Una prospettiva

umanistica

sul tempo

Giovanni Gasparini


Convivere con il tempo quantitativo: quattro punti per un itinerario

La nostra trattazione, pur articolandosi in argomenti e oggetti diversi, si è sviluppata attorno al trinomio tempo-cultura-società nei sistemi sociali contemporanei: il tempo come istituzione socioculturale, le concezioni e rappresentazioni diffuse del tempo, l'organizzazione sociale del tempo e il confronto tra culture temporali diverse sono stati al centro dell'analisi.
Le concezioni, le rappresentazioni e l'organizzazione sociale del tempo in un dato sistema sono, naturalmente, elementi rilevanti ai fini di delineare il quadro nel quale si esercitano opzioni e decisioni individuali e collettive, e nel quale quindi si concretizzano l'ordine sociale, i fenomeni di potere, gli obiettivi condivisi di libertà ed eguaglianza.
Ci si può allora chiedere, in particolare, se l'attuale dominante concezione e organizzazione del tempo ponga in essere rilevanti "problemi sociali" per gli attori o per determinate categorie di essi, se cioè sia o meno all'origine di tensioni o difficoltà o sofferenze condivise da consistenti gruppi o categorie di individui, al limite dalla totalità dei membri del sistema. Una variante riduttiva ma efficace di impostare la questione è la seguente: quando parliamo di questa concezione e organizzazione del tempo, siamo in presenza di un vincolo che tende a restringere la libertà e a diminuire la qualità di vita, o invece piuttosto di un elemento che tende ad accrescere il potenziale di entrambe?
È implicita nella questione la considerazione di certe conseguenze di una cultura temporale centrata sulla dimensione quantitativa del tempo e dell'organizzazione sociale relativa. Ad esse si imputano spesso aspetti negativi dal punto di vista degli individui, come il sovraccarico di attività, lo spezzettamento e la moltiplicazione di compiti e di ruoli, la pressione esercitata nel senso di una disciplina temporale che si alimenta di puntualità e di sincronismi, il sentimento diffuso della scarsità di tempo a disposizione: quest'ultimo è potenziato dalla concitazione che anima lo svolgimento delle attività in una società che esprime livelli di complessità e di interdipendenza sistemica assai elevati.
L'organizzazione sociale del tempo è in effetti uno degli aspetti meno dichiarati ma più sostanziali di un processo di divisione sociale del lavoro: e questo – si noti – è rilevante anche ad un livello macro-sociale, non solo per quanto riguarda l'area del lavoro produttivo, dove tutta l'imponente letteratura sul taylorismo e l'organizzazione scientifica del lavoro può essere letta in chiave di un nuovo assetto temporale assegnato ai rapporti produttivi e agli stessi ruoli sociali tipici delle unità lavorative.
Torniamo alla questione indicata sopra. Affrontarla ci consente di delineare attraverso una serie di punti successivi un nostro itinerario-proposta di una prospettiva umanistica sul tempo nei sistemi industrializzati contemporanei: quanto meno, si tratta di una possibile prospettiva e proposta, che tenga conto insieme di vincoli e di potenzialità connesse alla prevalente concezione, rappresentazione e organizzazione sociale della temporalità.

1. Il primo punto che indichiamo al riguardo è il seguente: l'attore, l'uomo che vive nelle società industriali avanzate non può non accettare la presenza e la pressione del tempo quantitativo, vale a dire di una concezione e organizzazione eminentemente quantitativa della temporalità.
La pressione temporale – come ha messo in rilievo un'opera ormai classica di psicologia del tempo [1] – è certamente un condizionamento, ma anche il quadro nel cui ambito la personalità di ciascun individuo si organizza, e la cui mancanza provocherebbe disorientamento. In termini più direttamente sociologici, si può affermare che la concezione quantitativa del tempo – che rappresenta un'acquisizione culturale molto particolare e assai sofisticata – è ormai un elemento di fondo solidamente presente nella trama strutturale e nel tessuto culturale dei nostri sistemi: è un vero e proprio tratto istituzionale. Se si accetta la lezione durkheimiana secondo cui il tempo è sempre una istituzione, in qualunque società, si può convenire allora che nei nostri sistemi contemporanei si è istituzionalizzata una concezione quantitativa del tempo, che ha immediati e fondamentali risvolti sull'organizzazione sociale del tempo stesso.
E non si può non aggiungere che questa concezione e organizzazione è strettamente legata e come incorporata nell'incedere del progresso scientifico-tecnologico, di cui sono noti rischi e pericoli ma del quale sono d'altronde innegabili le acquisizioni e realizzazioni in termini di beni e servizi che – a priori – ampliano le possibilità di vita, di libertà e di convivialità degli individui. Una esemplificazione formidabile al riguardo è data dagli strumenti di telecomunicazione: attraverso mass media e mezzi di comunicazione interpersonale (come il telefono, il telefax, lo stesso elaboratore elettronico) si realizzano processi di informazione, di scambio, di socializzazione, che rappresentano elementi di un aumento della conoscenza, la quale è il presupposto per la presa di decisioni più libere e più consapevoli da parte di ciascun attore. La dimensione temporale è radicata negli strumenti di comunicazione odierni, al punto tale che il principale contributo alla qualità della vita che essi danno è ritenuto la velocità elevatissima e dunque la tendenziale istantaneità che essi riescono a imprimere ai processi comunicativi, con una sfera di influenza o di applicazione amplissima, che corrisponde oramai a quella del pianeta terra. Per inciso, si può osservare che i processi comunicativi odierni non agiscono solo nel breve periodo e attraverso la simultaneizzazione di informazioni ed esperienze. Personalmente, chi scrive è convinto che vi siano pure profondi effetti di lungo periodo: gli straordinari mutamenti avvenuti nel 1989 nell'Europa dell'Est, e in particolare la caduta del muro di Berlino nel novembre 1989, hanno avuto forse come fondamentale elemento motore, catalizzatore e acceleratore proprio l'accumularsi di un processo di comunicazione – informale ed ostacolato, ma per questo ancora più dirompente – che ha favorito negli attori il confronto tra regimi, sistemi e modi di vita, innescando movimenti e azioni sociali profondamente innovative.
Stante dunque l'esistenza di un complesso di condizionamenti e vincoli all'azione quali sono quelli posti da una certa concezione e organizzazione del tempo, il problema dal punto di vista del singolo attore – nella prospettiva che ci preme tracciare – è quello di convivere
con il tempo quantitativo senza "ammalarsi di tempo", cercando cioè di neutralizzare le sue espressioni e conseguenze più alienanti e negative dal punto di vista della qualità di vita. Far fronte alle caratteristiche e alla pressione del tempo quantitativo può diventare, così, analogo o corrispondente al fatto di acquisire la capacità di adattarsi all'elevato grado di complessità tipico dei nostri sistemi contemporanei, ai fenomeni altamente diffusi di articolazione sociale e di progressiva moltiplicazione di funzioni, ruoli e attività, al processo di velocizzazione che pervade oggi con un alto grado di consenso la generalità delle dinamiche e dei rapporti sociali.

2. Il secondo punto da porre all'interno di una prospettiva umanistica sul tempo è in diretta connessione con il primo e consiste nella valorizzazione, da parte di ciascun attore individuale, delle virtualità insite nell'attuale concezione e organizzazione sociale del tempo. Si tratta, in altri termini, di considerare il tempo come una risorsa, come una opportunità che è possibile gestire – nonostante i vincoli e i condizionamenti detti – ai fini di un aumento delle possibilità di vita di ogni individuo.
Se si ammette e si accetta che non si tratta tanto di affrancarsi dal tempo quantitativo quanto di governarlo [2], il punto cruciale consiste allora nello sforzo di ciascun attore di esercitare delle opzioni riguardo alla durata, all'articolazione, all'intreccio e alla successione dei propri tempi, come il tempo di lavoro, il tempo di formazione, il tempo della famiglia, il tempo libero in senso stretto: l'obiettivo-limite e ideale è quello di pervenire ad una autogestione del proprio tempo di vita complessivo, all'interno del sistema di vincoli esistente.
Diversi sono gli strumenti e le leve di cui oggi dispone un soggetto per portare avanti un simile obiettivo; indichiamo i seguenti:
- il processo di generale e importante riduzione del tempo lavorativo, che porta ad una minor consistenza di un tipico tempo vincolato, anzi di quello che rappresenta il tempo solitamente più vincolante per gli individui, con una corrispettiva espansione del tempo extralavorativo, caratterizzato in sé da una dimensione scarsamente vincolante, che lo rende a priori disponibile alle opzioni dell'attore;
- l'allentamento dei vincoli temporali nel lavoro e il diffondersi di pratiche di flessibilità temporale riguardo al lavoro e all'attività professionale, con il venir meno e l'attenuarsi (in certe realtà lavorative, quanto meno) dei vincoli rigidi di puntualità e di uniformità della prestazione lavorativa nel tempo: gli orari flessibili, diverse forme di orari atipici di lavoro come il part-time, e la prospettiva lanciata all'inizio degli anni '80 in Francia del lavoro a tempo scelto – a cui hanno corrisposto una serie di concrete realizzazioni [3] – possono essere citati significativamente al riguardo;
- il processo di velocizzazione diffuso nella nostra società e in particolare in alcuni suoi segmenti o aree, a cui si può connettere – a priori – la possibilità per l'attore di ottenere un soddisfacimento più facile, più rapido, più consistente e qualitativamente più ampio di propri bisogni ed esigenze personali;
- la presenza di strumenti tecnologici che permettono, nella vita quotidiana degli attori, di smussare e flessibilizzare alcuni vincoli pressanti del tempo quantitativo. Abbiamo presenti soprattutto due tipi di strumenti: quelli che consentono di aumentare nel tempo l'erogazione di beni e servizi, come i distributori automatici di denaro, di prodotti, e le apparecchiature erogatrici di servizi (emissione di documenti bancari; certificati anagrafici o di altro tipo ecc.); quelli che immagazzinano nel tempo informazioni che restano a disposizione dell'utente, come le segreterie telefoniche automatiche, i videoregistratori, servizi come il "televideo" in Italia, e così via;
- in generale, le potenzialità connesse all'automisurazione del tempo, che, per quanto oggi generalizzate e ampiamente date per scontate, non vanno sottovalutate ai fini di ottenere più agevoli risultati di gestione e articolazione dei propri tempi e di sincronismi desiderati dal singolo attore. Ad esempio, l'alto livello di precisione temporale offerto dagli attuali segnatempo comunemente usati dai singoli permette una utilizzazione più piena e più ricca di singole parti e frazioni di tempo.
3. Un punto successivo dell'itinerario abbozzato, conseguente a quello ora indicato, consiste nel ricorso da parte degli attori ad una prospettiva qualitativa del tempo, accanto a quella quantitativa. Si tratta cioè di mettere insieme e di far convivere tempo quantitativo e tempo qualitativo, vale a dire il tempo come scansione indefinita di unità di tempo misurate in termini sempre più precisi e il tempo come succedersi di esperienze di vita e di azioni qualificate.
In effetti, per quanto tipica delle società tradizionali e preindustriali, la concezione, la rappresentazione e l'esperienza di un tempo come qualità non è cancellabile, come si è visto nell'esposizione precedente, dalla scena della società contemporanea, dove esso rappresenta anzi dal punto di vista dei singoli attori una possibile reazione all'invadente egemonia del tempo quantitativo.
La stessa evoluzione in atto nei quadri temporali, di cui si è trattato a più riprese, offre spazi di gestione della temporalità improntati a criteri diversi da quello meramente quantitativo: pensiamo alla diffusione e al consenso che nel giro di pochi anni si è creato attorno a valori e obiettivi come la qualità della vita, cón un conseguente ridimensionamento, quanto meno da parte di certi gruppi e categorie sociali, di pratiche efficientistiche; alla giusta ripresa in considerazione della dimensione ciclica del tempo, che al di là delle apparenze continua a caratterizzare tanta parte delle esperienze e delle pratiche temporali, come quelle legate all'alternanza nictemerale e ai ritmi delle stagioni; allo stesso fatto, già ricordato, del consistente ampliamento delle fasce di tempo libero, che proprio per il loro carattere scarsamente vincolato sembrano permettere agli attori individuali la messa in atto di esperienze gratificanti e di autorealizzazione, meno legate alle scansioni del tempo quantitativo. Va ribadito ancora che non si tratta qui di contrapporre tempo qualitativo e tempo quantitativo: l'affermazione di quest'ultimo corrisponde ad un processo di sviluppo che ha accompagnato i processi di industrializzazione e di modernizzazione, e rappresenta una realtà di cui prendere atto, traendone – come si è indicato nei punti precedenti – tutti i possibili vantaggi e riconoscendone le potenzialità inerenti. Si tratta invece, dal nostro punto di vista, di rivalutare elementi di una prospettiva e rappresentazione qualitativa sul tempo e di indicare l'importanza che per ciascun soggetto riveste lo sforzo di ritagliarsi delle nicchie qualitative di fruizione temporale. Né va sottaciuto che l'apertura di una prospettiva qualitativa sul tempo stabilisce forme di consonanza con la cultura temporale di altre società e altri sistemi sociali diversi da quelli industrializzati.

4. Il quarto ed ultimo punto del nostro itinerario abbozzato controbilancia il carattere prevalentemente volontaristico dei punti precedenti: esso consiste nella elaborazione e attuazione di determinate "politiche del tempo" o meglio di politiche attinenti ai diversi tempi sociali,da parte dei governi e dei pubblici poteri in genere. Si possono prevedere così politiche del e per il tempo di lavoro, il tempo della formazione, il tempo libero, il tempo della fase di vita post-lavorativa e così via: nel loro ambito trovano supporto e stimolo le istanze indicate nei punti precedenti, che fanno riferimento al punto di vista dell'attore nei sistemi sociali contemporanei (accettazione della pressione del tempo quantitativo, gestione del tempo in quanto risorsa, valorizzazione della dimensione qualitativa del tempo). Pensiamo, in modo particolare, a politiche del tempo che siano volte a consentire il pluralismo e la flessibilità (con un certo grado di desincronizzazione tra gli attori), tali cioè da permettere ad ogni soggetto di configurare una fruizione dei propri tempi consapevole, articolata e finalizzata ad obiettivi di autorealizzazione personale.
Così, ad esempio, una politica del tempo di lavoro orientata alla valorizzazione della flessibilità temporale predisporrà il quadro giuridico e gli strumenti economici e gli incentivi di vario tipo che consentano o facilitino agli attori – singoli lavoratori ma anche aziende e organizzazioni produttive – l'adozione di comportamenti corrispondenti. Analogamente potrà operare una politica relativa al tempo del pensionamento (o se si vuole una politica per la terza età), favorendo in vario modo forme di pensionamento graduale o flessibile e la possibilità per chi è in quiescenza di svolgere ancora attività utili in termini sociali ed economici.
E ancora, una politica per il tempo libero potrà studiare forme e modalità che favoriscano una fruizione dei loisirs meglio ripartita nel tempo contrastando l'alternanza di periodi o fasce temporali altamente congestionate e scarsamente frequentate, come si verifica attualmente in una serie di settori che vanno dal traffico urbano ed extraurbano all'accesso agli spettacoli e intrattenimenti, alla fruizione di attività culturali come musei ed esposizioni, e così via: una prospettiva già indicata da anni al riguardo, ma finora molto scarsamente realizzata, potrebbe consistere nel predisporre un sistema di incentivi/disincentivi economici legati alle fasce temporali di fruizione (nella giornata, nella settimana, nell'anno) delle attività di tempo libero, con considerevoli riduzioni di prezzo per i clienti o gli utenti che si avvalgono delle fasce meno affollate.
E una politica del tempo non potrà non occuparsi del sistema degli orari di negozi, esercizi commerciali, attività e organizzazioni di servizio: qui l'obiettivo di una migliore e più ampia fruizione nel tempo di beni e servizi dovrà essere contemperato con quello di salvaguardare per i lavoratori coinvolti e in generale per l'insieme dei membri della società la libera disponibilità di fasce temporali dotate di un valore qualitativo diverso e più elevato, come la domenica, i giorni festivi in genere, il periodo notturno.
Non va neppure trascurato, a conclusione di queste considerazioni, il problema e l'obiettivo di una "educazione al tempo", e cioè di una socializzazione ai problemi di una corretta e consapevole fruizione del tempo nei nostri sistemi, di cui potrebbero farsi carico le istituzioni formative per i giovani e per gli adulti. Di fronte alla contrazione del tempo di lavoro nell'ambito della vita complessiva, pensiamo ad esempio ad una scuola che sia in grado di formare al tempo libero oltre che al lavoro, che sviluppi cioè le capacità per assumere e gestire attivamente il tempo liberato dal lavoro: un tempo che ha tutti i requisiti per essere fonte di espressione della personalità, tempo di attività e di socialità, ed anche tempo di riflessione e di gratuità. Un obiettivo ancora più avanzato, ma consono ai grandi processi in atto a livello mondiale, potrebbe essere quello di una socializzazione alle dimensioni temporali del confronto interculturale, che rappresenta sia nei rapporti esterni della società occidentale che al suo stesso interno una realtà di grande rilievo, che incide oramai sulla vita quotidiana degli stessi attori individuali.

Il valore del tempo e il tempo come valore

Il nodo problematico centrale che si trae dall'esposizione precedente riguarda il rapporto tra tempo individuale e tempo sociale. Nella prospettiva umanistica abbozzata emerge la fondamentale tensione tra sistema e attore, tra condizionamento sociale e scelta individuale, tra legature e opzioni per dirla con Dahrendorf, che rappresenta un Leitmotiv dell'analisi sociologica generale: nella fattispecie, da un lato stanno le esigenze di disciplina temporale e di sincronizzazione portate avanti dal sistema, dall'altro le istanze di autogoverno temporale e di flessibilità sviluppate dai singoli attori.
Ma non si deve pensare che una prospettiva come quella delineata sulle concezioni, le rappresentazioni e l'organizzazione sociale del tempo passi per un puro e semplice potenziamento di un polo, quello dell'attore, a scapito dell'altro: non si può dimenticare infatti che il tempo esprime una normatività e dei vincoli che rappresentano la base stessa della socialità e dell'incontro tra persone, tra membri di un sistema. Una totale mancanza di disciplina temporale, così come di norme e leve volte ad assicurare adeguate sincronizzazioni sociali, prefigurerebbe uno scenario non realistico, non solo utopistico ma semplicemente invivibile. Un approccio umanistico alla temporalità nelle società contemporanee deve invece saper trovare il punto di incontro e di equilibrio - non facile, non scontato - tra esigenze generali di sincronizzazione e istanze personalizzate di autogoverno del tempo.
Il tempo come progettualità appare come il filo unificante del nostro itinerario: un tempo concepito dall'attore, sia esso individuale o collettivo come nel caso dei governi, volta a volta come un vincolo o come una risorsa, ma sempre come una cristallizzazione culturale e sociale su cui è possibile agire e che è possibile modificare, indirizzare, adattare in funzione di determinati obiettivi e ai fini del soddisfacimento di certe esigenze o bisogni. Al di là della distinzione stessa tra tempo quantitativo e qualitativo, siamo qui nell'alveo di un approccio al tempo che è tipicamente occidentale, ben diverso da quello elaborato da altre civilizzazioni e culture: un approccio e un orientamento che affonda le sue radici addirittura nel Rinascimento italiano, se leggiamo correttamente l'elogio del tempo che tesse un personaggio come Leon Battista Alberti, uno dei suoi maggiori interpreti. Nei Libri della famiglia, scritti attorno al 1430, il grande umanista afferma che "tre cose sono quelle le quali uomo può chiamare sue proprie", vale a dire l'anima, il corpo e il tempo: quest'ultimo è "cosa molto preziosissima", necessaria tanto al bene del corpo quanto alla felicità dell'anima, e va adoperato "in imparare, pensare ed essercitare cose lodevoli", perché solo in tal modo una persona si appropria del tempo, al contrario di chi "lascia transcorrere l'una ora doppo l'altra oziosa sanza alcuno onesto essercizio" e quindi "perde" il proprio tempo [4].
Alludere al tempo come progettualità ci porta ad affrontare il tema conclusivo del valore del tempo, e correlativamente del tempo come valore, nel quadro della prospettiva che abbiamo delineata. Una serie di considerazioni in proposito ci rimanda al diverso valore assegnato al tempo o di fatto da esso rivestito in funzione di condizioni di vita e appartenenze sociali differenziate, come quelle che riguardano i vari gruppi di stratificazione sociale, le diverse fasi del ciclo di vita e le diverse circostanze di "qualità di vita" inerenti agli attori individuali.
Le distinzioni che attengono ai diversi gruppi di stratificazione sociale, nei quali possiamo includere quelle tra categorie socioprofessionali, rispecchiano elementi di diseguaglianza sociale che si esprimono nelle possibilità differenziate di accedere ad una fruizione soddisfacente dei diversi tempi sociali e del tempo di vita nel suo complesso. I membri di una società sono diseguali tra loro non solo in termini di risorse economiche, di potere e di prestigio, ma anche in termini – appunto – di fruizione del tempo inteso come risorsa: una pista e una prospettiva innovativa per lo studio della stratificazione sociale potrebbe essere rappresentata proprio dall'esplorazione del fattore tempo negli schemi di diseguaglianza sociale, a patto di riuscire ad operazionalizzare in modo adeguato questo fattore multiforme e di ricordare che nel disegno di ciascun attore – o gruppo di attori, aggregati e distinti, poniamo, in base all'appartenenza socioprofessionale – il tempo, o meglio ciascun tempo sociale significativo, può rivestire un diverso valore, in rapporto e in competizione con le altre risorse disponibili. Ad esempio, si può ritenere a priori che il valore assegnato al rapporto tra tempo di lavoro e tempo libero in termini di durata rispettiva sia significativamente diverso per un manager e per un operaio che lavorano nella stessa azienda: la qualità più elevata dell'impegno professionale del primo rende plausibile l'ipotesi (da verificare comunque in concreto) di una sua propensione ad accettare una durata maggiore del tempo di lavoro e minore del tempo extra-lavorativo, rispetto all'operaio.
Il diverso valore assegnato dagli attori (o da gruppi, strati, ceti o classi) ai diversi tempi sociali – come il tempo di lavoro, il tempo dedicato alla famiglia e il tempo libero in senso stretto – pone certamente problemi alla eventuale elaborazione di una teoria della stratificazione che includa la risorsa temporale, ma d'altra parte non esime dall'indicare che una politica del tempo coerente con i principi di democrazia ed eguaglianza alla base delle nostre società dovrebbe offrire condizioni di partenza, od opportunità di base, tendenzialmente uguali per tutti i membri di un sistema. Fra l'altro, due significativetraduzioni di questo obiettivo ci sembra consistano in un processo di educazione e scolarizzazione che consenta di acquisire gli elementi fondamentali per una consapevole gestione dei propri tempi (e in particolare per un arricchimento del tempo libero) e in un processo di tendenziale equiparazione della durata del lavoro per gli appartenenti ai diversi settori produttivi. Quest'ultimo obiettivo è di fatto in corso di realizzazione nell'ambito del lavoro dipendente, attraverso processi di riduzione dell'orario che investono a catena i vari comparti produttivi e i relativi contratti nazionali di lavoro, con effetti di imitazione, o che in alcuni casi – come è avvenuto in Francia – sono stati sollecitati da misure legislative che hanno ridotto imperativamente la durata settimanale massima del lavoro per tutti i settori.
Il diverso valore del tempo è riferibile anche al ciclo biologico: le fasi della vita rappresentate dalla giovinezza, dall'età adulta e dalla terza età (o vecchiaia, termine che ha assunto però una connotazione vagamente negativa, tanto più in società in cui gli anziani rappresentano quote sempre più rilevanti della popolazione complessiva) sollecitano e consentono predisposizioni, atteggiamenti, valutazioni e fruizioni differenziate della risorsa temporale. Cambia l'orizzonte temporale, tende a mutare la percezione dei rapporti tra presente-passato-futuro e dunque il grado di progettualità assegnato al tempo, si modificano in ogni caso i vincoli e le possibilità inerenti alla fruizione del tempo libero e dei tempi sociali in genere.
E il valore del tempo cambia anche a seconda delle circostanze di salute dell'attore, vero e proprio indicatore in senso stretto della sua situazione di "qualità di vita". Il tempo della malattia, associato soprattutto alla fase dell'età anziana, non è il tempo della salute: questa apparente ovvietà vuol mettere in luce quello che ci sembra un tema trascurato nell'analisi sociologica sul tempo, che ha implicazioni sul carattere progettuale del tempo, sull'orizzonte temporale, sulla ridefinizione del rapporto tra dimensione quantitativa e qualitativa del tempo.
La considerazione del tempo della malattia ci conduce e ci introduce a tutto ciò che rappresenta il non detto nelle riflessioni delle scienze sociali sul tempo. Ciò che in esse solitamente si tace, ma a cui si allude ripetutamente e indirettamente, è che l'esperienza dell'uomo è dominata dal senso e dalla realtà della finitezza. Il tema del tempo e la morte rappresenta così il quadro di sfondo, ma anche il possibile punto di arrivo di una analisi sul tempo e la società.
Ci si può chiedere allora se una riflessione partita dalla considerazione del tempo sociale e del tempo come istituzione, e condotta eminentemente con gli strumenti dell'indagine sociologica, non debba arrestarsi a questo punto, lasciando alle filosofie e alle metafisiche il compito di indagare sul tempo e la morte, sul tempo e la vita oltre la vita, sul tempo e il significato della presenza umana nella storia: in una parola, sul mistero del tempo.
In effetti, solo molto raramente l'analisi sociologica ha ritenuto di farsi carico di questo aspetto. Recentemente, Michael Young, nel quadro di una agenda per un nuovo approccio al tempo che conclude un lavoro volto a rivalutare il tempo ciclico nell'esperienza umana, indica l'opportunità di un nuovo atteggiamento verso la morte. Esso ne sottolinea la ciclicità più che la linearità, in un orizzonte biologico di sopravvivenza della specie, dove in un certo modo la morte del singolo viene vista come un evento che serve ad assicurare il perpetuarsi del genere umano [5]. Anche in questo caso, tuttavia, il rapporto di ciascun attore o individuo con la morte non viene affrontato né spiegato fino in fondo: si afferma soltanto che questa frattura insanabile ed inspiegabile sul piano individuale trova giustificazioni e ragioni a livello di considerazioni biologiche globali sulla specie. Young conclude infatti, significativamente, che il nuovo approccio al tempo, basato essenzialmente sulla riconsiderazione e il riconoscimento della ciclicità e sulla consonanza con i tempi naturali, non potrà dare una risposta finale alla questione di fondo del potenziale della nostra natura, in quanto individui e nella società, e delle sue relazioni con l'universo.
Di diverso avviso è Norbert Elias, per il quale la rimozione sociale della morte è un aspetto del più generale processo di civilizzazione'. Egli, pur invocando un diverso approccio alla vecchiaia e alla morte che consenta di rasserenare "le fantasie individuali e collettive che gravitano attorno alla morte" e permetta "una fine tranquilla e pacifica [6] a ciascuno, non ritiene che il tempo abbia un carattere misterioso, p( rché – afferma – "La morte non cela alcun mistero, non apre alcuna porta: è la fine di una creatura umana'' [7]. Di più: il "senso" della vita sarebbe esclusivamente interpretabile come una categoria sociale, che la nefasta influenza della filosofia classica ha contribuito a rapportare erroneamente "a un individuo isolato o a un universale astratto" [8]; infatti, Elias conclude che, se l'umanità scomparisse, tutto ciò che gli uomini hanno fatto non avrebbe più senso. Inserendo i suoi personali orientamenti di valore nell'analisi sociologica, lo studioso tedesco instilla il dubbio che una prospettiva scientifica della sociologia sia inconciliabile con quella di un credente, per il quale il tempo ha valore anche oltre il tempo, o di una società di credenti, in cui le rappresentazioni collettive non svolgano semplicemente la funzione mistificante di occultare "l'irrevocabile finitezza dell'esistenza umana".
Da parte nostra, riteniamo che quando come in questo caso ci si spinge al di là della stretta linea di cresta che separa sociologia e filosofia, una posizione come quella autorevolmente espressa da Elias abbia diritto allo stesso rispetto e considerazione di quella di chi oppone che l'esperienza umana nel tempo acquista senso, e non solo collettivamente, anche al di là della morte.
In realtà, a noi sembra che per spiegare il senso finale del rapporto tra un attore e il tempo occorra risalire al significato profondo che l'esperienza temporale assume per esso, e cioè al tempo in quanto valore. Questo significato, non riducibile deterministicamente solo a date dimensioni sociali, affonda le sue radici nelle motivazioni profonde, nelle credenze, nelle appartenenze o non-appartenenze religiose (in senso lato) dell'attore. Esso traspare talora nelle opzioni e negli atteggiamenti e comportamenti relativi al tempo vissuto nei sistemi sociali, benché più spesso resti allo stato latente e inespresso; ma in ogni caso esso rappresenta il termine di confronto finale – anche se non dichiarato, occultato, disconosciuto – di una progettualità sul tempo così come è possibile cogliere attraverso l'osservazione di comportamenti e l'analisi di atteggiamenti studiati con gli strumenti e i metodi delle scienze sociali.
Per concludere, la riconciliazione con la morte individuale, propria e altrui, in una società che ha cercato di rimuoverla e di espungerla dalle rappresentazioni e dai rituali collettivi [9], potrebbe rappresentare il capolinea – un quinto punto conclusivo – del nostro abbozzato itinerario umanistico sul tempo. Ecco allora che un orientamento volto alla qualità della vita intesa in senso globale – dove il tempo viene assunto anche come esperienza qualitativa – saprà convivere con il tempo della vecchiaia e con il tempo della malattia, riconoscendo la finitezza nel tempo dell'esperienza umana, e prefigurando una saggezza che si alimenta di conoscenza sociologica sui vincoli e le facilitazioni all'agire umano ma che si proietta contemporaneamente al di là di essa, in una zona di confine tra sociologia, biologia e filosofia. Là, il tempo acquista per ogni persona il suo significato definitivo, foss'anche quello di una drammatica o rassegnata constatazione di non-senso di fronte alla morte.
Se è vero, come recita Thomas S. Eliot in uno dei più alti componimenti poetici del nostro secolo, che
... comprendere
il punto d'intersezione del senza tempo col tempo,
è un'occupazione da santi... [10]),

resta però compito di ognuno quello di dare senso al proprio tempo di vita, assumendo pienamente il paradosso del tempo e integrando cioè l'impegno nel tempo con la consapevolezza della finitezza del tempo.

NOTE

1 Fraisse, Psychologie du temps, Paris, Puf, 1967 2a ed.
2 Cfr., ancora, P. Fraisse, op. cit.
3 Rinviamo in proposito a G. Gasparini (a cura di), Tempo e orario di lavoro. Il dibattito in Francia, Roma, Ed. Lavoro, 1985.
4 L.B. Alberti, I libri della famiglia, Torino, Einaudi, 1980, 3a ed., pp. 204-206.
5 M. Young, The metronomic society, Cambridge Mass., Harvard University Press, 1988.
6 Cfr. N. Elias, La civiltà de/le buone maniere, Bologna, Il Mulino, 1982 (ed. or. Frankfurt a.M. 1969); Id., Potere e civiltà, Bologna, Il Mulino, 1983 (ed. or. Frankfurt a.M. 1980).
7 N. Elias, La solitudine del morente, Bologna, Il Mulino, 1985, pp. 81, 82 (ed. or. Frankfurt a.M., 1982).
8 Ibid., p. 71.
9 Ibid., pp. 57-58.
10 T.S. Eliot, Quattro quartetti, «The Dry Salvages», V, vv. 17-19, Milano, Garzanti, 1976 (ed. or. New York, 1943).

(da: Tempo, cultura, società, Franco Angeli 1990, pp. 113-126)