Il prete

nella letteratura

e nel cinema.

Il caso «Don Camillo»

Tommaso Fasoli


La figura del prete da sempre ha suscitato notevole interesse in quanto, dietro all’umanità di un uomo vestito di nero, si cela e si palesa la presenza di Dio nel mondo. Lo esprime bene San Giovanni Maria Vianney, nel cui anniversario della nascita Benedetto XVI aveva proclamato uno speciale Anno Sacerdotale:
Senza il prete la morte e la passione di Nostro Signore non servirebbero a niente. È il prete che continua l’opera della redenzione sulla terra […] Che gioverebbe una casa piena d’oro se non ci fosse nessuno che ce ne apre la porta? Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta.
In modo suggestivo ne parla anche Francois Mauriac, quando scrive: «questa pietra di scandalo per tanti spiriti ribelli, il prete […] costituisce in mezzo a noi il segno sensibile della presenza di Cristo vivo […]. Uomini ordinari, simili a tutti gli altri, chiamati a diventare il Cristo quando levano la mano sulla fronte di un peccatore che confessa i suoi falli e domanda perdono, o quando prendono il pane tra le mani “sante e venerabili”, o quando alzano il calice della nuova alleanza e ripetono l’azione insondabile del Signore stesso […]. Sì, degli uomini simili ad ogni altro, ma chiamati più di ogni altro alla santità […]. Quale mistero in questo sacerdozio ininterrotto attraverso i secoli!».
Il sacerdote è dunque un’immagine, che porta in sé la presenza stessa di Dio, malgrado i limiti e le mancanze. In qualche modo egli rende visibile l’Invisibile, dopo che l’Invisibile si è reso visibile nell’Incarnazione . Per grazia di Dio il prete è quindi «alter Christus, un uomo che manifesta nell’essere e nell’operato la sua partecipazione essenziale alle grazie dell’unico, grande sacerdote della Nuova Alleanza», configurato allo Spirito Santo «a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, capo della Chiesa».
È per questo che la vocazione sacerdotale è, per usare le parole del volume I preti del cinema, una vera e propria «provocazione» per tutti coloro che vi si accostino, siano essi laici, siano essi gli stessi presbiteri. Infatti anche per colui che è chiamato al sacerdozio «trovare il giusto equilibrio nell’essere uomo di Dio e fratello degli uomini» è una grande responsabilità, anche perché in questa dinamica deve realizzarsi il compito primario e ragione stessa della vocazione di ogni prete, che è condurre gli uomini a Gesù e donare Gesù all’uomo.
Tutta la storia delle arti è stata segnata dalla curiosità e dalle reazioni alla «provocazione» dell’immagine del prete, ed in particolare nella storia recente del Novecento, la rappresentazione del sacerdote ha assunto una rilevanza non indifferente, soprattutto nel cinema e nella letteratura.
Un caso emblematico, fra i numerosi che si potrebbero citare, è certamente quello relativo a don Camillo, il protagonista di una fortunatissima raccolta di racconti scritti nell’arco di una ventina di anni a metà del secolo scorso, dal giornalista e scrittore Giovanni Guareschi, e ridotti in alcune pellicole cinematografiche di indiscusso successo.
Superando l’immagine talvolta caricaturale di don Camillo, che comunque fa parte del personaggio, è possibile rintracciare un’idea non banale del sacerdozio che Guareschi riesce a far emergere nell’ambito vivace del suo “Mondo piccolo”.
Nelle pagine seguenti, si intende quindi rilevare l’immagine di sacerdote che Guareschi ha voluto rappresentare nei racconti, confrontandola con documenti del Magistero ad esso contemporanei e successivi, per comprendere più in profondità il valore della figura del prete in questo specifico caso della letteratura italiana.
Dal momento che Guareschi si colloca in un ambito storico culturale ben preciso, si offrirà una panoramica, non esaustiva, di come è stata presentata la figura del prete nella letteratura e nel cinema del Novecento, insieme ad alcuni elementi biografici dello stesso autore. Successivamente si entrerà nel tema specifico della tesi, affrontando l’analisi dei racconti per rilevare come Guareschi intende il sacerdozio e l’identità del sacerdote.

 

La figura del prete ha attraversato tutta la storia delle arti, dalla pittura alla letteratura, passando per il cinema e la fiction, come tentativo di rappresentare una realtà umana che sconfina continuamente con il divino.
Prima di entrare nell’ambito specifico della figura di Guareschi, senza la pretesa di realizzare un’indagine esaustiva, si intende offrire una panoramica della storia della figura del prete nel cinema e nella letteratura del novecento, attraverso alcune tappe significative.

Il prete nel cinema del Novecento

Un personaggio dai tratti figurativi così netti di una tonaca nera e del collarino bianco, magari arricchito di un cappello a larghe tese e dalle problematiche così ampie come quelle del prete di certo non poteva sfuggire a scenografi e registi. Fin dagli albori del cinema il mondo sacro e terreno dei presbiteri è stato indagato con tale interesse che
ogni qual volta che compare un sacerdote sullo schermo […] non è quasi mai una presenza casuale e, anzi, si potrebbe quasi dire che non ci siano uomini di chiesa nei vari film senza che questo comporti una presa di posizione e senza che questo rifletta un giudizio di valore da parte dei vari autori.
Soprattutto nell’ambito cinematografico, ma non si può escludere anche quello letterario, occorre tener conto del fatto che talvolta si possano realizzare delle “forme di manipolazione”, per cui la narrazione conduce inevitabilmente a guardare la figura del sacerdote solo alla luce di alcuni temi privilegiati, quali quelli tendenzialmente scabrosi o legati al denaro, tacendo invece gli aspetti legati positivamente alla sfera religiosa e pastorale.
I primi preti della storia del cinema si incontrano in rappresentazioni di carattere apologetico e agiografico, come Il galeotto e il curato (1904) di Léon Gaumont, girata allo scopo di «mettere in evidenza le capacità di influsso della Grazia santificante» che, per mezzo del prete, converte il galeotto. Circa dieci anni dopo viene prodotto The Cristians di G.L.Tucker, «uno dei primi film che tratta del tema della lotta tra la vocazione religiosa e i richiami del mondo» .
L’impossibilità a menzionare tutte le pellicole cinematografiche che hanno visto la presenza di un presbitero, porta a delineare un quadro più ristretto nella cinematografia italiana più significativa, anche a motivo della particolare presenza della Chiesa in Italia. Come afferma Alberoni: «Abbiamo tutti davanti agli occhi figure entrate nell’immaginario collettivo, non solo del nostro paese, come il don Pietro interpretato da Aldo Fabrizi in Roma città aperta di Rossellini o il don Camillo cui prestò il suo inconfondibile volto Fernandel, ma scorrendo la lunghissima filmografia in materia, colpisce ancor più la presenza costante di esponenti della gerarchia ecclesiastica in ogni fase di questa storia».

Dal Neorealismo agli inizi degli anni ‘50

Nel 1942, con l’uscita del film Ossessione di Visconti, si diffonde, originariamente in ambito cinematografico, poi anche letterario, un movimento culturale che prende il nome di “Neorealismo”. Tale termine indica la necessità di un ritorno alla realtà, dopo il soggettivismo e l’intimismo prevalenti negli anni Trenta. Tale movimento propugna un impegno esplicitamente ideologico e politico, ispirato all’antifascismo, all’esigenza di “andare incontro al popolo”, alla denuncia delle ingiustizie sociali e, spesso, a una prospettiva di tipo socialista. È soprattutto la realtà della guerra, della Resistenza e del dopoguerra, con la sua miseria e con le sue lotte politiche, a ispirare la nuova cinematografia (Visconti, De Sica, Rossellini), la nuova narrativa (Pratolini), la nuova poesia (Scotellaro). Proprio all’interno di questa corrente, in ambito cinematografico, vengono delineate alcune «tra le più paradigmatiche figure di sacerdoti».
Roberto Rossellini è uno dei registi principali del Neorealismo, precursore con il film La nave bianca (1941), si fa conoscere soprattutto grazie a Roma città aperta del 1945, considerato da molti il manifesto del movimento. In questo film, che narra delle lotte tra partigiani e tedeschi a Roma dopo l’armistizio, Rossellini tratteggia il personaggio don Pietro Pellegrini, ispirato alle figure di don Giuseppe Morosini e don Pietro Pappagallo, sacerdoti romani fucilati nel 1944 durante l’occupazione nazista della capitale. Don Pietro prete arguto e caritatevole, sa bene, come dirà a un suo confratello in punto di morte, che “non è difficile morire bene; difficile è vivere bene”.
Egli spende la sua vita per difendere gli altri, nella convinzione che chi combatte per la giustizia e la libertà cammina nelle vie del Signore. Si prodiga per il suo prossimo senza badare all’appartenenza politica o religiosa: reca aiuto ai perseguitati politici e fa da portavoce dei partigiani; è benvoluto e rispettato da tutti, compreso dal comunista Manfredi. Nel film quindi la presenza di un prete non ha solamente valore di esattezza folcloristica, perché articola spiritualmente un dramma. Il prete è là per compiere la sua missione e per far risaltare maggiormente il sacrificio delle vittime, di cui Rossellini celebra la fecondità. È la mancanza di pietà, di umanità contro cui si schiera il sacerdote. La sua figura si staglia per reazione. Anche nella lotta si fa strada in don Pietro un disperato chiedersi ragione di certe ingiuste, assurde crudeltà.
Oltre a don Pietro, Rossellini presenta al suo pubblico altri due personaggi: i cappellani militari rispettivamente dei film L’uomo dalla croce (1943) e Paisà (1946). In L’uomo dalla croce vi è la figura di un cappellano militare, ispirato al sacrificio di Don Reginaldo Giuliani, che, fatto prigioniero durante la campagna di Russia, «svolge il suo ministero con la mente rivolta a Dio e i piedi ben saldi sulla terra degli uomini». In Paisà, invece, è di scena un cappellano militare americano, il quale insieme a due colleghi, uno ebreo e l’altro protestante, giunge presso un convento francescano. La presenza di due uomini di diversa confessione religiosa suscita le intransigenti reazioni dei frati, mentre lo sguardo del cappellano è puntato sulla carità e l’amore al prossimo. Il cappellano afferma il valore superiore della pace e cioè della tolleranza, del rifiuto di qualsiasi logica di separazione e di contrapposizione con i propri fratelli, gli uomini di buona volontà.
Mentre nelle pellicole di Rossellini il ruolo dei preti nella società è attivo e partecipe, in altri grandi maestri del neorealismo compaiono sacerdoti messi in secondo piano o estranei alle vicende. In queste immagini di ecclesiastici si nota una sorta di simulacrità […] qualche esempio di sacerdote tale solo per l’abbigliamento esteriore perché, sul piano umano, pastorale e spirituale non rivela alcuna consistenza.
Simili raffigurazioni si trovano in Sciuscià (1946) di De Sica, che ritrae tre preti inadeguati ed indifferenti di fronte alle sofferenze di giovani carcerati. Questi sacerdoti si trovano dentro al carcere mentre è in corso un tentativo di evasione che provoca la morte di un ragazzino travolto dalla calca. Di fronte a tali disgrazie le reazioni dei ministri di Dio sono pavide, indifferenti; essi sono preoccupati piuttosto che tutto torni alla normalità: non a caso il più anziano dei tre sacerdoti dice che si è trattato solo di una disgrazia, ad evitare qualsiasi assunzione di responsabilità da parte dell’istituzione carceraria o il riconoscimento delle molte omissioni di cui anche i preti, in parte, sono colpevoli .
Ladri di biciclette è un film del 1948 di Vittorio de Sica, ritenuto tra le massime espressioni del neorealismo cinematografico italiano. Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Luigi Bartolini, ha come argomento una vicenda quotidiana: la ricerca di una bici rubata e l’imbattersi casuale nel ladro. Sfondo e protagonista del film è la realtà sociale della Roma dell’immediato dopoguerra, in cui viene compresa anche l’azione della Chiesa e dei suoi ministri, osservati però con poco interesse. L’espressione della carità operosa delle organizzazioni ecclesiastiche si riduce poi ad un dover partecipare alla celebrazione poco interessata di una benedizione eucaristica.
Ne La terra trema (1948) di Visconti, ispirato al romanzo verghiano I Malavoglia, la Chiesa «non è altro che una costruzione, un edificio, indifferente e monumentale, davanti alle disgrazie delle famiglie di Acitrezza».
In queste pellicole le figure sacerdotali vengono svuotate della loro spiritualità e ridotte ad espediente simbolico per un’opera di critica nei confronti della Chiesa ritenuta incapace e inadeguata dinnanzi alle emergenze.
Sempre ispirato a tematiche e modi neorealisti è il film di Luigi Comencini, Proibito rubare (1948), che porta sul grande schermo la «storia di un prete educatore che cerca di recuperare i giovani della Napoli dell’immediato dopoguerra» .

Gli anni ’50 e ‘60

Nell’Italia del boom economico e delle rivoluzioni culturali e sociali degli anni Cinquanta e seguenti incontriamo due tipi diversi di “fare cinema”: da un lato film prodotti già in una logica commerciale, specchio della tranquillità economica, che si riflette in sceneggiature spensierate e riconcilianti e in cui la figura del prete si limita al bozzettismo; dall’altro i film “impegnati” di registi del calibro di Fellini, Visconti e Antonioni.
Nel mezzo di questa non esaustiva classificazione incontriamo i film incentrati su Peppone e don Camillo, soggetti tratti dai racconti di Guareschi, di cui annoveriamo tra gli anni Cinquanta e Ottanta: Don Camillo (1952) e Il ritorno di don Camillo (1953) di Julien Duvivier; Don Camillo e l’onorevole Peppone (1955) e Don Camillo monsignore ma non troppo (1961) di Carmine Gallone; Il compagno don Camillo (1965) di Luigi Comencini; Don Camillo e i giovani d’oggi (1972) di Mario Comencini; Don Camillo (1983) di Terence Hill. I protagonisti di queste vicende rappresentano le due anime più popolari della vita politico-sociale italiana all’indomani della seconda guerra mondiale, tanto contrapposte ideologicamente, quanto accumunate da un misto di pragmatismo, provincialismo e bonomia.
Ritornando al discorso sui film degli anni Cinquanta non si possono non esaminare le figure sacerdotali nell’opera di Federico Fellini (1920-1993), che ripropongono tratti simili a quelli di preti reali incontrati dal regista nel corso della sua vita. Infatti, come sottolinea Viganò,
quella delle pellicole felliniane è una caratterizzazione critica del sacerdote […] riconducibile a due personali esperienze: l’incontro con i preti durante la sua gioventù riminese e il rapporto con la Curia, maturato nella quotidianità romana.
Dalla sua esperienza di gioventù nascono i preti delle pellicole Lo sceicco bianco (1952) e I vitelloni (1953), mentre in 8 ½ (1963) e in Roma (1972) confluiscono le esperienze romane. Corre l’obbligo di considerare che la visione di Fellini della Chiesa è critica nei suoi confronti quando è ridotta a istituzione e esteriorità, mentre ne sottolinea positivamente l’opera quando segue i precetti evangelici. Questo è evidente nel modo in cui Fellini tratteggia ad esempio le suore che danno asilo a Gelsomina e Zampanò in La strada (1954) o l’incontro tra Cabiria e il frate in Le notti di Cabiria (1957), o sul fronte opposto nella caratterizzazione del cardinale di Otto e mezzo o della ridicola sfilata ecclesiastica in Roma.
Passando alle specifiche pellicole felliniane possiamo dire che poco spazio hanno le figure di religiosi nei primi film: in Lo sceicco bianco il prete è semplice organizzatore del pellegrinaggio di Wanda e Ivan; in I vitelloni l’arciprete sposa Fausto e Sandra ignorando che lei è già incinta. Più interessante è Il bidone (1955) che narra le vicende di due giovani che si fingono preti. La truffa riesce talmente bene che gli ingenui fedeli si affidano loro come se fossero veri preti, confidando problemi e speranze. La tonaca del sacerdote lascia intuire il peso e la responsabilità che il prete può avere nel tentare di dare un senso al dolore del mondo e da questo nasce il pentimento di uno dei due giovani. Anche ne La dolce vita (1960) compaiono due religiosi: un cappellano della principessa e un prete che rifiuta l’idea che quanto visto dal bambino sia un miracolo. Secondo Nazareno Taddei il film è testimone dell’era che tramonta, era in cui si assiste al crollo di tutti i miti. […] crolla anche il mito della religione, se per religione si intende certa esteriorità e certo formalismo.
In 8 ½ è invece rappresentato un cardinale piuttosto preoccupato per la forma, inarrivabile per gli uomini “comuni”, la cui parola per l’uomo che incontra si limita a preoccupazioni morali e disquisizioni teologiche. Il protagonista, Guido, un regista che da fanciullo era stato educato in una scuola di religiosi, tenta di conoscere il cardinale senza riuscirvi realmente:
il ritratto dell’ecclesiastico sarà pure una “bella figura mistica” […], ma è soprattutto l’emblema della grandissima distanza che c’è tra l’uomo di oggi […] e la Chiesa.
La posizione felliniana nei confronti della Chiesa risulta quindi di amore-odio. In Roma la Chiesa viene presentata in maniera dissacrante, ne viene criticata la deriva formalista attraverso la messa in scena di una pomposa sfilata di moda ecclesiastica. Nell’ultimo episodio del film Tre passi nel delirio (1968), Toby Dammit è invece la storia di un prete moderno regista, che vorrebbe trasporre la vicenda di Cristo in un film western, con un attore così depresso da scegliere il suicidio. Il prete tanto preoccupato di stare a passo con i tempi non si accorge del dramma interiore dell’uomo:
in questo episodio si poteva pensare che Fellini richiamasse la Chiesa a evitare la logica della mondanità spettacolare, per prendersi cura invece della dimensione spirituale dell’uomo”.

Dagli anni ’80 alla contemporaneità

Passando poi alle rappresentazioni cinematografiche più recenti cambia il modo di rappresentare i sacerdoti rispetto al passato.
Nel 1980 esordisce come regista Carlo Verdone (1950) con Un sacco bello. Nel film Verdone interpreta fra i vari ruoli anche quello di don Alfio, un prete goffo e proposto in chiave totalmente buffonesca. Dello stesso tipo di taglio è anche il prete di Viaggi di nozze (1995), prete che affligge i fedeli con un’insulsa predica.
Di ben altro spessore è invece il don Giulio di La messa è finita (1985) di Nanni Moretti (1953), vincitore dell’Orso d’argento. Don Giulio, di ritorno a Roma dopo alcuni anni di missione, si trova a contatto con diverse realtà in crisi […] incontri con i drammi piccoli e grandi del nostro tempo: la crisi della famiglia, la solitudine, la disillusione di una generazione che aveva sperato di cambiare il mondo, ma anche l’arroganza, la violenza, l’egoismo, l’insensibilità, il cinismo che producono un dolore che, quanto più appare insensato, tanto più risulta insostenibile.
Sembra che nell’età contemporanea l’uomo abbia escluso Dio dal proprio orizzonte, con la conseguenza di un deperimento, di una morte interiore ed esteriore. Il prete deciderà di fare ritorno in missione per sfuggire a quella realtà in cui non c’è più spazio per certezze e fede. La promessa finale è quella di un ritorno, che assume toni profetici, ma sembra lecito domandarsi, con il Vangelo: “quando il Figlio dell’uomo tornerà troverà ancora fede sulla terra?” (Lc 18,8).
Nell’ultimo lungometraggio di Fellini, La voce della luna (1990), abbiamo una veloce, ma significativa presentazione di due diversi tipi di presbiteri: il monsignore e il parroco. Questi reagiscono diversamente alla cattura della luna. Mentre il primo interrogato da un giornalista che gli domanda cosa chiederebbe alla luna questi dà una risposta preconcetta, il secondo ammette l’esistenza del dubbio anche in lui sacerdote. Nella risposta del prete è evidente che la modernità ha portato un cambiamento nella forma mentis delle persone, per cui le certezze, che erano evidenti nei secoli passati, possono oggi essere riconquistate solo dopo un lento cammino di conversione, di cui anche la ricerca di un significato è parte.
Nel 2002 esce Casomai di Alessandro D’Alatri (1955), in cui don Livio è impegnato in una poco ortodossa celebrazione del sacramento matrimoniale, capace di diventare spunto di riflessione sul rapporto di coppia e sull’istituzione del matrimonio come sacramento.
Il prete in questa pellicola svolge la sua missione cercando di rispondere giorno per giorno alla sua vocazione, prediligendo costruire una Chiesa basata su rapporti umani, piuttosto che su dogmatismi. Come scrive Viganò: «il sacerdote di Casomai si distingue sia dagli esigui fratelli cinematografici che dai numerosi cugini televisivi in quanto l’originalità e l’estroversione che caratterizzano a diversi livelli queste figure presbiterali nel film di D’Alatri hanno nella dimensione pastorale il loro campo d’azione: la particolarità e il valore di questo sacerdote rimangono conclusi all’interno della chiesa senza il bisogno di affermarsi all’esterno».
In Alla luce del sole (2005) di Roberto Faenza si mette in scena la vera storia di don Pino Puglisi, coraggioso prete palermitano recentemente beatificato. Tornato dopo tanti anni nella sua città e nel popolare quartiere di Brancaccio dove era nato, fu ucciso per aver sfidato il potere mafioso con le parole delle sue accorate prediche, e con le opere, educando bambini e ragazzini non solo alla legalità ma anche a un rapporto sereno con se stessi e la vita. Il regista mostra «con laico rispetto la figura di un prete, per una volta non macchiettizzato dal cinema “progressista” italiano e neppure reso un ribelle delle gerarchie ufficiali», secondo la stessa testimonianza del regista «un uomo vero fra tanti eroi di cartapesta».
Saverio Costanzo (1975) ha diretto nel 2007 il commovente film In memoria di me, ispirato al romanzo Lacrime impure (1960) di Furio Monnicelli (1924-2011). Il regista, che è stato educato in seminario, ha voluto mettere in luce la fatica che costa rispondere al Signore; il travaglio interiore di una creatura alla ricerca di Dio; il fascino di una scelta che per alcuni risulterà insostenibile e la lotta che si deve combattere quotidianamente per portarla avanti.
Ben diverso è l’approccio di Fausto Brizzi (1968), che, nel film Ex (2009) tratta con superficialità il tema della castità della vocazione sacerdotale. Nella pellicola don Lorenzo rincontra Elisa, un suo amore di gioventù, che è in procinto di sposarsi nella sua chiesa. A causa di queste circostanze i due ricominciano a frequentarsi e capiscono di essere ancora innamorati cosicché la conclusione del film vede i due amanti abbandonare l’una il fidanzato, l’altro la veste talare.
Vale la pena in ultimo ricordare Io, loro e Lara (2010) di Carlo Verdone, che ricorda per certi aspetti La messa è finita di Nanni Moretti: simile è lo “scheletro” della trama, con un prete che torna alla missione e che alla fine, sconfitto dalle circostanze che si trova a vivere, vorrà farvi ritorno. Don Carlo infatti tornato in Italia per cercare conforto nella famiglia si scontra con una realtà diversa e disastrata, fatta di relazioni superficiali e di solitudine, di eccessi e di debolezze, perfetta rappresentazione delle crepe della società contemporanea.
Anche il don Carlo di Verdone farà ritorno alla missione, il rassicurante nido di povertà, ma anche di un’umanità meno complessa e problematica, meno intaccata dalla corrosione della modernità.

Il prete nella letteratura del Novecento

Se la letteratura del Novecento è attraversata in generale da snodi di dubbio e di incertezza, essi si riversano anche sulla rappresentazione, talvolta problematica, dei preti e della religione. In particolare, rimane sempre significativa la domanda sul ruolo profondo che si cela dietro alle “vesti umane” di un presbitero. In questo la maggior parte degli autori pongono la propria attenzione: scrutare con occhi profondi il prete per svelarne il mistero, dal momento che non può essere più inquadrato in categorie sociali, come fosse un notaio o un farmacista, dal momento che «interessa ciò che lo distingue da tutti, cioè il suo carattere sacro».
A partire dalla presentazione di alcuni preti della letteratura dell’Ottocento, anticipatrice di molti temi di quella del secolo successivo, in questo paragrafo verrà quindi offerta una rassegna, non esaustiva, delle presenze sacerdotali nella letteratura italiana novecentesca.

I prodromi ottocenteschi

Affrontare la figura del prete nella letteratura del Novecento presuppone una premessa di carattere generale riguardante la storia della tradizione di questa figura già nel secolo XIX. L’influsso del positivismo e della cultura da esso generata aveva sollevato per lo più, nell’Ottocento, una visione superficiale e moralista del prete, relegato ad essere un “attivista” sociale . Diversa è la prospettiva che si riscontra, in ambito italiano, ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni (1785-1873). In questo romanzo (1840) emergono, fra le altre, tre figure di consacrati: don Abbondio, fra Cristoforo, cardinal Federigo Borromeo. In essi Manzoni sintetizza tutte le sfaccettature di quello che, potremmo dire, è il tipico paradosso del prete e cioè la conciliazione tra l’umano e il divino. Se la santità del ministero dipende dalla santità del ministro in don Abbondio cogliamo i tratti di un uomo “piccino”, inadatto a comprendere le sfide della vita e ad essere realmente guida per i fratelli uomini. Fra Cristoforo è uno spirito grande e luminoso, un uomo forgiato dalla vita e mosso a riconoscere la propria vocazione attraverso il peccato stesso e per questo ferito, in continua ricerca del divino, amante dell’umanità e del destino dei suoi figli spirituali. Il cardinale Federigo Borromeo, personaggio che secondo De Robertis è “impregnato” della morale cattolica, è un alto prelato e uomo dalla profonda intelligenza, capace di scrutare e comprendere le intermittenze del cuore dell’Innominato per entrarvi e risvegliarvi il senso del divino.
Non distante dalla visione manzoniana è l’opera di Antonio Fogazzaro (1842-1911), specchio e riproposizione del travaglio morale e spirituale di uno scrittore cristiano vissuto in un periodo storico in cui dapprima prevalse il positivismo, poi si fece strada l’anelito spiritualista nella prospettiva precipua del modernismo.
Tutti i romanzi di Fogazzaro, infatti, pongono la questione delle modalità secondo le quali sia possibile per un cattolico vivere le sfide del suo tempo. Egli indaga questo tema anche attraverso le figure di preti costellate nei suoi romanzi, fra il mirabile Piero Maironi ne Il Santo (1905), che forse esprime in maniera più esplicita le convinzioni innovatrici e in qualche modo vicine al modernismo dell’autore.

Una vera ispirazione lirica e religiosa pervade le pagine di Grazia Deledda (1871-1936), che presenta, in due diversi romanzi, altrettante figure di sacerdote: Elias nel romanzo Elias Portolu (1903) e don Paulo in La madre (1920). Elias è un uomo dalla vita burrascosa, che, come un moderno, ma problematico, fra Cristoforo, giunge alla vocazione sacerdotale dopo atti riprovevoli. Don Paulo invece deve affrontare la prova del sentimento di attrazione per Agnese, sotto gli occhi preoccupati e invasivi della madre, che per evitare lo scandalo e salvare il figlio sacrifica se stessa.

La prima metà del ‘900

Il carattere sacro del prete segna in modo più che significativo tutta la letteratura novecentesca, con alcuni casi emblematici che dimostrano l’attenzione profonda che gli autori rivolgono a questi uomini di Dio.
«La particolare presenza di Cristo nel prete è il leitmotiv di Non sono solo (1922) di Luciano Radi» . Questo parroco, già di una certa età, vive la sua missione con zelante passione, ha cura dei suoi fedeli, come di un gregge il pastore e è profondamente unito a Cristo. L’opera è costruita come un’autobiografia e disegna il cammino interiore del prete che dall’iniziale ardore, espresso nell’ammissione che quando venni qua su pieno di zelo, con negli occhi ancora le immagini sante della mia consacrazione, il cuore mi batteva forte ogni volta che celebravo l’Eucarestia, attraverso l’esperienza della contraddittorietà del reale scopre che «quando scavi per trovare il tuo io in fondo al pozzo del tuo essere, trovi senza volerlo Dio». Il “viaggio” della coscienza di sé che egli compie lo “indìa” sempre di più sino a desiderare uno stato di perenne comunione con Lui.
Pietro Mignosi (1895-1937), «artista che plasmò la materia della sua creazione nella luce non soltanto della fede, ma dell’appello evangelico all’amore, al perdono, all’umiltà», creò in Perfetta letizia (1931) il personaggio Don Michele Ingabbietta. Si tratta di un prete umile, che si trova ad affrontare con pazienza soprusi e ostruzionismi causati dal preside e dalla moglie di esso nella scuola in cui insegna. L’apparente debolezza di questo sacerdote mette maggiormente in evidenza l’opera salvifica della Grazia e la novità che genera in un prete il rendersi sempre più immagine di Cristo.
Pasquale Maffeo nel 1933 scrisse Prete salvatico, romanzo in cui viene messo a tema lo “scandalo” dell’azione divina attraverso la corporeità dell’uomo-prete. Il dubbio circa questo mistero coglie lo stesso sacerdote che viene sospeso a divinis e abbandona il paese in cui esercitava il ministero. Dopo anni ritorna ormai anziano nel suo paese, distrutto dal terremoto, e si riconcilia con Dio e con gli uomini, accettando che «essere prete è arduo, ma esaltante perché permette di agganciare la terra al cielo, la morte alla vita».
La vedova Fioravanti è uno dei romanzi di Marino Moretti (1885-1979), scritto e pubblicato nel 1941. Più che la figura del prete qui è costruita l’imponente e invadente figura della madre di Dorligo, Mitelda, la quale interviene continuamente nella vita del figlio sacerdote. Entrambi i protagonisti però sono tentati da amori poco leciti, Bruno Ghetti per Mitelda e Wanda Buratti per Dorligo. Nonostante una simile caratterizzazione dei personaggi
Moretti non intese scrivere un romanzo di viscerale sensualità: ben diversamente, descrisse la psicologia, i drammi, le ansie, i pudori dei protagonisti con una discrezione che non sarebbe fuori luogo definire manzoniana .
Nicola Lisi (1893-1975) è autore di Diario di un parroco di campagna (1942), ispirato dall’omonimo romanzo di Bernanos uscito nel 1936, ma da cui si discosta per «l’atmosfera serena, pacata, sognante che lo pervade» . In questo romanzo si delinea l’immagine di un semplice sacerdote di campagna, figura «soffusa di bontà, di cordialità e di stupore poetico per il creato», ma carente dal punto di vista teologico.
Mario Pomilio (1921-1990) scrisse L’uccello nella cupola (1945) il cui protagonista è don Giacomo, parroco di una piccola comunità abruzzese, apparentemente destinato ad una missione tranquilla, si trova in realtà lacerato da profondi dubbi sul suo stesso ministero e schiacciato dall’imponenza del proprio limite, che, sembra avvertire l’autore, senza la fede nella Divina Misericordia diventa insormontabile.
«La mia vita di prete è piena di dolore perché c’è un equivoco iniziale: ch’io sono indegno di essere prete» : queste sono le parole di don Ardito Piccardi, personaggio principale dell’opera diaristica di Carlo Coccioli (1929-2003), Il cielo e la terra (1950). Questo prete, nonostante la vivissima coscienza del suo limite, non abbandona il sacerdozio, né si lascia sedurre dalle tentazioni, ma diventa esempio di santità per i suoi fratelli uomini. L’opera, testimonia un’eccezionale talento e una preoccupazione specificamente metafisica che pone Coccioli. Antesignano di certe problematiche emerse poi con il Concilio Vaticano II, l’autore fu inizialmente ignorato da certa critica italiana di sinistra, perché uomo profondamente animato dal senso del divino e dalla ricerca di esso. Lo stesso autore in un passo di Rapato a zero, una raccolta di saggi, scrive di sé: «Quel tremendissimo Grande Sfuggente è, per mia disgrazia, l’unica realtà che a me importi».

La seconda metà del ‘900

Luigi Santucci (1918-1999) è ritenuto dalla critica il principale scrittore milanese della seconda metà del Novecento. Lo scrittore profondamente inserito nella tradizione milanese-lombarda […] pur nella consapevolezza di problematiche gravi, ricrea la realtà sotto la luce della speranza, accompagnandola con uno spiccato senso dell’umorismo, del fiabesco, dell’allegorico.
Infatti come lui stesso afferma in una sorta di testamento spirituale lasciato ai figli:
Se dovessi sintetizzare in una formula, in una espressione il mio essere stato scrittore, credo che sarebbe questa: che scrivo per lodare […]. Io ho lodato, ho cercato di applaudire di risuscitare nella lode, quante più cose ho potuto […]. La lode, sì, come messaggio,come linguaggio, se non per salvare il mondo, (per guarirlo ci vuole altro!), per aiutarlo, perché recuperi una qualche stima, una qualche fiducia in sé stesso; perché esca dall’autodisprezzo, dalla disperazione, e ritrovi l’amabilità […]. Perché senza un certo entusiasmo nei nostri confronti è poi quasi impossibile amare gli altri .
E in quest’aura di bontà e positività è tratteggiato don Agostino, il prete di Lo zio prete (1951).
L’avventura di un povero cristiano è un testo scritto sotto forma teatrale di Ignazio Silone (1900-1978) nel 1968. Il dramma è incentrato questa volta su una vicenda del passato: la storia di quel papa che «fece per viltà il gran rifiuto», Celestino V. I protagonisti dell’opera siloniana sono sempre uomini perseguitati […]: individui liberi che, nel momento stesso in cui soccombono, si ergono eternamente vittoriosi e proiettano immagini che sopravanzano limitati progetti di trionfo.
Lo scrittore emiliano Ezio Comparoni (1920-1952), noto lo pseudonimo Silvio d’Arzo, pubblicò nel 1948 Il prete e la vecchia Zelinda, poi riedito postumo nel ’53 con il titolo Casa d’altri. Questo romanzo si pone nella scia delle opere di Bernanos e di Lisi e fornisce misura all’alienazione dell’uomo, da sempre da solo con sé stesso, con la vita non meno che con la morte.
Il nuovo titolo, scelto dall’autore nel 1952, poco prima della sua prematura scomparsa, evoca un principio evangelico secondo il quale il cristiano è un uomo “nel mondo”, ma non “del mondo”, come richiama l’autore stesso nella prefazione: «il mondo non è casa tua» . I protagonisti del romanzo sono Zelinda, una vecchia solitaria e taciturna, che vorrebbe porre fine alla propria esistenza con il consenso di Dio e della Chiesa, e il curato del paese, il quale, di fronte alle richieste della vecchia, ha un risveglio del cuore, che lo porta a sperare e credere che dalla “casa d’altri” possa scendere la Carità che tutto perdona .
Del 1954 è invece Il prete bello di Goffredo Parise (1929-1986), romanzo che «mette a tema la figura del sacerdote sullo sfondo di un mondo provinciale di disfacimento» . L’opera ebbe grande successo di pubblico negli anni del dopoguerra. L’ambientazione è, come nei romanzi dai tratti neorealisti, la provincia italiana dell’epoca fascista. L’intera vicenda viene vista e raccontata dalla voce narrante di Sergio, un bambino di un quartiere popolare di Vicenza, il quale descrive il mondo degli adulti, nel quale emerge la figura di don Gastone, il «prete bello».
Nei romanzi di Giorgio Saviane (1916-2000) emerge da un lato una forte preoccupazione per la massificazione dell’individuo in atto nella società contemporanea e dall’altro una grandissima inquietudine religiosa. Nella sua opera pertanto non potevano mancare figure di religiosi, da quello «profondamente inserito nella variegata problematicità della vita odierna» al «pastore figlio del nostro secolo» all’ «uomo di Dio a cui non sono ignoti i tormenti della carne né i drammi dello spirito» . Si possono citare il don Sergio de Le due folle (1957) e il don Claudio de Il Papa (1963). Scrive il critico Carlo Salinari al termine di un’intervista: «don Sergio […], don Claudio […]: ecco i personaggi che, a tappe successive e sempre con maggiore lucidità, rappresentano la concezione del mondo di Saviane, il suo messaggio ideologico che può racchiudersi nella dialettica tra potere e ribellione, il potere che conserva, che si fonda sulla inerzia della consuetudine, del pregiudizio, della paura, della norma comunemente accettata, la ribellione che fa salire di volta in volta un gradino della verità, che porta l’uomo a essere sempre più uomo, Dio sempre più Dio».
Dalle parti degli infedeli (1979) è un breve saggio di Leonardo Sciascia (1921-1989), che divulga, accostando documenti e dati, il carteggio intrattenuto tra monsignor Ficarra e il cardinal Piazza, segretario della Sacra Congregazione Concistoriale. Il tema è dunque tratto dalla storia vera della diocesi di Patti e in particolare mette in luce l’allontanamento di monsignor Ficarra dalla propria sede vescovile. Tale allontanamento avvenne nel 1946, a seguito delle elezioni amministrative che videro la Democrazia Cristiana battuta da una lista aperta di comunisti e laici, sconfitta che venne attribuita ad una politica contraria del vescovo. Già dalle prime pagine dell’opera si avvertono
le provocazioni di una intelligenza lucida e amara, che attraverso gli esempi siciliani ricostruisce nei suoi meccanismi la strategia della sopraffazione pubblica e privata diffusa nella società italiana.
Rodolfo Doni (1919) narra le problematiche di don Enrico in Servo inutile (1982) e Altare vuoto (1989). A tema in questi romanzi è l’amore di don Enrico per Claudia e quindi la crisi interiore che questo sentimento apre nel presbitero. Nel primo romanzo vengono narrate le vicende dell’innamoramento del prete per la ragazza con cui «condivide un amore profondo e benefico che coinvolge anima e corpo e gli permette di scoprire una nuova dimensione della vita» . Seguito di Servo inutile, il romanzo Altare vuoto presenta una sorta di bilancio della vita di don Enrico tutto permeato del dolore di un prete che non può più accostarsi all’Eucarestia, perché sposato. Il conflitto tra la vocazione sacerdotale e l’amore per una donna si presenta in tutta la sua drammaticità e viene vissuto all’interno dei più ampi problemi della Chiesa all’indomani del Concilio Vaticano II.
Ferruccio Parazzoli (1935) pervenne alle pagine di Vigilia di Natale (1987) dopo aver analizzato l’inquietudine della società contemporanea nelle sue traiettorie culturali e religiose, non meno che nella sofferta ricerca di una radice sottile che fosse motivo di equilibrio, di un segno da opporre al dolore, alla miseria, alla paura, all’irrazionalità, alla pochezza della vita.
Il don Nazareno del romanzo vive una forte inquietudine religiosa, che lo porta ad abbandonare l’abito talare ed indossare quello secolare. Nonostante il rifiuto della sua precedente vita e l’abiura da qualsiasi realtà di fede, Nazareno non può non cancellare quanto ha visto e vissuto. Il pensiero di Dio lo logora come una spina nel fianco e lo pone in un atteggiamento estenuante di ricerca. In forma epistolare, il protagonista interpella quanti avevano popolato la sua precedente vita e che vivono in Dio e per Dio. Forse la scelta del nome Nazareno ha un suo peso nell’economia dell’intero libro: Parazzoli reincarna nel suo personaggio un moderno nazareno, completamente soggiogato dai dubbi e dai pensieri del modernismo.
Si è visto come l’uomo “vestito di nero”, che con il proprio colletto bianco resta irriducibile ad ogni definizione, attraversa il secolo delle inquietudini e del dubbio, anche per i cineasti e gli scrittori rimane un mistero. Il sacerdote, in fondo, è pienamente uomo, e quindi comprensibile fino a quella profondità a cui si può pervenire per qualunque essere umano; ma rimane anche e sempre un mistero, per quel legame con Dio che lo rende incomprensibile, alla fine, anche a se stesso.

Il caso Guareschi

Tra tutta questa serie di autori, e in questo ambiente, si colloca Giovanni Guareschi che, fra il 1946 e il 1966, dedica trecentoquarantasei racconti al Mondo Piccolo, abitato da uno dei più riusciti preti della letteratura e del cinema, don Camillo.
Guareschi nasce in provincia di Parma il 1° maggio 1908, da una maestra elementare e un negoziante, nella casa che è anche sede della Cooperativa Socialista. Egli stesso, negli anni seguenti, segnalerà la coincidenza, come l’inizio di un rapporto travagliato con i “rossi”.
La formazione intellettuale si realizza a Parma, frequentando il Regio Ginnasio Romagnosi, dove trova come insegnante di greco e latino Ferdinando Bernini, traduttore e profondo conoscitore dell’umorismo europeo: come per altri compagni di ginnasio, fu questo professore ad imprimere in Giovanni il “marchio indelebile della curiosità intellettuale” . Durante una crisi finanziaria che colpisce il padre, Guareschi cala nel rendimento scolastico e, rimandato di alcune materie, va a ripetizioni da don Lamberto Torricelli, di cui segnalerà la somiglianza con don Camillo, aggiungendo che «mi allentava uno scapaccione e poi mi insegnava a fare il compito di latino».
In quegli anni inizia anche la formazione cristiana, anzitutto nell’ambito familiare. Guareschi è un cristiano credente, come emerge da tutti i suoi scritti, non tanto come professione di fede esplicita, che comunque talvolta emerge, ma come substrato costante . Egli conosceva bene i Vangeli, li frequentava assiduamente, e teneva in gran conto l’Imitazione di Cristo, a altri classici del pensiero cristiano quali i Padri Apostolici, il Catechismo di San Pio X, i Fioretti di San Francesco .
Dopo la maturità classica, inizia la collaborazione con alcune testate giornalistiche, con articoli, poesie, disegni e illustrazioni, che prosegue anche durante il servizio militare. Nel 1936 si trasferisce a Milano per collaborare con l’EIAR e al Bertoldo, rivista settimanale di umorismo e satira dell’editrice Rizzoli, come redattore.
Dopo un arresto per diffamazione di Mussolini, durante una sbornia, viene richiamato in servizio e destinato ad una caserma di Alessandria. È da lì che fu fatto prigioniero dai tedeschi nel settembre 1943 e destinato prima ad un campo di prigionia in Polonia, e l’anno seguente in Germania. Verrà liberato il 31 gennaio del 1945, e commenterà «non abbiamo mai dimenticato di essere uomini civili, con un passato e un avvenire».
Rientrato a Milano, nel novembre 1945 viene assunto da Rizzoli per fondare con Mosca e Mondaini il Candido, settimanale umoristico caratterizzato da una satira anticomunista e, nell’approssimarsi del referendum istituzionale del 1946, da una strenua battaglia a favore della monarchia. Su questa rivista, il numero 52 del 23 dicembre dello stesso anno, pubblicherà il primo racconto della serie Mondo Piccolo, con il titolo Don Camillo.
Nel 1952 si trasferisce alle Roncole, in provincia di Parma, da dove fa il pendolare a Milano e cerca di acquistare terreni da dare a mezzadria: le politiche agrarie però sembrano penalizzarlo e nel tempo rinuncia svendendo i poderi .
Fra il 1954 e 1955 si colloca la vicenda De Gasperi-Guareschi. Dopo aver pubblicato due lettere del 1944 attribuite a De Gasperi, che sembravano contenere la richiesta diretta al Comando alleato di Salerno di effettuare il bombardamento della periferia di Roma, per causare una reazione della popolazione e affrettare il ritiro dei tedeschi, Guareschi aggiunse un proprio commento politico, in toni assai pesanti, che portò De Gasperi a denunciarlo per diffamazione . Il processo, non privo di ombre, portò alla condanna di Giovanni, che trascorse più di un anno nel carcere di San Francesco a Parma, dove incontrò la figura di p. Lino Maupas, cappellano morto in odore di santità e protagonista di uno dei racconti di Mondo Piccolo . Già nel 1950, a causa di una vignetta di Carlo Manzoni pubblicata su Candido, era stato querelato e condannato con la condizionale per vilipendio a mezzo stampa del Presidente della Repubblica, che allora era Luigi Einaudi.
Dopo aver aperto un caffè nella città natale di Verdi, lascia nel 1957 la direzione di Candido mantenendo la collaborazione fino al 1961, allorché smette anche quella e la Rizzoli chiude il settimanale. Gli ultimi anni li trascorre fra Cademario e Cervia, dove muore il 22 luglio 1968 per arresto cardiaco.
La sua opera letteraria comprende alcuni romanzi (La scoperta di Milano, Il destino si chiama Clotilde, Il marito in collegio), raccolte di note di costume, un testo autobiografico sull’esperienza nel lager (Diario clandestino), e i trecentoquarantasei racconti del Mondo piccolo, che costituiscono la saga di don Camillo e Peppone.
Il giudizio della critica sulla sua opera letteraria è discordante e spesso antitetico. Padre Castelli, a partire da un confronto fra le varie opinioni, colloca Guareschi a metà strada fra gli scrittori di second’ordine e i classici del Novecento, rilevando come manchi della profondità di Pirandello o Buzzati, ma riesca a ritrarre la vivo “un periodo storico i una serie di episodi popolari, ricchi di umorismo, d’incanto fiabesco, di passioni e di provocazioni, di contenuti umani e religiosi”, trasportando il lettore “su sfondi che sanno di eterno e di poesia”.

Guareschi e il sacerdozio

Se la figura del prete è qualcosa di fronte al quale non si può rimanere indifferenti, come si è potuto vedere anche dalla rappresentazione che di essa è fatta nella letteratura e nel cinema del Novecento, una particolarissima e significativa espressione è il personaggio di don Camillo, nato dalla fantasia di Giovanni Guareschi.
Si tratta di un sacerdote speciale, parroco vivace e impetuoso di una parrocchia, nella Bassa, poco distante dal Po. La sua personalità e vita si delinea nella quasi totalità dei 346 racconti che Guareschi pubblicò riguardo al “Mondo piccolo”, per lo più nel settimanale umoristico Candido, a partire dal dicembre 1946.
Don Camillo è un prete rigoroso, ma anche debordante di misericordia e compassione. Uno che parla schietto, senza essere sentenzioso. Uno che ama, magari un po’… ruvidamente, la propria gente. Uno che si lascia mettere in discussione, riconosce i propri errori e i propri torti. Uno che dialoga col Cristo, ma anche con… l’anticristo. Che compie delle bravare ma conserva il candore di un fanciullo. Che tormenta e si tormenta. Uno che usa un linguaggio chiaro, semplice, e riesce a farsi capire.
L’ambiente, che Guareschi definisce il “Mondo piccolo”, non è mai localizzato con precisione, sebbene i contorni siano delineai nel corso dei racconti fino a darne una precisa conformazione geografica, che assumerà, nel corso degli anni, le caratteristiche proprie del piccolo paese di Brescello.
Alcuni si sono domandati dove Guareschi abbia tratto l’ispirazione per delineare la figura di don Camillo. Lui stesso nel 1953 scrive che «chi li ha creati è la Bassa. Io li ho incontrati, li ho presi sotto braccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto» . G. Lugaresi riporta l’informazione che lo stesso Guareschi ha affermato che il protagonista si rifacesse ad uno zio materno che voleva andare missionario ma era morto in giovane età . Tuttavia con maggiore probabilità il primo sacerdote ad ispirarlo fu don Lamberto Torricelli, che era parroco a Marore (Parma) dove il piccolo Giovannino viveva e frequentava il catechismo . Altrove, sembra rifarsi al cappellano del carcere di Parma, il francescano p. Lino Maupas, morto in odore di santità nel 1924.
Altri spunti devono essere stati presi dalla figura di don Camillo Valota, partigiano della seconda guerra mondiale e detenuto nei campi di concentramento di Dachau e Mauthausen, e di don Ottorino Davighi, parroco di Polesine Parmense conosciuto personalmente da Guareschi.
Tuttavia, spigolando il volume di note ai racconti curato dai due figli di Guareschi, ci si imbatte in una lunga serie di riferimenti ad episodi realmente accaduti a sacerdoti, che offrivano spunto all’autore per il propri racconti. Lo stesso Guareschi affermava che si tratta di personaggi veri: non due, ma venti o quaranta preti e venti o quaranta comunisti concentrati in due personaggi. I quali personaggi, poi, sono un personaggio unico: io.
Don Camillo, rispetto alle figure di sacerdoti presenti nella letteratura italiana del Novecento, è senz’altro un personaggio particolare, un unicum, come afferma anche Giovanni Lugaresi nel suo saggio Guareschi, fede e libertà:
Don Camillo è un prete tridentino: di grande fede e profonda formazione; poche idee, ma precise, ben assorbite, professate, e anche con tutto il coraggio necessario, quando dovesse occorrere.
E anche Guareschi ne segnala l’eccezionalità:
evidentemente questo don Camillo non è uno dei soliti preti di campagna che, per “liquidarli”, basta chiamar fuori un momentino dalla canonica e annaffiare con una sventagliata di mitra come tante volte, purtroppo, la cronaca ha insegnato. Evidentemente questo don Camillo è uno con la pelle dura parecchio e noi neppure osavamo pensarlo, abituati come siamo a far nascere e morire col nostro modesto pennino personaggi la cui consistenza non va oltre lo spessore dell’inchiostro con il quale scriviamo.
Leggendo i racconti di Guareschi è però possibile delineare una figura sacerdotale complessa ma al tempo stesso lineare. In questo senso, dopo una sommaria descrizione del personaggio seguendo le parole di Guareschi, si intende offrire un quadro ampio dell’idea del presbitero come emerge in questo emblematico caso letterario alla luce di alcuni episodi significativi.

Per un ritratto di don Camillo

La descrizione fisica non è troppo importante, ma curiosa: don Camillo è descritto come un prete gigantesco, con le mani grosse, i piedi taglia 45, un «tipo di diretto al mento capace di abbattere un bue, ammesso che un bue abbia un mento», e che spesso ricorre alla forza fisica per risolvere questioni che a prima vista parrebbero irrisolvibile. La sua forza fisica è notevole, tanto da poter riportare, con l’aiuto di Peppone, l’angelo del campanile al suo posto sulla guglia: «c’erano voluti cinque uomini: lo fissarono da soli» ; in un’altra occasione raddrizza e sposta un monumento sulla piazza del paese, o per fare una bravata, solleva una sedia a forza di ganasce . Ha delle mani «grandi come badili» con le quali riesce a piegare le sbarre per far fuggire dal collegio Giacomino, figlio di Bia Grolini . Ha le «braccia di ferro» e fa «volare sberle che facevano fischiare l’aria» . Quando i “rossi” di città lo sbeffeggiano mentre passa in bici da corsa, agguanta una tavola e ne colpisce molti; successivamente anche il Vescovo gli domanda di ripetere il «lancio della tavola».
È nato nel 1899, come Peppone, ed insieme hanno combattuto la prima guerra mondiale fra gli alpini, ricevendo una medaglia al valore militare: ha quindi fatto la “naja”, come un «pretino appena sfornato dal seminario» e, di fronte all’accusa di Peppone di non aver veramente partecipato alla guerra, afferma che sebbene non fosse in prima linea nei combattimenti andava a raccogliere i feriti e li accompagnava fino alla morte.
Viene da una famiglia contadina e verso i sette anni entra in seminario: solo dopo tre anni rientra per la prima volta per le vacanze estive a casa dei suoi, con l’abito da “pretino” e fatica a rientrare nella banda cui apparteneva, anche perché già “politicizzata”. A dieci anni è già robusto e sa usare le mani, e ha instaurato un semplice e abituale rapporto con il Cristo dell’altare.
Ha un cuore grande e caldo, come il tabarro con il quale copre chi ha bisogno di lui, come il figlio di Peppone morente per portarlo all’ospedale . Un cuore grande per cui i bambini soprattutto intuiscono che don Camillo vuole loro bene e cercano rifugio in canonica o in chiesa quando ne hanno bisogno, come il piccolo Gigino scappato di casa perché non vuole studiare desiderando lavorare come meccanico . Prova anche nostalgia per la sua terra e la sua parrocchia, nel momento in cui viene mandato in “esilio”.
Mentre parla «con il suo vocione baritonale», don Camillo usa molto la mimica. Descrivendo un colloquio con il suo Vescovo, Guareschi scrive:
Don Camillo, quando parlava, non era un uomo, era un comizio. Parlava con tutto il corpo, e dove non arrivava a esprimere il suo concetto con le parole, ci arrivava agitando le mani, scrollando le spalle, roteando gli occhi. Solo le orecchie rimanevano impassibili, senza partecipare al comizio: ma era un’impassibilità apparente, perché, a un bel momento, cambiavano colore e diventavano rosse come una ciliegia matura.
È, a tratti, anche ingenuo, fino a farsi imbrogliare da un commesso viaggiatore che gli propina una partita di dodici dozzine di scatole grosse cera per pavimenti, Ceratom ; un’altra volta ospita, sfamando e offrendo denaro, una finta coppia di profughi russi in vista di una campagna di propaganda antisovietica nella sua parrocchia.
Talvolta si lascia prendere dall’ira, come quando inveisce contro la figlia del Filotti, proprietario terriero vicino alla Democrazia Cristiana, che vuole sposare Mariolino della Bruciata, legato ai comunisti, ma poi sempre si pente e si corregge.
È un sacerdote che cerca di tenersi aggiornato sul mondo a lui contemporaneo, leggendo talvolta quotidiani e settimanali: il Corriere della Sera, la Domenica del Corriere, la Gazzetta di Parma, il Giornale Padano, l’Osservatore Romano, la Gazzetta dello Sport, e anche l’Unità . Non è studioso, e non si ferma a studiare i documenti ecclesiastici, soprattutto quelli del Concilio riproposti da don Chichì, al quale dice che se Cristo tornasse sulla terra parlerebbe sempre in modo semplice «altrimenti i poveri ignoranti come me non capirebbero». Si dedica però, quando gli si presenta l’occasione, allo studio dei documenti di archivio della parrocchia, sempre con un fine pastorale .
Va a caccia, gioca a carte e, quando capita, fuma anche il sigaro . Utilizza anche talvolta il travestimento, per poter raggiungere i suoi fedeli o accompagnarli nei momenti del bisogno: forse il più noto resta quello di «compagno Tarocci», militante comunista in viaggio in Russia, in tutta la serie di Il compagno don Camillo. È un uomo onesto, che di fronte alla calunnia rivoltagli di nascondere in casa propria i beni destinati ai poveri si trova impotente e deve subire un’infame perquisizione . Ha una giusta dose di ironia, per cui organizza uno scherzo per Peppone, scrivendogli su un foglio rubato di carta intestata del Partito, di essere stato scelto per trasferirsi a vivere in Russia: rimproverato dal Cristo, invia però una lettera di contrordine.
Infine, non si può proprio definire sacerdote carrierista, tanto che non mancano giudizi tutt’altro che favorevoli del suo Vescovo . Nonostante ciò, si ritrova ad un certo punto nominato “monsignore” e obbligato dunque a partire per la vicina città di Parma, ma obbedisce con sincera fatica . Successivamente viene “degradato” e rispedito da Roma al Borgo . È da notare che Guareschi descrive la partenza di don Camillo ormai monsignore per svolgere il ministero a Parma, ma successivamente lo fa rientrare da Roma: nelle note ai racconti, i figli di Guareschi ipotizzano che l’autore si sia lasciato “plagiare” dalla sceneggiatura del film, cui egli stesso collaborava . Comunque il titolo ordinario, che gli rimane anche di fronte alla presenza del prete yè-yè don Chichì, è di Arciprete.
Un ruolo non indifferente nella popolarità di don Camillo ebbe la realizzazione delle riduzioni cinematografiche dei racconti, per la regia e sceneggiatura di Julien Duvivier a partire dal 1951, avendo come protagonisti Fernandel nel ruolo di don Camillo e Gino Cervi in quello di Peppone.
Per questo, ormai, per il grande pubblico, il volto di don Camillo è quello dell’attore Fernandel, che lo impersonò nelle prime cinque riduzioni cinematografiche . In un racconto dedicato proprio al primo film, Guareschi dice che l’attore francese ha «una faccia buffa», e altrove afferma che se dicessi che Fernandel è il don Camillo che vedo io, direi una bugia: non mi piacciono le bugie. Però è tanto bravo che alla fine cambierò idea e forse un bel giorno, quando penserò a don Camillo, vedrò la faccia e i denti di Fernandel.
Altrove poi dovrà ammettere che Fernandel non ha la minima somiglianza col mio don Camillo. Però è talmente bravo che ha soffiato il posto al mio pretone. Così ora, quando mi avventuro in qualche nuova storia di don Camillo, mi trovo in grave difficoltà perché mi tocca far lavorare un prete che ha la faccia di Fernandel.
Rimane che l’immagine cinematografica di don Camillo è riduttiva, se non addirittura caricaturale e Guareschi, pur apprezzandone la superba interpretazione, non riconosceva e non si riconosceva nel don Camillo del grande schermo.
Successivamente, furono realizzati il film Don Camillo e i giovani d’oggi (1972), per la regia di Mario Camerini avendo come protagonista Gastone Moschin (1929-), e il remake Don Camillo (1983), interpretato e diretto da Terence Hill (1939-). Entrambe le pellicole, però, non ebbero mai il successo sperato.

Alcune virtù di don Camillo

Se i difetti di don Camillo emergono in modo sufficientemente limpido dai racconti, le virtù sono più nascoste. Purtroppo non se ne può fare un catalogo completo, ma non è difficile presentare i tratti caratteristici della vita spirituale del prete di Guareschi.
Nel racconto Don Gildo, che descrive l’arrivo in parrocchia come coadiutore di un giovane prete gonfio di cultura e attento alle istanze sociali, si comprende che don Camillo è anzitutto un sacerdote umile. Infatti, quando il «curatino» presenta al parroco la necessità di ricevere un aiuto pastorale, sciorinando la propria cultura, don Camillo è «umiliatissimo», gli risponde: «mi perdoni. Io non avevo un’idea della sua cultura e della sua preparazione», e si ritira dopo pochi giorni in camera sua.
Allo stesso modo, quando è necessario adeguare alle nuove norme liturgiche il presbiterio della chiesa, don Camillo si ribella lamentandosene con il Cristo che gli risponde: «hai dimenticato che la forze dei sacerdoti è l’umiltà?», e al sacerdote che continua a ribattere che la propria posizione è più corretta (sic!), Gesù conclude:
“la vera umiltà è rinunciare alle cose che più si amano”. Don Camillo chinò il capo e disse: “Obbedisco, Signore”. Ma il Cristo sorrise perché leggeva nel cuore di don Camillo.
Pur muovendosi con la «leggerezza di un panzer», don Camillo sa anche esprimersi con delicatezza e discrezione. Come si legge nel racconto La maestra vecchia, di fronte all’anziana ormai morente per ben due volte Guareschi mette in rilievo il fatto che don Camillo riuscì a parlare «con dolcezza», il che «deve essergli costato una fatica enorme» . E altrove, in un dialogo con Peppone, il sacerdote usa un tono di voce così umile e sommesso augurandogli di convertirsi che il sindaco si trova a dover ammettere: «Stai a vedere che, adesso, diventa cristiano anche l’arciprete!».
Don Camillo è anche un uomo che sa vivere fino in fondo i propri sentimenti, compreso quello della paura. A conclusione del racconto Giallo e rosa, caratterizzato da una forte tensione emotiva per l’attentato subito da don Camillo, nel delicato colloquio fra il parroco e il sindaco, il primo domanda “hai paura?” “Mai avuta paura al mondo!” “Io sì, Peppone. Qualche volta ho paura”. Peppone intinse il pennello. “Beh, qualche volta ho paura anch’io” disse Peppone. E appena si sentì.
Altra virtù di don Camillo è l’anticonformismo. Se il più delle volte le sue posizioni sembrano collocarsi fra quelle reazionarie, tuttavia si deve ammettere che le mode non lo toccano affatto, né tanto meno le ideologie. In fondo, dialoga con tutti, soprattutto quelli più distanti di lui nel pensiero, ma non si lascia trascinare in idee alla moda. È un uomo libero dal giudizio altrui, perché ben radicato nel rapporto con il Signore.
Un’ultima virtù, significativa per un sacerdote, è quella della castigatezza. Don Camillo non manca di usare anche parole dure, aspre, pesanti come macigni, comprendenti anche epiteti coloriti, ma mai si lascia andare oltre il limite della castigatezza verbale. Non ricorre a termini osceni per spiegarsi o prevalere sugli altri, né tanto meno usa espressioni volgari o fa riferimento a organi sessuali. Certamente è segno anche dei tempi in cui Guareschi scrive, tuttavia resta degna di nota la povertà lessicale di don Camillo in questo campo.

L’identità e la natura del sacerdote

Benché l’abbia lui stesso delineata in quasi trecentocinquanta racconti, per Guareschi la figura del prete rimane, in fondo, un mistero. In uno degli ultimi episodi, nella serie Don Camillo e don Chichì scritto intorno al 1966, l’autore mette sulle labbra di Cat, la burrascosa nipote di don Camillo, una delle definizioni più interessanti di sacerdote: «un prete non è un uomo. È qualcosa di meno!... O qualcosa di più. Dipende» . In qualche modo è come se l’autore non volesse superare il limite posto dal mistero nel descrivere il prete, riconoscendo una inesorabile irriducibilità di una definizione che limiterebbe troppo una piena comprensione della persona.
Anche nel racconto Due santi di mezza stagione, scritto tredici anni prima, incentrato sulla figura di don Candido, che per vivere conduce a mezzadria un pezzo di terra nella frazione di Pioppina, l’oste comunista, in un dialogo con Peppone sul giusto ossequio da portare a questo sacerdote che si guadagna da vivere, afferma che «il lavoratore finisce quando il prete smette di lavorare i campi. Il prete invece incomincia sempre e non finisce mai» . Per Guareschi, quindi, la figura sacerdotale rimane qualcosa di indefinibile, anche se già in questa impossibilità offre un’idea precisa di prete.
Il Concilio Vaticano II nel decreto sul ministero e la vita dei presbiteri afferma che il fine cui tendono i presbiteri con il loro ministero e la loro vita è la gloria di Dio Padre in Cristo. Tale gloria si realizza quando gli uomini accolgono con consapevolezza, liberà e gratitudine l’opera di Dio realizzata in Cristo, e la manifestano nella loro vita.
Da tutti i racconti di Guareschi emerge come don Camillo viva un’appassionata ricerca della realizzazione della gloria di Dio. Il parroco di Brescello cerca in tutti i modi di portare a Cristo i suoi fedeli, perché totalmente innamorato di quella Presenza che cambia la vita.
Un esempio significativo è il racconto Cristo nel comò, del 1958, che accompagna il lettore a comprendere questa passione per la gloria di Dio. Peppone è gravemente ammalato, e di nascosto gli uni dagli altri si recano a chiamare il parroco prima il figlio, poi la moglie e infine lo Smilzo. Don Camillo quindi si reca dal malato e comprende la grande paura di morire che attanaglia Peppone. Scopre però che, per una certa convenienza sociale, il sindaco ha tolto il Crocifisso dal capezzale, e lo ha riposto in un cassetto del comò: al lamento di Peppone sull’impossibilità a resistere alle sofferenze e alla paura, don Camillo risponde:
Non ti arrabbiare, ti credo. Così, da solo, non puoi resistere. Dovevi immaginarlo che ti ci voleva qualcuno ad aiutarti, non mandarlo via, l’unico che poteva aiutarti
Alla fine Don Camillo confessa Peppone e, uscendo dalla stanza, lo affida al Signore. «C’è chi stava nascosto nel primo cassetto del comò e ora è uscito, che è tornato a vegliare sul capo del vostro capo» . Ed è già rinascita e risurrezione. Termina il racconto: «Era una dannata notte del più pazzo aprile della storia e nevicava. Senza tabarro, don Camillo avrebbe dovuto sentire un freddo tremendo: invece no. Per don Camillo, quella era una dolcissima, tiepida notte di primavera».
In qualche modo, ancora una volta la gloria di Cristo trionfava sulla morte e, senza grandi discorsi, ci viene suggerito il grande mistero per cui Dio ha scelto di dimostrare la sua misericordia agli uomini attraverso il ministero dei suoi sacerdoti.
Nel racconto Penultima ondata, fra gli ultimi della serie de Il Compagno don Camillo, la comitiva in visita in Unione Sovietica si ritrova, durante una tempesta, su un piccolo battello in balia delle onde. Comprendendo che ormai non c’è più nulla da fare, don Camillo estrae dal suo colbacco il piccolo Crocifisso e offre a tutti, tranne al funzionario del Partito che la rifiuta, l’assoluzione generale in articulo mortis. Una volta placatosi il mare, e giunti al porto, il capitano della nave dice una frase in russo a don Camillo, «quando si è in pericolo, ci si ricorda di Dio» . Guareschi non lo scrive, ma c’è come una grande pace che si diffonde nella comitiva per la consapevolezza che Colui che governa la storia è intervenuto nella loro vicenda umana.
Nell’ultimo della serie di racconti che fu pubblicato nel volume Il Compagno don Camillo (1963) a cura dello stesso Guareschi, ritroviamo don Camillo rientrato in parrocchia che si confida con il Crocifisso, un po’ deluso di essersi dovuto mascherare per poter visitare la Russia, dicendo: «nessuna luce, neppure una tenue fiammella d’uno zolfanello, rischiara, invece, la trista figura del “compagno don Camillo”» . Il Cristo, allora risponde, sorridendo:
“Don Camillo, come mai, sul battello, quando la tempesta infuriava e tu hai tratto il tuo piccolo Crocifisso e l’hai mostrato a quegli infelici che si credevano giunti alla soglia della morte e hai chiesto a Dio la remissione dei loro peccati, come mai nessuno ha trovato ridicolo che il compagno Tarocci si comportasse come un ministro di Dio e, tutti, invece, si sono inginocchiati e si sono segnati e hanno voluto baciare quel misero Cristo dalle braccia snodabili? Non ti sei mai domandato come ciò abbia potuto accadere?”. Don Camillo rimase perplesso. […] Spalancò le braccia: solo adesso egli pensava a quello strano fatto e gli pareva incredibile. “Allora” proseguì con dolcezza il Cristo “ciò significa che un pochino di luce emanava anche dal compagno don Camillo”.
Per il solo fatto di esserci, il sacerdote è segno della presenza di Cristo nel mondo, per cui «l’ordinato diventa, nella Chiesa e per la Chiesa, immagine reale, vivente e trasparente di Cristo Sacerdote» . Certo, attraverso la propria personalità e i propri limiti, ma come attraversato sempre da un Altro che lo ha scelto per trasformarlo e trasfigurarlo.
Don Camillo (e il sacerdote): un uomo, o qualcosa di più Don Camillo è un uomo della Bassa, intriso della cultura, delle controversie e delle lacerazioni proprie della sua terra, segnata in quegli anni da una fortissima presenza comunista. Il personaggio tratteggiato da Guareschi non è il «solito prete di campagna», ma è un «uomo vero», uno che usa mani e piedi come «armi improprie». L’umanità talvolta un po’ troppo iraconda e volitiva di don Camillo emerge nei racconti e rispecchia il modo di reagire degli uomini della sua terra, tanto che quando viene sostituito da preti più «ammodino», i fedeli ne lamentano l’inconsistenza.
In Delitto e castigo, don Camillo viene provocato da uno della banda di Peppone e, dopo qualche screzio, la cosa finisce con il parroco che “sventola” una panca contro sei rossi. L’episodio non passa inosservato e don Camillo viene convocato dal Vescovo, il quale, ammonendolo che «le panche non sono mai un argomento cristiano», gli ordina di ritirarsi a riposo forzato in un paesino di montagna. Nel frattempo dalla città viene mandato un sostituto, «un pretino giovane e delicato» il quale introduce delle novità nella chiesa di don Camillo, che però non vengono apprezzate dai fedeli, perché sovverte «un ordine che il titolare effettivo della parrocchia aveva instaurato interpretando la volontà del popolo». Non è la diffidenza verso la novità che disturba i parrocchiani, ma è proprio la fisionomia stessa di quel “pretino”, come lamenta Peppone:
se lo vuol proprio sapere la cosa non va perché se io le do una sberla la faccio volare lontano quindici metri, mentre se do una sberla al titolare effettivo quello non si muove di un centimetro!
Una delegazione capeggiata dal sindaco torna in udienza dal Vescovo e chiede il ritorno di don Camillo. Il Vescovo, una delle figure più ironiche e intelligenti uscite dalla penna di Guareschi, vuol indagare sulle ragioni di tale cambiamento. La diversa concezione che Guareschi mette in bocca rispettivamente a Peppone e al Vescovo è particolarmente interessante: Peppone non riesce a comprendere la corrispondenza profonda fra l’essere prete e uomo, affermando di aver inizialmente richiesto voluto l’esilio di don Camillo non in quanto «sacerdote indegno», ma piuttosto «per le sue gravissime colpe come uomo» ; il Vescovo invece dichiara che «purtroppo l’uomo e il sacerdote si identificano» . In realtà Peppone rivuole il suo don Camillo non solo perché è in grado di rendere simpatico il Padre Eterno, ma anche per il suo carisma come uomo.
L’episodio Il vendicatore è incentrato sulla cerimonia inaugurale della Casa del Popolo, cerimonia che vede oltre a «discorsi, relazioni, corpo bandistico e rinfresco» anche un incontro di pugilato tra il campione della Sezione locale del partito di Peppone contro il campione federale provinciale. L’incontro di pugilato ha poi dei risvolti inaspettati: animato dalla disfatta del proprio campione, Peppone stesso decide di salire sul ring, sebbene non abbia forza e tecnica sufficiente per contrastare il campione federale provinciale. Mentre Peppone sta cedendo ad una schiacciante sconfitta, interviene un uomo misterioso vestito con un impermeabile, che il lettore sa essere don Camillo. Il campione tenta di buttarlo giù con manovre ad effetto, ma l’altro manco si muove; con la sinistra devia e con la destra gli spara alla mascella un cazzotto talmente maledetto che il campione lo incassa a wagon-lit: cioè addormentandosi in viaggio e piombando già addormentato giù dal ring.
Don Camillo torna in chiesa e viene rimproverato dal Cristo per essere intervenuto in prima persona allo scontro. Don Camillo si difende asserendo che un prete è fatto di carne, ma il Cristo con fermezza ribadisce:
gli arcipreti, se son fatti di carne, dovrebbero non dimenticarsi mai di essere fatti anche di cervello. Perché se l’arciprete di carne si traveste per andare a una partita di pugilato, l’arciprete fatto di cervello gli impedisce di dare spettacolo di violenza.
Il discorso del Cristo è naturalmente corretto, ma dimentico di un fattore e cioè che «gli arcipreti, oltreché di carne e di cervello, son fatti anche di qualcos’altro» . Il prete cioè è fatto anche di cuore, cuore che spinge don Camillo a salire sul ring vedendo il suo sindaco e amico in difficoltà.
Nel racconto La lettera, a Peppone che gli domanda di poter parlare con lui «da uomo a uomo e non da uomo a prete», don Camillo si ferma a fissare l’interlocutore e risponde «Cominciamo male. Questo tuo è un parlare da somaro a uomo».

Don Camillo, un uomo di fede

In un’occasione, il Cristo accusa don Camillo di aver perso la fede, e lui ribatte protestando: «Gesù […] questo mai!» . Si deve dunque riconoscere che don Camillo è un uomo di fede, e il suo popolo, pur non dicendoglielo, lo pensa, apprezzando questa virtù. E in questo senso, si comprende come, accettando senza battere ciglio qualsiasi rimprovero del Cristo, rifiuta categoricamente quello della mancanza di fede.
«La fede di don Camillo è talmente solida e basata sull’essenziale, che non ha bisogno di essere puntellata coi miracoli». Nel racconto L’uovo e la gallina, Guareschi mette a tema proprio il rapporto tra la fede e i miracoli. Peppone giunge nella canonica di don Camillo avvertendolo, non senza una certa ironia, che ad Ancona una gallina, benedetta dal parroco, aveva scodellato un uovo con disegnato in rilievo un emblema sacro. La prima risposta di don Camillo fa emergere chiaramente la sua opinione riguardo ai miracoli, opinione perfettamente in linea con il pensiero della Chiesa:
Adagio con i miracoli giovanotti. Prima di stabilire che una cosa è miracolo bisogna indagare, vedere che non si tratti di un semplice fenomeno naturale.
La cosa però non finisce lì, perché Peppone e i suoi continuano a servirsi dell’accaduto per criticare gli avversari democristiani, che, a detta loro, userebbero in modo strumentale il miracolo per fini politici. Don Camillo non cede alle provocazioni, fin quando non scopre che la Nera, una sua gallina, ha fatto un uovo con disegnata un’ostia. La reazione del parroco muove nella direzione contraria a quanto ci si aspetterebbe: chiama a raccolta Peppone e la sua banda e, dopo aver mostrato loro il miracolo, rompe l’uovo e torce il collo alla gallina. La fede di don Camillo è una fede “intelligente” e l’esito della vicenda lo dimostra per due ragioni: la prima è che egli vuole eliminare lo scetticismo dei “rossi” mostrando loro che un miracolo è cosa che accade e non è una invenzione della Chiesa a scopi propagandistici; la seconda ragione è insita nella convinzione che per far intendere alla gente la grandezza di Dio non ha bisogno di mettersi d’accordo con una gallina e perciò ne distrugge le prove.
Altrove, mentre si giustifica davanti al Cristo per aver rovesciato le panche contro il gruppo di comunisti “di città” che lo avevano ridicolizzato, quasi si accusa di aver avuto troppa fede in Dio che lo avrebbe aiutato nel non cadere nella provocazione: «se credete che l’eccesso di fede sia condannabile in un sacerdote, condannatemi» . In fondo, la fede e la fiducia in Cristo segnano l’esistenza di don Camillo, anche con i propri limiti e difetti.
Nel racconto Il Kolchoz troviamo Peppone con i suoi che cercano di instaurare un’azienda agricola collettivizzata, sul modello sovietico, in un podere: dalla Russia arriva un trattore in dono che, però, non funziona. Peppone cerca in tutti i modi di aggiustarlo, ma non riesce in alcun modo. Alla fine capitola e si reca da don Camillo per domandargli una benedizione. All’inizio il parroco non vuole, ma poi si reca nell’officina e, dopo aver benedetto il trattore, riparte.
La desolazione di Peppone era immensa, come la malinconia della terra nuda, come il silenzio della notte. E, sull’acqua del grande fiume, correva il vento della primavera. Don Camillo si appressò alla macchina e levò l’aspersorio sussurrando le parole di rito. Quando ebbe finito, Peppone girò la manovella e la macchina si mise in modo tuonando e fumando come se stesse cacciando fuori il demonio dal tubo di scappamento.
La fede, certo, è quella di Peppone, che sa domandare con insistenza lì dove non si riesce a conchiudere nulla con i mezzi umani. E sa che don Camillo “può”, perché evangelicamente segnato dal «se avete una fede pari a un granellino di senapa» (Mt 17,20).
La fede di don Camillo trova origine e trae alimento dal suo rapporto personale con Cristo. Sembra incarnare quello che il Santo Curato d’Ars soleva ripetere e cioè che «il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù» e don Camillo con Gesù non cessa di dialogare in un continuo lavoro di ascesi e di adesione a Lui.
In questo senso, una volta in esilio, sentendosi triste e angosciato per la sua situazione, dice al Cristo: «Gesù, se io sono triste non è perché mi manchi la fede» perché non riesce a fare quello che vorrebbe per il suo popolo, paragonandosi ad un «transatlantico chiuso in uno stagno». E Gesù risponde, con affetto infinito, offrendogli uno sguardo di fede sulla sua esperienza: dove c’è qualcuno è necessaria la presenza di un aiuto, di qualunque misura possa essere. Il problema non è l’essere un transatlantico o una barchetta, quanto ringraziare Dio della propria missione e delle occasioni che ci dà di esercitarla.

L’amicizia di Cristo

Il Magistero della Chiesa e gli insegnamenti dei padri spirituali hanno sempre insegnato che il sacerdote, per svolgere fruttuosamente il proprio ministero, «ha bisogno di entrare in una particolare e profonda sintonia con Cristo Buon Pastore», che è il vero «protagonista di ogni azione aziona pastorale» . È in quest’amicizia, che si fa dialogo, che il prete può conformarsi a Cristo, «facendo esperienza di un incontro personale con Lui».
Anche nel momento della sofferenza e, soprattutto della solitudine, il prete può e deve riprendere il proprio speciale legame con il Signore, «rinnovando con forza il suo stare con Cristo nell’Eucaristia, luogo reale della presenza del suo Signore» . Per don Camillo, però, il luogo privilegiato dell’incontro e dell’amicizia con Gesù è il Crocifisso dell’altare maggiore, dialogando con il quale Don Camillo si sente sostenuto nella vita.
In Via Crucis il prete viene mandato in esilio a Monterana dal Vescovo, per aver brandito un tridente contro due persone che l’avevano provocato: «Monterana era il paese più disgraziato dell’universo. Quattro catapecchie di sasso e fango, e una delle quattro catapecchie era la chiesa» . Per arrivare al paese bisognava salire a piedi un’erta mulattiera, che neanche «un mulo sarebbe mai riuscito a percorrere» . Il quadro è quello di desolazione, perfino la chiesa è triste e squallida, ma la cosa che realmente pesa sull’animo del prete è il Crocifisso, «una croce nera di legno screpolato, nuda e cruda» . Lo sconforto questa volta si abbatte sul suo cuore, non perché non creda che Dio sia in cielo, in terra e in ogni luogo, o abbia bisogno di un simulacro di legno o pietra per credere, ma perché in quel luogo è come se si sentisse abbandonato. Don Camillo non può fare a meno di una presenza di Cristo, che per lui si esprime nel simulacro di un Crocifisso “in carne e ossa”. E così ritorna in paese, paga Peppone perché lo aiuti con il suo camion e, in segreto, di notte, porta il Crocifisso della sua chiesa a Monterana. Don Camillo compie il suo calvario, insieme purificazione e preghiera a Dio affinché non lo abbandoni. L’impresa non è cosa semplice perché «il Crocifisso era enorme, tutto di rovere […], legno duro e massiccio [e] la mulattiera era ripida e i grossi sassi bagnati e scivolosi».
Dopo mezz’ora egli fu costretto a trascinare la croce, così come la trascinò Cristo verso il Calvario. E la croce diventava sempre più pesante, e la strada sempre più dura, ma don Camillo non cedeva.
Scivolò e si fece male ad un ginocchio, un ramo gli ferì la fronte, ma continuava a camminare. Impiegò quattro ore per raggiungere il paese:
era soltanto la disperazione a tenerlo su, quella disperazione che viene dalla speranza. […] Fu una lotta da gigante, ma, alla fine, il Cristo Crocifisso era lassù.
Ora la realtà si presenta a don Camillo nuova: le candele sull’altare sono piccole, ma «gli pareva facessero tanta luce»; in chiesa per la prima Messa c’erano solo due persone, ma «pareva a don Camillo di non aver mai visto tanta gente».
Don Camillo in La campana è attanagliato dal problema della mancanza di una campana nella torre campanaria della chiesa . Una campana di una certa dimensione aveva un costo troppo elevato per il povero parroco, il quale esacerbato cerca di scuotere l’animo dei fedeli, affinché facciano una donazione. Come sempre accade, il giudizio più vero lo dà il Cristo:
Non ti fare sangue cattivo, don Camillo […] una parrocchia può essere in gamba anche se la torre della sua chiesa ha una campana in meno. In queste cose non è questione di baccano. Dio ha un orecchio finissimo e sente benissimo anche se lo chiamano con un campanellino grosso come una nocciola.
Ma, come capita spesso, don Camillo non presta ascolto alle parole del Cristo. Accade infatti che una parrocchiana, la signora Cristina, in ringraziamento per un affare andato bene, decide di offrire i soldi per comprare una nuova campana. Don Camillo, nel colmo dell’entusiasmo, corre a comprare un cero per render grazie al Cristo del suo desiderio esaudito, ma questi lo ferma e lo rimprovera. Gesù afferma che Dio non si occupa di “concorsi a premi” o di “commercio”, spiegando che, altrimenti, chi perde avrebbe ragione a provare ingiustizia. Ma il Crocifisso, nonostante la fermezza del giudizio, conosce bene l’indole di don Camillo e le ragioni del suo agire e lo tranquillizza:
Non sei tu che hai peccato: anzi, la tua riconoscenza mi commuove perché tu in ogni piccola cosa che ti dia gioia sei pronto a vedere la benevolenza di Dio.
Don Camillo è un uomo devoto, e la devozione che lo caratterizza non nasce da un pietismo formale, ma da una esperienza di fede e di rapporto con Gesù: la devozione al Cristo è l’amore dimostrato ad una Presenza tangibile. In Cinque più cinque Peppone si presenta in chiesa con in mano cinque candele per chiedere alla Madonna la grazia per suo figlio morente. È da osservare che anche Peppone entra nella chiesa con la determinazione di chi è certo, certissimo che Gesù e Maria sono lì presenti, così come è sicuro che nella pancia del suo camion ci sia un motore che lo fa camminare.
Però Peppone si vuole rivolgere direttamente alla Madonna e non al Cristo, affermando che «quello lì è uno della vostra congrega. Accendetele davanti a quella là che non fa della politica». Il dispiacere di don Camillo per l’atteggiamento del sindaco è evidente nelle parole di scusa che rivolge al Cristo: «Ad ogni modo io sono convinto che egli lo ha detto per fare un affronto a me, non a Voi» . Dopo poco don Camillo rientra in chiesa con altre cinque candele, che, spiega mentendo, sono offerta tardiva di Peppone. E le candele sebbene più piccole mandavano molta più luce delle altre perché erano cinque candele che don Camillo era corso a comprare in paese facendo venire giù dal letto il droghiere e dando soltanto un acconto perché don Camillo era povero in canna. E tutto questo il Cristo lo sapeva benissimo e non disse niente, ma una lagrima scivolò giù dai suoi occhi e rigò di un filo d’argento il legno nero della croce e questo voleva dire che il bambino di Peppone era salvo. E così fu.
Come nota Palmaro «le lacrime di Gesù salvano. Salvano Lazzaro, l’amico morto ormai da quattro giorni. E salvano il figlio di Peppone, che sta morendo», ma questo non sarebbe forse accaduto se l’amore per Cristo all’uomo non avesse incontrato l’amore dell’uomo-don Camillo per Cristo.
Quasi tutti i racconti di Guareschi che hanno don Camillo protagonista sono segnati dal dialogo del sacerdote con il Cristo, tanto che in quelle rare occasioni in cui il Crocifisso non risponde, l’autore lo fa notare, come momento significativo. In un’occasione, per rispettare le volontà di un benefattore, don Camillo si trova a dover riportare in cima al campanile una pesante statua di un angelo con l’aiuto di Peppone: lo sforzo è grande, ma al termine don Camillo si inginocchia ai piedi dell’altare e commenta: «Gesù, io non lo so come siamo riusciti a fare questo!» e Guareschi chiosa: «E il Cristo non rispose, ma sorrise perché Lui lo sapeva».
Ma talvolta capita che il silenzio del Cristo sia di disapprovazione, e lo smarrimento del prete prende anche il lettore. È il caso del racconto Forza effettiva e forza presente, in cui don Camillo rifiuta l’assoluzione a una ragazza perché intende votare per i monarchici. La famiglia riesce a convincerla a riparare lo scandalo, ma il padre della ragazza, per evitare pettegolezzi, decide di togliere il banco di famiglia dalla chiesa e di metterlo in casa, in direzione dell’altare, così da poter idealmente partecipare alle funzioni. Don Camillo allora cerca di scusarli e di scusarsi con il Cristo, ma non risponde. E don Camillo «si allontanò lentamente, e aveva il cuore pieno di tristezza».
Don Camillo, da uomo sanguigno e onesto qual è, esprime spesso al Cristo sentimenti vendicativi e iracondi, che vengono subitamente respinti dal Cristo, il quale agisce nella logica della divina misericordia. Guareschi così da un lato testimonia che la misericordia non è umana, ma divina e dall’altro descrive una figura di prete innanzitutto uomo, che, solo illuminato dalla sapienza di Dio, assume un giudizio diverso sulle cose. Il cuore della misericordia di Dio è per Guareschi la Croce, come il Crocifisso stesso spiega a don Camillo. In Rivalità, don Camillo si adira all’udire le parole di un comizio dei “rossi” e vorrebbe che Dio mandasse un fulmine a incenerire la platea, ma il Cristo gli ricorda: «Don Camillo […] se per far capire a uno che sbaglia tu lo stendi con una schioppettata, mi vuoi dire a che scopo io mi sarei fatto mettere in croce?» . Oppure ancora, quando don Camillo, lamentandosi per il vile gesto di alcuni che avevano reciso le viti, suggerisce al Cristo, ricordando accenni tipici dei salmi imprecatori, di schiacciar loro la testa come alle vipere velenose, il Cristo domanda: «Altrimenti, invece di scendere in terra per redimerli facendomi mettere in croce, non sarebbe stato più facile annientarli?». La grande virtù che però questo prete dimostra è di abbandonarsi sempre al giudizio del Crocifisso.
Ecco allora che l’ascolto della voce del Cristo porta don Camillo vedere ogni cosa su un piano superiore, abitato dai valori evangelici che conferiscono alla storia e alla vita significato e coraggio.

Per (non) concludere

Il caso di don Camillo diventa allora emblematico di una presenza positiva del prete sulla scena letteraria e cinematografica del Novecento.
La figura sacerdotale che emerge nei racconti di Guareschi è dunque complessa, ma per lo più positiva e lineare. Don Camillo appare come un sacerdote vero, significativamente umano, ma altrettanto profondamente legato al trascendente, appassionato al suo ministero e alla sua vocazione, consapevole di essere un uomo attraversato dal Divino. Centro dell’esistenza sacerdotale è per lui l’intimità con Gesù, che si rivela soprattutto nel dialogo franco e appassionato con il Cristo, termine di paragone, voce della coscienza, Colui che eleva il pensiero e il giudizio al di sopra dell’ordinarietà del quotidiano. Don Camillo è presentato anche come un sacerdote attivo pastoralmente, che conosce il suo popolo e si consuma per esso. Consapevole dei propri limiti culturali, non si esime dalla predicazione e dall’esercizio del ministero.
Don Camillo non è l’unico sacerdote presente nell’opera di Guareschi. Ci sono i suoi vescovi e altri sacerdoti, e compare pure una suora. Anch’essi sono presentati per lo più positivamente, sebbene in modo meno completo. Guareschi, tuttavia, non manca di osservarli e presentarli con schiettezza, così da mostrarne anche i limiti per denunciare, con ironia, le spinte ideologiche che si muovevano in quegli anni.
Guareschi riesce dunque a presentare un’immagine del presbitero completa, senza tacerne i limiti, ma non soffermandosi mai su una sterile o violenta accusa. Egli sa cogliere quella ricerca di figure di riferimento che contraddistingue la seconda metà del Novecento, ed offre un sacerdote pienamente umano ma sempre rivolto al divino.