L’Anno di Grazia

in un mondo in bilico tra ospitalità ed appropriazione,
gratuità e sfruttamento, giustizia e diseguaglianza,
perdono e violenza

Carmine Di Sante


È IL SOGNO DI DIO

Cos’è il Giubileo? Nel titolo dato a questo incontro il Giubileo è ospitalità contro l’appropriazione, è gratuità contro lo sfruttamento, è giustizia contro la diseguaglianza, è perdono contro la violenza. Però detto questo, io non ho niente altro da dire perché il Giubileo è tutto questo. Ma poiché sono stato invitato, devo dirvi queste cose cercando di articolarle attraverso che cosa la Bibbia dice che il Giubileo è e deve essere.
La proposta che io vi farò questa sera è: che cosa è il Giubileo per la Bibbia ebraica (metterò quindi da parte il tema del Giubileo cristiano cattolico come ricordo dei 2OOO anni dalla nascita di Gesù).
La categoria del Giubileo è una categoria dell’ebraismo, è l’ebraismo che ha inventato questa stupenda e complessa idea, questo sogno di Dio sull’umanità. E il titolo lo articoliamo alla luce di un testo biblico che parla in maniera ampia ed articolata del Giubileo.
Secondo gli studiosi ci sono diversi brani biblici che parlano del Giubileo, ma in modo chiaro ve n’è uno solo: il capitolo 25 del Levitico; è un libro non molto amato da noi cristiani perché è un libro di ritualità, dove però vi sono dei gioielli autentici; io amo definire il capitolo 25 uno scrigno, una cassetta persa nella parte nascosta della casa, impolverata, ma se uno ha la forza di togliere la polvere ed aprirla, scopre oro ed argenti. In questo capitolo vi è scritto tutto quello che è importante sapere sul Giubileo; soprattutto capire cos’è il Giubileo non per la Chiesa, per un gruppo, per la società o per il mondo, ma che cosa è per me (nella mia unicità ed irripetibilità) che vi sto parlando e per ognuno di voi che mi state ascoltando.
La Bibbia ebraica presenta il Giubileo in chiave di riorganizzazione della propria soggettività, non nel senso che poi ognuno si fa i fatti suoi, ma nel senso che la vera riforma da fare per poter riformare il mondo con la Chiesa, parte dalla riforma del proprio “io”, che la vera riforma non è quella della Chiesa e delle istituzioni, della parrocchia, ma è la risoggettivizzazione che arriva ad aprire un nuovo sguardo sul mondo. Che cosa dice il capitolo 25? Innanzi tutto precisa il contesto entro il quale bisogna intendere che cos’è il Giubileo. Il contesto è quello del sabato.
Il capitolo 25 – 5O versetti – è come una grande tela fatta di ricami d’oro, d’argento e diversi colori. Io non ho il tempo per presentare tutto, vi offro l’armatura teologica e narrativa, come delle grandi stanze; in questo capitolo si parla dell’istituzione del sabato che è il 7° giorno dopo sei giorni lavorativi, poi dell’anno sabbatico che è il 7° anno dopo sei anni lavorativi e infine dell’anno giubilare che è formato da 7 anni sabbatici per 7 volte, cioè dopo 49 anni. Quindi parliamo di un sabato, un sabatissimo ed un super sabatissimo. E’ un gioco linguistico che corrisponde alla verità del testo. Secondo questa immagine, per capire cos’è l’anno giubilare, dobbiamo vedere che cosa è il sabato.
Il sabato è l’elemento più tipico dell’ebraismo, è il dono più grande che l’ebraismo abbia fatto all’umanità: nella tradizione ebraica si ama dire che non sono stati gli ebrei che hanno mantenuto il sabato, ma il sabato che ha mantenuto vivi gli ebrei nell’immensa diaspora plurimillenaria.
Che cos’è il sabato? Nella tradizione cristiana il sabato è conosciuto soprattutto per il riposo. Sabato vuol dire cessazione, shabat = cessare di lavorare e, nella tradizione cristiana, la cessazione del lavoro è passata alla domenica; soprattutto prima del Concilio non si lavorava, si interrompeva il processo lavorativo; shabat vuol dire riposare, nell’ebraismo si caratterizza il divieto assoluto di qualsiasi attività. Quali? Tutte le attività progettuali. Nella tradizione cristiana si parlava di attività servili e di attività spirituali, una distinzione che viene dal mondo ellenistico che vede l’uomo diviso tra anima e corpo; le attività corporee sono quelle basse, quelle mentali sono quelle nobili; nell’ebraismo sono proibite tutte le attività progettuali cioè che nascono dall’uomo in quanto ideatore prima e poi esecutore delle idee progettate. Così accendere la luce, ad esempio un rabbino, cosa che fa sorridere noi cristiani, di sabato non usa il microfono perché esso è l’invenzione dell’uomo, di un’idea e della tecnica che ha trasformato l’idea in realtà. Perché sono proibite le attività progettuali, per quale ragione? Perché Israele si renda conto che si vive non perché si lavora, si produce, si guadagna, si hanno i soldi e il conto in banca, ma si vive in forza di ciò che è dato. Il senso del sabato è l’istituzione dello spazio, della gratuità ricettiva in forza della quale si vive. L’invenzione della gratuità è propria del sabato: non è vero che la gratuità è stata scoperta dal Nuovo Testamento. Questo fa parte di uno stereotipo, ma l’anima del messaggio ebraico e forse di tutte le religioni intese nel senso originario, è la gratuità. Il sabato è l'istituzione che serve per far comprendere a Israele nell’arco dei 7 giorni che la cosa più importante dell’umano non è l’io che progetta, programma, fa, non è quello che io faccio, ma quello che a me è fatto, perché noi viviamo in forza della gratuità di Dio. L’anno sabbatico riproduce questa logica nell’arco dei sette anni e qui è radicalizzata l’idea della gratuità perché qui si riposa e si deve interrompere il lavoro non più per un giorno ma per un anno intero. Mi immagino la domanda: ma se non lavoriamo per un anno, che cosa mangeremo e di che cosa vivremo? E Dio stesso previene questa obiezione nel capitolo 25 e dice.” Io darò ordine alla mia generosità di produrre per il sesto anno un raccolto così abbondante che varrà per il sesto, settimo ed ottavo anno, perché voglio essere così generoso che sovravanza anche le vostre necessità”. E’ la stessa logica della moltiplicazione dei pani del Nuovo Testamento, dove dal poco che si moltiplica, non soltanto tutti vengono sfamati, ma ancora ne avanza.
L’anno giubilare è la riproduzione dei sette volte sette anni della logica sabbatica; da questo punto di vista il sabato, l’anno sabbatico, l’anno giubilare è sempre lo spiegamento della stessa logica della gratuità in forza della quale Israele vuole mettere a fondamento della sua concezione antropologica oltre che teologica, che essere uomo e donna vuol dire vivere in questo spazio. Questo per quanto riguarda il contesto.
In che cosa consiste l’anno giubilare? E’ detto in maniera lapidaria nel versetto 10 del Levitico: “Voi dichiarerete santo il 50° anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti”. Dobbiamo sciogliere questo versetto densissimo.
Dichiarerete santo il 50° anno – nell’ebraismo ha il significato di affermare una differenza sostanziale, irriducibile, cioè introdurre una differenza così che il 50° anno sia un anno totalmente diverso da tutti gli altri anni. Perché deve essere totalmente diverso da tutti gli altri anni? E’ detto subito dopo: questa differenza consiste “nel proclamare la liberazione nel paese per tutti gli abitanti del paese”.
Che cosa vuol dire proclamare la liberazione? Potrebbe voler dire prendere il microfono, affacciarsi alla finestra dicendo. "cittadini del Veneto, vi annuncio che siete tutti liberi". Sarebbe facile, ma anche un falso perché gli esseri umani non sono liberi. Per capire questo versetto, vado al Nuovo Testamento che ha un termine molto bello anche se strano, che viene detto tutte le domeniche in Chiesa dal sacerdote: "prendete e mangiate, questo è il mio corpo dato in remissione dei peccati" Il termine remissione traduce un termine greco “afesis” che a sua volta traduce il termine del Levitico liberazione = remissione.
Proclamare la remissione allora cosa vuol dire? Prendiamo il termine remissione nel significato originario della lingua italiana facendo un esempio pratico: dopo aver fatto cadere a terra un libro, chiedo a qualcuno di rimetterlo al suo posto. Eseguendo la mia richiesta questa persona ha fatto una remissione, cioè ha ricollocato al posto giusto ciò che era fuori posto. Nella Bibbia il mondo è un mondo spostato, è fuori posto, in termini teologici è un mondo dominato dall’ingiustizia, dalla sofferenza, dalla violenza. La Bibbia ha questa profonda consapevolezza: che il mondo è fratturato, lacerato, è come un mosaico che è precipitato. Sono fuori posto non tanto le cose del mondo (alberi, piante ecc.) ma gli abitatori del mondo, gli uomini. Siamo spostati: il termine etimologico “spostati” è noto in italiano nell’accezione popolare patologica, ma per la Bibbia è fuori posto la relazione umana. Lo capiamo soprattutto noi che siamo nell’occidente; se i poveri del terzo, quarto mondo soffrono per la miseria oggettiva (non hanno un letto, una casa ecc.), noi soffriamo della relazione distorta, dell’incapacità del vivere il rapporto io e tu. Cosa bisogna fare nel 50° anno? Ricollocare il mondo al posto giusto, rimettere il mondo così come era nel primo mattino della creazione quando non c’erano né lacrime né ingiustizie ecc. L’anno giubilare è Israele che accoglie il sogno positivo di Dio sul mondo: ricollocare il mondo così come Dio lo ha concepito il primo mattino della creazione. Non è un fatto di proclamazione verbale, l’anno giubilare comporta il “fare” qualcosa, rimettere a posto la mia relazione che non funziona con il mio vicino, i miei condomini, mia moglie, i miei amici, ecc., ritessere il rapporto con il pezzo di mondo entro cui viviamo. Nella Bibbia è un imperativo categorico, non un invito, perché non c’è situazione che possa dispensare da questo ordine, dal ricollocare il mondo al posto giusto.
“Per tutti gli abitanti del paese” – Chi sono?
Tutti gli Israeliti, ma anche gli immigrati che c’erano in terra di Israele; ma non solo: in un paese abitano anche i fratelli minori, come li chiama Paolo De Benedetti famoso giudaista, cioè gli animali; anche il regno animale partecipa alla creazione, sono nostri fratelli e sorelle. I movimenti ecologisti hanno sicuramente una radicazione biblica, ma faccio notare una differenza sostanziale. Nel racconto biblico l’attenzione all’animale è l’estensione all’animale dell’amore dell’uomo al proprio prossimo; io, oltre ad amare l’uomo, estendo questo amore anche all’animale; se invece è il contrario e dico che poiché è difficile amare gli uomini (come Dostojesky nei fratelli Karamazov), mi rivolgo agli animali, mi troverei di fronte allo slittamento più grave della cultura europea dall’inizio ad oggi. Quindi amare gli animali come estensione, non come sostituzione. L’anno giubilare si caratterizza anche per questa tenerezza estesa per gli animali.

Cosa fare per ricollocare il mondo al posto giusto? Nell’ebraismo non è possibile un’affermazione ideale che non si traduca subito in affermazione concreta e la definizione del filosofo Enrico Dominasse morto nel 1995, è molto chiarificatrice: “è illogico ogni ideale che non si traduca subito in un concreto”. Se tu dici: “devo amare lo straniero” ma non dici: “oggi, nel gennaio del 2000 a Venezia devo amare lo straniero vuol dire dargli un panino alla settimana e non farlo dormire sotto i ponti”, se non fai il passaggio dall’ideale al concreto, fai un’operazione retorica che può servire a chi lo dice, ma che in realtà non serve a nessuno.

Il Levitico 25 dice poi cosa fare in concreto, citando quattro casi:
1. Condonare i debiti – interrompere il processo di indebitamento nei confronti dei poveri. Oggi c’è molta attenzione su tale problema da parte del Papa.
2. Restituire le proprietà – Nell’antichità chi si era indebitato vendeva la sua proprietà, nell’anno giubilare venivano riconsegnati gli immobili a coloro che li avevano persi. Si interrompeva così anche il processo di capitalizzazione dei ricchi, questo processo perverso che fa sì che i poveri diventino sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi, che è il dramma di oggi, con la ricchezza che si concentra nelle mani di pochi, mentre la miseria aumenta nelle mani di molti. L’anno giubilare riduce questa forbice tra ricchi e poveri.
3. Chi aveva venduto la proprietà, alla fine nella disperazione che gli restava da fare? Vendere se stessi come schiavi nell’interesse del datore di lavoro. L’anno giubilare comportava anche la liberazione degli schiavi e chi era stato costretto a rendersi schiavo, diventava libero.
Mentre durante l’anno sabbatico, uno poteva rifiutarsi di essere liberato perché stava bene col proprio padrone, a condizione che si forasse l’orecchio in modo che chi lo vedeva capiva che aveva scelto lui di rimanere schiavo. Nell’anno giubilare questo non era concesso, anche se uno non voleva, doveva tornare in libertà perché Dio non può sopportare che “tu sia schiavo di un altro per sempre, perché solo di me tu puoi essere servo = figlio”. Dio non può mai accettare che l’uomo sia sottoposto ad un altro perché Lui è il Signore e padrone dell’uomo.
Questo dato è drammaticamente attuale. Stefano Rodotà dice che nei paesi democratici aumentano uomini e donne che, presi dalla disperazione e povertà sono disposti a vendersi un rene oppure un occhio: è la riedizione sconvolgente della schiavitù di cui parla la Bibbia.
4. Da che cosa dipende il processo di indebitamento, di capitalizzazione che porta alla disumanizzazione ed alla schiavitù? Nella Bibbia c’è una radice occulta, onnipresente, devastante che è la volontà di appropriazione dell’uomo nei confronti delle cose, della terra. E’ la volontà di appropriazione che è alla radice del processo di indebitamento, di capitalizzazione e di sperequazione. L’anno giubilare comportava un anno di assoluto riposo della terra che significava interrompere il processo di appropriazione e di lavorazione della terra. Che cosa si mangiava? Era Dio stesso che garantiva un’abbondanza tale per il 49° anno che bastava anche per il 50° e 51°. Il significato del riposo della terra è interrompere la definizione di Israele che rappresenta l’umano, come soggetto di appropriazione. La nostra ultima identità è: “io sono colui che possiedo”; nella lingua ebraica manca perfino il verbo “avere”. Come facevano gli ebrei ad esprimere il rapporto di fruizione? Come in latino, con il verbo essere. “mihi est domus = a me è la casa”, cioè ho un rapporto di fruizione con la casa, ma non ho la casa, la casa ce l’ha un altro; e chi ha la casa?
A Napoli ho partecipato ad un incontro di giuristi e storici sul Giubileo nel bacino Mediterraneo in cui hanno detto che in tutto il Bacino Mediterraneo ( dall'Egitto alla Mesopotamia ecc.) vi sono tracce di anno giubilare, perché le grandi culture hanno intuito che se non si riducono le sperequazioni tra ricchi e poveri, una società prima o dopo collassa; per cui è interesse anche delle parti benestanti ridurre le sperequazioni per evitare che aumentino i tassi di violenza e di incertezza; perché tutte le culture hanno trovato meccanismi di riequilibrio delle sperequazioni sociali.
La specificità del racconto biblico è detta nel versetto 23 del capitolo 25 del Levitico, dove si trova la ragione per la quale bisogna fare tutte queste cose. “voi dovete fare tutte queste cose perché la terra è mia e voi siete presso di me forestieri ed inquilini”. L’unico legittimo proprietario è Dio, perché egli è l’unico vero capitalista, l’unico che possiede le cose non per sé ma per darle; il “mio” di Dio non è un “mio” di possesso ma di donazione. Se Dio è l’unico proprietario noi siamo come gli antichi definivano i ricchi, con il termine di amministratori, che gestiscono i soldi, ma non li hanno. Se Dio è proprietario della terra, come l’uomo può stare nella terra? Nella modalità del pellegrino ed inquilino.
Cosa vuol dire essere nella terra come pellegrini ed inquilini? Il versetto è stato interpretato nell’accezione romantica, noi siamo pellegrini perché il nostro mondo è insufficiente, perché la nostra vera patria è altrove, come quando scaliamo una montagna, ci fermiamo a riposarci a mangiare un panino, ma la nostra meta è altrove: questa è un’interpretazione platonica e non corrisponde al significato biblico.
“La terra è mia. Se la terra è mia, voi siete nel mondo come ospiti perché ospitati da me che sono l’ospitante”. Noi siamo ospiti di Dio non in senso metaforico, ma in senso vero, perché tutto ci è dato e quindi non possiamo appropriarci di niente. Quando si è ospiti non valgono le nostre appropriazioni personali, i nostri ruoli e le nostre differenze. Quando si è invitati non conta se ho gli assegni, se sono più importante, perché essere invitati è essere introdotti in quello spazio dove si vale non per quello che uno possiede, o ha prodotto, ma per quello che ci è dato dalla generosità dell’ospitante.
L’anno giubilare è la proposta perché ogni uomo possa recuperare questa autocomprensione di sé nel mondo, il convincimento che il nostro statuto antropologico è di essere ospite nel mondo. Il termine italiano “ospite” significa ospitato nel senso passivo, ma anche ospitante nel senso attivo. L’uomo è ospitato ed è invitato a farsi a sua volta ospitante. Dio ci ospita gratis senza neppure chiederci: “devi diventare santo”; noi dobbiamo a nostra volta acquisire una coscienza di ospitanti, ospitando così com’è la diversità, la lontananza, l’antipatia. Raccolgo tutto ciò che vuole dirmi Gesù nel versetto del discorso della montagna citato da Matteo: "guardate il vostro Padre che è nei cieli: fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, sui buoni e sui cattivi”. L’ideale è descritto nell’agire gratuito ospitevole ospitante di Dio”. Dio, quando fa sorgere il sole, non dice lo faccio sorgere su Madre Teresa di Calcutta, sul Papa e non su quelli che uccidono. Il sole non è solo un immagine, è una realtà che se si avvicinasse per sbaglio noi saremmo tutti polvere. Il sorgere gratuito del sole sui buoni e sui cattivi viene da questo Dio asimmetrico che sospende il giudizio. Gesù termina: “siate anche voi perfetti come è perfetto vostro Padre che è nei cieli”, non dice: “guardate com’è bello che vostro Padre faccia sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, contemplate, chiudete gli occhi” ma dice: “fate anche voi lo stesso”.


DOMANDE - RISPOSTE

Il Giubileo è stato mai praticato e quale è il ruolo della donna in esso?

Com’è vissuto il Giubileo nella tradizione ebraica ed in modo particolare dalla donna?
Disarticoliamo le due domande: nell’ebraismo è mai stato vissuto l’anno giubilare? Gli studiosi non hanno una risposta univoca ed alcuni, la minoranza, dicono che poche volte è stato vissuto, mentre lo è l’anno sabbatico. Anche ora in Israele gli ebrei ortodossi, fedeli alla Torah, osservano l’anno sabbatico. L’anno giubilare è stato vissuto alcune volte, forse nell’epoca di Neemia quando, tornando a Gerusalemme, nasceva il problema del riappropriarsi delle proprietà perdute tornando dall’esilio. Alcuni ci dicono che mai è stato praticato l’anno giubilare; allora perché la tradizione rabbinica mantiene scrupolosamente questa legislazione? Paolo De Benedetti dà questa spiegazione: La coscienza di Israele prima o dopo matura questa consapevolezza che fare quello che l’anno giubilare dice, non è qualcosa che riguarda l’ordine temporale (ogni 7 anni, ecc.) ma è da fare sempre, in ogni momento della vita, qui ed ora, che appartiene all’ordine della responsabilità oggettiva e non all’ordine della scadenza del calendario, e questo è uno dei cambiamenti più alti che la coscienza può fare. Non possiamo caricare la giustizia con l’orologio. Non siamo noi che aspettiamo il millennio, ma è il tempo che aspetta che l’uomo introduca nel mondo la giustizia, che ognuno di noi diventi responsabile, cioè risponda all’istanza del fratello, dei poveri secondo la Bibbia, o alla presenza di Dio secondo la terminologia più vicina alla nostra spiritualità. E’ il tempo che aspetta che noi ci apriamo.

Per quanto riguarda la donna, ci vorrebbe un incontro intero per parlarne; nell’ebraismo il luogo di culto è duplice, anzi triplice: il luogo della singolarità soggettiva, dove ciascuno si incontra con Dio nel sacrario della propria coscienza, c’è il luogo della famiglia, la presenza che è responsabile della famiglia è la donna, poi c’è il luogo sinagogale dove lì solamente il maschio, il rabbino agisce. Da questo punto di vista c'è un equilibrio: la donna non è tenuta ad andare in sinagoga, non perché sia in secondo ordine, ma la donna ha il suo ruolo nell’ambito liturgico che è la famiglia. E’ lei che accende le candele e prepara la menorah che è il simbolo dello shabbat. Non c’è l’idea dell’esclusione ma della divisione dei ruoli, sono compiti differenziati dove ambedue sono responsabili sullo stesso livello. Di fatto anche nell’ebraismo la donna ha subito , il modello maschile è diventato predominante inglobando il modello femminile, ma nei testi è stato infranto con molta più facilità, infatti nell’ebraismo liberale vi sono donne rabbino, è un problema complesso.


Proprietà ed appropriazione di fronte a Dio

Prendiamo in esame il tema della proprietà – E’ stato detto che un bambino ha bisogno di affermare se stesso mediante il gioco dell’io; l’anno giubilare è la messa in discussione dell’appropriazione o del dire “è mio”. Devo chiarire questo linguaggio: a livello psicologico, empirico, guai a mettere in discussione il diritto di proprietà; il Talmud dice che gli uomini si azzannerebbero. A livello empirico e psicologico un bambino costruisce la sua identità se definisce i propri spazi attraverso il riconoscere “questo è mio e questo è tuo” che fa parte del processo di crescita della soggettività. Così come le culture si sono istituite attraverso dei complicatissimi ed elaborati equilibri che si sono formati nel corso dei millenni (con i passaggi di proprietà), il passaggio di proprietà è un modo per riequilibrare le ricchezze. Il discorso biblico non riguarda l’ordine psicologico ed empirico, riguarda l’ordine teologico, non come si costituisce la tua identità, di come sei di fronte al tuo vicino di casa (la casa è tua, ecc.), ma di fronte a Dio: che cosa fai tu di quello che è tuo? Il problema è: che cosa io faccio di quello che ho, non è mettere in discussione la proprietà. La risposta biblica è: quello che tu hai non lo hai perché tu sei migliore degli altri, o perché hai lavorato di più, ma di fronte a Dio tu sei definito per quello che ti è dato e per quello che devi restituire. Sono d’accordo pienamente con il principio di Enrico Chiavacci, teologo, che dice che tutti i credenti dovrebbero conficcarsi nella coscienza questo principio: tutto quello che hai, lo hai per essere donato. Il tempo, l’intelligenza, il denaro, la villa al mare, le campagne, la creatività, l’arte, i quadri, quello che tu hai, per essere restituito. Poi le modalità cambiano. L’ordine teologico trascende l’ordine empirico e si colloca sul piano di come tu devi gestire di fronte a Dio e anche in piccolo, la cultura, la parola, il tempo libero, trovando ognuno le proprie modalità.

Essenzializzarsi, ecco la sfida di fronte a cui noi ci troviamo, noi abitatori dell’occidente consumatore, fagocitatore, dell’occidente usa e getta. E’ possibile resistere al potere persuasivo del consumismo? Negli ultimi tempi mi torna in mente la grande categoria dei Bonhoeffer: resistenza. Resistere al tiranno nazista e resistere all’angoscia della morte e del carcere (fu impiccato pochi mesi prima della fine della guerra). In ognuno di noi c’è la forza di resistere che là era il nazismo, oggi noi viviamo il potere del consumismo quindi resistere al fascino del facile, dell’immediato, del consumo. Quando diciamo “non possiamo farci niente” abbiamo perso la coscienza della nostra soggettività sulle cose, non c’è niente che tu non possa cambiare, per quanto siano forti i meccanismi della società, tu puoi sempre essere più forte di loro. Uno dei modi per vivere il tempo giubilare e quaresimale è tornare all’essenzializzazione: la povertà andrebbe riletta in questa chiave.
Per vivere il giubileo, eliminare le differenza, restaurare relazioni amicali tra ognuno di noi anche in situazioni difficili (Edith nel campo di concentramento dell’odio, annunciava il perdono). Ogni volta che noi aumentiamo il livello di odio, noi peggioriamo il mondo, ogni volta che noi riduciamo il tasso di inimicizia, noi eleviamo il livello del mondo. Ciò è quanto ognuno di noi può fare nella sua singolarità, nelle famiglie, nei gruppi anche se è difficile. Ed è più facile sognare di cambiare il mondo che mettere in moto piccoli meccanismi relazionali per trasformare le relazioni interpersonali.

L’ospite e l’ospitalità; ricevere e restituire

E’ stato usato un termine bello parlando dell’ospitalità, affidamento; l’ospite è colui che vive nello spazio di una duplice alterità ed insieme all’alterità che accoglie, l’ospite è colui che ha finalizzata l’alterità perché quello che è dato deve essere restituito. I due verbi fondamentali dell’ospitalità sono: ricevere e restituire coniugati insieme. Dobbiamo creare una semantica, un’etica del ricevere e del restituire, piuttosto che quella del prendere; quando ci alziamo, la mattina noi torniamo nel mondo del ricevuto. Per recuperare lo spazio del donato che si transustanzia in rivelazione e restituzione. Debito, quale debito? Penso sia una domanda retorica. I paesi poveri sono indebitati di fronte al fondo monetario internazionale al quale partecipano i paesi ricchi fra cui anche l’Italia che stabiliscono che i paesi poveri devono pagare ai ricchi. La proposta è di ridurre non di azzerare; non sappiamo se ciò sia possibile. Sul debito a livello internazionale possiamo fare poco, perché dobbiamo mantenere il livello empirico per mantenere gli equilibri, ma noi possiamo applicare ciò ai debiti morali fra i gruppi, i quartieri azzerando le differenze.