Il prete

nella letteratura

Ferdinando Castelli

Nel settore letterario la figura del prete, dopo periodi di eclissi, torna alla ribalta. Perché - ci si chiede - quest'uomo non in carriera, non potente, non sposato, non umanamente importante, occupato in questioni da molti ritenute desuete, attira l'attenzione, incuriosisce, è interpellato? La risposta è semplice. Perché nel crepuscolo delle illusioni e nel clima del relativismo si avverte il bisogno di certezze; perché nella stanchezza di una cultura materialistica il bisogno di fare posto all'anima è maggiormente avvertito. E il prete si presenta come assertore di certezze e testimone di realtà spirituali. Questi due elementi determinano la differente angolatura nella quale la letteratura contemporanea presenta il prete, a differenza del passato.
Fino ai primi decenni del Novecento, sotto l'influsso del positivismo, il prete è visto prevalentemente sotto l'aspetto sociale o filantropico. «Un Balzac, un Flaubert collocano il "parroco del vili aggio" al suo posto esatto sulla scala sociale, accanto al medico, al notaio e all'esattore. Fa parte della "commedia umana"» (1). In lui la presenza del mistero e del soprannaturale si è talmente rarefatta da scomparire.
Col Novecento avviene un mutamento di sfondi. Alcuni scrittori - soprattutto Georges Bernanos, Graham Greene, Frangois Mauriac, Carlo Coccioli - con un'audacia degna del loro genio osservano il prete con occhi nuovi, per scrutarne il mistero. Sono convinti che è detentore di un mistero, soprannaturale per giunta. Si opera in tal modo un cambio di prospettiva: il prete non interessa più come uomo, ben «sistemato» in una classe sociale; interessa ciò che lo distingue da tutti, cioè il suo carattere sacro, il mistero nascosto nel fondo del suo essere. Occorre fare delle riserve su II potere e la gloria di Graham Greene, ma non si può negare la forte impressione che suscita l'incontro con un prete, alcolizzato e alla deriva, nel quale abitano il Potere e la Gloria di Dio. È naturale che la sua presenza inquieti, disturbi, incuriosisca perché rivela profonde verità nascoste. Analizziamone alcune.

Il prete come sintesi di contrari

Nell'ultimo capitolo di Il Figlio dell'Uomo di Mauriac si legge:

«Questa pietra di scandalo per tanti spiriti ribelli, il prete [...] costituisce in mezzo a noi il segno sensibile della presenza del Cristo vivo [...]. Uomini ordinari, simili a tutti gli altri, chiamati a diventare il Cristo quando levano la mano sulla fronte di un peccatore che confessa i suoi falli e domanda perdono, o quando prendono il pane fra le mani "sante e venerabili", o quando alzano il calice della nuova alleanza e ripetono l'azione insondabile del Signore stesso [...]. Sì, degli uomini simili ad ogni altro, ma chiamati più d'ogni altro alla santità [...]. Quale mistero in questo sacerdozio ininterrotto attraverso i secoli!» (2).

Il testo di Mauriac enuncia il paradosso del prete: sintesi di contrari. In lui confluiscono gli elementi più contrastanti: umanità e divinità, tempo ed eternità, forza e debolezza, grandezza e miseria. Bernanos mette in risalto soprattutto questo aspetto. In Sotto il sole di Satana (1926) - romanzo percorso da un vento di tempesta, spirato dall'inferno e dal cielo - Yabbé Donissan è privo delle qualità necessarie per essere un buon parroco; è rozzo, inesperto, senza vera dignità, privo di gioia e di misura, tormentato e disperato. Eppure riesce a «dare a piene mani la pace di cui è sprovvisto», a stanare e sfidare il Maligno, a indicare con chiarezza gli elementi fondamentali per raggiungere la santità. In questo prete abita la potenza della Grazia e la luce dello Spirito Santo, tanto che l'aristocratico e colto abbé Menou-Ségrais gli confessa: «È lei, a formare me», «lei mi ha rovesciato come un guanto».
La sintesi di contrari risulta più approfondita nel protagonista del Diario di un curato di campagna, Yabbé di Ambricourt. Anche lui sprovvisto di prestigio, malato di cancro, povero e deriso. Nel suo fisico malandato però abita un'anima profondamente sacerdotale, impegnato a ridestare le anime sopite nel peccato e a restituirle alla Grazia. Radicato in questo convincimento, non esita - lui, povero prete, figlio di alcolizzati - a recarsi dalla contessa e a prospettarle lo squallore della sua anima, murata nell'odio contro Dio e contro gli uomini, dunque nell'inferno poiché «l'inferno è non amare più». In un drammatico colloquio i due si fronteggiano come in duello; lei chiusa nell'orgoglio e nell'astio, che la isolano da Dio e dalla famiglia, lui consapevole di non essere buono a nulla, come afferma il marito della contessa, ma forte nella consapevolezza di rappresentare Cristo. Alla fine la contessa si arrende alla Grazia. Nel diario del curato si legge: «Che cosa importano a Dio il prestigio, la dignità, la scienza, se tutto ciò non è che un sudario di seta su un cadavere putrefatto?» (3). A Dio importa la volontà del prete di donarsi al suo ministero accettando quanto ciò comporta.
Accanto abbé Donissan di Bernanos possiamo collocare don Michele Ingabbietta, protagonista del romanzo Perfetta letizia di Pietro Mignosi (1895-1937), tra i più importanti del primo Novecento. In esso l'Autore ha inteso mettere in risalto l'essenza sacerdotale: l'assimilazione a Cristo, la luce interiore e la forza che da essa si sprigiona, e ciò nonostante la miseria del fisico. Don Michele è un prete umile, dimesso, di nessun prestigio sociale: «[...] si guardò le sue povere dita nodose e brulle, e le palme opache e callose, e le unghie piatte e dure, e si meravigliò che Dio, nella sua infinita misericordia e condiscendenza, potesse servirsi di quelle luride mani per rinnovare il miracolo e mistero dell'Incarnazione» (4). Sì, è un prete apparentemente meschino e di poco conto, ma con la pazienza nel sopportare soprusi e ostruzionismi, con la sua bontà e mitezza riesce ad attirare le persone e condurle a Dio. Il suo sacerdozio si diffonde e si afferma in «perfetta letizia» per quanti lo accostano. Il romanzo eccede in talune rappresentazioni e può suscitare disappunto per l'insistenza su particolari aspetti, ma s'impone per forza di contenuto e validità letteraria.
Prete Salvatico di Pasquale Maffeo (1933) riprende il tema del prete sintesi di contrari. Un parroco, sospeso a divinis, di notte, come un appestato, lascia il paese. Tutti lo ritengono traditore dei sui impegni. In realtà, la sua colpa - colpa? - è di altro genere. Si era reso conto di quanto fosse difficile il cammino del prete; sapeva che alcuni «si erano persi. Subissati». Eppure, ogni mattina, costoro salivano l'altare e celebravano l'Eucaristia. Come era possibile? «Fu lì, allora, che mi separai. Dubitai che un uomo fatto prete - chissà perché fatto, per quali gradini salito all'altare - un povero uomo della terra, dico, con la sua pochezza, coi suoi bassi pensieri, in un rito che la consuetudine affretta e logora, dubitai che pronunciando semplici parole su semplici gesti possa elevarsi fino a creare l'Increato, dare vita a Lui, al solo che nella sua giustizia dona e toglie la vita» (5).
Dopo anni di smarrimento e di vagabondaggio, vecchio e prossimo alla morte, ritorna al paese distrutto dal terremoto. Qui lo attendono la misericordia di Dio e la pace. Comprende il paradosso del sacerdozio. «Sarà anche uomo, un prete, fino che spira: solo, additato, sospettato, odiato. Deve stare al mondo e tenersi estraneo alle torbide cose e passioni del mondo. Piedi nel fango, spirito nella luce. Deve morire per rinascere. Bruciare tutto, per essere degno» (p. 81).
Il romanzo suggerisce che essere prete è arduo, ma esaltante perché permette di agganciare la terra al cielo, la morte alla vita. Se la vita umana è avvolta nel mistero, la vita di un prete è una concentrazione di mistero: mistero divino-umano, che esalta e sgomenta. È possibile viverla soltanto all'ombra della fede.

Lo «scandaloso» potere del prete che è anche Gloria di Dio

Il potere e la gloria di Graham Greene (1904-91) è un romanzo sconvolgente. Protagonista è un prete che una serie di vicende ha ridotto a uno straccio. L'azione si svolge nel Messico, al tempo della persecuzione religiosa (primo Novecento). Braccato dalla polizia perché prete e perché dedito all'alcool, si sposta da un luogo all'altro, come un cane randagio, nella speranza di salvarsi rifugiandosi all'estero È il solo prete rimasto nel Paese, e quando la gente sa della sua presenza, lo assedia per ricevere i sacramenti.
E lui non può rifiutarsi. È un alcolizzato, non prega più, ha tradito il celibato, vive nel sacrilegio. Tutto vero. «Ma era pure da lui che prendevano Dio sulle loro bocche [...]. Senza di lui sarebbe stato come se in tutto quello spazio tra il mare e le montagne Dio avesse cessato di esistere». Il potere, che neanche gli angeli hanno, di consacrare il corpo di Cristo e di perdonare i peccati in lui era come deposto nella melma. Era come se portasse addosso la sua condanna come si porta la pelle; come se avesse nelle viscere una perla che dà brividi di dolore. Muore per compiere un atto di carità: un meticcio gli fa credere che un moribondo chiede di confessarsi, invece lo consegna alla polizia per guadagnarsi una buona taglia.
Martire o vittima del peccato? Salvo o dannato? Greene non risponde. Vuole soltanto ricordarci che spesso Dio, per far risplendere maggiormente la sua gloria, sceglie gli strumenti più vili e insignificanti. «[...] anche se tutti i preti fossero come me, ubriaconi, avidi, vigliacchi, questo non cambierebbe nulla, perché essi potranno sempre dare Dio agli uomini». La gloria di Dio è appunto questo suo restare tra noi, con la potenza salvifica della sua Grazia, nonostante la nostra miseria.
A proposito del prete di questo romanzo, padre Doncceur scriveva sulla rivista Études: «Se il sacerdozio vive al centro del cuore di questo disgraziatissimo uomo, se questa sorgente segreta che la sedimentazione di cose morte non ha potuto impedire di zampillare in una sorgente di acqua pura, questa è la prova evidente che Dio, dopo tutto, è più forte della nostra miseria» (6).
Graham Greene parla di potere e gloria che conferiscono al prete una nuova dimensione; altri narratori parlano semplicemente di una presenza di Cristo in lui, così viva che basta avvicinarlo perché la Grazia si metta in moto. Ricordiamo Michel de Saint-Pierre (1916-87), autore del forte (e discusso) romanzo I nuovi preti. Il seguente brano lo sintetizza: «Non potete immaginare che cosa rappresenta l'incontro con un prete per un non credente. Poco importa quale non credente [...]. Rischia di essere segnato per sempre in un senso o nell'altro [...]. Abbiate dunque l'audacia e la semplicità di dire: Sono prete. Il Cristo è morto per tutti voi, io non sono che un testimone fra voi, e la mia povera figura di uomo getta un'ombra che ha la forma di una croce. Se direte questo chiaramente, ve lo garantisco, non fallirete le anime» (7).

«Come la fonte al centro del paese»

La particolare presenza di Cristo nel prete è il leitmotiv di Non sono solo di Luciano Radi (1922). In esso l'autore sviluppa le tematiche del precedente Un grappolo di tonache (8), focalizzandole su un solo personaggio. È un vecchio parroco, anima semplice e profonda, riflessa negli occhi chiari. Il placarsi dell'attività pastorale e l'esodo dei giovani dalla campagna lo hanno aiutato «a scendere nelle profondità del suo io, alla ricerca della radice del suo essere». Quali realtà vi scorge? «Quando scavi per trovare il tuo io, in fondo al pozzo del tuo essere, trovi senza volerlo Dio» (p. 11). Questo incontro gli dà, in un primo momento, la sensazione della vertigine e del buio: «Avevo il brivido di chi precipita nel vuoto, mi sembrava di concludere nel nulla la mia vita di pastore».
Il brivido dura poco. Al suo posto subentra la gioia della Presenza, l'incalzare della Luce, il dischiudersi dell'Amore. Si opera così una trasfigurazione della realtà: tutto assume dimensione nuova, sapore di eternità, valore di redenzione. In questo sfondo di fede, la vecchiaia del prete conta relativamente poco. Conta soprattutto la sua capacità di amare e di soffrire per la redenzione della sua gente; e questa capacità si dilata nel restringersi della sua attività pastorale. «Sono come la fonte che è al centro del paese, corrosa dal tempo, ma ricca di acqua pura per la sorgente lontana che l'alimenta» (p. 14). Inutile, il vecchio prete? Se vive con Dio e lo indica agli altri, la sua presenza è una benedizione. Una donna, provata dal dolore, gli ha detto: «Abbiamo bisogno di vedere la vostra fiaccola sopra il moggio, perché ci indichi la strada, nel dolore e nella fatica. Insegnateci a nobilitare il nostro sacrificio agli occhi del Signore perché abbia un senso. Soffrire senza sapere perché, porta fatalmente alla follia» (p. 19).

«Aprire le porte del Regno»

Nell'odierna letteratura il vecchio parroco di Radi ha una dignitosa ascendenza. Tra questa incontriamo padre Francis Chilsholm, protagonista di Le chiavi del Paradiso (9) di Joseph Cronin (1896-1981). È una singolare figura di prete, ritenuto un po' strano, in realtà dotato di uno straordinario spirito di tolleranza religiosa, aperto agli altri, apostolicamente intrepido, fedele alla sua vocazione. Una sua dichiarazione lo caratterizza: «[...] per tutta la mia vita mi sono rallegrato di sentire attorno a me le sue [della Chiesa] braccia. La Chiesa è la nostra grande madre, che conduce [...] una schiera di pellegrini, attraverso la notte». Ecco la sua anima di prete: amore alla Chiesa, concepita come sacramento di salvezza, ansia di annunciare il Vangelo a tutte le genti.
Preti di questo stampo ne troviamo nella vasta galleria di Bruce Marshall (1899-1987). Egli li va a scovare nelle canoniche e nelle sacrestie per conoscerli, scoprire le loro debolezze e la loro virtù, e poi concludere che la santità della Chiesa, nella sua essenza, prescinde dalla santità del clero. Per raggiungere tale scopo ricorre a un gustoso umorismo, a volte insistito e superficiale, ma sempre volto alla comprensione e alla scoperta di realtà essenziali quali la fede, la Grazia, i sacramenti.
Non attendiamoci da Marshall un'apologia del sacerdozio cattolico. I suoi preti sono e restano persone con tutta la pesantezza della natura umana, che comporta stanchezza, scoraggiamento, cadute. Sono uomini tra gli uomini, ma con una missione che trascende la sfera umana e immette nel soprannaturale. Padre Smith (nel romanzo Il mondo, la carne e Padre Smith) (10) è presentato nella pienezza della sua umanità, con il suo buon senso e la sua volontà che a forza di essere semplice diventa sublime, a forza di essere umana diviene divina. Ha un solo interesse: annunciare Gesù e aiutare le anime alla coerenza cristiana. «Certo non era facile farsi prete. E non era stato facile rinunciare alle cose morbide e comode del mondo che di per sé non son cattive». Lui era diventato un buon prete per l'amore che portava al suo gregge e per la gioia di saperlo in pace con Dio.
Monsignor Meredith, protagonista di L'avvocato del diavolo di Morris West (1916-99) (11), è inglese, vive a Roma dove lavora presso la Congregazione dei Riti, immerso in pratiche e direttive canoniche. Un carcinoma allo stomaco sconvolge la sua vita. Gli restano pochi mesi da vivere e si accorge che si avvia alla morte «a mani vuote». Burocrate, passioni spente, incontri indiretti, sacerdozio vuoto e sterile. Provvidenzialmente è inviato in Calabria per un'inchiesta sul caso di un uomo morto in concetto di santità. Il contatto con la realtà delle anime e con una popolazione arretrata, sì, ma ricca di valori spirituali e umani, ridestano in lui l'anima sacerdotale sopita. Era stato «un prelato rinsecchito e pedante, con il cuore coperto da un denso strato di polvere delle biblioteche», si ridesta con l'anima aperta alla preghiera, all'ascolto, alla comprensione, all'apostolato. «Ho ritrovato me stesso come uomo e come prete» confessa. Muore con il rammarico di non aver saputo sottrarre un amico pittore al suicidio.

Soprattutto testimoni

Michel de Saint-Pierre riporta le seguenti parole, scritte sulla parete dove abita Yabbé Le Virioux, protagonista di I nuovi preti: «Essere testimone significa farsi mistero, vivere in maniera tale che la propria vita sarebbe inesplicabile se Dio non esistesse». L'affermazione - e del card. Suhard - sintetizza un aspetto che l'odierna letteratura vuole incarnato nel prete. Le parole si sono logorate, i preti parlino con la vita. Parlino per affermare la realtà di Dio, la dignità dell'uomo redento da Cristo, l'urgenza del messaggio evangelico.
L'abbé Forcas, in Gli angeli neri di Mauriac (12), è ritenuto una persona insignificante, ma il piccolo parroco è così splendente di luce interiore che la sua sola presenza inquieta le anime intorpidite nel peccato. Ha in grado elevato lo spirito di umiltà, di povertà, di carità e di preghiera. Quando Gabriel Gradère, genio del male, lo incontra, un brivido gli sconvolge l'anima e gli si rivela un mondo nuovo.
In I santi vanno all'inferno Gilbert Cesbron (1913-79) (13) descrive padre Pietro come il testimone dell'amore di Dio nella banlieu parigina, dove Cristo non abita più. Non è un rivoluzionario, ma un prete che prende sul serio il comandamento dell'amore, che incarna l'importanza della Chiesa missionaria, che in nome del suo sacerdozio rifiuta il comfort delle parrocchie tradizionali in favore della grande parrocchia delle displaced persons. Corre dei rischi, sbaglia anche, ma la sua testimonianza rende credibile la Chiesa e apre gli animi all'azione della Grazia.
L'ungherese Bela Just (1906-54), in La forca e la croce (14), narra di un cappellano dei condannati a morte che non sopporta più di essere soltanto distributore di «belle parole». Per salvare un povero giovane condannato lo fa fuggire e prende il suo posto.
Eugène Ionesco (1909-94) (15), nel libretto d'opera Maximilien Kolbe, narra gli ultimi giorni del martire nel Lager di Auschwitz. Dimentico di tutto, vive soltanto per gli altri: per consolare, benedire, ascoltare. Rifiuta di spiegare a parole la sua vocazione sacerdotale: la vuole incarnare facendosi dono di amore per tutti.
Nel dramma Assassinio nella cattedrale di T. S. Eliot (1888-1965) l'arcivescovo Beckett afferma con fierezza di voler essere testimone di Cristo, versando il sangue come lui. Non traditore del / Re. Io sono prete, / Un cristiano, salvato dal sangue di Cristo, / Pronto a soffrire col mio sangue. / È questo il segno della Chiesa, sempre, / Il segno del sangue (16).

Tra crisi e drammi

Gli autori contemporanei hanno la chiara consapevolezza che la vita del prete è tutt'altro che facile. Richiede uno sforzo continuo, talvolta eroico, per restare fedeli agli impegni assunti con l'ordinazione. Sanno anche che il carattere sacerdotale abilita a consacrare il Corpo di Cristo e a rimettere i peccati, ma non elimina le esigenze naturali, anzi le esige, le purifica, le incanala verso sbocchi fecondi e duraturi. Padre Stephen Fermoyle, protagonista del romanzo II cardinale (1963) di H. M. Robinson (17), è pienamente prete e pienamente uomo. Perché sano e normale, avverte il fascino femminile e il richiamo dell'amore umano. Aveva incontrato la contessa Ghislana Falerni, e ne era rimasto colpito. Quando la rivede, dopo sette anni, la bellezza della donna, la sua voce, il suo fascino investono il suo animo e tentano d'invadere il santuario del suo sacerdozio. Fermoyle ne è allarmato e decide di lottare, senza indugi. «A poco a poco l'immagine di Ghislana Falerni svanì, la sua voce divenne più fioca. Come l'onda che lentamente si ritrae dalla spiaggia, si ritrasse dal cuore di Stephen e lo lasciò solo davanti al tabernacolo». La tentazione ritornerà perché il sacerdozio non preserva dal male, talvolta anzi ne acutizza i richiami, ma la fedeltà alla preghiera e il ricorso ai sacramenti avranno il sopravvento.
A suscitare crisi e drammi nel prete è anche l'amministrazione della confessione. Capita che il contatto col peccato determini smarrimenti e induca ad atteggiamenti inconsulti. In Mercoledì Santo dell'argentino Manuel Gàlvez (1882-1962) (18) padre Eudosio Solanas è un prete pio e fedele. «Tutta la sua vita era nel confessionale» e «qui si ormeggiava e sanguinava la sua sensibilità. Qui soffriva con gli uomini e per gli uomini. Soffriva con Cristo e per Cristo. Ogni giornata di numerose confessioni rinnovava nella sua carne e nella sua psiche il martirio del Golgota». Morirà martire della sua missione. Vittima del segreto confessionale è Yabbé Crémieu, protagonista di Il volo del calabrone (1992) di Maurice Chavardès (19). Un giovane algerino è accusato, benché innocente, dell'assassinio di una ragazza francese. L'abbé Crémieu viene a sapere, ma in confessione, che l'autore del delitto è uno stimato dottore, che però rifiuta di discolpare l'algerino, immigrato in Francia. Quando apprende che costui, umiliato e disperato, si è impiccato, è preso dalla tentazione di manifestare la verità. Sarebbe tradire il segreto confessionale. Non può, non vuole. Ma non gli riesce più di vivere in un Paese dove si verificano tali ingiustizie. Lascia la Francia e si ritira in un convento tra la Siria e l'Iraq, isolato dal mondo.
Un dramma scatenato dal ministero della confessione, esercitato senza comprensione e senza pietà, è raccontato da Mario Pomilio (1921-90) nell'intenso romanzo L'uccello nella cupola (20). L'autore mette in guardia dal voler troppo analizzare il peccato e dal dimenticare che il cuore dell'uomo è un mistero. Il confessore deve avere il coraggio d'immergersi nella certezza della Provvidenza e della bontà di Dio se vuole continuare a esercitare il ministero della riconciliazione.
Complesso e fortemente avvertito è il dramma che vive don Enrico Cini in Servo inutile e Altare vuoto di Rodolfo Doni (1919) (21). Colto, onesto, generoso, il giovane prete s'innamora di Claudia e condivide con lei un amore profondo e benefico che coinvolge anima e corpo e gli permette di scoprire una nuova dimensione della vita. Il conflitto tra la fedeltà all'impegno sacerdotale e l'amore per la donna gli si presenta presto nella sua drammaticità, in un incalzare di interrogativi. «Ma perché al sacerdote, cui più che a ogni altro uomo è comandato l'amore, poi è negato questo sentimento umano che è l'amore della donna e dei figli?». Se il prete deve aprirsi agli altri, perché non gli è consentito il matrimonio che è l'apertura più nobilitante e più completa? Può egli, in nome di una legge ecclesiastica, abbandonare la ragazza?
Altare vuoto riprende e sviluppa la vicenda di Servo inutile. E il resoconto - quasi un leale esame di coscienza - del tormento di un prete che non può più celebrare l'Eucaristia perché sposato. «Sì, mi strazia il cuore il pensiero del mio altare vuoto». Resterà accanto a Claudia, ma avrà anche il coraggio di riaccostarsi al suo «altare vuoto», anche senza celebrare l'Eucaristia, e dedicarsi al «servizio umile» di coloro che ha incontrato e poi via via lasciato.
I temi affrontati da Doni sono incalzanti. Tre soprattutto: il dolore, l'autoritarismo e le chiusure della Chiesa-istituzione, il celibato. La posizione dell'Autore è improntata all'amorosa obbedienza alla Chiesa, anche quando le sue decisioni non convincono.

Tra incomprensione e rifiuti

Nel romanzo La farisea Mauriac afferma che il prete è un enigma, incomprensibile a se stesso. L'affermazione è sostanzialmente vera poiché in lui si consuma il mistero di un uomo che opera in persona Christi. Conseguentemente, sganciato dal dogma cristiano, il prete è incomprensibile. Ignazio Silone (1900-78), autore serio e di sentimenti religiosi, accanto a preti servili e gretti, ne ha descritti altri ammirevoli per altruismo, dignità morale, anticonformisti. Sono preti autentici? A suo parere, sì, poiché costoro incarnano l'ideale socialista, che è anche - così egli crede - l'ideale di un vero prete. In questi preti socialisti l'elemento soprannaturale o non esiste o è carente. Conseguentemente sono filantropi e benefattori del popolo, non preti autentici. Fa eccezione Celestino V nel dramma L'avventura di un povero cristiano (22).
Quasi antitesi ai preti socialisti di Silone è don Ardito Piccardi, protagonista di Il cielo e la terra di Carlo Coccioli (1920-2003) (23). E tutto tensione spirituale, tutto e sempre in lotta contro Satana; manca di fiducia nella Grazia, non conosce la gioia della Risurrezione né l'energia dell'anima che vive sotto lo sguardo di Dio. Smarrito e angosciato per l'incombere del peccato sulla nostra vita, dà l'impressione di un soldato, generoso e coraggioso, che si lancia nella mischia sprovvisto di armatura. Sa che esiste questa armatura - la Grazia, la preghiera, la fiducia nel Signore - ma per un gioco del Maligno non sa servirsene. Ci fa pena questo prete, ma ci ricorda che la vita è lotta contro il male, che il formalismo ipocrita deturpa l'anima, che la fede esige coraggio.
Albert Camus (1913-60), in La peste (24), non comprende come padre Paneloux possa giustificare la sua fede dinanzi allo spettacolo della sofferenza degli innocenti. In realtà, l'immagine che lo Scrittore offre del padre Paneloux è una contraffazione del prete. In lui manca la visione del Crocifisso che assume e trasfigura la sofferenza, e con la sua risurrezione fonda la speranza.
Fatua e stravagante è la concezione che Giorgio Saviane (1916-2000) (25) ha del prete. Don Claudio Lisi, che nel romanzo II papa diventerà papa, è un prete anomalo e sconcertante. Più che proclamare il Vangelo, elabora programmi nei quali l'elemento cristiano è scomparso. In Getsemani - romanzo ambiguo e confusionario - la messa è concepita come un'«invenzione dell'uomo per raggiungere Dio, ogni giorno», usando «magiche parole», e ripetizione allegorica del bisogno di versare il sangue per il prossimo. Il sacerdozio è soltanto una «forma» nella quale muoversi per realizzare questo bisogno.
Una trattazione a parte meriterebbe la presentazione di padre Pètr Rosanov, protagonista del romanzo Il reverendo di Vittorino Andreoli (1940) (26). E un prete ortodosso dell'Ordine di San Basilio, inviato da Mosca a Roma per insegnare teologia nell'Istituto della Chiesa russo-ortodossa. Suor Anna, giovane carmelitana, sua alunna, lo colpisce per la grazia di comportamento, per intelligenza e apertura mentale e per il mistero che in lei si nasconde. Un'attrazione irresistibile spinge l'uno nelle braccia dell'altra, in una fusione totale di anima e di corpo. Voltano le spalle a tutto e vivono la loro avventura in chiave sacrale, divinizzandola. Su questa «divinizzazione» dell'eroi il romanzo si dilunga in una ridda di affermazioni e di episodi - ambigui, cervellotici, talvolta blasfemi - nei quali la fede tradizionale si è eclissata. Al suo posto è subentrata una concezione religiosa fatta di astio verso la Chiesa, il dogma e le istituzioni ecclesiastiche. La folgorazione erotica ha cancellato o stravolto dalla mente di padre Rosanov gli elementi portanti del credo e la «somma convenienza» (come afferma Paolo VI nell'enciclica Sacerdotalis caelibatus) che sacerdozio e celibato non siano disgiunti. Il romanzo ha alcuni elementi positivi: la passione religiosa, la ricerca di Dio, il primato dell'amore, il sentimento della maternità, ma tutto si dissolve nel vaneggiare teologico del protagonista.
Rifiutano il prete alcuni scrittori che scorgono in lui l'ambizione, il carrierismo, la vanità mondana: Jorge Amado (Santa Barbara dei fulmini), Graham Greene (Il console onorario), Gino Montesanto (Così non sia), Goffredo Parise (Il prete bello). Julien Green rifiuta il prete - come confessa nel suo Journal - quando scopre che amoreggia col secolarismo. «Un giovane seminarista, al quale domando se legge i mistici, mi risponde senza esitazione: "No, Jean-Jacques Rousseau". Che preti potranno mai essere questi romantici in fermento?». C'è anche - nota lo Scrittore - chi vorrebbe «sostituire la preghiera con l'azione»; altri «parlano di morale, di energia, di volontà, lasciando da parte il soprannaturale. Studiano i testi evangelici per scoprire come fosse Gesù. La sua divinità interessa meno, interessa poco. Non dico che sia un fenomeno generale; frequente, però, sì».

Si potrebbe continuare

A questo punto crediamo doveroso ricordare, sia pure a volo di uccello, i molti scrittori contemporanei, prevalentemente italiani, che hanno presentato il prete in chiave positiva, nella sua duplice dimensione umano-divina. I registri usati sono vari - realistico, poetico, drammatico, psicologico - e vari sono anche gli sfondi poiché i preti operano nella concretezza della storia. Ma l'elemento che li spiega e li guida è identico: continuare l'opera di Cristo nella loro umanità consacrata.
Nicola Lisi (Diario di un parroco di campagna. In esso la figura del prete è soffusa di bontà, di cordialità e di stupore poetico per il creato, ma carente di sodezza teologica); Diego Fabbri (Incontro al parco delle terme, Inquisizione, Veglia d'armi. In quest'ultimo dramma porta sulla scena un gruppo di gesuiti, impegnati nella evangelizzazione dell'odierna società); Evelyn A. Waugh (Edmund Campion e vari romanzi); Fulvio Tomizza (La miglior vita); Nino Salvaneschi (Il pastore sulla vetta); Luigi Santucci (Lo zio prete. In pagine umoristiche e profonde narra la vita di due preti, lieti di narrare «una favola di duemila anni fa, sempre quella»); Italo A. Chiusano (Tre notturni teatrali, L'ordalia. I preti di Chiusano si contraddistinguono per il carattere soprannaturale); Shusaku Endo (Silenzio, Il samurai. Un prete suppliziato, dinanzi al silenzio di Dio, e un missionario dinanzi alle scelte pastorali); M. Rigoni Stern (Amore di confine. Amabile rappresentazione del prete veneto); G. Guareschi (Mondo piccolo. Don Camillo è un prete rude e talvolta manesco, ma fedele al suo ministero, buono con tutti e in cordiale colloquio col Crocifisso); Colleen Mc Cullough (Uccelli di rovo. Padre Ralph cede al peccato, ma si redime e si decide per scelte coraggiose); M. T. Giuffrè (L'occhio sinistro del cielo. L'affettuosa comprensione di padre Luigi salva una donna stregata dalla luna); E.-E. Schmitt (Il bambino di Noè. Con la sua bontà e intraprendenza, padre Pons salva molti bambini, anche ebrei, dal furore nazista); G. D'Alessandro (La puttana del tedesco. Don Liborio avanza sui sentieri di fra Cristoforo: confortando e beneficando); E Mazzariol (Diario friulano di un prete); E Scaglia (Il custode dell'acqua, Il gabbiano del sole, 'oro di Mosè. L'archeologo padre Matteo, in Palestina, nella sua opera benefica non conosce confini di razza o di religione); Vito Bruno (Il ragazzo che credeva in Dio. In un parroco si ridesta l'ansia di aiutare i sofferenti e infondere speranza); D. Pisano (Il mistero del cammeo rosa. Don Antonio riscopre l'urgenza della carità e della interiorità); E Parazzoli (Per queste strade familiari e feroci (risorgerò). Rappresentazione al vivo di un parroco milanese dei nostri giorni, alle prese con i problemi più incalzanti della pastorale).

«Allora tu, tu solo...»

Dicevamo del prete, sintesi di contrari. Padre Karl Rahner, in una pagina soffusa di alta teologia e poesia, così esprime questa verità: «[...] se la mia debolezza è assunta in quella del tuo figlio [...] allora tu, tu solo nel suo segreto, cambi la mia forma di servo nella forma sacramentale sotto la cui povertà tu sei il pane della vita per i miei fratelli. Si consuma la mia vita, come l'ostia, perché essi vivano in te e tu in essi eternamente» (27).

NOTE

1. A. BLANCHET, Le prêtre dans le roman d'aujourd'hui, Bruges, Desclée, 1957, 15.
2. F. MAURIAC, II figlio dell'uomo, Bologna, Nigrizia, 1963, 115.
3. G. BERNANOS, Diario di un curato di campagna, Milano, Garzanti, 1987, 154.
4. P. MIGNOSI, Perfetta letizia, Pistoia, Grazzini, 1931, 263.
5. P. MAFFEO, Prete Salvatico, Treviso, Santi Quaranta, 1989, 168.
6. P. DONCOEUR, "Deux essais sur le sacerdoce", in Études, janvier 1948.
7. M. DE SAINT-PIERRE, I nuovi preti, Milano, Il Borghese, 1964, 35.
8. Cfr L. RADI, Non sono solo, Milano, Rusconi, 1984; ID., Un grappolo di tonache, ivi, 1981.
9. Cfr J. CRONIN, Le chiavi del Paradiso, Roma, Campitelli, 1944.
10. Cfr C. B. MARSHALL, Il mondo, la carne e Padre Smith, Milano, Longanesi, 1948.
11. Cfr M. WEST, L'avvocato del diavolo, Milano, Mondadori, 1961.
12. Cfr F. MAURIAC, Angeli neri, ivi, 1937.
13. Cfr G. CESBRON, I santi vanno all'inferno, Milano, Longanesi, 1953.
14. Cfr B. JUST, La forca e la croce, Vicenza, San Paolo, 1961.
15. Cfr E. IONESCO, Maximilien Kolbe, Rimini, Guaraldi, 1992.
16. Cfr T. S. ELIOT, Opere, Milano, Bompiani, 1986, 220.
17. Cfr H. M. ROBINSON, Il Cardinale, Milano, Garzanti, 1963.
18. Cfr M. GÀLVEZ, Mercoledì Santo, Bologna, Cappelli, 1960.
19. Cfr M. CHAVARDÈS, Il volo del calabrone, Casale Monferrato (AL), Piemme, 1922.
20. Cfr M. POMILIO, L'uccello nella cupola, Milano, Bompiani, 1954.
21. Cfr R. DONI, Servo inutile, Milano, Rusconi, 1981; ID., Altare vuoto, Firenze, Vallecchi, 1989.
22. Cfr I. SILONE, L'avventura di un povero cristiano, Milano, Mondadori, 1976.
23. Cfr C. COCCIOLI, Il cielo e la terra, Firenze, Vallecchi, 1950.
24. Cfr A. CAMUS, La peste, Milano, Bompiani, 1948.
25. Cfr G. SAVIANE, Getsemani, Milano, Mondadori, 1980.
26. Cfr V. ANDREOLI, Il reverendo, Milano, Rizzoli, 2008.
27. K. RAHNER, Tu sei il silenzio, Brescia, Queriniana, 1956, 109 s.


("La Civilta Cattolica", 2009 IV, 541-554, quaderno 3828 del 19 dicembre 2009)