Gesù nella letteratura

contemporanea

Non all’unisono, ma in armonia

Marco Beck


Un aforisma in tre versi

«When truly brothers, / men don’t sing in unison / but in harmony», «Se tra loro c’è vera fratellanza, / gli uomini non cantano all’unisono: / cantano in armonia». Degno, nella sua pregnanza semantica, di essere paragonato a un versetto di un libro sapienziale della Bibbia come il Qoèlet o il Siracide, ma anche alla folgorante luminosità di un pensiero di Blaise Pascal o di Simone Weil, questo aforisma in tre soli versi reca la firma del grande poeta e saggista britannico Wystan Hugh Auden. Appartiene infatti alla sua ultima silloge, Thank You, Fog (Grazie, nebbia), apparsa postuma nel 1974 e pubblicata in Italia nel 2011 da Adelphi, con la traduzione di Alessandro Gallenzi. Per chi ama ascoltare e magari anche praticare il canto corale, questa micropoesia senza titolo non può non evocare anzitutto, con l’impatto del suo significato letterale, il segreto dell’armonia che presiede all’arte eccelsa della polifonia sacra. Musicologo, autore di libretti d’opera in collaborazione con Igor Stravinskij, Auden sapeva bene che il fascino del canto polifonico, a partire dalla classica formula delle quattro voci (due maschili e due femminili), deriva dalla fusione armonica delle loro diverse, intrecciate linee melodiche: una fusione che presuppone, come fondamento della sintonia vocale, una forma di fraternità, cioè una comunione d’anime, di sentimenti, di valori spirituali. Se questa comunione si realizza tra i coristi, allora la polifonia supera, in bellezza musicale, il pur pregevole canto all’unisono, caratteristico ad esempio della monodia gregoriana.
Ma non mancano, nel “frammento” audeniano, più estese e profonde implicazioni metaforiche. L’interpretazione più stimolante è quella, autorizzata da una certa intrinseca religiosità perlomeno “culturale” di Auden, che fa leva sulla «vera fratellanza» come fonte di «armonia» per collocare l’aforisma entro la cornice del cristianesimo. Poiché cristiana è la vera fratellanza senza confini, la fratellanza per eccellenza, la fratellanza universale tra tutti i figli di Dio, di qualunque razza, nazione, lingua, cultura. In contrapposizione al caos della Babele biblica, così come al frastuono di quella Babele odierna che è il mondo globalizzato, secolarizzato e moralmente degradato, la Chiesa di Cristo – sia pure frazionata in una pluralità di confessioni ed espressioni talora dissidenti – continua a creare armonia quando i suoi membri, ovunque radunati o dispersi, si mettono a “cantare” leggendo, nella solennità della liturgia come nella quotidianità feriale, l’unico spartito del Vangelo. C’è anche, nel testo originale inglese, un altro elemento che contribuisce a suggerire questa lettura di segno cristiano: l’avverbio truly, «veramente, davvero», riecheggiamento non casuale dell’alethôs di Gesù nel celebre passo del Vangelo di Giovanni, 8,32: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli [e cioè davvero fratelli, truly brothers]; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».
Siamo rimasti finora, tutti noi convocati a offrire un contributo al convegno su Gesù nostro contemporaneo, fedeli alla sua parola? Ci possiamo davvero definire suoi discepoli, e quindi truly brothers, uniti in Lui da un vincolo di vera fratellanza? Possiamo dire di conoscere la verità ed essere di conseguenza spiritualmente liberi? Conviene che ciascuno conservi in se stesso un dubbio onesto e salutare sulla misura del suo discepolato verso Cristo e del suo rapporto di fratellanza con gli altri credenti (ma dovremmo arrivare a poter dire: con tutti gli altri uomini). Una cosa è certa: solo se sapremo instaurare tra noi, hic et nunc, un autentico spirito fraterno, riusciremo a parlare di Gesù in vicendevole ascolto, e soprattutto non all’unisono, cioè sovrapponendoci in una ripetitiva uniformità, ma in armonia, cioè componendo in una molteplice unità le nostre diverse eppure
consonanti voci, le nostre diverse eppure convergenti prospettive, le nostre diverse eppure confluenti esperienze.
Gesù torna oggi a rivolgerci l’eterno, ineludibile interrogativo: «Voi chi dite che io sia?». E anche se tutti rispondessimo simultaneamente con le stesse parole di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», non sarebbe comunque una risposta all’unisono, ma in armonia. E non semplicemente perché non c’è un timbro di voce che sia uguale a un altro. Ma perché ciascuno di noi vive la stessa fede dei fratelli in modo peculiare, personale, irripetibile. A patto che, per quanto carente, incerta, imperfetta, sia una fede sincera. Salendo poi al livello della perfezione, ecco spalancarsi prodigiosamente il panorama multiforme della santità: imitazione dell’unico modello di Cristo che genera un’infinità di applicazioni, in qualche modo simili, certo, confrontabili, eppure tra loro diversissime. In una parola, armoniche. Così come sono o dovrebbero essere armonici, nel loro interagire, i carismi enumerati da san Paolo. E non è forse una polifonia, un’armonia vertiginosa anche quella dei mille e mille volti di Gesù effigiati in opere d’arte e di letteratura che si sgranano lungo la processione dei secoli?

Un carteggio cristocentrico in tre lettere

Davvero fraterna, cristianamente fraterna, fu l’amicizia, nutrita di fitte comunicazioni epistolari e telefoniche a compensazione della rarità d’incontri personali, tra due grandi scrittori del secolo scorso: Luigi Santucci (Milano 1918-1999) e Italo Alighiero Chiusano (Breslavia 1926 - Frascati 1995). Scrittori cattolici? Sì, possiamo definirli tali. Purché quell’aggettivo, che entrambi non amavano accostare a quel sostantivo, non abbia nei loro confronti il deprecabile senso riduttivo, ghettizzante, che certa sdegnosa cultura laicista gli ha purtroppo assegnato. Al contrario, in riferimento a Santucci e Chiusano la qualifica di “cattolici” deve recuperare in pieno l’accezione originaria del termine greco katholikós, vale a dire “universale”. Lo esigono l’ampiezza e la varietà dei loro interessi, la loro straordinaria apertura intellettuale verso ogni aspetto delle lettere, delle arti e delle scienze umane.
È relativamente noto che Luigi (Lillo per l’entourage dei familiari e dei sodali) e Italo divennero amici allorché il primo scoprì e candidò alla pubblicazione il romanzo d’esordio del secondo, La prova dei sentimenti. All’epoca, metà/fine degli anni Sessanta, Santucci era già un affermato narratore, grazie ai racconti dello Zio prete (1951) e a romanzi di successo come Il velocifero (1963) e Orfeo in paradiso (Premio Campiello 1967). Chiusano, invece, era ancora in attesa di quella consacrazione come germanista (Vita di Goethe, Literatur), romanziere (L’ordalia, Konradin), critico e saggista (Altre lune) che sarebbe sopraggiunta solo negli anni Settanta/Ottanta.
Proprio la confidenzialità fraterna del loro camminare sulle orme di Cristo in parallelo, ma senza alcuna mimesi reciproca, dà ragione dell’armonicità di un loro scambio epistolare, paragonabile a un duetto dai toni peraltro drammatici, intercorso nel 1994. Al centro di questo colloquio “a cuori aperti” campeggia la figura di Gesù Cristo. Un Cristo che entrambi i corrispondenti sentono e amano come un loro contemporaneo. E che tale, mediante la palpabile plasticità delle rispettive testimonianze, fanno percepire anche al lettore odierno.
Fornisco, preliminarmente, un’indispensabile indicazione bibliografica: i testi di cui sto parlando costituiscono il cuore pulsante di un volume, I nidi delle cicogne, che di Luigi Santucci raccoglie, postumi, scritti di vario genere, tutti inediti (racconti, memorie, riflessioni, poesie, copioni teatrali e, per l’appunto, lettere in entrata e in uscita). Ed è toccata a me, suo fedele estimatore, l’impegnativa quanto appassionante responsabilità di curarne per l’Editore Aragno la pubblicazione, avvenuta nell’aprile dello scorso anno, confortata da una fervida Premessa del cardinale Gianfranco Ravasi e valorizzata da una puntuale Introduzione di Ermanno Paccagnini.
La nobiltà dei sentimenti riversati in queste pagine incrociate certifica la sofferta coerenza con la quale i due scrittori procedevano sul doppio binario della vita e della letteratura. Non tanto nel senso, teorizzato da Carlo Bo, di una “letteratura come vita”. Quanto, all’inverso, nella direzione di
una vita che, su fogli riempiti ancora con i caratteri delle tradizionali macchine meccaniche, si faceva inconsapevolmente, e persino involontariamente, letteratura: una letteratura, per giunta, di alto profilo. Meritano dunque la nostra gratitudine gli eredi dell’uno e dell’altro, per aver estratto dagli archivi di famiglia e avermi messo a disposizione queste lettere traboccanti di umanità, affetto, mutua dedizione, che ci restituiscono i ritratti, o meglio gli autoritratti, di due anime assetate di Cristo.
«Caro Italo» esordisce Santucci il 29 settembre 1994, «ti sorprenderà questa mia lettera. La scrivo a te dopo non pochi travagli (e autoironie...) come al fratello di fede [...]. Sì, della fede si tratta. Non pensare però subito che io sia “uscito” dal cristianesimo. Abbiamo (io almeno ho) un’età in cui difficilmente sono ipotizzabili uragani tanto devastanti e radicali da far tabula rasa di un edificio nel quale si è vissuti, direi “fisiologicamente”, per decenni. [...] La mia crisi invece, che da parecchi mesi ormai mi rosicchia, è – per così dire – “settoriale” o anfibia. Non riesco cioè più a credere (a credere con saldezza e con pace) nella divinità di Cristo. A rapportarmi con lui, a pregarlo come Figlio di Dio».
Non è angosciato né disperato, lo scrittore milanese. Ma turbato sì, sotto la superficie di un pacato autocontrollo. E presagisce che la sua confessione turberà anche l’amico lontano, arroccato nel suo solitario studio di Frascati. Lo turberà, infatti, fino al punto di definirsi, rispondendo, «sconvolto abbuiato “crocifisso” [...] di fronte a quella “rasoiata al cuore”». Ma non lo sorprenderà. Perché Chiusano, come ogni attento frequentatore delle opere santucciane, sa che Lillo è già incorso in temporanee crisi di fede. Ne sono documento le violente oscillazioni determinate dalla traumatica perdita dell’amatissima madre e registrate nel canzoniere funebre Se io mi scorderò, apparso nel 1969 ma in realtà antecedente alla stesura del romanzo catartico Orfeo in paradiso (1967). E un’inequivocabile traccia di una ricorrente “cristomachia”, di un’alternanza di luce e ombra, traspare dalla dichiarazione inclusa nella Premessa a Volete andarvene anche voi? (1969): «Questa storia di Cristo [...] è nata da due tempi dell’anima, ha dentro due parti. Una florida di fede, dove Cristo è goduto come felice possesso, consolazione e risposta; l’altra invece sotto il segno della problematicità o addirittura nei gorghi della disperazione. Ho voluto dunque lasciare in questo libro, che sono andato componendo lungo molti e diversissimi anni, le certezze e gli entusiasmi di certe ore cristiane, così come vi ho lasciato germogliare le erbe del dubbio e dell’angoscia. Grano e zizzania, come sta scritto, nel libero campo della vita».
Specifica Santucci, nel prosieguo della lettera a Chiusano, che la sua non è, a ben vedere, un’abiura. Poiché egli crede ancora in Gesù: ma solo come «figlio dell’uomo», dotato di «una sua pienezza e sommità umana», comunque partecipe dell’«universale sopravvivenza e immortalità degli uomini». Gesù resta, per lui, il Salvatore e Redentore, «attraverso il suo ammaestramento di amore, il suo essersi sacrificato». Purtroppo, però, è crollato il cardine trinitario della divinità di Cristo, innescando una forma larvata – Santucci ne è consapevole – di «arianesimo». E non basta, a pacificarlo, la dottrina, prospettatagli da mons. Ravasi come soluzione di compromesso, ardita ma non eterodossa, secondo cui «Cristo non nascerebbe come Dio, identico e “fuso” col Padre [...]. La sua presa di coscienza di essere Figlio di Dio [...] si stratificherebbe, prenderebbe quota in lui in passaggi successivi [...]. Ma poi solo nell’evento vertice della resurrezione, Dio Padre suggellerebbe in Gesù la sua peculiarità divina».
Insoddisfatto, disorientato, brancolante in un’inquieta penombra, Santucci si appella in conclusione all’amico fraterno come a un directeur de conscience, confessando d’invidiare la sua salda fede nella divinità di Gesù. Invoca da lui la medicina di una «risposta-soccorso». Pregandolo di prescindere dal rinvio a «libri o letture», attende piuttosto l’indicazione di una «strategia d’anima».
Chiusano non tarda a prestare al «caro Lillo» l’agognata assistenza spirituale. Solo pochi giorni dopo aver ricevuto l’inquietante appello, mobilita tutte le risorse del suo intelligente, generoso “samaritanesimo”. Scrive, il 9 ottobre, una lunga missiva pervasa da una sapienza del cuore che
miscela, con terapeutica efficacia, la lucidità dell’argomentare in modo razionale e la forza psicologica di un’indomita passione per Cristo e la Sua Parola di salvezza: gli stessi pilastri, in fondo, su cui fra alti e bassi si era retta, fino al grido d’allarme del settembre 1994, anche la fede di Santucci; gli stessi pilastri che ai due amici avevano consentito, pur con tutte le differenze caratteriali ed esperienziali, di rispecchiarsi l’uno nell’altro come affiatati discepoli e testimoni di Cristo.
Ma c’è adesso anche un’altra forma di specularità che emerge dalla “parenesi” di Chiusano, grazie all’armonia (Auden: harmony) di una fratellanza spirituale capace di un’immedesimazione totale, di un’empatia senza remore. Lui pure, Chiusano, ha attraversato la waste land, la «terra desolata» del dubbio, dello smarrimento, della fede vacillante. Anche lui ha conosciuto, più volte, l’incubo della «notte oscura dell’anima». Ma per uscire da questi tunnel tenebrosi ha infine messo a punto un antidoto: «Da vari anni [...] mi accontento di vivere di brevissimi flash di fede. Vedo, a un tratto, la Verità, so di colpo che Cristo è figlio di Dio e che la vita ha un senso meraviglioso e cristiano. Poi torna il buio, o la nebbia grigia della quotidianità. Ma non mi serve altro. In quelle frazioni di secondo “illuminate” ho incamerato [...] tanta certezza e sicurezza e consolazione da durare per una lunga camminata attraverso il deserto».
Soffermiamoci brevemente su questa immagine del flash fulmineo, magari effimero, e tuttavia illuminante. Chiusano vi si richiamò anche nel contesto di una sua conversazione autobiografica sollecitata dal cardinale Carlo Maria Martini, allora Arcivescovo di Milano, per la “Cattedra dei non credenti” del 1991. Il concetto di un’illuminazione folgorante (che un Proust credente chiamerebbe forse “intermittenza del cuore”), tale da squarciare per un attimo il velo del Mistero e da rivelarci il Cristo nel suo splendore di Via, Verità e Vita, mi trova in piena consonanza con Chiusano. Proprio attraverso questi piccoli eventi di Grazia, queste minime eppure decisive cristofanie che, nell’orizzontalità generalmente uniforme, incolore, a tratti dolorosa del vivere quotidiano, aprono vertiginosi canali di comunicazione verticale con il Trascendente, con l’Assoluto, si dipana la mia più recente silloge poetica, pubblicata da Aragno nel 2010. Non a caso, anche rammentando i flash di Chiusano, l’ho intitolata Fendenti di luce. Claudio Magris, lettore eccellente dei miei “fendenti”, li ha addirittura ridenominati “sciabolate di luce”. Un titolo alternativo l’avrei potuto attingere da Mauriac. La clausola finale della sua Vita di Gesù (sottolineata da padre Ferdinando Castelli nel primo volume della magistrale trilogia Volti di Gesù nella letteratura moderna, San Paolo 1987) delinea un Cristo «imboscato»: «D’ora innanzi, nel destino di ciascun uomo, vi sarà questo Dio in agguato». Ne sarebbe potuto derivare, come sigillo unificante per le mie poesie, un suggestivo Agguati di Dio. Perché è Dio, a volte come Padre, più spesso come Figlio, e talora anche come Spirito Santo, a vibrare quei “fendenti” di luce accecante. E sempre li vibra all’improvviso, in “affondi” tanto più preziosi e rigeneranti quanto più gratuiti e inattesi. Nient’altro chiedendo in cambio che la prontezza a riconoscere la loro origine divina, la disponibilità a chinare il capo in preghiera benedicente e, possibilmente, a tradurre il loro manifestarsi nel segno, per quanto povero e inadeguato, della scrittura, in chiave di prosa o – come nel mio caso – di poesia. In modo che quelle singolari esperienze di fede non restino un geloso possesso dell’autore, ma possano essere condivise da almeno ventiquattro lettori, non necessariamente tutti credenti.
Torniamo adesso all’autunno del 1994. «Tu vieni da un cristocentrismo» prosegue Chiusano, nella sua confutazione del presunto neo-arianesimo di Santucci, «non solo del pensiero ma anche della fantasia creativa e delle abitudini psichiche. [Come potresti] tenerti questo Gesù-creatura, vicario, profeta, magari guru [...] dopo aver tanto amato e “divorato” il Gesù figlio di Dio e creatore del mondo?». Elevando il tono della comunicazione epistolare fino al livello di un sempre affettuoso ma ora anche energico rimprovero, Chiusano fa ricorso, per così dire, al principio di non-contraddizione. Se nega, in un momento di crisi probabilmente emotiva e irrazionale, la divinità di Gesù, il suo vecchio amico finisce per contraddire le convinzioni di fede nutrite nell’arco di una vita e depositate nell’autorevole scaffale della sua produzione letteraria. Correndo, perdipiù, il rischio di scivolare su un piano inclinato che, dalla riduzione di Gesù alla sola natura umana, potrebbe trascinarlo, sulla scia di Nietzsche, nel baratro dell’ateismo.
L’ultima mossa di Chiusano, sulla scacchiera dove ha ingaggiato una partita forse decisiva per il “restauro” spirituale di Santucci, ha un sapore pascaliano. Sembra riecheggiare la formula del pari, della celebre “scommessa” basata sulla teoria della probabilità. Quando si è ormai prossimi al traguardo della vita terrena – argomenta Chiusano –, non conviene giocare comunque il tutto per tutto, puntando l’intera posta sulla divinità, perlomeno probabile, di Cristo? In palio c’è infatti quella conquista della beatitudine eterna che potrebbe beffardamente sfuggire per una malaugurata negazione proprio all’ultimo istante.
Fu una strategia vincente, quella di Chiusano? Riuscì a porre fine alle scosse sismiche del cuore di Santucci? Offrì un utile contributo alla sua “ri-conversione”, comunque attestata in termini definitivi da diversi scritti ante mortem, in particolare Éschaton e le Ultime parole ai figli? Una risposta affermativa la si può ragionevolmente evincere da un successivo documento epistolare. È l’8 dicembre 1994, festa dell’Immacolata Concezione. Sono trascorsi due mesi dalla “seduta di psicoterapia religiosa” (ma sarebbe forse meglio considerarla come una laica celebrazione del sacramento della riconciliazione) cui l’amico più giovane aveva sottoposto l’amico più anziano. Ed ecco che Lillo si rivolge a Italo con un timbro di voce rinfrancato, fiducioso, a tratti persino gioioso, da “quiete dopo la tempesta”. Non basta, a spiegare la metamorfosi, l’incantesimo del Natale, l’imminente rinnovarsi di quella magia della Notte Santa che sulla psiche di Santucci ha sempre esercitato, come testimoniano numerosi racconti e riflessioni, un effetto spiritualmente tonificante, permettendogli di «reimpossessarsi dei coraggi, stupori, memorie e speranze atti a sconfiggere (anche se provvisoriamente) le tenebre». Il calore dell’affetto trapelante da ogni riga di questa terza lettera sembra assumere il significato di un “rendimento di grazie” espresso al soccorritore per la recuperata integrità di fede.
Questa volta è Chiusano, piuttosto, ad avere bisogno di un conforto fraterno. I ruoli s’invertono: tocca a Santucci indossare il metaforico camice del terapeuta. Non che Italo sia propriamente malato nell’anima. Ma una patologia cardiaca, aggravatasi negli ultimi tempi, oltre a imporgli un regime claustrale, suscita in lui un’inevitabile inquietudine interiore, nonostante una proclamata serenità di fondo. Rincuorando l’amico sofferente, dispensandogli incoraggiamenti e suggerimenti anche scherzosi, Santucci si “riscatta”. Restituisce in gran parte, se non in toto, quanto di cristianamente salutare aveva poco prima ricevuto. E consegna al fratello in Cristo, ormai prossimo a sentir frusciare le ali dell’angelo della morte, una rappresentazione della loro philia che profuma di Vangelo: «Lasciami chiudere dicendoti quanto mi dia stupore e soddisfazione che questo tuo “acciacco” almeno mi riporti (ci riporti) a un’intesa fraterna così fluida e appassionata».
Italo Alighiero Chiusano si spense, stroncato da un infarto, poco più di due mesi dopo, il 15 febbraio 1995. Luigi Santucci varcò a sua volta la soglia dell’Invisibile a distanza di quattro anni, il 23 maggio 1999, domenica di Pentecoste. Mi piace immaginarli seduti fianco a fianco nell’Eternità, felicemente bersagliati da infiniti “fendenti di Luce”, intenti a contemplare il volto divino del “loro” Gesù e a ritrarlo in sempre nuovi, sempre splendidi libri.

Una triplice giustificazione

Tre motivazioni si collocano alla radice della mia scelta di restringere lo sterminato tema “Gesù nella letteratura contemporanea” al rapporto tra due scrittori d’ispirazione cristiana che, scomparsi alla fine del secolo scorso, meritano di essere considerati a tutti gli effetti nostri contemporanei e di riproporci come punto di riferimento ancora attuale la loro concezione sostanzialmente unitaria del Gesù storico e del cosiddetto Cristo della fede. Ritengo di dover anche giustificare l’ulteriore restringimento di campo operato nel privilegiare il loro carteggio dell’autunno 1994: una decina di pagine – come si è visto – d’inestimabile valore biografico e ad alto tasso di letterarietà, rimaste sconosciute fino all’apparizione del volume I nidi delle cicogne.
La prima, fondamentale motivazione è la centralità, nel dialogo tra Santucci e Chiusano, del tema cristico. E cioè, appunto, del tema intorno al quale ruota l’intero convegno che ci vede a vario titolo coinvolti. In tal senso, quel dialogo si rivela quanto mai stimolante, ricco d’insegnamenti anche per il nostro presente, sempre più problematico e ansimante in ogni ambito, dalla politica alla religione, dalla società all’economia, dalle scienze alle arti. Molto, mi sembra, abbiamo ancora da imparare dalle modalità con cui, nel secondo Novecento, una generazione di scrittori italiani geniali, poliedrici, “a tutto tondo”, come Santucci e Chiusano (ma anche, per esempio, un Fabbri, un Pomilio, un Ulivi), s’interrogava senza sosta sul Mistero tormentoso e affascinante dell’Uomo di Nazareth: affermando, dubitando, verificando, dibattendo, raccogliendo le sfide della laicità e del secolarismo. Era una fede, la loro, rimessa di continuo in discussione, mai supina, devozionalistica, dogmatica o acritica, bensì inquieta, dinamica, alla perenne ricerca di puntelli, di conferme. E tutto ciò corrispondeva, e dovrebbe corrispondere ancora oggi, a una dialettica interiore ben presente alla riflessione del card. Martini: la convivenza nel cuore di ciascun cristiano, purché sia “pensante”, di un credente e di un non credente; una convivenza in cui al dubbio spetta un ruolo tutt’altro che subalterno, anche senza spingersi fino al paradosso di Eric-Emmanuel Schmitt, che nel romanzesco Vangelo secondo Pilato fa dire a Claudia Procula, rivolta al marito: «Dubitare e credere sono la stessa cosa, Pilato. Solo l’indifferenza è atea».
Indipendentemente dal contenuto cristologico, questa tranche de vie epistolare a doppio senso di marcia assurge – ed ecco la seconda motivazione – a modello di scrittura dialogica nella dimensione dello spirito. Con la loro prosa elegante, fluida, incisiva, costellata di accensioni poetiche, in sostanza aderente allo stile adottato nelle loro raffinate opere creative, Santucci e Chiusano concretizzavano, anche nel registro “minore” e tendenzialmente colloquiale della corrispondenza privata, una tesi del loro compagno di strada Mario Pomilio, che in una pagina del suo capolavoro, Il quinto evangelio, si è così espresso: «Lo scrivere è un metodo per introdurre un principio d’ordine nei propri sentimenti e al limite un esercizio di moralità». Quanto si dovrebbe meditare, su queste parole e su quelle che si scambiarono Santucci e Chiusano alla luce della Parola di Dio, nell’era odierna dei computer, delle e-mail, dei social network, degli sms, del vacuo scribacchiare digitale!
Santucci e Chiusano, infine, sono stati, per la mia formazione culturale e in particolare per il mio tirocinio poetico (senza trascurare, nel computo dei miei debiti di riconoscenza, l’influsso di critici sommi come Carlo Bo e Cesare Garboli, e più in generale il magistero episcopale del cardinale Martini accanto a quello filosofico di Jean Guitton), i maestri prediletti. Dalla lettura di Volete andarvene anche voi?, vertice spirituale di Santucci, la più artistica “vita di Cristo” fiorita nel giardino del Novecento, trassi ispirazione per conferire a una mia personale Via della croce (1989), mista di poesia e prosa, un impianto espressivamente variegato, tra elegia e lirica, tra narrazione e preghiera, tra confessione e drammaturgia. A quello stesso volumetto Chiusano, autore a sua volta di quattordici mirabili meditazioni per la Via Crucis al Colosseo del 1985, offrì l’avallo di una sua strabiliante Introduzione. Con quel testo colmo di affabile intelligenza critica, l’insigne germanista mi rivelò, in un certo senso, a me stesso. Mi comunicò la convinzione, l’energia, l’entusiasmo per proseguire lungo quella linea che definirei (per rispetto verso Pomilio e gli Apocrifi) “da sesto evangelio”, e che si distende, attraverso E c’era la madre di Gesù (1990), Sulla bocca e nel cuore. Quattordici stazioni di una “Via Christi” (1996) e la suite «Sulla terra, sull’acqua e nei cieli» in Un’eternità di passaggio (2004), fino alla sezione «Dalla mangiatoia alla croce», a chiusura di Fendenti di luce (2010). Nessuno di questi ulteriori “faccia a faccia” con Gesù e con altri personaggi dei Vangeli sarebbe maturato senza l’incoraggiante riconoscimento di Chiusano: «Beck è credente, se mai ce ne furono. Cristo, per lui, è più palpabile e suo che il suo stesso ginocchio, i suoi stessi capelli. [...] Ciò che Cristo fu e rappresentò nella Palestina dei tempi di Tiberio è, per lui, infinitamente più attuale e “moderno” di quanto, mattina dopo mattina, gli comunica il giornale».
Sia chiaro: la mia predilezione per i modelli di Santucci e Chiusano, autentici poeti oltre che prosatori, non ha mai escluso la lettura, lo studio, il confronto con altri grandi e meno grandi scrittori, soprattutto poeti “puri”, che hanno accostato frontalmente, con umile audacia (l’ossimoro è
d’obbligo), la figura di Gesù Cristo. Come avrei potuto prescindere dalla travolgente lezione profetica di padre David Maria Turoldo, articolata in tante memorabili raccolte? Come non rapportarmi con l’altissimo monologo interiore del Christus patiens costruito con fiammeggiante versificazione da Mario Luzi per la Via Crucis al Colosseo del 1999? Come ignorare la coralità di voci stupefatte o incredule, indifferenti o sgomente che incorniciano la Passione nel poema teatrale Rappresentazione della Croce (2000) di Giovanni Raboni? E altre preziose suggestioni, sulla via del “sesto evangelio”, ho mutuato da ispirati cantori della fede quali Clemente Rebora e Carlo Betocchi.
Un dato appare comunque sorprendente, nel momento in cui si allarga la visuale. E offre spunti di riflessione per eventuali approfondimenti in sede specialistica. È un dato che emerge anche dal più recente, informato e aggiornato repertorio “settoriale”: La letteratura e il sacro, a cura di Francesco Diego Tosto, vol. III: L’universo poetico dalla seconda metà del Novecento ai nostri giorni, Edizioni Scientifiche Italiane, 2011. Tra la folta schiera dei poeti cristianamente orientati, aperti alla ricerca dell’Assoluto, non sono molti quelli che entrano in un rapporto diretto, senza caute mediazioni culturali, con il Personaggio per eccellenza, il Dio incarnato: Gesù, appunto. E tra quei pauci sed electi prevalgono statisticamente le figure femminili (Cristina Campo, Margherita Guidacci, Elena Bono, Alda Merini, Maria Grazia Lenisa, Franca Grisoni...), quasi per un riflesso moderno della coraggiosa presenza di Maria e delle “pie donne” sul Golgota, intorno o vicino alla Croce, in contrasto con l’impaurita latitanza dei discepoli, ad eccezione del solo Giovanni.

Tre voci per un trittico poetico

Si parvum licet componere magnis, vorrei concludere questo percorso, iniziato all’insegna dell’«armonia» che Auden vede scaturire dalla «vera fratellanza», inserendomi idealmente nel flusso di amicizia cristiana intercorso fra Santucci e Chiusano. Al di là di ogni analisi critica, penso che a rendere visibile la nostra sintonia “cristocentrica” nulla possa contribuire meglio del canto poetico con la sua immediatezza comunicativa.
Riproduco perciò, qui di seguito, due poesie in chiave di preghiera, la prima di Santucci, la seconda di Chiusano, emblematiche della loro comune ispirazione cristologica. E oso aggiungerne una terza, mia, a completamento di un trittico incentrato sul “nostro” Gesù. Alla lettura, l’effetto risulterà – spero – simile all’ascolto di un piccolo coro formato da tre voci nettamente distinte e tuttavia concordi nel cantare non all’unisono, ma in armonia.

E TENEBRIS LUX
Coglimi, Cristo, e gettami nel Nulla,
fa’ cessar questa beffa tormentosa.
Forse nel non esistere è la culla
dove tornata infante alfin riposa
questa che non più è anima ma tedio,
è cilicio di spine alla mia carne.
Scioglimi Tu nei mostri dall’assedio,
di questa vita più non so che farne.
Ma grida la tua voce: «Vieni fuori,
da me che per risuscitarti ho pianto.
È vana la mia croce se tu muori,
rifùgiati nel mio costato santo».
Eccomi salvo! Il Nulla è vecchia fola,
Signore. Eccomi vivo ed immortale.
Tu m’hai guarito con la tua parola,
la vita adesso non mi fa più male.
Luigi Santucci (da I nidi delle cicogne)
RUGOSA QUOTIDIANITÀ
Grazie, Gesù, di essere stato
così concreto.
Terra impastata a saliva
per compiere un miracolo;
lavarsi la faccia e profumarsi
per sembrare più freschi;
il fico, anche quel fico maledetto
(povero fico); quel tuo dormire
nella barca in tempesta;
quella posca bevuta dalla spugna
lassù in cima alla lancia;
«Guarda qui, tocca: i buchi dei chiodi,
lo squarcio del costato».
Tutto ciò è ormai pane
pei nostri denti, acqua alla nostra sete,
realtà quotidiana per la nostra
ansia di verità.
Lasciatemi da parte, voi profeti
del sublime per mezzo del sublime.
Mi perdo in voi dentro un inafferrabile
cerebrale pulviscolo. Io amo
il sublime e l’eterno conseguiti
per la via del dimesso, dell’umile,
della rugosa quotidianità.
E lì ti trovo, luminoso e solo,
mio rabbi.
Italo Alighiero Chiusano (da Preghiere selvatiche)

EMMAUS
A questo troppo spesso inerte spettatore,
a questo in qualche modo complice del Tuo venire
irriso dalla nostra indifferenza;
appeso alla traversa del terrore nostro, della nostra
lignea paura; svenato dall’aguzza lancia
che ogni nostro singolo peccato
sempre più in profondità t’infigge nel torace;
a questo pur cattivo testimone svélati risorto:
commetti, per amore, questa santa iniquità.
E non trasfigurarti, se lo puoi, Gesù.
Perché, abbagliato dal fulgore della Tua regalità,
potrei non più vedere le minute cicatrici
che t’aureolano la fronte e ancora,
giorno dopo giorno, l’imperlano di nuove
stille del Tuo sangue redentore.
Sii come Tu fosti ai primi che da ultimo
ti videro, diverso eppure ancora umano,
persino ancor piagato il fianco ed ambedue le mani.
La Tua divinità sia sotto la perfetta umanità
velata. Al Cristo faccia schermo il Nazareno,
come una particola lo avvolga
che a labbra peccatrici è dato di toccare.
Ed io, che non sia solo, come la donna
di Magdala, Signore: sai, nel murmure che vibra
d’improvviso, e modula il mio nome, potrei
non cogliere il Tuo timbro di voce venuta dall’Eterno,
potrei passare oltre il falso giardiniere,
negare all’irriconosciuta Verità
il mio credente, affermativo «Rabbunì!».
E possa dunque avere al fianco un mio compagno,
l’unica compagna che Tu stesso hai dato
al mio cammino. L’altro discepolo sia lei, ed Emmaus
la meta di questo nostro uniti andare,
Emmaus l’inquietudine gioiosa, Emmaus
quell’angelo che sbatte frenetico le ali dentro il cuore.
Ma Tu, prima che al villaggio si pervenga,
disvélati, Tu prima di spezzare il pane,
prima che la sera scenda
e il desiderio muti in nostalgia, e insieme al cielo
il sangue, il nostro sangue, trascolori.
E quando ti sarai manifestato come il Dio
che a porte chiuse passa e a cieli aperti,
ma come, anche, l’uomo che con noi,
che pane e pesce e lacrime con gli uomini divide, allora
per un lungo intenso interminato istante
làsciati fissare.
Poi, non scomparire più.
Marco Beck (da Sulla bocca e nel cuore

Convegno «Gesù nostro contemporaneo»
Roma 9-11 febbraio 2012