli.

Imbattersi in Dio nel cuore della vita
Scoprire che esistiamo perché siamo stati amati comporta incontrare il volere di Dio nella propria vita, senza andare oltre.
Per il credente la vita ha in Dio non solo la sua origine, ma anche la sua meta. Colui che non vive perché così ha voluto, non può vivere in qualunque modo. La propria vita è stata programmata da Dio, è una chiamata dal nulla all’esistenza. Prima di seguire la propria vocazione occorre sforzarsi di scoprire la volontà di Dio; il progetto di vita che noi possiamo scegliere non sempre coincide con quella vocazione divina che è la nostra vita. Ciò impone, evidentemente, di “vedere il mondo [e contemplare noi stessi] con gli occhi di Dio”[33].
La testimonianza di questo Dio vivente con cui ci si incontra quando si intraprende il compito di vivere alla sua presenza e di assumere il suo volere come nostra incombenza, è il centro della nuova evangelizzazione. Il credente oggi fa esperienza di Dio immerso nella vita, in questa forma di esistere, e nei fini che Dio ha posto all’esistenza, che è stata pensata da Dio per lui. Oggigiorno essere inviati di Cristo ci obbliga a giungere ad essere maestri di fede, non perché arriviamo a sapere tante cose, ma perché – anche se non troppo – crediamo in Dio. E questo esige di esercitare la contemplazione come occupazione personale e, naturalmente, come servizio ministeriale. La nostra vita di credenti e i nostri impegni apostolici sarebbero carenti “se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto”[34].
Saremo testimoni di Dio non perché sappiamo parlare di Lui, ma perché abbiamo parlato con Lui:consapevolezza di essere di Dio, non nozioni su di Lui, dimestichezza con Lui e non chiacchiere è quel che attende da noi la nostra gente, o meglio, il popolo di Dio[35]. È Lui che ha bisogno di noi come ‘interpreti’ del kairòs, lettori della situazione storica nella prospettiva di Dio. Per non perdersi tra tanto rumore, né perdere la speranza di fronte alla presenza del male, bisogna fissare lo sguardo su Dio, nel cuore della sua Parola.

3. Creatura della Parola e suo servo

Come Maria, il credente che voglia portare il vangelo al suo prossimo (Lc 1,43), deve convertirsi da credente nella parola in servo di essa (Lc 1,38). Poiché Colui che lo ha voluto, che lo ha fatto a sua immagine, che gli ha dato l’essere, gli ha anche imposto il modo di esserlo.
Tale compito, da cui dipende il suo rapporto con Dio e che si realizza nella custodia del mondo e del fratello, costituisce un debito permanente dell’uomo, che viene saldato nella misura in cui, custodendo il creato a nome di Dio e al suo posto, si mantiene in dialogo con Dio. L’uomo è l’unica creatura che, a somiglianza del suo Creatore, ha la capacità di parlare; nato da un colloquio, non trova riposo finché non incontra qualcuno, simile a lui, con cui conversare. Collocato nel mondo come rappresentante del suo Creatore, è amministratore della creazione e deve rispondere di essa.

3.1 Silenzio e contemplazione di Dio

Il silenzio davanti a Dio non è tempo inutile, svuotato di occupazioni e di senso, sempre che proceda dallo stupore e dal rispetto che Dio si merita e che suscita; è la migliore provocazione a nostra disposizione per indurlo a parlare.
Nella situazione attuale, in ogni caso, non è solo il credente che si mantiene in silenzio; è Dio che vi si è rifugiato. Vi sono indizi sufficienti per sospettare che Dio si sia ritirato un po’ da questo nostro mondo per obbligarci ad uscire a cercarlo; mediante la pedagogia del silenzio Dio può cercare di sottometterci alla sovranità della sua parola. Finché sentiamo la mancanza della sua voce vicina, gli rimangono magari delle speranze che non lo abbiamo dimenticato del tutto; il fatto di rammaricarci per il suo silenzio prova che ne apprezziamo la conversazione. Facendoci soffrire con la sua parola negata, vivremo adorandola, immaginandola, scoprendola tra tanto rumore e così ci troverà meglio preparati quando si degni di dirigercela. Il Maestro, diceva Agostino, insegna dentro la persona stessa, rendendo inutili le voci che provengono dall’esterno.
Ecco perché potremmo benissimo convertire la solitudine in cui viviamo in preannuncio della sua presenza rinnovata; osservando con rispetto il silenzio che Dio vuole imporci, ci stiamo disponendo a ricevere con gioia qualunque sua parola e possiamo intuire il minimo dei suoi gesti, come fa il servo che vive attento guardando la mano del suo Signore (S 123,2). Ricorrendo al silenzio, il Dio che è Parola si propone di educarci ad un maggior rispetto delle sue parole e ad un atteggiamento più costante di ascolto: rimanendo in silenzio, Dio può costringerci alla contemplazione, ad una vita di preghiera che fa della vita preghiera, come cammino di andata verso di Lui, e dall’obbedienza come modo di incontrarlo.
L’uomo biblico, per il solo fatto di esistere, diventa orante. La sua vita è un dialogo con quel Dio che lo ha voluto, e che volle mettere nelle sue mani il mondo e la vita altrui. Tutto ciò che la vita gli presenta può essere motivo di preghiera, perché soggetto a responsabilità: non esiste nessuna situazione umana indegna di essere comunicata, commentata, dialogata con Dio. Infatti Colui che ha dato inizio alla nostra vita con la sua parola si attende da noi una risposta viva, una parola pronunciata con la vita di cui gli siamo debitori.
Si può arrivare a perdergli tutto il rispetto, pur di non perdere Lui del tutto, come fece Giobbe (Gb 3,1-42,6); si può persino morire rinfacciandogli il suo abbandono, come fece suo Figlio (cf. Mc 15,34.39), ma non bisogna tacere: chi deve la propria vita ad una Parola di Dio, non può rimanere in silenzio alla Sua presenza. Chi tace davanti a Dio ha finito di esistere per Dio; Egli ci ha immaginati in conversazione e siamo sua immagine se, davanti a Lui, non perdiamo la parola: solo i morti non possono ricordarlo né raccontare le sue meraviglie; solo i viventi lo lodano (cf. S 6,6; 88,11-13; Is 38.18).

3.2 La vita comune, un luogo per l’ascolto

Dio quando parla, convoca (S 49,1-4); riunisce in assemblea il suo uditorio. Il Dio biblico parla sempre per il popolo, anche quando dialoga con un individuo. Quando parla, la voce del Signore ascoltata congrega (raduna) i suoi uditori: l’ascolto della Parola è all’origine della vita comune.
Certamente è il Deuteronomio il libro biblico che con maggior insistenza ha presentato l’ascolto di Dio come norma e assicurazione di vita per il suo popolo (Dt 4,1; 5,3; 6,3; 8,1; 12,1; e di morte!, cf. Dt 8,19-20; 30,19-20). Nella redazione attuale si presenta come un lungo discorso con cui Mosè prende congedo da Israele, prima che questi inizi la sua entrata nella terra promessa (Dt 1,1-5). In realtà, il libro presuppone un soggiorno secolare in quella terra ed una esperienza di comprovata infedeltà nei confronti di Dio: i beni che si promettono sono dei doni persi e le pene che si possono prevedere sono una sofferta realtà. Il redattore si è valso di questo artificio per ottenere che la sua opera sia accettata e – quel che più importa – che si prenda sul serio il suo reiterato imperativo: ascolta, Israele (Dt 4,1; 5,1; 6,4; 9,1).
Questo popolo che viene continuamente richiamato a ricordare il proprio dovere di ascoltare Dio, è un popolo che l’ha dimenticato e che ha pagato la sua mancanza di memoria con la divisione nazionale, l’idolatria e la disuguaglianza sociale: ha perso la terra, la pace e i fratelli; ed è sul punto di perdere Dio e se stesso. Il richiamo all’ascolto di Dio è, quindi, più che un comando, un invito a ricuperare la fedeltà e la garanzia della sua sopravvivenza: il popolo che nasce dalla parola di Dio conta solo sul Dio della parola; nell’ascolto di Lui è sicuro l’avvenire.
“Sorpresa e intimamente colpita”, “la Chiesa confessa di essere continuamente chiamata e generata dalla Parola di Dio”[36]. La perdita di senso di appartenenza alla comunità credente, i tentativi di andare da solo verso Dio o l’inutile sforzo di dialogare con Lui in privato e su qualcosa di personale, ci rendono impossibile l’incontro con la Parola che è Dio. Solo nella comunità, che è nata dall’ascolto di Dio ed in essa rinasce, vi è certezza di sentire Dio: solo quando si trova in assemblea il credente oggi confessa che la Scrittura letta è Parola proclamata del suo Dio. “Portare la Parola è una missione forte che implica un sentire profondo e convinto “cum Ecclesia”. Uno dei primi requisiti è la fiducia nella potenza trasformante della Parola nel cuore di chi l’ascolta. … Un secondo requisito, oggi particolarmente avvertito e credibile, è di annunciare e testimoniare la Parola di Dio come sorgente di conversione, di giustizia, di speranza, di fraternità, di pace. Un terzo requisito è la franchezza, il coraggio, lo spirito di povertà, l’umiltà, la coerenza, la cordialità di chi serve la Parola”[37].

3.3 Prendersi cura del fratello, la risposta dovuta

È molto significativo che la Bibbia cominci il suo racconto presentando la creazione dell’uomo come parola di Dio e che lo continui con una descrizione del tentativo ripetuto di quest’ultimo di fuggire dalla presenza di Dio e in tal modo sottrarsi all’obbligo di rispondergli (Gn 3,9; 4,9). Non dovremmo dimenticarlo: chi non ha voluto rispondere davanti a Dio (Gn 3,8-9), quando si scopre la sua disobbedienza, non ha potuto garantire la vita e la responsabilità nella sua famiglia (Gn 3,19; 4,8): il padre irresponsabile davanti a Dio generò figli fratricidi; evitò di assumere la propria responsabilità e provocò la morte dei suoi.
Colui che non trovò motivi per proseguire il dialogo che tutti i giorni manteneva col suo Dio, è successo che non ha potuto garantire che i suoi figli rimanessero in dialogo e diventassero prossimi. La fuga da Dio genera irresponsabilità, perché è da essa a sua volta generata; e rifiutarsi di rispondere del fratello ne svela l’assassino alla presenza di Dio (Gn 4,9-11): chi ha messo a tacere il prossimo nella sua vita cerca il silenzio davanti a Dio. Chi non si sente chiamato ad essere guardiano di suo fratello (Gn 4,9), non è degno di essere riconosciuto da Dio come figlio; chi non riconosce come suo prossimo il fratello di cui aver cura, non troverà parole da dirigere al suo Dio, né avrà consapevolezza delle sue cure.
Impressiona, più ancora per la sua precisione che per la gravità dell’analisi, rendersi conto che Dio identificò il primo omicida nel fratello che cercava di disimpegnarsi dal proprio fratello, non volendo render conto di lui. In seguito alla pretesa liberazione da ogni responsabilità nei confronti di Abele, Dio poté intuirne l’assassinio già consumato da Caino (Gn 4,9-10). Caino credette che rifiutandosi di rispondere a Dio circa il luogo in cui si trovava suo fratello, si sarebbe liberato dalla richiesta divina; invece mise in evidenza il suo crimine: rifiutando di sapere qualcosa del fratello, svelò il fratricidio commesso poco prima.
Dandoci dei prossimi, Dio ci ha affidato la loro custodia come compito; rifuggendo dalla nostra responsabilità non occulteremo il nostro peccato; rifiutandoci di parlare con Dio, che vuole parlarci dei nostri fratelli, non ci libereremo né del nostro peccato né di Dio. E la condanna è evidente: come il primo omicida, chi non custodisce suo fratello dal male diventa uno straniero in questa terra (Gn 4,14); esiliato – e da Dio – fu il primo omicida, perché non merita una dimora familiare né riposo chi non si rende responsabile della vita del fratello.
Solo prestando attenzione a Dio non priveremo il prossimo delle nostre attenzioni: è l’obbedienza al Padre quel che ci fa fratelli; nessuno che abbia contemplato Dio rifugge dalla contemplazione del fratello in quanto tale: chi ha dato retta a Dio, non tralascia di prestare le proprie attenzioni al fratello.
Oggi come sempre evangelizzeranno coloro che sono evangelizzati. Prima che il vangelo occupi le nostre giornate e le nostre mani, dovrà essersi impadronito del nostro cuore. Nessuno si occupa in modo credibile del vangelo, se prima non si è lasciato occupare da esso. Chi è chiamato ad evangelizzare deve dedicarsi, come i primi apostoli, alla preghiera e all’ascolto della Parola.

NOTE

[1] Giovanni Paolo II, Novo Millennio Inneunte. Lettera Apostolica, 6 gennaio 2001, 40.
[2] Evangelizar en tiempo de increencia. Lettera Pastorale dei Vescovi di Pamplona y Tudela, Bilbao, San Sebastiàn y Vitoria, 1994, nn. 53. 59. Il corsivo è mio.
[3] M. Buber, El eclipse de Dios. Buenos Aires, 1970
[4] Cf. M. Heidegger, Sentieri interrotti. Firenze 1968, 247-249.
[5] J. Sádaba, Saber vivir. Madrid 1984, 78-90.
[6] V.Camps, Virtudes pùblicas. Madrid 1990, 9-10.
[7] Hans U. von Balthasar, Quién es cristiano. Salamanca 2000, 30-31.
[8] J. Martin Velasco, El malestar religioso de nuestra cultura. Madrid 1994, 188.
[9] Cf. J. Martin Velasco, Increencia y evangelización. Del diálogo al testimonio. Santander 1988, 131-142
[10] K.Rahner, ‘Elemente der Spiritualitaet in der Kirche der Zukunft’, in Schriften der Theologie, vol. 14. Einsiedeln 1980, 375.
[11] Giovanni Paolo II, Cruzando el umbral de la esperanza. Barcelona 2004. 125.
[12] C.M. Martini, Per una santità di popolo. Bologna 1986, 445.
[13] Paolo VI, Evangelii Nuntiandi. Esortazione apostolica (08.12.1975) 14.
[14] CEE, Testigos del Dios vivo. Reflexiòn sobre la misiòn e identidad de la Iglesia en nuestra sociedad. Madrid 1985, 45.
[15] Sinodo dei Vescovi, La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. Lineamenta (2007) 3.
[16] IV CELAM, Nueva evangelizaciòn. Promociòn humana. Cultura cristiana. 23.
[17] F. Sebastián, Nueva evangelización. Fe, cultura y política en la España de hoy. Madrid 1991, 190.
[18] “Attendi con assiduità alla preghiera e alla lectio divina. Quando preghi parli con Dio, quando leggi è Dio che parla con te” (San Cipriano, Ad Donatum, 15: CCL IIIA, 12). “La tua preghiera è la tua parola rivolta a Dio. Quando leggi la Bibbia è Dio che ti parla; quando preghi sei tu che parli a Dio” (Sant’ Agostino, Enarrat.. in Ps 85,7: CCL 39, 1177).
[19] Benedictus XVI, Ad Conventum Internationalem: La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa (16 septembris 2005): AAS 97 (2005), 957.
[20] Giovanni Paolo II, Discorso di apertura a Santo Domingo, 7.
[21] Benedictus XVI, Discorso ai Vescovi della Svizzera (7 novembre 2006): L’Osservatore Romano (10 novembris 2006), 4.
[22] C. M. Martini, Perché Gesù parlava in parabole. Bologna 1988, 114.
[23] Vaticano II, Presbyterorum Ordinis, 13.
[24] CIVCSVA, Ripartire da Cristo. Un rinnovato impegno della Vita Consacrata nel terzo Millennio, Istruzione (19.05.02) 25.
[25] Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte (2001) 32.
[26] Ibidem, 32.
[27] Ibidem, 34. Il corsivo è mio.
[28] Giovanni Paolo II, Vita Consacrata. Esortazione Apostolica postsinodale (25 marzo 1996), 94: AAS 88 (1996), 469
[29] Gregorio Magno, Moralia I 16, 43; Epist. 31: PL 77, 706.
[30] Giovanni Paolo II, Varcando la soglia, 138.
[31] Sinodo dei Vescovi, La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. Lineamenta (2007) 13. Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica 825.
[32] C. M. Martini, En el principio, la Palabra. Bogotà 1991, 36.
[33] C. M. Martini, La dimensión contemplativa de la vida. Bogotà 1990, 49.
[34] Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte (2001) 16.
[35] “In questo cammino della Parola di Dio al popolo un ruolo specifico hanno le persone di vita consacrata. Esse, come sottolinea il Vaticano II, “abbiano quotidianamente tra le mani la Sacra Scrittura, affinché dalla lettura e dalla meditazione dei Libri Sacri imparino ‘la sovreminente scienza di Gesù Cristo’ (Fil 3,8)” (PC 6) e trovino rinnovato slancio nel loro compito di educazione e di evangelizzazione specie dei poveri, dei piccoli e degli ultimi” (Sinodo dei Vescovi, La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. Lineamenta (2007) 27).
[36] Sinodo dei Vescovi, La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. Lineamenta (2007) 18.
[37] Sinodo dei Vescovi, La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. Lineamenta (2007) 26.