La questione giustizia

nella società

del Terzo Millennio

Francesco Saverio Cerracchio

 

1. Lo stato attuale della giustizia
Le recenti cerimonie di inaugurazione del nuovo anno giudiziario hanno ancora una volta posto all'attenzione dell'opinione pubblica la questione dell'amministrazione della giustizia, che, per la nota inefficienza complessiva e in particolare per l'eccessiva lentezza dei processi, può ormai considerarsi una vera emergenza.
Dalle relazioni tenute in Cassazione e nelle Corti d'Appello emerge un quadro preoccupante dello stato della nostra giustizia che non riesce a soddisfare, nei tempi ragionevoli richiesti dalla Costituzione, la crescente e molteplice domanda di giustizia proveniente dai cittadini.
I problemi sono antichi e purtroppo non ancora risolti. La situazione si è così aggravata per la mancanza di riforme incisive e strutturali da tempo annunciate e mai realizzate. Le cause civili in attesa di definizione al giugno 2007 erano ben 4,5 milioni (6% in più rispetto al 2005). Quelle davanti ai giudici di pace sono aumentate del 25% negli ultimi due anni. Le cause penali pendenti alla stessa data erano ben 2,3 milioni (7,8% in più rispetto al 2005). Nel frattempo va aumentando la carenza di personale amministrativo e di fondi assegnati per le spese di ufficio.

2. La necessità di riforme
La riforma dell'ordinamento giudiziario, da poco entrata in vigore, che pure introduce importanti novità nell'organizzazione degli uffici e nella disciplina delle "carriere" dei magistrati, non è destinata ad incidere significativamente sull'efficienza del sistema giustizia, che esige ben altri interventi soprattutto diretti a riformare il diritto penale sostanziale e le procedure, sia civile sia penale, a riorganizzare gli uffici giudiziari, rivedendone le circoscrizioni, ad investire maggiori risorse, aumentando il personale amministrativo ed i fondi a disposizione degli uffici.
Per quanto riguarda il settore penale bisogna prendere atto che nessun sistema giudiziario è in grado di sopportare il principio di obbligatorietà dell'azione penale (secondo il quale si deve procedere per qualsiasi notizia di reato anche di scarso rilievo sociale), un processo complesso e costoso di tipo accusatorio (come quello anglosassone), quasi quattro gradi di giudizio (dovendosi considerare tale anche l'udienza preliminare) e tre milioni di notizie di reato all'anno da gestire.
Le regole anglosassoni che richiedono la formazione delle prove in dibattimento sono necessarie in un processo nel quale la decisione è affidata a giurie (composte da laici) ma non in un processo come il nostro ove i giudici sono togati (magistrati professionali) o corti d'assise composte da laici e togati, per cui dovrebbero essere utilizzate tutte le prove, anche quelle espletate prima dell'udienza dibattimentale nel corso delle indagini.
Occorre procedere, poi, ad una incisiva opera di depenalizzazione prevedendo la sanzione penale solo per quei comportamenti che veramente la meritano e sanzioni alternative amministrative per gli altri non socialmente gravi e rilevanti. È necessario cioè orientarsi verso un sistema penale minimo che preveda la tutela dei soli valori e interessi primari.
Anche la procedura penale deve essere profondamente riformata (razionalizzandola, semplificandola ed eliminando garanzie inutili e formali) sia per evitare la prescrizione dei reati sia per attuare il principio costituzionale della ragionevole durata del processo.
Per la giustizia del nuovo millennio dobbiamo sperare che si trovi finalmente il giusto equilibrio tra l'esigenza di tutela della collettività e quella di tutela delle garanzie individuali, senza dimenticare che il rispetto di queste ultime, pur doveroso ed importante, non può indebolire l'efficienza e la funzionalità del processo che deve essere definito in tempi ragionevoli.
Occorre ascoltare l'insegnamento del grande filosofo e giurista Cesare Beccaria, che nel suo Dei delitti e delle pene (1764) affermava: «Uno dei più gran freni ai delitti non è la crudeltà della pena, ma l'infallibilità di essa».
Nel settore civile è urgente procedere ad una riorganizzazione degli uffici giudiziari per renderli più efficienti e produttivi. Va in questa direzione il disegno di legge che prevede l'istituzione dell'ufficio del processo (con una struttura di supporto alla magistratura costituita da assistenti e collaboratori) e l'avvio del processo civile telematico. Per ridurre i flussi della domanda giudiziaria, è altresì inevitabile pensare ad un potenziamento degli strumenti deflattivi e dei modi alternativi di risoluzione delle liti.
Vanno certamente accorpati quei Tribunali che per le loro piccole dimensioni non consentono la formazione di almeno due sezioni, una civile e l'altra penale, e quindi la possibilità per i giudici di specializzarsi in una sola materia, condizione indispensabile per aumentare la loro professionalità e produttività. La presenza capillare sul territorio può essere agevolmente assicurata dagli uffici dei giudici di pace, ai quali dovrebbe essere aumentata l'attuale competenza. Del resto in passato la produttività e l'efficienza della giustizia sono migliorate in occasione di riforme che hanno aumentato le dimensioni dei piccoli uffici (si pensi alla riforma del giudice unico di primo grado che ha soppresso le Preture accorpandole ai Tribunali).

3. L'insufficienza delle risorse
Non è poi facilmente comprensibile né giustificabile, di fronte alle profonde carenze del sistema giustizia, la politica seguita negli ultimi anni di progressiva riduzione dei fondi destinati alla giustizia. Ciò ha creato indubbie difficoltà non solo nella dotazione delle risorse materiali necessarie per il funzionamento degli uffici, ma anche nello stesso svolgimento dell'attività giudiziaria. Essa è stata certamente rallentata per esempio dall'impossibilità di proseguire le udienze nelle ore pomeridiane a causa del divieto di far svolgere lavoro straordinario (dopo le ore 14) al personale amministrativo. Tale situazione comporta naturalmente una dilatazione dei tempi processuali molte volte così grave da giustificare la richiesta di risarcimento del danno a carico dello Stato per violazione del principio costituzionale della ragionevole durata del processo.
Ormai le condanne dello Stato sono diventate tanto numerose che la somma prevista nell'apposito capitolo di bilancio è sempre più insufficiente. Negli ultimi quattro anni la richiesta di risarcimento dei cittadini per l'eccessiva durata dei procedimenti è aumentata addirittura dell'800%. Ma, allora, non sarebbe più conveniente per lo Stato cercare di ridurre la durata dei processi consentendo ed anzi imponendo lo svolgimento dei processi anche nel pomeriggio?

4. La durata dei processi
A proposito della durata eccessiva dei processi, che costituisce una anomalia soltanto italiana, per la quale continuiamo a subire condanne in sede europea, il problema potrebbe essere radicalmente risolto, almeno per quanto concerne la materia penale, dalla revisione dell'istituto della prescrizione del reato, che, quando si verifica, vanifica anni di faticosa e costosa attività processuale.
Con l'attuale disciplina della prescrizione, che inizia a decorrere dalla data del reato, è ovvio che l'imputato colpevole non ha alcun interesse a consentire o addirittura favorire la riduzione dei tempi processuali. Anzi, egli ha interesse a far allungare la durata del processo, ricorrendo ad ogni espediente o cavillo, in modo tale da far maturare il tempo necessario per la prescrizione del reato. Eppure il legislatore, invece di abbreviare i tempi dei processi, semplificando la procedura ed eliminando garanzie inutili e non sostanziali, ha addirittura ridotto quelli della prescrizione (con la cosiddetta Legge ex Cirielli che ha dimezzato la scadenza dei termini). Se, invece, fosse prevista la sospensione del corso della prescrizione dopo il rinvio a giudizio o comunque dopo l'inizio del processo, le strategie difensive volte soltanto a ritardare la definizione del processo sarebbero del tutto inutili perché non otterrebbero il risultato di arrivare alla prescrizione e quindi non verrebbero attivate. Così si ridurrebbe sensibilmente la durata dei processi e lo Stato eviterebbe anche di pagare tante somme di denaro a titolo di risarcimento del danno.
In Germania dopo la condanna di primo grado la prescrizione non esiste più. Negli Stati Uniti ciò si verifica dopo il rinvio a giudizio. Ecco perché 1'85% degli imputati preferisce "patteggiare" la pena prima del processo e per il restante 15% degli imputati i processi possono essere svolti in tempi rapidi.

5. Il numero e gli onorari degli avvocati
Va anche detto che a Roma ci sono più avvocati che nell'intera Francia e che in Italia ci sono più di 180 mila avvocati (con un ritmo di crescita di 15 mila l'anno). Se a ciò si aggiunge che in Italia la liquidazione dei diritti e degli onorari a favore degli avvocati dipende dal numero degli atti difensivi e delle udienze, quindi dalla durata dei procedimenti, sia civili sia penali,allora si comprenderà perché anche gli avvocati non abbiano eccessivo interesse alla riduzione dei tempi processuali o ad una tempestiva definizione della controversia. Perciò, sarebbe opportuna una revisione del criterio di liquidazione dei compensi, prevedendo una liquidazione forfettaria che tenga conto dell'entità, natura e complessità della controversia e non (solo) della durata della medesima, sistema che, come ha dimostrato l'esperienza della Germania, potrebbe avere importanti effetti sulla riduzione dei tempi della giustizia. Anche perché sono ormai diventati molto numerosi i procedimenti in cui una parte è ammessa al patrocinio a spese dello Stato, e cioè a quello che una volta veniva chiamato gratuito patrocinio e che ora è gratuito solo per la parte che ne beneficia e non certo per l'avvocato, che viene pagato dallo Stato, qualunque sia l'esito della causa. Insomma, un diverso criterio di liquidazione dei compensi degli avvocati potrebbe favorire la riduzione dei tempi processuali, incentivando anche la conciliazione delle controversie, ed aumentare così l'efficienza complessiva della giustizia.

6. I rapporti tra giustizia e politica
Tra magistratura e politica i rapporti non sono mai stati idilliaci, ma negli ultimi tempi la tensione si è ravvivata anche a causa di indagini e processi di rilevanza politica. È indubbio che occorre usare la massima prudenza nell'adottare misure cautelari che incidono sulla libertà personale e, in generale, provvedimenti che possono avere conseguenze politiche.
Nessun uso strumentale o peggio nessun uso politico della giustizia è consentito al magistrato, che deve essere soggetto solo alla legge e non può occupare spazi non consentiti all'azione penale. Ma è anche giusto che il politico non pretenda di usufruire di alcuna esenzione o prerogativa non prevista dalla Costituzione, richiamandosi ad un malinteso primato della politica basato sull'investitura popolare. Altrimenti si violerebbe il principio costituzionale di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e saremmo in presenza di un duplice diritto, uno per la gente comune e l'altro per i politici. Eppure si nota, ed è palpabile, una sorta di insofferenza della politica, o almeno di una parte di essa, rispetto al controllo di legalità esercitato dalla magistratura.
Ma, se si vuole l'immunità lo si dica chiaramente e si ripristini nella Costituzione tale privilegio, che pure esisteva sotto forma di autorizzazione a procedere e fu poi abolito a seguito delle giuste proteste dei cittadini comuni.
In ogni caso i contrasti tra giustizia e politica devono trovare la loro naturale composizione nella Costituzione che assegna ai due poteri, giudiziario e politico, ambiti e ruoli distinti e separati. Se ciascuno applica tali principi ed esercita le proprie funzioni senza sconfinamenti o strumentalizzazioni le tensioni non dovrebbero sussistere. Certo, va anche ribadito che l'attività giudiziaria deve essere svolta con competenza, professionalità e correttezza. Ogni violazione della deontologia professionale deve pertanto essere perseguita con fermezza perché indipendenza della magistratura non significa irresponsabilità. Ma il doveroso controllo di legalità esercitato dalla magistratura va rispettato e garantito nell'interesse dei cittadini e delle istituzioni.
Deve dunque, essere salvaguardata l'indipendenza e l'autonomia della magistratura da ogni altro potere ed in particolare da quello politico, in quanto l'interferenza politica non può che inquinare il corretto funzionamento della giustizia, che deve avere come suo unico riferimento la legge.
Solo il magistrato privo di condizionamenti e di interessi dì parte può essere sereno e imparziale nel giudizio. Solo così si può evitare che le leggi, come diceva Giolitti, siano applicate per i nemici e interpretate per gli amici.

7. I processi mediatici
I processi vanno celebrati nelle sedi istituzionali e cioè nelle aule giudiziarie e non sui giornali o in televisione.
A volte intere rubriche o trasmissioni sono dedicate all'esame di un grave episodio delittuoso o ad un processo in corso e vengono pronunciati giudizi di assoluzione o colpevolezza senza nemmeno conoscere gli atti processuali e sulla base soltanto di pochi elementi appresi da notizie di stampa.
Ed è grave che vi partecipino anche persone chiamate a rivestire ruoli importanti come periti, testimoni, avvocati, investigatori. Tutto ciò, anche se attrae la morbosa attenzione della gente e quindi fa, come si dice, "audience", tuttavia crea nell'opinione pubblica confusione, incertezza e si traduce alla fine in disinformazione. A volte tali giudizi vengono espressi addirittura da coloro che rivestono ruoli di carattere istituzionale, che invece dovrebbero più di altri osservare un rigoroso riserbo su un'attività processuale in corso.
Naturalmente non si vuole mettere in discussione la libertà di informazione, di critica e di opinione, ma si intende ribadire che il processo deve svolgersi serenamente, nelle sedi proprie e senza interferenze o condizionamenti.

8. Considerazioni conclusive
In conclusione, si può affermare che, se vogliamo risolvere i problemi della giustizia, tutti dobbiamo impegnarci maggiormente, ciascuno nell'ambito delle proprie competenze e responsabilità istituzionali, affinché siano adottate quelle iniziative che possano rendere più efficiente e funzionale il servizio giustizia.
Non servono grandi riforme, ma interventi mirati ed efficaci per accelerare i processi, risolvendo i problemi strutturali ed organizzativi, e semplificare le procedure, eliminando le garanzie puramente formali e non essenziali.
Occorre vietare l'uso improprio dello strumento processuale, che deve essere destinato esclusivamente all'accertamento della verità in tempi ragionevoli, tutelando le garanzie fondamentali dell'imputato e gli interessi della parte lesa.
Va, infine, salvaguardato il ruolo, imprescindibile e delicato, del magistrato, che deve continuare a svolgere la sua funzione di controllo della legalità, senza protagonismi o supplenze, senza interferenze o condizionamenti, con serietà e professionalità, quale organo super partes, soggetto solo alla legge, custode e garante dei diritti di tutti.