Una spiritualità economica

nel solco

di Francesco d'Assisi

Pietro Messa

Compito della storia è certamente ricostruire i fatti accaduti nello scorrere del tempo, tuttavia se non è accompagnata da uno sforzo intellettuale che cerca di comprenderne i motivi che li hanno prodotti e che aiutino a renderli in un certo qual senso intelligibili, anche se risultano non totalmente incomprensibili, certamente non si coglie la complessità di ciò che rappresentano. Così per capire meglio i Monti di Pietà si potrebbe analizzare come sono nati, quali circuiti economici interessarono, la realtà sociale coinvolta, eccetera. Tuttavia anche questo non andrebbe al fondamento di ciò che li ha prodotti. Infatti essi sono l'espressione di una sintesi mirabile tra scelta evangelica della povertà e attenzione al bene comune vissuta da frate Francesco d'Assisi, elaborata concettualmente da frate Pietro di Giovanni Olivi, diffusa dalla predicazione di Bernardino da Siena, e testimoniata dalla predicazione sociale dei Francescani nella seconda metà del Quattrocento. Ma andiamo per ordine...

Ma quanto mondo basta?

La spiritualità cristiana, sia orientale sia occidentale, è stata fortemente influenzata dal monachesimo; riguardo a ciò basti pensare alla dottrina inerente "i pensieri malvagi" espressa da Evagrio Pontico, diffusa in Oriente soprattutto mediante la Scala del paradiso di Giovanni Climaco e in Occidente da Giovanni Cassiano. Tale insegnamento sfocerà nella dottrina dei vizi capitali, comprendenti anche l'avarizia.
Uno dei punti fondamentali della vita monastica è l'abbandono del mondo, come mostra il caso emblematico della Vita di sant'Antonio scritta da sant'Atanasio: il monaco sempre più abbandona non solo i suoi beni, ma anche il consorzio civile per inoltrarsi nel deserto. Da questi modelli esemplari non poteva che scaturirne una spiritualità che aveva nella fuga mundi, ossia nel disprezzo di sé e del mondo, uno dei punti cardine. E in ciò non facevano altro che appellarsi alla Scrittura che invita a non conformarsi alla mentalità del mondo e dove Paolo esorta a non vivere secondo la carne. Solo che carne e mondo nella Bibbia hanno un significato equivoco, perché se Paolo dice che non bisogna vivere secondo la carne, il Vangelo secondo Giovanni proclama che il Verbo si è fatto carne; ugualmente se è vero che non bisogna vivere secondo la mentalità di questo mondo, è pur vero che si proclama che Gesù ha tanto amato il mondo da dare la sua vita per lui. Ma allora il mondo va amato o ripudiato? E nel caso che si debba lasciare si può vivere senza mondo? E se la risposta è negativa, quanto mondo basta, o serve, per vivere?
Tutte queste domande emersero prepotentemente quando frate Francesco e la fraternitas minoritica nella prima metà del secolo XIII ad Assisi evidenziarono la minorità e la povertà nella loro scelta evangelica. Francesco, figlio del mercante Pietro di Bernardone, ben conosceva il valore del denaro avendo ricevuto una educazione appunto di "figlio del mercante" che sa leggere, scrivere e soprattutto far di conto; egli nel momento della scelta evangelica vendette cavallo e vestiti sfarzosi lasciando il denaro —verosimilmente identificabile con quello ritrovato negli scavi archeologici fatti recentemente — presso la chiesa di San Damiano nelle vicinanze di Assisi e poi rinunciando a tutto spogliandosi pubblicamente davanti al vescovo, ridando a suo padre anche i propri vestiti. Questa scena si ripeté sempre più spesso non solo ad Assisi, ma anche altrove, quando altri ispirati da frate Francesco lasciarono tutto per «vivere secundum formam sancti Evangelii».
Tuttavia, sembra strano, ma proprio per aver scelto di essere poveri hanno dovuto parlare molto di denaro e ciò per un semplice motivo, ossia che la povertà "deve funzionare". Infatti, come sempre più si sta evidenziando negli studi degli ordini religiosi, se una scelta ideale non vuole rimanere una utopia deve trovare delle scelte istituzionali che le permettano di prendere consistenza, e questo anche per la povertà francescana. In questo modo i Frati minori furono costretti a distinguere il possesso dei beni dal loro uso: visto che l'uso dei beni è necessario a vivere, essi rinunciano soltanto al possesso. Ma sorge immediatamente la domanda se sia possibile usare una cosa senza anche possederla, e nel caso che la risposta sia affermativa ciò può sfociare in una ipocrisia, ossia di non possedere nulla, ma di usare tutto! Per questo alcuni francescani che volevano essere più fedeli alla Regola di san Francesco fecero un'ulteriore distinzione, ossia tra uso e uso povero in cui si utilizza solo il minimo indispensabile. Questa ulteriore distinzione evidenzia che la moralità dei beni di questo mondo è data dalla modalità con cui si usano; se ciò è vero per i frati, lo è anche per i mercanti. Di conseguenza il peccato non dipende più dal possedere i beni, ma dal loro uso: distinguendo l'uso sensato dallo sperpero dei beni, se un mercante usa delle sue ricchezze –denaro compreso – per il bene comune, la sua attività non solo non è disdicevole, ma anzi atto virtuoso. In questo modo i francescani con la loro speculazione inerente la povertà, e di conseguenza i beni e infine l'attività mercantile, diedero inizio ad un discorso che oggi trova collocazione nell'etica economica. Come scrisse uno storico del francescanesimo, Marco Bartoli, «l'apparente paradosso è nel fatto che proprio coloro che avevano fatto professione di altissima povertà divennero gli specialisti della ricchezza ed elaborarono un codice morale per i professionisti del mercato, i mercanti ed i banchieri».
In tutto ciò si distinsero alcuni Frati minori, come il provenzale Pietro di Giovanni Olivi e san Bernardino da Siena. Il primo si contraddistingue per la sua speculazione in merito alla differenza tra il possesso e l'uso; in questo modo il denaro viene ad assumere un senso positivo consistente, come ebbe a scrivere Giacomo Todeschini, nell'«abilità mercantile a farlo circolare senza immobilizzarlo: a usarlo senza volerlo accumulare, a viverlo come un'unità di misura, e non come un oggetto prezioso». Il merito di aver diffuse tali idee, rendendole patrimonio comune, fu certamente del frate Bernardino da Siena che fece ciò non solo mediante le sue celeberrime prediche in volgare, ma anche sollecitando le autorità dei diversi comuni a scelte concrete, come quelle di istituire i roghi delle vanità e proibire il lusso che sottraeva il denaro alla pubblica utilità, oppure incentivando riforme atte a combattere l'usura. Tale etica economica non solo è stata portata avanti dai frati del movimento dell'Osservanza, di cui san Bernardino era diventato il vessillo, ma anche si è concretizzata passando dalla forza della parola ai fatti, soprattutto istituendo e diffondendo i Monti di Pietà.

I Monti di Pietà

Il primo Monte di Pietà è sorto a Perugia nel 1462 per ispirazione di frate Michele Carcano, ma colui che divenne il rappresentante più eccellente dei frati osservanti diffusori di tale istituzione fu certamente fra Bernardino da Feltre che dal 1468, quando fondò a Mantova il suo primo Monte, fino alla morte nel 1494 non fece altro che incentivare la loro nascita mettendo in pratica le teorie economiche elaborate da Pietro di Giovanni Olivi e diffuse da Bernardino da Siena.
Gli interlocutori dei Monti di Pietà, come è stato affermato, erano "i poveri meno poveri", ossia coloro che almeno possedevano qualche bene da poter dare in pegno, in cambio di danaro. Quindi si compiva una scelta diversa dalle tante istituzioni di beneficenza per i più poveri che avevano caratterizzato i secoli precedenti e che hanno continuato a vivere anche in seguito. Ne consegue che si prende in considerazione la possibilità degli interessi, ossia la legittimità di praticare un tasso sui prestiti erogati: ciò significa riconoscere i giusti diritti sul denaro, spettanti a coloro che lo prestano, da non confondersi con l'usura, consistente nella vendita di denaro per altro denaro. Sarà papa Leone X, il 4 maggio 1515, a emanare la bolla Inter multiplices con cui si riconobbe la liceità di riscuotere un interesse da parte dei Monti in modo da poter «almeno in parte pagare le spese».
Potremmo, in questo senso, definire quella dei Monti di Pietà una forma di carità che va oltre il puro assistenzialismo, aiutando il bisognoso a diventare protagonista egli stesso del suo riscatto dall'indigenza. Questa attività salvifica viene raffigurata mediante l'Imago pietatis - detta anche Uomo dei dolori - che diventerà un vero e proprio logo dei Monti di Pietà; in essa vi è raffigurato Cristo nudo e "passionato", a braccia aperte nel gesto di richiesta di pietà e aiuto, o sovrapposte tenute verso il basso o verso l'alto, per metà del corpo emergente dal sepolcro. Normalmente è raffigurato da solo, mentre in alcuni casi è sorretto da Nicodemo, oppure consolato da Maria e san Giovanni apostolo, o da angeli.
La nascita dei Monti di Pietà si intreccia con la storia degli ebrei nel Medioevo: infatti dai banchi ebraici prendevano ispirazione e la loro diffusione andava di pari passo con una predicazione antigiudaica e ciò non per motivi razziali, ma economici. Infatti il retroterra ideale dei Monti di Pietà era che i beni dovevano essere destinati alla pubblica utilità, ossia al bene della comunità tanto che il mercante è riconosciuto come il garante della felicità pubblica, in quanto capace di coordinare i rapporti tra produttori, consumatori e i diversi professionisti. Come protagonista della vita sociale, il mercante è considerato come il buon amministratore della famiglia e proprio per questo non ci deve essere separazione tra vita privata e quella pubblica, cioè tra vita economica e vita politica. Ciò che dice della moralità o meno di un mercante è l'uso che egli fa del denaro, ossia se quest'ultimo diventa capitale da investire per il bene comune, oppure rimane oggetto di un'appropriazione egoistica. Le conseguenze della riflessione francescana sono chiare: infatti, se il mercante deve essere colui che gode di buona fama, in quanto attento al bene comune ed alla felicità pubblica, diventa indispensabile fornire alcuni criteri per riconoscerlo, o meglio, per riconoscere chi non lo sia in modo autentico. Dato lo stretto legame tra attività commerciale ed attenzione alla comunità, ne consegue il fatto che non ci si possa fidare di coloro che vivono non pienamente integrati nella vita civica, come avviene nel caso di ebrei ed eretici. Le loro attività sono giudicate dai francescani come la negazione dell'economia solidale e mercantile che deve, al contrario, caratterizzare il vero mercante. Ciò introduce un elemento di conflittualità tra economia cristiana e no, in quanto condotta da persone ritenute responsabili di bloccare la crescita del mercato, quali ebrei, donne che si occupano di ornamenti inutili, speculatori e oziosi. Ormai non sono più i singoli contratti a dire della moralità o meno di una condotta economica, ma le intenzioni che gli uomini d'affari dimostrano di avere nel loro operare. I mercanti sono divisi tra fedeli e infedeli e ciò diventa il presupposto ideologico della fondazione dei Monti di Pietà che verranno ad esprimere un progetto economico di sviluppo favorito dalle stesse autorità pubbliche.

Innanzi tutto il bene comune

Coloro che sono dediti all'economia devono essere uomini di fede, come mostrano le prediche di Bernardino da Siena, innanzi tutto nella loro famiglia per poi esserlo nel mercato, a beneficio di tutta la città. Le ricchezze non devono essere accantonate improduttivamente, ma fatte circolare in modo produttivo. Persino la restituzione di ciò che è stato tolto ingiustamente va differita se essa va a scapito del bene di tutta la comunità, così come il fallimento di un commerciante incapace è da favorirsi se significa uscire da una situazione di improduttività. In questa maniera si spiega anche la predicazione contraria ai monili femminili che sottraggono ricchezza destinata all'utilità della comunità cristiana. Proprio questa è il fine ultimo della vita economica; pertanto quella predicata dagli osservanti è un'economia che contrappone coloro che appartengono alla comunità cristiana a chi non vi appartiene. Pertanto l'avversione agli ebrei viene così ad essere determinata non da motivi "razziali", ma economici. Al tempo della Riforma i francescani compaiono raramente nell'ambito del dibattito economico, tuttavia le loro idee avevano ormai significativamente contribuito a formare le categorie di un pensare economico, grazie al loro modo evangelico di usare il mondo che condanna qualsiasi tesaurizzazione improduttiva, mentre esalta i legami di reciprocità e solidarietà. Proprio la difficile scelta francescana della povertà, secondo Todeschini, «aveva potuto catalizzare e razionalizzare le tensioni di un mondo in trasformazione». La comunità, il bene comune devono essere il fine delle attività economiche e proprio a partire da queste categorie sviluppate dal francescanesimo sarà facile giungere ad attribuire allo Stato il compito di regolare il rapporto tra privato e pubblico. Distanziandosi dal pensiero di Max Weber, sempre Todeschini afferma che «in questa prospettiva, le posizioni etico-economiche di Giovanni Calvino ci appaiono radicate in un terreno assai più antico di quello costituito dalla Riforma», ossia nel pensiero francescano. Tuttavia, Todeschini conclude affermando che proprio ciò che fu elaborato dai francescani in merito al profitto ed al mercato, se da una parte condusse ad un incivilimento e ad uno sviluppo della socialità nel vivere economico, dall'altra comportò il formarsi di un grosso gruppo dí esclusi dalla felicità pubblica costituito proprio da infedeli, infami, incivili e poveri. Di conseguenza tutti coloro che erano stati esclusi o si autoescludevano dalla società, come nel caso di eretici ed ebrei, costoro erano nemici della comunità; è per questo motivo che nell'organizzazione economica della società predicata dall'Osservanza era compresa anche la predicazione antigiudaica.
Possiamo dire che il pensiero francescano inerente l'economia rappresenti la risposta a quanto chiedeva il cardinal Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano e futuro Paolo VI, nel discorso pronunciato ad Assisi il 4 ottobre 1958: «È possibile, Francesco, maneggiare i beni di questo mondo, senza restarne prigionieri e vittime? È possibile conciliare la nostra ansia di vita economica senza perdere la vita dello spirito e l'amore? È possibile una qualche amicizia fra Madonna Economia e Madonna Povertà? O siamo inesorabilmente condannati, in forza della terribile parola di Cristo: "È più facile che un cammello passi per la cruna d'un ago che un ricco entri nel regno dei cieli?" (Mt 19,24)... Così insegnaci, così aiutaci, Francesco, a essere poveri, cioè liberi, staccati e signori, nella ricerca e nell'uso di queste cose terrene, pesanti e fugaci, perché restiamo uomini, restiamo fratelli, restiamo cristiani».
Tenendo conto che in un clima di globalizzazione come l'attuale con bene comune non deve intendersi soltanto quello della società cristiana, ma di tutta la comunità umana, tutto ciò si presta ad ulteriori approfondimenti, in una linea di pensiero che potremmo definire come una spiritualità economica francescana.