Essere preti oggi

Luca Bressan


La figura del prete sta cambiando. Dietro la superficie di apparente ovvietà, una simile affermazione nasconde una grande questione per la Chiesa: vista la simbiosi che sussiste tra la figura del prete e quella della Chiesa, visto il ruolo che la figura presbiterale gioca dentro le diverse istituzioni ecclesiali, il cambiamento promette di avere effetti e ripercussioni di lungo periodo (cambiando in modo anche radicale la figura di coloro che attualmente ne gestiscono il ritmo della vita quotidiana, non potrà che risultare cambiata anche l'immagine ecclesiale). Per di più, il cambiamento che si sta registrando è frutto non soltanto di una riflessione, di un movimento sinergico del corpo ecclesiale stimolato dall'acquisizione di concetti e di significati nuovi (come ad esempio può essere il caso per la recezione in atto del concilio Vaticano II), ma conseguenza anche di fattori non immediatamente prevedibili sia nel momento del loro insorgere che nel loro percorso di sviluppo.
Questo clima di incertezza sul futuro della figura presbiterale ha attirato su di sé l'attenzione del mondo ecclesiale, che ha cercato in più modi di venire a capo dei mutamenti percepiti, sviluppando alcune inchieste, e impegnando lo stesso episcopato italiano in una riflessione sull'identità del prete, sulla sua formazione, sulle sue prospettive di futuro (le due ultime Assemblee generali, novembre 2005 e maggio 2006). Risulta perciò interessante accostare i risultati dell'ultima inchiesta svolta in Italia (Diotallevi- Bressan 2005), per cercare di comprendere in che modo cambiano le funzioni legate al ruolo e alla figura del prete oggi, per poi osservare più di vicino i mutamenti anche forti nel modo di pensare la sua identità.

Il parroco, figura tipo del prete diocesano

La figura del parroco rimane la dominante nel costruire la tipologia del prete diocesano italiano attuale. La figura del parroco si conferma come la figura più equilibrata, meno portata al pessimismo e più aperta nel leggere i cambiamenti. E anche quella che segnala maggiore volontà di aggiomamento. I dati permettono di costruire una possibile tipologia di figure del clero diocesano: il 33% è parroco e basta; il 35% è parroco ma non solo; il 22% è viceparroco con anche altri incarichi; il 10% dei preti ha incarichi ministeriali slegati dal territorio.
Si osservano tracce di due modelli di ingresso in questa figura ministeriale: al Centro e al Sud più del 40% dei sacerdoti è divenuto parroco entro i 35 anni d'età, al Nord meno del 30%. La figura del parroco esercita il suo influsso anche sull'intenzione di conclusione della vita ministeri aIe: la maggior parte del clero si aspetta di concludere la sua vita vedendo magari ridotto il suo impegno pastorale diretto, ma senza abbandonare questo contesto (sono poco segnalate forme di «ritiro»).
La figura del parroco è anche un forte punto di identificazione: a fronte della relativa povertà di relazioni orizzontali che i preti dichiarano, si intuiscono parte dei contenuti che questa figura assume: la figura del parroco funziona come fonte di identificazione capace di dare un ruolo e una «consistenza» all'identità del singolo prete, anche in assenza di altre relazioni che la sostengano. Siamo così in presenza di un «carisma di funzione» utilizzato come fonte di legittimazione e punto di appoggio della propria identità personale: il prete si sente ancora a casa sua in parrocchia, come nel modello classico, evidenziando una maggiore fiducia nella capacità di sostegno esercitata dalle strutture istituzionali e dal ruolo sacrale, più che lavorare per la conquista di questo sostegno dentro lo spazio di relazioni paritetiche. Ai rischi di solitudine e alle fatiche nella costruzione di reti di relazioni significative (dentro le quali condividere la propria fede), si reagisce sviluppando una identità fortemente ancorata al ruolo che si è chiamati a . rivestire. Con tutte le conseguenze del caso.

La vita quotidiana dei preti

Sostanzialmente solo un prete su quattro vive la situazione classica (prete con domestica o familiare); è molto accentuato invece il fenomeno dei preti soli (quasi il 40%). Per la gestione della casa e il vitto non si ricorre però a forme di aiuto professionale e remunerate, si preferisce fare affidamento sul volontariato. Il Centro Italia mostra una organizzaziOlie ecclesiastica sostanzialmente diversa e molto più articolata rispetto al resto del paese. Emerge, anche se come fenomeno minoritario, l'appel~ lo a forme di vita comune tra i preti; un seminarista su tre invece vorrebbe vivere da prete in una comunità sacerdotale.
Le condizioni quotidiane di vita decidono molto dello stile del prete: il dove mangia e il con chi mangia influenzano in concreto anche altri momenti della vita presbiterale e non possono quindi non avere ricadute sul suo concetto di presbiterio, sulla vicinanza più o meno percepita del vescovo. Non è un caso se i preti dichiarino che nel costruire le reti di relazioni affettive di sostegno e di identificazione, c'è poco spazio per la famiglia e per il vescovo. Il dato che vede la maggior parte dei parroci abitare nella parrocchia in cui esercitano il loro ministero (il 72% vive questa situazione) è invece ben fotografato: un prete su tre si sente appoggiato e sostenuto dai propri parrocchiani.
La solitudine, l'indipendenza e l'autonomia in cui un prete è lasciato nel momento in cui è chiamato a impostare (e in seguito a gestire) i ritmi della sua vita personale mostra poi una seconda conseguenza: diviene il luogo in cui è possibile fotografare l'evoluzione in atto nel modo di intendere la propria vita quotidiana, che sembra orientarsi sempre più verso il modello della vita religiosa. Contano di meno i legami con i parrocchiani (dal 38% si scende al21 %), raddoppiano i legami tra preti amici (dal 19% al 38%). Seminaristi che chiedono la vita comune, preti che si sentono sostenuti soltanto da al
. tri preti amici, preti che pensano di fare le vacanze tra preti: stiamo indirizzandoci verso una trasformazione del clero secolare in clero regolare? Come leggere queste trasformazioni in riferimento al rapporto parroco-parrocchiani, costitutivo del suo ruolo?

L'identità ministeriale dei preti

Chiamati a proiettare nel futuro il loro ministero, i preti e i seminaristi mostrano in modo chiaro i punti fondamentali della loro identità presbiterale: il loro compito consiste nel mantenere un rapporto con la gente (figura di un cristianesimo popolare), chiamato a gestire anzitutto la dimensione religiosa di questo popolo loro affidato, anche con strumenti semplici. Il dato che attraversa la curva delle età senza variazione è proprio quello che afferma questo legame popolare del prete e questo suo compito religioso.
È forte anche la certezza che il ruolo del parroco ha molte possibilità di essere continuato. Anche lo spazio per la carità è presente, in modo abbastanza significativo, mentre è decisamente sottovalutato il compito istituzionale che al ruolo presbiterale è connesso. Nell'immaginare il loro ruolo nel futuro, i preti hanno anche un; altra certezza: sono sicuri che una eventuale riduzione del loro ministero a un ruolo solamente liturgico-sacrale sia un impoverimento da evitare. Sostanzialmente, pur con opportune variazioni si continuerà ad essere parroci come oggi.
Nel leggere e valutare il loro ritmo di vita attuale i preti danno del ministero presbiterale una descrizione abbastanza armonica, che prevede momenti personali (preghiera, preparazione della pastorale, e in modo minore lo studio), momenti istituzionali (presidenza della liturgia, catechesi, riunioni coi laici e coi preti, in modo minore gestione organizzativa della parrocchia), momenti dedicati alle relazioni brevi (colloqui coi parrocchiani, direzione spirituale). Desiderano vedere aumentato il tempo dedicato alla preghiera personale, allo studio, ai colloqui con la gente, e in modo minore anche il tempo libero. Una prima lettura di questi dati porta a vedere come il modello di riferimento dei preti nell'esercizio del ministero sembra spostarsi più verso uno stile carismatico, sganciato da forti legami istituzionali, più libero di giocarsi in relazioni brevi e secondo tempi decisi dal singolo.
Nel descrivere e nell'immaginare lo spazio di collaborazione coi laici, emerge un dato ambivalente: riconoscimento del ruolo teorico della collaborazione e dell'ascolto (il valore del consiglio pastorale, ad esempio), poca valorizzazione nella pratica di forme di collaborazione. Si tende a condividere con i laici le attività cui si attribuisce minore importanza. Sempre a livello di collaborazione, i preti mostrano di vivere il presbiterio secondo canali affettivi: disc1Jtono e condividono decisioni pastorali con i preti loro amici più che con il presbiterio locale o diocesano.

La capacità di futuro dei preti

I preti elaborano una interpretazione del cambiamento in atto.
dentro la Chiesa secondo una linea della continuità: sono convinti che il modello di Chiesa che li ha generati continui nel tempo senza grossi scossoni. Tre su quattro sono convinti che tra 30 anni ci saranno ancora le parrocchie come le conosciamo oggi, anche se diminuite di numero; sono convinti che il loro compito in parrocchia sia di sostenere e accompagnare tutti indistintamente, non selezionando, non creando gruppi particolari. Dimostrano di avere della parrocchia una idea territoriale e popolare (due preti su tre).
I preti dimostrano una buone dose di autostima: nove su dieci sono convinti che il loro ruolo sia ritenuto utile dalla gente, e la loro figura sia anche un buono strumento di richiamo e di comunicazione del volto di Dio agli altri. Nonostante le difficoltà, i preti mostrano dunque un morale alto. Sono talmente convinti della loro identità ministeriale da vederla difficilmente comparabile con altre professioni o ruoli sociali. I preti sono però pessimisti quando si tratta di dare una stima sul rispetto che la gente ha nei confronti della loro figura. Questo pessimismo cresce di parecchio tra le leve più giovani.
I preti si dicono soddisfatti (perfino anche un po' orgogliosi) della scelta vocazionale fatta, pur se hanno conosciuto momenti di crisi (38%). Sono convinti che la vocazione li ha fatti maturare (80%); non vivono in modo tragico la loro scelta, non vi vedono rinunce od obblighi insostenibili, la vedono impegnativa e difficile come altre scelte di vita. I seminaristi si dimostrano al riguardo più prudenti: il 65% è convinto che fare il prete oggi sia una scelta più impegnativa e pesante di altre. I preti sono sicuri del loro futuro: non abbandoneranno mai la vita presbiterale (70%). Questa sicurezza però si indebolisce diminuendo l'età: si va dall' 80% dei sessantenni al 58% dei preti giovani e al 53% dei seminaristi. Mentre la convinzione che su simili questioni non si possono fare previsioni passa dal 7% dei sessantenni al 23% dei preti giovani, al 32% dei seminaristi.

Da dove veniamo, dove siamo, dove andiamo

Avevamo inizialmente affermato che le trasformazioni che stanno interessando i preti sono sì di tipo funzionale, ma in realtà ne stanno toccando l'identità profonda. L'analisi ha confermato questa tesi iniziale: ciò che è in discussione non sono soltanto i compiti del prete, le sue azioni, ma più intrinsecamente e molto più profondamente l'identità che attraverso questi compiti si vede istituita e confermata. Veniamo da un passato in cui la figura della cura animarum era assunta come principio regolatore del ministero e quindi dell'identità del prete: vi è figura presbiterale laddove una persona riceve l'incarico di garantire e curare quel gregge che le è affidato, sull'esempio e sotto l'autorità di Cristo pastore, e dentro la comunione della Chiesa.
Questo passato è ancora fortemente radicato in noi, come ha ben mostrato la prolusione del cardo Ruini all'Assemblea della CEI lo scorso mese di maggio. Il fondamento cristologico del ministero e dell' identità del prete è un dato tradizionale che non soltanto è molto diffuso tra il clero, ma è in grado di mostrare ancora molti dei suoi benefici: uno stato di vita vissuto come vocazione, senza risparmio e senza calcoli, inteso invece come una forma di spiritualità; l' attaccamento del prete alla sua gente; una dedizione che non viene misurata su ritmi professionali ma è legata all'affetto con il quale ci si lega alla causa; l'obbedienza come principale vincolo che ci lega a Cristo e alla Chiesa.
Questa immagine tradizionale del prete, in seguito anche ai cambiamenti che la stanno interessando (questione numerica in primis), mostra però anche le sue fatiche e i suoi limiti: la dimensione ecclesiale della figura presbiterale rimane eccessivamente in ombra (il prete si interpreta sempre come un «io» e mai come un «noi», legato a quel corpo che è il presbiterio e dentro la Chiesa locale); il fondamento della propria figura sul solo vincolo dell'obbedienza genera figure direttive e poco comunionali, creando eccessive dipendenze e attaccamenti; fatica a emergere l'immagine di una Chiesa che è tutta insieme soggetto della sua azione e del suo futuro; si corre il rischio di una fossilizzazione della pastorale in azioni che hanno il loro senso più nel peso della tradizione che le difende, che non piuttosto nella loro capacità di svolgere nel presente quel compito e raggiungere quell'obiettivo per il quale erano state pensate.
Più in generale, il cambiamento culturale in atto sembra aver minato molto in profondità la figura tradizionale di prete, così come l'inchiesta ci ha permesso di vedere, fin dal momento della sua formazione. In questo contesto si corre il rischio che il modello tradizionale rischi di funzionare come una patina che si sovrappone ad uno strato profondo della personalità del singolo candidato, senza tuttavia riuscire a trasformarne la struttura e l'identità. A questo proposito si è parlato di «conversione pastorale» da applicare e declinare anche nei confronti della figura del prete.
Ecco quindi il contesto di comprensione della relazione di mons. Monari. In essa si intravedono alcuni traguardi verso i quali indirizzare l'evoluzione dell'identità presbiterale, a partire dal suo ministero: un ministero condiviso, esercitato dentro il contesto del presbiterio; un ministero che sostiene il singolo prete, introducendolo (e mantenendolo poi) in un cammino di maturazione umana e in una dinamica di fede che lo prepara a diventare testimone di quel Cristo che è chiamato ad annunciare; un ministero che esalta la dimensione relazionale della figura del prete, giocata e orientata verso tre polarità costitutive (teologica, ecclesiologica, antropologica). In un simile indirizzo sembra però non ci sia posto per la figura tradizionale della cura anima rum, consegnata invece al passato come una immagine gloriosa ma poco capace di rimotivare nel presente l'identità presbiterale.

Cura animarum e identità presbiterale

L'inchiesta e il contesto della sua recezione sembrano perciò rilanciare un dibattito che ha caratterizzato e polarizzato in modo anche forte il clima post-conciliare in Italia, e non solo: la tensione, nel pensare l'immagine del prete, tra il modello della sequela e quello della cura animarum.
Il concetto classico e tradizionale di cura animarum (di cura pastoralis) appare a molti non più capace di sostenere l'identità attuale del prete: a fronte dei cambiamenti anche forti che stanno interessando la Chiesa e la figura del prete, l'unica risposta logica non può che essere quella di un ripensamento radicale dell'identità presbiterale. È quanto accade ad esempio nella riflessione di mons. Monari, che al posto della figura classica della cura anima rum colloca la categoria di relazione, come concetto a partire dal quale strutturare l'identità del prete. Una relazione articolata intorno a tre poli determinanti, ai quali ancorare la figura presbiterale: Dio, la Chiesa - la comunità dei fratelli -, il mondo degli uomini; una relazione che in questo modo struttura l'itinerario vocazionale come percorso di maturazione della propria identità umana, di quella di fede (il credente, il discepolo), di quella presbiterale, orientando la figura del prete, la sua identità verso un obiettivo preciso: essere il luogo e lo strumento attraverso cui si trasmette oggi l'esperienza con Gesù Cristo risorto, grazie ai canali del racconto e della testimonianza, per generare e nutrire la fede dei fratelli.
Superando il clamore e le emozioni del dibattito, è possibile osservare come il concetto di cura animarum e la categoria di relazione non necessariamente debbano essere interpretati come termini in opposizione; più profondamente ancora, si può notare come proprio la categoria di relazione potrebbe essere il luogo in cui elaborare una reinterpretazione della figura della cura anima rum, favorendo così l'evoluzione della figura presbiterale in atto nei termini di una transizione da un modo culturalmente molto determinato di intendere la figura del prete (e come tale destinato al tramonto, come l'esperienza prima ancora dell' inchiesta ci fa intuire) a una identità presbiterale che si lascia plasmare, prima ancora che dal mutamento culturale rilevato, dagli influssi di una riflessione magisteriale che sta ancora lavorando a una recezione del Vaticano II su questo tema.
In effetti, affermare la categoria della relazione come il topos antropologico a partire dal quale lavorare per ridisegnare l'identità teologica ed ecclesiale della figura presbitera1e odierna comporterebbe due conseguenze significative: favorirebbe anzitutto un serio lavoro di esegesi del concetto di cura animarum, per tornare a coglierne l'intenzione originaria, l'intenzione che sta alla base del suo sorgere, e che può essere ravvisata in questa volontà di istituire relazioni attraverso le quali rendere presente Cristo, la sua parola e la sua salvezza, grazie a una reinterpretazione assolutamente originale della figura del potere e della responsabilità. In secondo luogo permetterebbe di combattere ogni possibile deriva borghese nella ridisegnazione della figura presbiterale, deriva che vorrebbe il prete pensato come un semplice funzionario, senza relazioni che ne condizionino l'identità e la figura. Una simile figura di prete, confondendo lo stato di celibe con quello più moderno e alla moda di single, intenderebbe l'affrancamento dalla categoria della cura anima rum nei termini di pura e semplice liberazione della figura del prete da ogni vincolo di responsabilità. Un prete che vive ii suo ministero come una professione, di cui può decidere di volta in volta il significato e il contenuto, senza relazioni preordinate o «oggettive» di fronte alle quali rendere conto, che ne condizionino l'identità.
Una simile interpretazione risulterebbe deleteria non soltanto per la stessa figura presbiterale (come d'altronde ha ben mostrato la stessa relazione di mons. Monari); più profondamente, risulterebbe problematica anche per la comprensione della Chiesa intesa come popolo dei credenti, come popolo di Dio (visibile e reale nella Chiesa locale) che anzitutto genera alla fede il singolo presbitero e poi lo accoglie, dando senso e contenuto al suo ministero pastorale. Un prete che interpreta la sua vocazione come una prestazione professionale non potrebbe che spingere verso la dissoluzione una simile immagine di Chiesa, risolvendola nella tensione polare tra vicini e lontani, amici e nemici, persone gradite e sgradite: vicini e lontani divengono le nuove figure chiave di una esperienza di Chiesa che gestisce in modo più privato e personale, secondo il paradigma dell'elezione, tutto il dinamismo della traditio e della confessio fidei che la genera. A una Chiesa di popolo farebbe così seguito una Chiesa di eletti. Riaffermare invece il primato della relazione come il luogo a partire dal quale costruire la figura presbiterale significa immaginare un futuro a quel volto popolare della Chiesa che costituisce il presente del cristianesimo in Italia.

Una riflessione conciliare non ancora assimilata

Quaranta anni dopo, l'inchiesta rivela una Chiesa che, nel lavoro di immaginazione e di formazione dell'identità del prete, fatica a fare sue ie priorità della riflessione conciliare: una riflessione che insisteva nel. mettere al primo posto, nel volere come prioritaria, l' attenzione alla dimensione ministeriale. Per motivazioni che andranno sicuramente indagate con maggiore attenzione, la Chiesa italiana non è ancora stata capace di radicare la riflessione sull'identità presbiterale basandola sulla dimensione ministeriale; e ha mantenuto invece, come punto di partenza, la persona dei ministri e la loro vita, piuttosto che il loro ministero. Il che non vuol dire che l'attenzione alla dimensione ministeriale sia assente in modo totale, ma che essa non è al primo posto, il punto di partenza che decide la linea della riflessione, indirizzandone lo sviluppo del pensiero.
In effetti, il Vaticano Il ha dedicato attenzione e introdotto novità anche forti nel modo di immaginare la figura del prete. Il concilio Vaticano Il ci ha insegnato a non considerare più la figura del prete in modo isolato, ma ad immginarla dentro la Chiesa e per il mondo. È questo il senso delle evoluzioni intervenute durante il lavoro di redazione del decreto Presbyterorum o rdinis . È proprio questo cambiamento di prospettiva a consentire di passare dalla considerazione dei chierici (De clericis) o dei preti (De sacerdotalibus) a un De ministeria et vita presbyterorum. Quello che si intravede non è un semplice e innocente cambiamento di titoli: piuttosto, una simile evoluzione è il segno di una maturazione delle idee frutto di dibattiti e discussioni sia in assemblea che all'interno dei lavori delle commissioni. In modo progressivo, si è così giunti a pensare il presbiterato nella missione della Chiesa e per il mondo; perciò non soltanto è corretto oggi fare tesoro di questo insegnamento conciliare; molto più profondamente è necessario integrare una simile prospettiva in qualsiasi riflessione sul prete.

Mutamenti di funzione, mutamenti di identità

I preti stanno cambiando; i preti vedono la loro identità presbiterale in forte evoluzione. I preti dimostrano anche di avere energie per abitare con consapevolezza questa fase di cambiamento: sono in grado di riconoscere il momento che stanno vivendo; e sono in grado, una volta aiutati a dare un nome ai problemi con cui sono chiamati a confrontarsi, di guardare in faccia tutte queste difficoltà riuscendo a mantenere la capacità di dare il giusto peso alle cose. I preti dimostrano così di saper vivere questo momento di transizione della loro figura continuando a guardare verso il futuro, più che cedere ad atteggiamenti di ripiegato attaccamento al passato; i preti dimostrano di saper accettare le insoddisfazioni e le frustrazioni derivate dalle tante modificazioni subite e di saperle trasformare in energia progettuale, in capacità di immaginare un domani per il loro ministero e la loro identità. L'insoddisfazione provata e manifestata sembra dunque diventare nelle mani dei preti una sorta di capitale simbolico, una moneta sonante capace di ridare loro ancora il fascino, la voglia di rischiare investimenti sul futuro. Un modo molto chiaro per mostrare la speranza che li abita, e che li guida nell'attraversamento dei cambiamenti fotografati.

(Luca Bressan, Essere preti oggi, in "Vocazini", n. 1, Gennaio/Febbraio 2010, pp. 26-36)