Una coscienza

non consegnata

al macero:

La Rosa Bianca

Lorenzo Tibaldo

larosabianca
Una caratteristica dei sistemi totalitari è la mistificazione del significato delle parole.
Il gruppo della Rosa Bianca coglie proprio questo aspetto: le parole della verità contro le parole della menzogna del regime. Proprio per questo, scrive Paolo Ghezzi,

se la dittatura hitleriana e le sue nefaste conseguenze belliche e politiche sono soprattutto una vittoria della parola di propaganda e della intossicazione politica-ideologica, la resistenza della Rosa Bianca - sia pure schiacciata sul piano fattuale, con la forza brutale della ghigliottina - è la vittoria della cultura, dell'intelligenza e della libertà. Di pensiero e di parola [1].

Questo è il senso delle lunghe discussioni tra i componenti del gruppo, dei libri letti e condivisi nella piccola comunità della Rosa Bianca, delle migliaia di parole scritte sui volantini. La cultura ha nutrito la forza e l'intelligenza per opporsi alle falsità, alla manipolazione, all'indottrinamento, indirizzando l'istinto di ribellione. Quindi,

i volantini della "Rosa Bianca" nascono semplicemente da questa coscienza non consegnata al macero [2].

Libertà, per la Rosa Bianca, significa coscienza e responsabilità; essa non può che essere connessa alla verità e la fede cristiana conduce i membri del gruppo a seguire le parole di Gesù: «Sia il vostro parlare: "Sì, sì; no, no; poiché il di più viene dal maligno» (Mt. 5,37). Questo perché, scrive Carlo Maria Martini,

fedeltà, sincerità, dirittura, onestà sono così tra loro collegate e in una visione di fede sono radicate nella fedeltà stessa di Dio [3].

La verità della parola è l'obiettivo stesso della loro opera di controinformazione portata avanti con i volantini: dare il vero significato alle parole.
Vi è il rifiuto dell'idea di nazione professata dal nazismo. Essa non è un richiamo alla tradizione, alle radici della cultura di un popolo, l'Heimat che produce comunità, solidarietà, rispetto dell'altro. Un significato che, inizialmente, aveva attratto anche Hans e Sophie, un'idea di grandezza della nazione tedesca intesa come genuina e profonda, che invece sarebbe sfociata nel conflitto mondiale e nei campi di sterminio.
D'altra parte, nel suo Mein Kampf, Adolf Hitler afferma che la massa è insensibile a tutto ciò che è debole, quindi ha bisogno di una forza cui sottomettersi, legittimando di fatto il diritto del forte di imporsi sulla massa indefinita e amorfa, la quale è un'entità specifica che si distingue, per comportamenti e reazioni, dalle singole personalità che la compongono, e per questo è plasmabile e influenzabile. Hitler scrive che

le manifestazioni di massa non solo rafforzano il singolo ma lo avvincono e contribuiscono a creare lo spirito di corpo [4].

L'individualità, il rispetto del singolo, la dignità di ognuno con la propria diversità diventano elementi di libertà, di resistenza al tentativo massificante e di intossicazione ideologica proprio di ogni totalitarismo.
Infatti, sul "Münchener Neueste Nachrichten" del 23 febbraio 1943, il giorno successivo alla decapitazione di Hans, Sophie e Christoph, oltre a giustificare la loro condanna per alto tradimento e favoreggiamento del nemico, si afferma che i condannati erano «tipici individui solitari» [5], dunque persone indipendenti, non controllabili, quindi di per sé pericolose.
Tutto questo conduce a un altro aspetto della lotta dei giovani della Rosa Bianca. Difendere l'individualità implica l'esistenza di «libertà», parola scritta a caratteri cubitali sui muri dell'università da Willi Graf, Hans Scholl e Alexander Schmorell. La stessa parola comparirà, vergata da Sophie Scholl, dietro il foglio riportante il suo atto di accusa, così come pochi istanti prima di morire Hans griderà a piena voce: «Evviva la libertà».
Per i componenti della Rosa Bianca la libertà diventa la condizione di vita indispensabile affinché ognuno possa vivere e agire con piena responsabilità, secondo la propria volontà e in funzione della verità. Il nazionalsocialismo reprime e condanna l'individualismo antinazionale, motivo che porterà, tra il resto, allo scioglimento di tutti i gruppi giovanili, di ogni tentativo di espressione e di indipendenza del singolo individuo. È per (ie sto che bisogna lottare, si legge nell'ultimo volantino, affinché si giunga alla restituzione

della libertà personale, il bene più prezioso dei tedeschi che egli ci ha tolto nel modo più spregevole [6].

Per meritare la libertà bisogna combattere l'indifferenza. Dice il quinto volantino:

Strappate il mantello dell'indifferenza che avvolge il vostro cuore! [7]

Questo è l'invito pressante a staccarsi dalla ferocia del nazionalsocialismo, dimostrare che non tutti sono complici o succubi. L'indifferenza significa adagiarsi nel sonno della ragione, significa non impegnarsi in prima persona, affermare che non «ci riguarda», delegare ad altri le proprie responsabilità; significa che con l'indifferenza non si avverte il bisogno della libertà e si evita di assumersi delle responsabilità. Vuol dire diventare sudditi.
I regimi oppressivi sono frutto non solo e non tanto delle colpe di un capo e dei suoi adepti, e delle circostanze storiche che ne possono favorire l'ascesa, ma anche di un'estesa complicità indiretta fondata sulla passività e sull'indifferenza. Manca quell'etica del dovere che spinge l'individuo ad agire, comunque, per affermare e difendere la verità, fonte ultima della libertà e della giustizia.
Per annebbiare la mente del popolo tedesco, il nazismo ha fatto leva proprio sui legami di appartenenza, siano essi la terra, la storia o la stirpe.

La stessa giustizia non può essere disgiunta da una coscienza fondata sulla verità e sulla libertà. Nessun legame di appartenenza – familiare, politico, etnico, di gruppo – giustifica la negazione della giustizia. Sperare in una rapida sconfitta della Germania sul fronte militare non significava tradire la patria o il popolo tedesco, ma mettere fine a una carneficina voluta da Hitler e dal nazismo. Appartenere a qualcosa – alla famiglia, a una chiesa, a un movimento politico, a un'associazione, a un sindacato – non vuol dire accettare un potere totalizzante che non consente più di discernere tra il bene e il male, il giusto e l'ingiusto. È ingiusta la guerra, così come è ingiusto sterminare un popolo, offenderne, sotto tanti, troppi, punti di vidi,, la dignità umana.

Il significato della lotta dei giovani della Rosa Bianca può essere racchiuso in questa affermazione di Gustavo Zagrebelsky,

In tutti i regimi totalitari, e quindi anche quello in cui la Rosa Bianca portò la sua testimonianza, l'appello alla coscienza contro simili richiami è puramente e semplicemente «alto tradimento», come tale punito con la morte. Solo la democrazia è il regime politico in cui le ragioni della coscienza possono essere fatte valere in un libero confronto e non rappresentano un tradimento ma un valore tenuto in gran conto, nella costante ricerca delle forme della vita collettiva più vicine a ciò che l'umanità detta [8].

Abbiamo letto che Sophie dice di non capire molto di politica, ed è vero che dietro la Rosa Bianca non c'è mai stato un preordinato progetto politico, bensì una ribellione morale finalizzata a ridare dignità all'essere umano, schiacciato da un feroce totalitarismo. Di fatto, però, in tutte le azioni e i comportamenti dei giovani della Rosa Bianca, la politica, nel senso più nobile del termine, c'è stata.
Nei suoi volantini, la Rosa Bianca prefigura anche una Germania diversa, uno stato federale, e una diversa Europa, fondata sulla collaborazione tra i popoli e sulla giustizia sociale, ridando dignità al cittadino e al popolo, non più massa che si lascia governare e rinchiudere, come scritto nel primo volantino del giugno 1942, in una prigione spirituale. I significati della resistenza portata avanti dalla Rosa Bianca possono essere molti: una reazione figlia del suo tempo e delle condizioni sociali degli aderenti; l'espressione di un idealismo borghese, che nel suo orizzonte non si è mai posto obiettivi politici e organizzativi, oppure il gruppo può trovare le sue radici in un antifascismo studentesco o, ancora, in un pacifismo democratico [9].

Forse una parte di tutto questo alberga nella Rosa Bianca, ma il seme più fecondo si trova in una testimonianza cristiana e in un'etica della responsabilità che va oltre la fede, ma che affonda le radici nella fede stessa [10], perché, scrive Romano Guardini,

non si può capire questo comportamento partendo solo da presupposti terreni, né da un'etica del disinteresse né da una filosofia della creazione e della storia. [...] Di certo hanno lottato per la libertà dello spirito e per l'onore dell'uomo, e il loro nome resterà legato a questa lotta. Nel più profondo hanno vissuto però nell'irradiazione del sacrificio di Cristo, che non ha bisogno di alcun fondamento nell'esistenza immediata, ma sgorga libera dalla fonte creativa dell'eterno amore [11].

Una cultura della democrazia nella quale si afferma il senso del dovere morale, contro quella separazione tra l'etica e la politica, che impone di far seguire alle parole l'azione. Se la persona e la sua dignità sono al centro della comunità umana, se lo stato è un mezzo e non un fine, se nessun essere umano può calpestare i propri simili, diventa automatico, quando vi è la consapevolezza, opporsi a un regime dittatoriale. Ciò impone di passare all'azione, senza indecisione, se non si vuole diventare, anche soltanto con l'indifferenza, complici e colpevoli.

L'opposizione dei giovani della Rosa Bianca nasce e si sviluppa gradualmente in un clima di amicizia davanti a una tazza di tè o un bicchiere di birra , dove la lettura, l'ascolto della musica, le discussioni culturali sono i semi che porteranno al rifiuto del nazionalsocialismo. Come scrive Tania Piesch, è il tentativo di risposta alla domanda

sul senso delle cose, vogliono capire il mistero di cui sentono vibrare tutta la realtà; ognuno a suo tempo trova nella risposta cristiana la realizzazione della propria umanità [12].

Un gruppo di amici che è riuscito a compiere una sintesi delle proprie diversità e a farle diventare una ricchezza.
L'opera della Rosa Bianca deve essere compresa nella sua profondità, senza semplificazioni e schematismi. Scrive Paolo Ghezzi:

La Rosa Bianca dei fratelli Scholl e dei loro amici è stato un gruppo spontaneo di "diversamente pensanti", ma ha saputo organizzare attività di resistenza complesse e rischiose, con un certo successo fino al 18 febbraio 1943. Il loro retroterra culturale aveva una matrice esplicitamente e convintamente cristiana, ma il loro ritrovarsi non ha avuto una esplicita connotazione confessionale o propriamente religiosa. L'aggancio con Falk Harnack, del gruppo della Rote Kapelle (Orchestra Rossa) e il progettato viaggio a Berlino di Hans Scholl per entrare via Harnack in contatto con il gruppo Bonhoeffer, indicano chiaramente il tentativo di collegarsi con altri movimenti adulti e altre ideologie di resistenza, in un progetto comune di lotta al nazismo. I volantini della Rosa Bianca esprimono una sofferta e convinta testimonianza cristiana (i primi quattro), un'obbedienza alla legge della coscienza, ma anche un atteggiamento di opposizione culturale al nazismo, un esplicito rifiuto del militarismo e un progetto politico (europeo, federalista), oltre naturalmente a un appello esplicito e diretto a una concreta azione di resistenza passiva al regime [13].

L'ultimo volantino della Rosa Bianca sarà riprodotto e lanciato in migliaia di copie, da parte della Royal Air Force nella seconda metà del 1943, sulle città di Monaco, Berlino, Weimar, Münster, Dortmund e Düsseldorf.
Un incitamento al popolo tedesco a ribellarsi alla tirannia, a lottare per la libertà, ma anche un messaggio di speranza per la futura Europa che nascerà sulle rovine della seconda guerra mondiale.

NOTE

1 Paolo GHEZZI (a cura di), Noi non taceremo. Le parole della Rosa Bianca, Morcelliana 1996, p. 11.
2 Ivi, p. 10.
3 Ivi, p. 62.
4 Adolf HITLER, Mein Kampf (La mia battaglia), Gherardo Casini Editore 2006, p. 131.
5 Annette DUMBACH, Jud NEWBORN, Storia di Sophie Scholl e della Rosa Bianca, Lindau 2008, p. 289.
6 Violenza e coscienza. Willi Graf e la Rosa Bianca, La Nuova Europa 1978, p. 149.
7 Ivi, p. 147.
8 Paolo GHEZZI (a cura di), Noi non taceremo. Le parole della Rosa Bianca cit., p. 39.
9 Cfr. Paolo GHEZZI, La Rosa Bianca, Paoline 1993, pp. 244-268.
10 Cfr. Lorenzo TIBALDO, Willy Jervis (1901-1944). Una vita per la libertà, Claudiana, Torino 20142; ID., Il viandante della libertà. Jacopo Lombardini 1896-1945, Claudiana, Torino 2011; Maurizio VIROLI, Come Dio ci fosse. Religione e libertà nella storia d'Italia, Einaudi, Torino 2009.
11 Romano GUARDINI, La Rosa Bianca, Morcelliana, Brescia 1994, pp. 43 e 45.
12 Inge SCHOLL, La Rosa Bianca, Itaca 2006, p. 7.
13 Paolo GHEZZI, Sophie Scholl e la Rosa Bianca Morcelliana 2005, p. 185.

(da: La Rosa Bianca. Giovani contro Hitler, Claudiana 2014, pp. 203-210)

5SaWtpHylhZA s4-mb