Amore

Dizionario di psicologia

a cura di Umberto Galimberti


Rapporto duale che ha alla sua base uno scambio emotivo di diversa intensità e durata, promosso dal bisogno fisiologico della soddisfazione sessuale e dal bisogno psicologico dello scambio affettivo. Tema eminente di poeti e narratori, solo di recente l'amore è divenuto oggetto di ricerca scientifica nell'ambito della psicologia, della psicoanalisi, della psicologia del comportamento e della fenomenologia.

1. PSICOLOGIA. In questo ambito si è tentato di individuare le componenti che intervengono nell'evento amoroso distinguendo quattro forme d'amore in base alla componente egemone. La suddivisione di C.S. Lewis che, al di là della nominazione di chiara derivazione greca, è significativamente condivisa, prevede: a) l'agape che è una forma d'amore diretta verso l'altro per favorirne sopravvivenza e benessere senza attendere in cambio particolari gratificazioni. Corrisponde all'amore altruistico, genitoriale e, nel linguaggio di A.H. Maslow, al «B-Love» o amore per l'altro, contrapposto al «D-Love» che è l'amore promosso da bisogni personali; b) l'affetto che ha le sue radici nel primitivo «attaccamento» del bambino alla madre e il cui proseguimento è la richiesta di vicinanza dell'altro e di familiarità; c) la philia basata sull'aspettativa di una reale gratificazione da parte dell'altro che si intende ricambiare. E un amore che si nutre di ammirazione, di sostegno e di attribuzione di qualità positive all'altro; d) l'eros che ha la sua radice profonda nel desiderio sessuale che genera desiderio di possesso e di esclusività, non disgiunto dall'idealizzazione dell'amato e da una tendenza al dominio totale su di lui. Sono considerati fattori costitutivi dell'amore o «costellazioni» come le chiama R.J. Sternberg: a) l'intimità che implica i sentimenti di vicinanza, unione e legame, tipici dei rapporti amorosi, b) la passione che ha il suo centro nella sessualità da cui si irradiano attrazione e idealizzazione, c) la decisione che a breve termine implica la determinazione ad amarsi, e a lungo termine l'impegno a continuare a farlo nel tempo. A questo proposito è possibile rilevare che ognuna di queste componenti esercita un'influenza sulle altre, per cui un cambiamento nello schema dell'impegno ha conseguenze profonde sull'intimità e sulla passione, così come un forte tasso passionale indurrà a cercare gratificazioni a breve termine lasciando sullo sfondo decisioni a lungo termine.
Esiste infine una lettura dell'amore come espediente a cui ricorre la personalità inadeguata che cerca nel partner gli ideali a cui tiene ma che non è stata in grado di realizzare, e una lettura dell'amore come sviluppo naturale della personalità adeguata in cui l'amore non è dettato dal bisogno di acquisizione, ma da una sorta di sovrabbondanza oblativa. Nel primo caso l'amore che nasce è connotato dalla dipendenza e la sua funzione è eminentemente quella di un rimedio contro l'ansia, nel secondo caso l'amore è in grado di riconoscere la libertà dell'altro e di vivere senza assillo gli spazi delle rispettive autonomie. Un'altra distinzione è quella che corre tra l'amore-passione connotato da un intenso eccitamento sessuale che di frequente si riscontra nelle fasi iniziali dell'amore o, come vuole l'espressione di F. Alberoni (vedi: innamoramento), nell'amore allo «stato nascente», e l'amore-stima che si alimenta, oltre che di familiarità e vicinanza, anche del riconoscimento dei valori espressi dalle rispettive personalità.

2. PSICOANALISI. In questo ambito l'amore viene considerato da due punti di vista: in base alla teoria delle pulsioni l'amore è il desiderio della soddisfazione sessuale, mentre dal punto di vista della teoria dell'oggetto l'amore può essere «narcisistiso» se la scelta cade su una persona che presenta qualche somiglianza reale o immaginaria col soggetto che sceglie, «anaclitico» se, sulla base della dipendenza infantile, la scelta è orientata su una persona che assomiglia ai genitori o a figure dell'ambiente infantile. Le due modalità d'amore non vanno radicalmente separate perché componenti narcisistiche e anaclitiche sono presenti in qualsiasi rapporto amoroso. Quando l'oggetto del desiderio possiede molte delle qualità a cui l'Io aspira, ma che il soggetto non è riuscito a conseguire, allora si ha un'ipervalutazione dell'oggetto e insieme una sua utilizzazione come sostituto del mancato conseguimento dell'ideale dell'Io. Raggiunta la meta sessuale, l'amore potrebbe estinguersi; se ciò non accade è perché l'individuo, a parere di Freud, «può fare assegnamento sicuro sul risorgere del bisogno, e questa è la prima ragione per fare un investimento duraturo sull'oggetto sessuale e per amarlo anche negli intervalli di tempo in cui la passione non si manifesta in maniera esplicita» (1921a, p. 299). Oltre all'assegnamento sul risorgere del desiderio, l'amore trova un ulteriore sostegno nelle «pulsioni sessuali inibite nella meta che hanno su quelle non inibite un grande vantaggio funzionale. Non essendo propriamente capaci di soddisfacimento completo, risultano particolarmente idonee a creare legami duraturi, laddove di volta in volta quelle direttamente sessuali perdono per via del soddisfacimento la loro energia e devono attendere di rinnovarsi mediante riaccumulazione di libido sessuale, di modo che nel frattempo l'oggetto può venir cambiato» (1921a, p. 325).
Senza smentire l'impostazione freudiana, M. Balint, seguendo l'ipotesi del suo maestro S. Ferenczi, secondo cui da adulto l'uomo resterebbe «strutturalmente» un bambino che per tutta la vita chiede amore, parla di amore primario per quella forma di amore passivo che, fin dalla nascita, si esprime come bisogno cieco e violento di essere amati «sempre, dovunque, per tutto quel che sono, senza la minima critica, senza il più piccolo sforzo da parte mia, senza contraccambio» (1952, p. 191). Questa «avidità di amore» in cui consiste l'amore primario si esprime nell'insoddisfazione, nell'insaziabilità, nell'avidità caratteristica del neonato, che per Balint continua per tutta la vita successiva, rendendosi particolarmente evidente nei rapporti sessuali. Le altre forme d'amore indicate da Freud, l'amore narcisistico e l'amore anaclitico, sono per Balint dei semplici derivati o «surrogati» dell'amore primario.
Una considerazione a parte merita l'amore materno che si riferisce al sentimento di affetto, di devozione e di dedizione di una donna verso il suo bambino. Considerato da sempre un istinto, l'amore materno non è immune da componenti culturali o psicologiche, per cui ad esempio si amano coloro per i quali si compiono sacrifici, o da componenti sociali quali l'aspettativa della famiglia, le attese collettive a protezione degli indifesi, l'immagine di sé che la madre sente di dover produrre di fronte agli altri. L'amore materno, se è eccessivo, non è esente da ripercussioni sulla futura identità del figlio, la cui autonomia dipende dalla capacità di sopportare frustrazioni, dalle paure e dai dubbi che ha saputo superare, dalla possibilità che ha avuto di sperimentare la propria capacità.

3. PSICOLOGIA DEL COMPORTAMENTO. In questo ambito l'amore è considerato una risposta appresa. H.L. Miller e P.S. Siegel affermano che si tratta di una «risposta a un segnale di speranza generico, a una diffusa e vaga aspettativa di piacere. L'oggetto d'amore, sia esso una "cosa" o una "persona", è un elemento di rinforzo generalizzato, secondario e positivo» (1972, p. 14-15). In altri termini, nell'esperienza d'amore, insieme alla persona amata, l'innamorato sperimenta sentimenti piacevoli e una riduzione delle ansie che lo assillano. Il sentimento piacevole costituisce il rinforzo primario che, siccome insorge in presenza della persona amata, traduce quesr ultima in un rinforzo secondario che lascia supporre che, al suo apparire, emergeranno anche i sentimenti piacevoli. Questa interpretazione rientra nel quadro dei comportamenti di acquisizione dove l'essenza dell'amore è vista nell'aumento del benessere per l'innamorato e in una sua reazione positiva al suo benessere.

4. FENOMENOLOGIA. In ambito fenomenologico l'amore è considerato da L. Binswanger come la forma più alta in cui si esprime il «ci» dell'«esser-ci», ossia la sua originaria apertura: «Il "ci" dell'esser-ci, in quanto esserci amante, non indica quella apertura in forza della quale esso, in quanto mio, è "là" in vista di se stesso, ma quella apertura in forza della quale l'esserci, in quanto duale, è "là" in vista di noi, di me e di te, dell'"un l'altro". L'esser-se-stesso dell'amore, la sua ipseità, non è un "io", ma un "noi"» (1942, p. 65). Ciò comporta una modificazione della spazialità e della temporalità. Lo spazio dell'amore è infatti abolizione di tutti i luoghi, così come il tempo si raccoglie nell'istante eterno che oltrepassa le scansioni temporali del presente, futuro e passato. Lo stesso linguaggio, che per Binswanger è sempre un rivestimento del pensiero che porta a persuadere, dimostrare, rischiarare, specificare, subisce una trasformazione perché «la dualità dell'amore non ha bisogno di alcun rischiaramento, perché, in sé e per sé, è già essa stessa luce. Essa non ha bisogno di alcuna dimostrazione, né può in alcun modo essere dimostrata. Essa è "esserci (Dasein)" interamente svelato e non ha bisogno di essere rivestito, come appunto fa il linguaggio» (1942, p. 186). «L'immotivazione dell'amore, che alla ragione appare come irragionevolezza, è proprio il suo fondo, la sua "ragione" e la sua giustificazione» (1942, p. 117).
Il centro dell'amore è il cuore che esprime l'apertura di ogni singolo esserci al «noi» della dualità amante: «Nell'essere-insieme-nell'amore l'esserci si scopre come "cuore" e il "ci" dell'esser-ci (il da del Dasein) si dischiude come la patria del cuore» (1942, p. 109). In questa patria «la dualità nell'amore è pura esaltazione, pienezza inarticolata, indeterminata, indivisa, quindi ineffabilità, immobilità silenziosa, senza quasi respiro, un'immobilità che in nessun modo significa negazione o privazione, bensì il supremo e più positivo, anche se muto, compimento di tutto l'esserci» (1942, p. 200). Quando gli amanti passano dal silenzio al dialogo, questo non ha un tema specifico e neppure uno scopo preciso, non è socratico, sofistico, politico, economico, ma la sua caratteristica è di esprimere quell'autenticità che è il proprio se stesso radicato nel cuore. Strettamente parlando il dialogo amoroso non ha contenuti, perché non conta ciò che uno dice, ma il fatto che sia lui a dirlo.
L'amore, infine, ha per Binswanger un primato ontologico sulla morte che per M. Heidegger, da cui Binswanger deriva le sue categorie interpretative, era il senso decisivo dell'esistenza. Nella relazione duale dell'amore, infatti, l'altro appartiene eternamente. Questo potere eternizzante dell'amore elimina l'antitesi presente-assente, perché ciascuno può morire solo come individuo, ma non come Tu per l'Altro: «Il "noi" dell'amore è così pienamente e globalmente "essente" che ogni singola specificazione, anche negativa come il dolore e la morte, perde il suo senso perché ciò che ci riempie è solo l'amore in quanto tale» (1942, p. 169). Nell'amore, infatti, il Tu che si incontra non è solo questo Tu empirico e perituro, ma la scoperta del Tu come tale (Duhaftigkeit) a cui ogni esistenza è connessa.

(Garzanti 1999, pp.46-48)