Chiesa,

 

dove stai andando? 

 

Walter Kasper 

«Chiesa, dove stai andando?»: così chiedono oggi molti. Quasi tutto è in rapida trasformazione. Già 40 anni fa il concilio Vaticano II constatava: «L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’intero universo» (GS 4). Il mutamento ha nel frattempo enormemente accelerato la sua corsa. Tuttavia, diversamente rispetto agli anni Sessanta del secolo XX, il cambiamento oggi non produce più aspettative utopiche, bensì piuttosto insicurezza e paure per il futuro. Mancano prospettive di futuro e manca il coraggio di affrontare i problemi.

I giovani si trovano oggi in una situazione completamente diversa rispetto a quando io ero un giovane prete. Conservo ancora un ricordo vivo della sera del 25 gennaio 1959, quando, seduto con dei colleghi davanti alla radio (la televisione, con i suoi telegiornali, non c’era ancora), ascoltammo la notizia: papa Giovanni XXIII, nella basilica di san Paolo fuori le mura, aveva annunciato un sinodo romano, una riforma del diritto canonico e un concilio ecumenico, il concilio Vaticano II. La notizia ebbe l’effetto di una bomba. Noi eravamo come elettrizzati. Nessuno lo avrebbe mai pensato. Le aspettative si moltiplicarono. Molti si aspettavano un’apertura religiosa ed ecclesiale, e una nuova primavera della chiesa.

In effetti il concilio, con la riforma della liturgia, con l’importanza attribuita alla Bibbia e al rinnovamento biblico della spiritualità, con la partecipazione dei laici, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e così via ha portato molti buoni frutti. Il concilio può essere una specie di bussola per il cammino della chiesa nel secolo XXI.

Tuttavia, i sogni carichi di speranza si sono avverati solo in parte. Dopo il 1968, invece che l’attesa primavera, seguì una erosione della vita ecclesiale. Le chiese si sono quasi ovunque svuotate, sia la morale privata che quella pubblica si sono ampiamente sganciate dalla dottrina della chiesa. Le vocazioni religiose da noi, nell’Europa occidentale, sono quasi dappertutto esigue. È sorto un mercato di offerte religiose e la chiesa non è più la sola ad offrire senso. Molti operatori pastorali e molti laici impegnati hanno perso coraggio. Essi si interrogano su che cosa accadrà. Non si può non constatare che l’Europa è diventata un paese di missione. Vescovi e teologi lungimiranti lo avevano già riconosciuto prima e durante la seconda guerra mondiale. Alfred Delp già nel 1942, a Fulda, aveva parlato della Germania come terra di missione; in Francia questa tesi fu sostenuta soprattutto nella profetica lettera pastorale del cardinal E.C. Suhard, Essor ou déclin de l’Eglise (1947).

In una simile situazione di crisi e di trasformazione è necessaria soprattutto una visione. Ogni singolo, ogni comunità e ogni popolo sono capaci di sopravvivere soltanto se animati da una visione e se portano in sé un sogno. Ciò vale anche per la chiesa.

La chiesa non ha bisogno di inventare di nuovo la sua visione; essa le è già data nel vangelo di Gesù, il vangelo del regno di Dio che viene (Mc 1,14s.). La speranza appartiene, per così dire, alla storia di fondazione della chiesa, le è scritta nel cuore. Ciò di cui manca è che, al presente, a stento le riesce di tradurre questa speranza in una visione concreta e in una concreta prospettiva pastorale. A questo riguardo la parola guida per una pastorale per l’oggi e il domani ci è stata data in modo chiaro dagli ultimi papi, e suona: nuova evangelizzazione. Non significa altro che annunciare di nuovo il messaggio, lieto e liberante, di Gesù. Questo programma viene raccolto da alcuni, specialmente dai recenti movimenti, in modo entusiastico; da altri esso viene scrutato con diffidenza e bollato come reazionario. Temono che la nuova evangelizzazione possa rivelarsi un nuovo indottrinamento. Perciò ci chiediamo: che cosa si intende con nuova evangelizzazione?

Evangelizzazione e nuova evangelizzazione

Evangelo e evangelizzare sono parole fondamentali della Bibbia. Esse si trovano già nei profeti dell’Antico Testamento, sono centrali sia in Gesù che in Paolo. Gesù definisce la propria missione brevemente e efficacemente come evangelizare pauperibus (annunciare ai poveri il lieto messaggio, Lc 4,18). Marco riassume tutto il messaggio di Gesù nella frase: «Egli annunciava il vangelo di Dio e diceva: il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,14s.). Paolo si autodefinisce «Apostolo scelto per annunciare il vangelo» (Rom 1,1; cfr. 1 Cor 1,17).

L’evangelo non è un libro, è la parola viva ed efficace che opera ciò che dice. Così nel vangelo si rivela la signoria di Dio all’interno del mondo e si fa presente in modo efficace nella storia. L’evangelo è un messaggio di vita, di giustizia, di libertà e di pace da parte di Dio. L’evangelizzazione è una forza che trasforma e riforma il presente, che sprona dinamicamente verso il futuro, una forza per mezzo della quale irrompe nel mondo, in mezzo alle tribolazioni e alle persecuzioni, il regno di Dio e con esso la vita, la giustizia, la libertà e la pace (shalom).

L’evangelo non è un sistema di dogmi di fede e di precetti morali, non è neppure un programma politico, nè tanto meno un programma di politica ecclesiastica, bensì una persona: Gesù Cristo come parola definitiva di Dio, parola di Dio fatta carne. L’evangelo è evangelo di Gesù Cristo. Esso ha Gesù Cristo non solo come suo contenuto; Gesù Cristo è, mediante lo Spirito Santo, anche il promotore e il soggetto primario dell’evangelizzazione. Lo scopo è la comunione e l’amicizia con Gesù Cristo, entusiasmo e impegno per lui e la sua causa, il regno di Dio.

Proprio questo è stato il ‘programma’ che papa Giovanni Paolo II ha consegnato nel documento che io considero il suo vero testamento spirituale, ossia in Novo millennio ineunte (All’inizio del nuovo millennio) (2001). Egli diceva: Noi dobbiamo «ricominciare da Gesù Cristo». Questo è anche l’intento che sta alla base del libro del papa attuale, Gesù di Nazareth.

Ben presto il vangelo è diventato un libro; con ciò – a prescindere da alcune grandi eccezioni – andò perduto il senso originario e vivo e capace di creare vita dell’evangelo. Solo nei movimenti protestanti del risveglio è di nuovo diventato vivo il senso originario di evangelizzazione. Per i movimenti del risveglio si trattava di risvegliare i cristiani ‘morti’, dunque di ciò che noi oggi indichiamo con nuova evangelizzazione. Da parte cattolica vi corrispondevano le missioni popolari che erano tenute a intervalli regolari in ogni parrocchia. Purtroppo questa prassi è stata largamente abbandonata; oggi, però, viene nuovamente ripresa. Essa è stata di recente riproposta su vasta scala nelle missioni cittadine di Lisbona, Parigi, Vienna e in altre grandi città. Io spero che questi esempi facciano scuola.

Da parte cattolica i concetti di ‘evangelizzare’ e ‘evangelizzazione’ si ritrovano ufficialmente nei documenti del concilio Vaticano II (1962-1965). La Costituzione sulla divina rivelazione, Dei Verbum, spiega che evangelizzazione non significa indottrinamento, ma testimonianza piena di Spirito, attraverso la parola e l’azione, nonché attraverso tutta la vita della chiesa (DV 7s.). Essa è affidata in modo particolare, ma non esclusivo, ai vescovi (LG 24s.), i laici devono compenetrare il mondo di vita concreto con lo spirito del vangelo (LG 35; AA 2). In questo senso ampio il concilio può dire: «La chiesa pellegrina è, per sua natura, missionaria» (AG 2).

Questa frase non è mai ripetuta abbastanza. Missione, infatti, significa nuovo inizio, oltrepassamento dei confini e dilatazione degli orizzonti. Missione è dunque il contrario di autosufficienza e di pensare soltanto a se stessi, il contrario di un pensare centrato sullo status quo e di un atteggiamento pastorale che ritiene basti fermarsi all’attività pastorale solita. Ma business as usual oggi non basta più.

Questa nuova comprensione di evangelizzazione si manifestò concretamente nello scritto apostolico di papa Paolo VI Evangelii nuntiandi, «Sulla evangelizzazione nel mondo d’oggi» (1975). Questo scritto, che indica la strada del futuro, arriva a dire che «evangelizzare è in effetti la grazia e la vera vocazione della chiesa, la sua più profonda identità. Essa esiste per evangelizzare» (EN 14). Questo fu un segnale di partenza e scatenò una valanga. Rapidamente la parola chiave ‘evangelizzazione’ venne ripresa in America Latina, Africa e nelle Filippine. Essa è entrata nel documento conclusivo dell’assemblea episcopale dell’America latina a Puebla, «L’evangelizzazione dell’America Latina nel presente e nel futuro» (1979) e la si ritrova nel più recente documento di Aparecida (2007). Da Puebla in poi evangelizzazione è legata alla opzione prioritaria per i poveri e per la gioventù. Da noi, invece, – lo si deve purtroppo dire – la Evangelii nuntiandi è stata per lungo tempo dimenticata.

Papa Giovanni Paolo II ha fatto diventare il tema parte integrante stabile di molti suoi messaggi. Nella maniera più completa lo fece attraverso il concetto di ‘missione’ nell’enciclica missionaria Redemptoris missio, «Sulla permanente validità del compito missionario» (1990). L’enciclica richiama l’attenzione sul fatto che la missione oggi può essere considerata tutt’altro che esaurita. Essa si trova ad un nuovo inizio, poiché si riferisce oggi non più soltanto a determinati ambiti geografici, ma anche a nuovi mondi sociali, ad ambienti, ambiti della cultura, specialmente ai mezzi di comunicazione di massa, che si sono estraniati dal cristianesimo.

Il papa distingue perciò tre situazioni: 1. la prima missione (missio ad gentes ), là dove il vangelo non è ancora conosciuto; 2. la normale attività pastorale, là dove la chiesa vive in comunità e possiede strutture solide; 3. la nuova evangelizzazione in paesi di antica tradizione cristiana, nei quali interi gruppi di battezzati hanno perduto la fede viva, non si comprendono più come membri della chiesa e si sono allontanati da Cristo e dal vangelo (RM 33).

Con la parola guida ‘evangelizzazione’ si indica dunque la missione fondamentale della chiesa, la sua identità e ragion d’essere. Evangelizzazione non è perciò un concetto speciale per determinate regioni geograficamente circoscrivibili; essa è la via per rendere accessibile anche oggi l’eredità apostolica e farla diventare reale nell’oggi. Con il ‘programma’ della nuova evangelizzazione la chiesa intende riportare nel mondo di oggi e negli odierni dibattiti la sua ‘causa’ più orginaria, il messaggio del regno di Dio che ha preso avvio in Gesù Cristo.

Nuova evangelizzazione come risposta ad una nuova situazione

Quando oggi parliamo non semplicemente di evangelizzazione, ma di «nuova evangelizzazione», questo nuovo concetto ha il significato di indicare che l’evangelizzazione deve oggi avvenire in una nuova situazione. In alcune parti dell’Africa e specialmente in Asia si tratta di prima evangelizzazione, ossia di creare per la prima volta in quelle culture locali possibilità di ascolto e spazio per il vangelo. Diversamente stanno le cose da noi in Europa. Noi abbiamo alle spalle una ricca storia cristiana, che risale a molti secoli. L’Europa non è affatto pensabile senza l’attività evangelizzatrice dell’apostolo Paolo, senza il martirio di Pietro e Paolo a Roma, senza grandi papi quali Leone Magno e Gregorio, senza uomini e donne come Martino, Benedetto e Scolastica, Metodio e Cirillo, Bonifacio e Walburga, Ulderico, Adalberto, Ansgario, Brigida di Svezia, Elisabetta di Ungheria e Turingia, non è pensabile senza Martin Lutero e i riformatori e molti altri. Senza di loro la casa Europa non sarebbe mai stata costruita.

Ma la storia dell’Europa non è soltanto una storia di santi, bensì anche una storia di colpe. L’Europa ha tradito spesso la sua eredità: nelle crociate, nelle guerre di religione, nelle quali luterani e cattolici si sono combattuti e hanno portato l’Europa sull’orlo della rovina, nella storia della colonizzazione, che è stata anche una storia di sfruttamento, nelle due guerre mondiali, che hanno precipitato il mondo intero nella rovina, nei due sistemi totalitari del XX secolo, che hanno mostrato disprezzo per Dio e per gli uomini, ossia il nazismo e il comunismo sovietico, e infine nella shoah, l’assassinio, pianificato e messo in atto dallo stato, di sei milioni di ebrei proprio al centro dell’Europa.

La secolarizzazione è una reazione a questa storia di colpe, è una reazione particolarmente alle guerre di religione. Dopo che l’Europa era finita a causa dei conflitti religiosi sull’orlo della rovina, per poter sopravvivere si dovette bandire la religione dall’ambito pubblico e dichiararla una questione privata. Si è fondata la pace pubblica prescindendo dalla fede e sulla ragione a tutti comune. Ciò ha significato una perdita di rilevanza della chiesa; ampi settori della cultura e della scienza e molti altri ambienti divennero estranei alla fede cristiana.

Occorre certamente guardarsi da formule semplificatrici. È troppo semplice parlare soltanto di laicizzazione, di scristianizzazione, di declino della religione e di ateismo. La secolarizzazione significa un processo di differenziazione, nel quale i citati ambiti profani si sono emancipati dal precedente dominio della religione che tutto abbracciava e tutto normava e hanno acquistato la loro autonomia. Il Vaticano II ha riconosciuto la legittima autonomia (GS 36; 41; 56; 76). La «Dichiarazione sulla libertà religiosa» ha addirittura riconosciuto e affermato che gli uomini del nostro tempo diventano sempre più consapevoli della la dignità della persona umana (DH 1).

Noi cristiani non siamo dei pessimisti radicali nei confronti della cultura. Non abbiamo alcun motivo di giudicare unilateralmente in modo negativo lo sviluppo moderno. La chiesa ha sì perduto potenza esteriore e influsso diretto, ma in cambio ha recuperato la sua libertà esteriore e interiore e ha guadagnato in autorità morale. Come la chiesa apprezza tutto ciò che di bene, buono e bello c’è nelle altre religioni, così essa può anche riconoscere la bontà dello sviluppo moderno.

Non dobbiamo certamente cadere neppure nell’estremo opposto e santificare, per così dire, la modernità. Nel processo della secolarizzazione i frutti dell’età moderna si sono staccati dalle loro radici cristiane e dal tronco cristiano; come frutti caduti dall’albero essi rischiano di diventare marci e velenosi. E questo è realmente accaduto. La libertà individuale è diventata individualismo, per il quale non c’è più alcun valore e norma generalmente vincolante. La secolarizzazione si è spesso trasformata nell’ideologia di un secolarismo frequentemente intollerante. Oggi ci sono di nuovo un ateismo e un laicismo duri, che ostentano inimicizia nei riguardi della chiesa, come se questa fosse la loro missione; un ateismo e laicismo che si esprimono anche a livello politico, ad esempio nel rifiuto categorico di inserire un riferimento a Dio e alle radici ebraico-cristiane dell’Europa nel progetto originario di costituzione europea.

Nel frattempo abbiamo conosciuto la «Dialettica dell’Illuminismo» (Th. W. Adorno); il prezzo che noi dobbiamo pagare per il progresso è evidentemente diventato «Il dramma dell’umanesimo ateo» (H. de Lubac), è il fatto che insieme con la fede cristiana esso mette in discussione anche gli ideali positivi dell’Illuminismo: così la modernità corre il rischio della sua autodistruzione. La ragione autonoma corre il rischio di diventare una pura ragione strumentale che può essere finalizzata sia al buon uso sia all’abuso. Grazie alla tecnica moderna si possono costruire sia ospedali altamente moderni, attrezzati al meglio, sia bombe atomiche. Si può coltivare la natura oppure sfruttarla e distruggere così il mondo di vita naturale. La ragione può diventare ragione prostituta (Martin Lutero).

Infine, attraverso la emancipazione radicale il mondo viene deprivato del suo senso ultimo. Gli manca il legame vincolante. F. Nietzsche ha descritto le conseguenze della morte di Dio proprio così: «Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? (…) Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte?».

Di un tale mondo svuotato di senso l’uomo può non rassegnarsi. Così si arriva ad una dialettica della secolarizzazione. L’aspettativa che la religione sarebbe morta non si è avverata. Non la religione, ma la tesi della secolarizzazione si è dimostrata una superstizione. La domanda di senso e di orientamento, la nostalgia esplicita o implicita e la questione di Dio sono ridiventate in molte persone nuovamente attuali. Anche pensatori che non provengono da una tradizione religiosa scoprono che la religione mantiene un potenziale di modello linguistico e interpretativo per denominare e interpretare esperienze che diversamente rimangono inespresse e creano smarrimento. Così si parla di un ritorno della religione, anzi di un ritorno di Dio. Dio è, per così dire, ridiventato presentabile in società.

Tuttavia è d’obbligo la prudenza. Il ritorno della religione è un evento ambivalente. Esso non riporta senz’altro alla fede cristiana e non riempie automaticamente i banchi delle chiese lasciati vuoti. Spesso conduce ad una religiosità vaga, confusa, liberamente fluttuante, ad una religiosità individualistica del fai da te e ad una religiosità sincretistica da passatempo. Questa religiosità, in parte caotica, si volge talora al mito, allo spiritismo e all’occultismo, e finanche al satanismo; talora va a finire ad un «ateismo che assume forma di religione» (J.B. Metz). Così ci si può chiedere: è realmente Dio che ritorna, o non si tratta piuttosto del ritorno delle divinità e degli idoli? Si tratta forse soltanto di un autoinnamoramento narcisistico che cerca il divino dentro di noi, ma non Dio sopra di noi? Già Nietzsche ha parlato di un crepuscolo degli dei.

Sentimenti religiosi possono riguardare gli ambiti più diversi e condurre all’idolatria di valori intramondani come stato, arte, sport e altri. Si può arrivare fino al terrorismo religiosamente camuffato e difficilmente si può immaginare un travisamento peggiore della religione quanto la sua strumentalizzazione a fini terroristici. Dall’altra parte c’è la tentazione di una religione civile conservatrice o neoconservatrice, che sancisce l’esistente oppure perfino giustifica la sua imposizione aggressiva e la diffusione a mezzo della guerra.

Così, da una parte, abbiamo a che fare con un mondo ampiamente secolarizzato, altamente sviluppato dal punto di vista tecnico, che è largamente orientato al profitto, nonché a interessi personali, economici e politici, mentre, dall’altra parte, con una religiosità vaga, piuttosto da tempo libero e da hobby, di carattere emozionale. Alla patologia della ragione corrisponde una religiosità patologica. Si è arrivati ad uno scisma tra Dio e mondo, tra fede e pensiero, risolvere il quale nell’interesse della religione e del mondo rappresenta una sfida fondamentale.

La nuova evangelizzazione si vede dunque messa a confronto con una situazione estremamente complessa. Di fronte a questa difficile situazione essa non può essere un programma di corto respiro, che si sbriga con poche azioni mirate o ricorrendo a delle idee di riforma abbondantemente note, come l’abolizione del celibato. Questo è un modo di pensare troppo limitato a singoli punti, mentre si tratta di un compito fondamentale di lunga durata.

Già i Padri della chiesa sapevano che la seconda conversione è più difficile della prima. La prima conversione avviene – essi dicevano – grazie all’acqua del battesimo, la seconda mediante le lagrime del pentimento e della penitenza. Ciò vale anche per la nuova, ossia la seconda evangelizzazione. Essa deve prima faticosamente eliminare le incrostazioni, gli irrigidimenti e le ostinazioni, e poi guarire le ferite prodotte da parte sia della chiesa che del mondo moderno. Da parte della chiesa occorre superare un atteggiamento unilateralmente difensivo nei confronti del mondo, liberarsi dall’isolamento di cui in parte porta la colpa essa stessa, rinnovare la fede e la gioia del credere, e riguadagnare lo slancio missionario. Da parte del mondo moderno si tratta di rimuovere nuovamente quanto esso ha costruito di riserve, pregiudizi e ostilità nei confronti del cristianesimo. Mentre la prima evangelizzazione ha potuto presupporre la dimensione religiosa e far leva su di essa, la seconda deve prima faticosamente riscoprire e prendere coscienza delle domande religiose spesso trascurate.

Non ci si può perciò abbandonare all’illusione che in futuro ci possano essere un rapporto armonico e una armonica sintesi di chiesa e mondo, di fede e cultura. Questo non c’è stato neppure in passato e fondamentalmente non ci può essere. Le potenze ostili al vangelo si faranno sentire anche in futuro e opporranno resistenza energica al vangelo. Anche la nuova evangelizzazione sta sotto il segno della croce e non può procedere senza conflitti.

Tuttavia, la nuova evangelizzazione intende mostrare a chi ha buona volontà una via d’uscita dalla situazione di smarrimento e una via in avanti. Essa vuole mostrare una via verso un nuovo umanesimo e verso una nuova civiltà della vita e dell’amore. Da questa prospettiva globale scaturiscono priorità pastorali per il tempo di una nuova evangelizzazione.

Alcune concretizzazioni pastorali

In ciò che segue non ci si deve attendere alcun programma pastorale completo. Io posso piuttosto evidenziare, per così dire in uno staccato, soltanto alcuni punti di vista che a me sembrano importanti. Nel farlo mi limito ad alcune preferenze pastorali, che vorrei formulare consapevolmente ponendo alcuni accenti. Ciò che vorrei qui presentare non è pensato a tavolino, ma scaturisce dall’esperienza di 50 anni di servizio presbiterale, di cui 10 anni di esperienza pastorale come vescovo di una grande diocesi, da molti viaggi nel cosiddetto Terzo mondo, dove ho conosciuto molte situazioni di miseria, e dall’esperienza degli ultimi otto anni a Roma, di nuovo con molti viaggi in tutto il mondo, nei quali io non mi ritengo (come alcuni pensano) un diplomatico ecumenico, bensì un parroco del vasto mondo.

1. Concentrazione cristologica. L’evangelo non è un programma per il miglioramento del mondo. È l’evangelo di Gesù Cristo, sul cui volto risplende per noi il volto umano-amico del Dio vivente che ci ama, del Dio che va fino alla croce e che anche e proprio nelle ore più buie sta con noi e vicino a noi. La nuova evangelizzazione è dunque missione che conduce a Gesù Cristo e introduzione nell’amicizia con Gesù. La nuova evangelizzazione significa: ricominciare da Gesù Cristo, andare di nuovo a scuola da lui per imparare da lui di nuovo a conoscere Dio e gli uomini, ad amare Dio in tutto e sopra tutto, e ad amare il prossimo come se stessi (Mc 12,30s.). Questo nuovo ricordarsi del fondamento e centro permanente della fede cristiana è anche l’intento del libro di papa Benedetto XVI, Gesù di Nazareth.

Questo approccio implica un cambio di paradigma pastorale. Se negli ultimi secoli lo scopo primario è stato di garantire una sacramentalizzazione a vasto raggio, oggi subentra al posto suo, o meglio come suo presupposto, la priorità pastorale della evangelizzazione, vale a dire della trasmissione della fede. Senza questo cambiamento di paradigma noi sprechiamo i sacramenti e li facciamo diventare grazia a buon mercato (D. Bonhoeffer). I sacramenti, infatti, presuppongono la fede, sono sacramenti della fede.

Tuttavia, dove avviene da noi una introduzione alla fede e alla vita di fede? Gesù stesso ha preso alla sua scuola i discepoli, analogamente a quello che facevano i rabbini del suo tempo. Fin dal tempo apostolico la catechesi è considerata un dovere fondamentale specialmente dei vescovi e più tardi dei parroci. Padri della chiesa come Agostino, che erano dei grandi teologi, e teologi come Tommaso d’Aquino non si sentivano in questo sprecati. Le chiese di missione hanno conservato la tradizione della chiesa antica e da essa traggono buona parte dei loro risultati missionari.

Come stanno invece le cose da noi? Dove, da noi, si può apprendere la fede? Senza dubbio ci sono delle nuove iniziative per una nuova viva trasmissione della fede, che sono meritevoli e degne di plauso. Però, purtroppo, esse corrono in gran parte parallele alle forme parrocchiali ufficiali della catechesi. L’insegnamento della religione, al quale un tempo spettava questo compito, nelle attuali condizioni scolastiche non è più in grado di fornire questa introduzione, a meno che venga accompagnato da una intensa pastorale scolastica. La catechesi battesimale (in occasione del battesimo dei bambini come catechesi ai genitori o alle famiglie) in genere si limita solo al minimo, e neppure la catechesi comunitaria per preparare alla prima comunione e alla cresima, salvo il caso di alcune lodevoli eccezioni, è in grado di fornirla; nonostante tutta la buona volontà, nel migliore dei casi si ferma ad una specie di preevangelizzazione, ossia ad un breve corso di formazione religiosa. Non ci si deve meravigliare: una tale mancanza di nutrimento religioso può soltanto produrre una fede tisica. In effetti la conoscenza della fede è oggi arrivata a un punto molto basso. Ma si può amare soltanto ciò che si conosce, e ciò che uno ama lo vorrà conoscere anche meglio e più a fondo.

Ciò di cui c’è bisogno è un cammino catechetico sistematico globale, ossia non solo cognitivo, ma anche emozionale e orientato alla prassi, che conduca giovani e adulti con cuore, mano e intelletto a Gesù Cristo e li introduca così alla fede e alla vita della chiesa, che li aiuti ad essere cristiani maturi, cioè cristiani in grado di aprire la bocca e capaci di rendere conto della loro fede. Il venir meno di una tale catechesi è una delle carenze più avvertibili nella chiesa occidentale d’oggi. Nessuna meraviglia che molti, che si ritengono maturi, ripetano soltanto luoghi comuni abbondantemente scontati e su questi temi si espongano nei media ad uno spettacolo superficiale o cadano vittime della propaganda dei nuovi movimenti religiosi. Dobbiamo di nuovo imparare dalla chiesa antica e dalle chiese di missione, nonché dalla prassi catechetica presente in alcuni altri paesi occidentali.

2. Comunità missionarie. Introduzione nell’amicizia con Gesù Cristo e introduzione alla vita della comunità della chiesa vanno di pari passo. La chiesa è il corpo di Cristo, in essa e attraverso di essa Gesù Cristo è perennemente presente nella storia e nel mondo. In via normale la chiesa diventa concretamente sperimentabile nella comunità. Le comunità sono chiese in un luogo, sono cellule vitali della chiesa e dovrebbero essere, per così dire, biotopi della fede. Le comunità sono perciò anche i luoghi della iniziazione alla fede e di questo tutti i membri della comunità, in forza del battesimo e della confermazione, sono, ognuno a loro modo, responsabili. Il rinnovamento missionario delle comunità è dunque un compito necessario dell’ora presente.

Tutti certamente conoscono i problemi attuali delle comunità. Essi nascono da molteplici motivi. La mancanza di preti è uno dei motivi, ma non l’unico. Ci sono anche motivi che derivano dal cambiamento sociale: dalla separazione tra luogo di abitazione, posto di lavoro e ambiente vitale, dalla flessibilità dei membri delle comunità, grazie alla quale comunità stabili di vecchio stile non esistono quasi più; si aggiungono poi i noti motivi demografici, che in futuro porteranno ad un invecchiamento anche maggiore e ad un ulteriore calo numerico delle comunità. La formazione di unioni di comunità e di gruppi di parrocchie o di unità pastorali è stata una misura necessaria, ma anche una misura che non soddisfa realmente nessuno; può essere soltanto una soluzione di passaggio. Nella lunga prospettiva si abbandonerà il principio di una forma di presenza ecclesiale ‘a pioggia’, che lascia tutto più o meno come era una volta, ma anche che dirada tutto sempre di più, e al suo posto si dovrà arrivare ad una unione delle forze in chiese centrali. In esse allora, di domenica e nelle solennità, invece di una vita ecclesiale ridotta e diradata, si potrebbe sperimentare una vita ecclesiale piena.

Proprio questo corrisponde al metodo missionario di Paolo, l’apostolo dei popoli, che predicava e operava nelle grandi città di allora, dalle quali il cristianesimo poi si irradiò. Questa fu anche la via della prima missione da noi, che prese avvio dai monasteri e dalle chiese cittadine. Nelle chiese di missione questo ‘sistema’ delle chiese centrali o delle stazioni missionarie è una cosa molto naturale fino ad oggi. Per la nuova evangelizzazione io non vedo altra strada. Non ci possiamo fermare ad una struttura parrocchiale, sorta nel primo o nell’alto Medioevo. Se vogliamo essere realmente chiesa missionaria di oggi e domani, nella lunga prospettiva ci sono necessarie delle riforme strutturali profonde.

Con ciò dovrebbero essere collegati due altri passi di riforma. Non può trattarsi di far nascere la vita comunitaria in grandi centri e lasciare pastoralmente e spiritualmente trasformare in deserto e inaridire l’ambiente circostante. La fede vive di contatti stretti. Perciò la parrocchia deve essere una comunione di comunità. Detto in termini biblici, oggi c’è bisogno di chiese domestiche: delle piccole comunità o delle comunità di base. In America latina e in Africa si sono fatte in questo campo delle buone esperienze. In queste piccole comunità si può sperimentare e praticare la comunione di fede; da qui essa può irradiarsi missionariamente all’ambiente circostante. Attraverso di essa le persone possono sentirsi nella chiesa a casa loro o ritrovarsi di nuovo a casa loro. A questo riguardo le donne hanno avuto fino ad ora e loro spetta anche oggi fortemente un compito importante.

Si aggiunge un passo ulteriore. L’unico Signore Gesù Cristo è presente in ogni comunità e unione di comunità; perciò nessuna comunità, piccola o grande, può isolarsi e assolutizzarsi. Ogni comunità, piccola o grande, è chiesa soltanto come membro della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Essa deve rimanere in comunione con la comunità più ampia della chiesa, concretamente in comunione con il vescovo. Un cristianesimo comunitario privo di legami, dalla prospettiva campanilistica, che talvolta non va al di là di un puro associazionismo, non é all’altezza del tempo e neppure di una ecclesiologia odierna della communio. Tanto più che nell’attuale situazione missionaria c’è bisogno di un essere-cristiani in prospettiva mondiale e in formato globale, di un essere-comunità in dimensione di chiesa ecumenica, universale, vale a dire cattolica.

3. L’ecumenismo è un cantiere per la forma futura della chiesa. L’ecumenismo è il compito affidato dal Signore, il suo testamento, che egli ci ha lasciato la sera prima della sua morte e che ha caldamente raccomandato (Gv 17,21); la divisione dei cristiani è perciò peccato, è uno scandalo e uno dei maggiori ostacoli alla evangelizzazione. Così l’ecumenismo è stato uno degli intenti primari dell’ultimo concilio (UR 1). Gli ultimi papi hanno espressamente indicato l’ecumenismo come una delle loro priorità pastorali. In un mondo che diviene sempre più uno, a ciò non c’è nessuna alternativa.

L’impulso all’ecumenismo non proviene dallo spirito del tempo, bensì dallo Spirito Santo (UR 1;4); egli è il promotore del movimento ecumenico. L’ecumenismo perciò non è fondato su uno sforzo di armonia puramente sentimentale. Esso è fondato nella fede comune nel Dio trinitario, in Gesù Cristo e nell’unico battesimo. Grazie ad essa tutti i battezzati stanno già ora in una reale comunione, benché ancora incompleta. L’ecumenismo sarebbe frainteso se si pensasse che basti incontrarsi sulla base del minimo comune denominatore; l’ecumenismo è uno scambio di doni (UUS 28). Esso non deve rendere più poveri, ma noi dobbiamo reciprocamente lasciarci arricchire dai doni degli altri. Il fine perciò può essere soltanto una unità nella molteplicità. Su questa strada ci possono essere e ci saranno – come in ogni altra relazione – continuamente delle difficoltà, incomprensioni e anche ricadute. Perciò non ci si deve lasciar deviare o scoraggiare. Fasi di disincanto possono anche essere occasione di approfondimento e chiarificazione sia dei fondamenti sia del fine del cammino ecumenico.

Non possiamo ‘produrre’ noi l’unità, essa è un dono dello Spirito Santo. Per questo l’ecumenismo spirituale è l’anima e il cuore dell’ecumenismo (UR 8); esso non è possibile senza preghiera e senza conversione. A questo riguardo oggi sono già possibili molte più cose di quanto pensiamo e anche di quanto abitualmente facciamo. Non ha senso irrigidirci soltanto sulla piena comunione eucaristica. L’eucaristia, come ogni sacramento, è un sacramento, cioè un mistero della fede; la comunione eucaristica presuppone dunque la comunione nell’unica fede; perciò essa è il fine, non il mezzo dell’ecumenismo. Se noi oggi facessimo quanto già è possibile e anche comandato, saremmo già un passo essenziale avanti. Potremmo poi già oggi assumere insieme in molti ambiti il compito della nuova evangelizzazione.

4. Nuova situazione missionaria. Il cristianesimo e la chiesa o sono missionari oppure non saranno più. Chi non cresce, scompare. Chi nel crescere della popolazione mondiale non cresce almeno insieme, diventa minoranza. Chi ama la propria fede vuole anche darne testimonianza e trasmetterla ad altri e farne partecipi altri. La mancanza di zelo missionario è mancanza di zelo per la fede; viceversa, la fede si rinforza trasmettendola. La domanda autocritica, che dobbiamo porci, è allora certamente questa: siamo decisamente interessati a tramandare la fede e a guadagnare dei non cristiani alla fede? Per noi la missione è veramente un’esigenza e un compito?

L’incarico missionario con cui si chiude il vangelo (Mc 16,15s; Mt 28,19; Lc 24,48s; At 1,8) è oggi tutt’altro che assolto; esso è entrato in una nuova fase. La missione non è più da tempo un movimento Nord-Sud o Ovest-Est; l’oltrepassamento missionario dei confini è necessario anche da noi nel Nord e in Occidente. È da noi necessario riguardo a settori e ambienti che sono estranei alla fede. Oggi si tratta di missione in tutti i cinque continenti.

Il problema lo si avverte attualmente soprattutto nell’incontro con i musulmani. Ovviamente cerchiamo con loro di convivere in un modo buono e pacifico. Ovviamente rispettiamo le loro convinzioni religiose e naturalmente riconosciamo riconoscenti tutto ciò che, dal punto di vista religioso, abbiamo in comune con loro. Ma non bisogna essere strabici e per un ingenuo sforzo di armonia trascurare le differenze e sottovalutare le difficoltà. Chiudere gli occhi non aiuta; dobbiamo accettare la sfida, che è anche – cosa che noi purtroppo per lo più dimentichiamo – una sfida missionaria.

Le difficoltà non sono poche. L’islam, infatti, è una religione postcristiana che avanza la pretesa di correggere il cristianesimo e di superarlo. Esso compare ovunque, anche da noi in Europa, con una pretesa missionaria. A ciò sono connesse - lo si voglia o meno – tensioni e conflitti. L’islam, inoltre, non è solo un’altra religione, ma anche un’altra cultura; esso ha realizzato grandi prestazioni culturali, ma non ha finora creato il collegamento con la nostra moderna cultura occidentale.

Ci sono musulmani aperti che cercano questo collegamento senza rinunciare a se stessi; ci sono musulmani moderati che sono disponibili ad una convivenza tollerante e rispettosa. Gli islamisti radicali e fanatici, invece, sono passati dalla distanza culturale ad un disprezzo e addirittura ad un odio contro tutto ciò che è occidentale, odio che è motivato più politicamente che religiosamente e che scaturisce più da un complesso di inferiorità che da reale superiorità; è un segno di debolezza e di disperazione. Noi dovremmo perciò mostrare consapevolezza di noi stessi.

Non è espressione di tolleranza, bensì di autorinnegamento privo di carattere, se con atteggiamenti di affrettata obbedienza alle loro richieste ci pieghiamo e capitoliamo, se aboliamo crocefissi, se rinunciamo a celebrazioni natalizie (mentre anche il Corano conosce un racconto natalizio), fino ad arrivare alla stupidità di non produrre più salvadanai a forma di maialino. Con una tale politica di appeasement non raccoglieremo rispetto, ma giustamente disprezzo. Solo chi possiede stima di sé può anche rispettare altri. In quanto cristiani dobbiamo, pur con tutto il rispetto per l’islam e ovviamente con tutto il rispetto per la libertà di coscienza e di religione, testimoniare ai musulmani la nostra fede in Gesù Cristo. Anche nei confronti dei musulmani la fede è un dono da trasmettere.

5. Opzione per un mondo più giusto. La missione, anche la nuova evangelizzazione, è un processo globale che include la compenetrazione dell’intera cultura, ossia dell’intero mondo di vita sia personale sia pubblico. Essa tende a formare una nuova cultura della vita e dell’amore. Qui l’amore non è un surrogato della giustizia; dare ad ognuno il suo è piuttosto la forma minimale dell’amore del prossimo. Così il messaggio dell’amore di Dio per tutti gli uomini, manifestato in Gesù Cristo, è necessariamente unito con l’impegno per la giustizia sociale e per la pace. Le parole dei profeti e il vangelo sono qui pienamente unanimi.

Secondo la convinzione cristiana i beni della terra appartengono a tutti gli uomini. Perciò i cristiani devono impegnarsi ovunque nel mondo per una cultura della condivisione e della solidarietà e configurare la globalizzazione in modo tale che assuma un volto umano. Essi non possono accettare la disuguaglianza pesantemente ingiusta nella ripartizione dei beni e delle opportunità di vita. Per lo stesso motivo i cristiani devono impegnarsi per la conservazione dell’ambiente in quanto creazione di Dio e mondo di vita naturale dell’uomo. Qui non si tratta soltanto di condizioni di vita e ambientali degne delle persone attualmente viventi, ma anche di giustizia che si proietta oltre le generazioni, in vista delle generazioni future.

A questo proposito la chiesa fornisce con le sue opere, come pure attraverso molti progetti delle singole diocesi e parrocchie, un modello. In più oggi si tratta di difendere e di allargare le basi di questo grandioso lavoro: tali basi sono l’idea della dignità umana fondata nell’immagine cristiana di uomo e quella dei diritti universali dell’uomo. Esse sono i fondamenti di un ordinamento universale di pace. Ciò vale in modo particolare per il diritto alla vita; è il diritto fondamentale dell’uomo. Questi diritti umani vengono oggi messi spesso in discussione dal relativismo postmoderno. Spesso i diritti umani sono considerati come un particolare sviluppo europeo, per cui applicarlo ad esempio alla cultura cinese sarebbe una nuova forma di colonialismo. Talvolta si parla già di «mania dei diritti umani» della «vecchia Europa».

Per rispondere a questa sfida è necessario distinguere tra le condizioni contingenti del loro nascere e il fondamento di validità dei diritti umani universalmente vincolante. Per noi cristiani essi sono in definitiva fondati nella convinzione che ogni persona umana è ad immagine e somiglianza di Dio, perciò hanno valore universale. Impegnarsi per la dignità di ogni singolo essere umano, valida universalmente e assolutamente, è forse il contributo più importante della chiesa dell’Europa alla pace mondiale. Possiamo dire: sì alla globalizzazione dei mercati economici e finanziari, ma soltanto se essa è collegata con una globalizzazione dei diritti umani e della solidarietà. Il fatto che da ciò siamo molto lontani non ci deve lasciare tranquilli.

Noi non cambieremo in realtà il mondo nel suo complesso e non potremo mai eliminare del tutto e per sempre la povertà e la miseria. Il vangelo è in questo realistico. «I poveri li avrete sempre con voi» (Mc 14,7). Realistico non significa però quietistico. Dobbiamo piuttosto fare quanto ci è possibile per imporre, là dove possiamo e meglio che possiamo, un limite all’ingiustizia e promuovere il bene. Si tratterà in via normale di progetti che hanno valore di segno e di modello. Tuttavia, per molte persone possono essere un barlume di speranza e uno stimolo da seguire.

Ancora una parola per concludere, che è più di una conclusione. Evangelizzare lo può soltanto una chiesa che è essa stessa evangelizzata, una chiesa che si sforza per un rinnovamento spirituale interno e esterno. Tramandare la fede lo può soltanto chi è egli stesso forte nella fede. «Io ho creduto, perciò ho parlato», così Paolo cita il salmo 116,10 (2Cor 4,13). Solo se il nostro cuore è colmo, la nostra bocca può traboccare. Non si tratta pertanto di costruire nuove organizzazioni e istituzioni, di istituire nuovi posti in organico e, per farlo, di liberare fondi, convocare organismi e simposi, e organizzare attività pubblicamente efficaci. Ne abbiamo abbastanza.

Il comando missionario parla di testimoni pieni di Spirito Santo (martiri) (Lc 24,48s; At 1,8). Il testimone, pieno di Spirito Santo, parla non soltanto con la bocca, ma con tutta la sua esistenza, egli rischia nel testimoniare perfino la sua esistenza terrena. La nuova evangelizzazione è perciò soprattutto un compito e una sfida spirituale; essa è un compito di cristiani santi. Ricette liberali sono controproducenti.

La visione di una chiesa evangelizzante, dalla quale siamo partiti, deve mettere radici nei nostri cuori. A Pentecoste questa nuova realtà è iniziata e con il discorso di Pietro ha introdotto una comprensione che superò tutti i confini culturali e linguistici. Dobbiamo catturare di nuovo il fuoco pentecostale e l’entusiasmo pentecostale. Quando avessimo fatto nostro tale fuoco, allora esso divamperà quasi automaticamente e senza arrestarsi, come un bosco che prende fuoco. Allora diverrà vero ciò che Paolo dice: «La parola di Dio corre» (2Ts 3,1). La nuova evangelizzazione dell’Europa incomincia con una rinnovata Pentecoste; essa inizia da noi stessi.