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    Il paradigma

    dell'azione pastorale

    nel lavoro con i giovani

    Jesus Andrés Vela


    INTRODUZIONE

    Tenendo conto del soggettivismo e dell'autonomia, tipica dei nostri giovani postmoderni, dobbiamo insistere più sulle loro esperienze vitali concrete che non sui contenuti dottrinali. Ci dobbiamo muovere nel campo delle loro espressioni esistenziali e, quindi, nel campo della narrativa.
    Accentueremo le espressioni di esperienza esistenziale di Dio nelle loro vite, l'esperienza dell'essere salvati e liberati, del salvare e liberare, di comunione e relazione intersoggettiva, di connessione storica delle espressioni di fede con gli eventi più significativi della loro vita personale e sociale. Esperienze che stimolano progetti storici e di vita. È importante mettere in rilievo testimonianze di servizio, e persino di "martirio" - testimonianza eminente di fede cristiana in un mondo vuoto di Dio -, incarnato in persone concrete del nostro ambiente quotidiano.
    A partire da queste espressioni, dobbiamo tenere conto dei seguenti lineamenti:

    LINEAMENTI DEL PARADIGMA DELL'AZIONE PASTORALE CON I GIOVANI

    Il pensiero debole

    Tenendo conto della realtà dell'indebolimento del pensare -pensiero debole o light, tipico del giovane postmoderno - dobbiamo fortificare le manifestazioni simboliche del pensare, al di là delle strutture logiche. Nella nostra azione pastorale con essi, senza detrimento della logica del pensare, dovrebbero avere maggiore incidenza l'immaginazione creativa e le espressioni vitali spontanee. Dovremmo comprendere, e tollerare, gli atteggiamenti spesso illogici dei nostri giovani, i loro atteggiamenti superficiali e sovente esplosivi, il loro spirito inquieto - che potremmo simbolizzare nella ricerca nervosa con il mouse in Internet, o nel passaggio da un programma all'altro, con lo zapping della TV.
    Molte volte il loro atteggiamento religioso è quello della ricerca di una religione "coctail", in un miscuglio di cristianesimo con la New Age, con espressioni carismatiche o misteriche [1].

    I micro-linguaggi

    L'espressione esperienziale dei nostri giovani si realizza per mezzo di micro-linguaggi o micro-storie [2]. In luogo di un linguaggio con caratteristiche assolute (macro-linguaggi) [3], essi cercano il linguaggio con caratteristiche esistenziali e storiche, che considerano molto importante e più adeguato.
    Micro-linguaggio è la musica, sono i loro vestiti e la loro presenza corporea, il loro linguaggio tanto disinibito e improvvisato, quanto senza senso e incoerente. Molte volte anche linguaggio vuoto che esprime la loro noia e insoddisfazione, apparentemente privo di sostanza, ma con una grande carica di amarezza di fronte alla vita. Linguaggio di velleità, che ci mostra la frammentazione della loro vita. Linguaggi incoerenti, senza fili conduttori che segnino un cammino. I giovani di queste generazioni sono come "nomadi" sulle strade della vita, continuamente alla ricerca di senso. Noi cerchiamo la logica, loro cercano di orientarsi attraverso la significazione e il senso della storia che hanno avuto in sorte di vivere.
    Il nostro linguaggio pastorale dovrà affrontare in modo positivo il loro mondo frammentato, pieno di incoerenze, per tessere con esso una proposta coerente, che - apparentemente - sarà un micro-linguaggio in più...

    La pedagogia dello "stimolo"

    La nostra offerta pastorale dovrà essere animata dalla "pedagogia dello stimolo". Dovrà essere una pedagogia che tenga conto della dimensione di seduzione, che si ponga su un livello estetico, sociale [4], un livello, cioè, carico di spiritualità e mistica religiosa, con una tonalità chiaramente profetica di società e chiesa nuove. Dovrà essere una pastorale che potenzia la dimensione seduttrice del vangelo al di sopra della esposizione di verità dogmatiche [5]. Grazie a questa dimensione, i giovani scopriranno la verità per la loro vita'.
    Certamente, bisogna mantenere un equilibrio tra l'acquisizione di principi solidi, che siano come la spina dorsale della loro vita, e una pedagogia che tenga conto del vissuto, dell'esperienza religiosa, della loro necessità di affetto e anche di musica e poesia... Donde anche la necessità di incorporare nel programma educativo-pastorale il teatro, le rappresentazioni, i con-
    certi, la natura, l'arte dell'espressione corporale, le esperienze forti come può essere la preghiera nel "deserto"...

    Il grande problema: E come utilizzare i programmi pastorali?

    È certo che non può esistere pastorale senza programmi che segnino man mano il cammino: una pastorale, cioè, che si prefigga degli obiettivi e determini dei modi di procedere per raggiungerli. Ma è anche sicuro che, nel mondo postmoderno, quello che conta è la rapidità dello svolgimento dei programmi. Difficilmente i nostri giovani resisteranno a piani pastorali con obiettivi a lunga scadenza.
    Molti anni fa si faceva la programmazione in base al Rito dell'iniziazione cristiana degli adulti (1972): precatecumenato, catecumenato, sacramenti dell'iniziazione, mistagogia (cf. Ad gentes, nn. 11-15). Con "iniziazione cristiana" si intendeva il cammino di scoperta del messaggio cristiano, di approfondimento dello stesso, di adesione e impegno, con tutto quello che ciò significava. Certamente, i programmi vanno intesi non in senso lineare,
    bensì in un senso "circolare", a forma ellittica. Si tratta di processi che vanno e vengono, e può esserci anche un rifiuto che obblighi a tornare indietro. Se il rifiuto viene superato, avanzando si approfondisce molto di più il camino nel senso di conversione. Può anche accadere che si rifiuti tutto e si interrompa il processo. D'altra parte, ogni momento è vissuto come "polo di affermazione", nel quale vengono vissuti pure tutti gli altri, però dal punto di vista di ciò che si sta affermando.
    Nella mentalità postmoderna, la prospettiva del passato e del futuro si vedono diminuite dalla preponderanza del presente, il quale debilita il concetto di progressione nel tempo. Viene così accentuata una prospettiva ciclica o circolare nella quale è importante tornare più volte sulle esperienze, che debbono essere approfondite. È l'esperienza vissuta, allora, che diventa il punto nevralgico dell'azione pastorale, non tanto le tappe del programma.
    Potremmo descrivere nel modo seguente la dinamica del processo delle diverse tappe nel tempo:
    • Partire dall'esperienza esistenziale che si fa di Dio, negli eventi di salvezza o in cui si è salvati.
    • Emettere la parola che porta a espressione questi vissuti o esperienze, mettendola a confronto con la Parola biblica.
    • Ricercare il "senso" di queste esperienze o il loro "significato" per la propria storia.
    • Posizionarsi di fronte a queste esperienze nella storia, discernendo fra atteggiamenti e impegni.
    • Elaborare una di teoria: teologia quale sapienza che orienti la prassi cristiana come uomini o donne di fede nel mondo.
    L'esperienza religiosa diventa l'asse del processo, processo di carattere prevalentemente emozionale, vitale e affettivo. E tale esperienza trova il suo terreno fertile nelle celebrazioni e nei "momenti forti" a livello liturgico o comunitario. Il celebrare diventa allora l'asse centrale dei processi iniziatici - come era già nella chiesa primitiva -, carichi di elementi quali «riti, simboli, partecipazione ed espressività spontanea, il senso della festa e la gioia condivise» [7]
    Per cui dobbiamo sottolineare micro-programmi a breve scadenza e con obiettivi ben concreti e misurabili. Dobbiamo orientare la nostra pastorale sui "tempi forti", vissuti intensamente: Pasqua, Pentecoste, Natale, confermazione, Giornate per la pace, riunioni di reti, campeggi missionari... E, nello svolgere questi programmi, dobbiamo insistere più sull'esperienza interna del programma stesso che non sugli obiettivi da raggiungere. Oggi possiamo dire che ha perduto forza, per lo meno come criterio ermeneutico, l'epoca del ser, ed è iniziata quella dello estar *. Ci si pone a favore o contro una cosa, non importa molto il motivo. Dobbiamo cominciare con lo "stare" insieme e immetterci in itinerari formativi flessibili nei quali i giovani stessi cooperino alla guida, per intraprendere a poco a poco azioni e opzioni all'interno di questo stesso programma. La vocazione stessa dovrà avere carattere più di indirizzo di vita che di opzione finale definitiva. Il processo "iniziatico" dovrà insistere più sulla profondità e intensità dell'esperienza, che non sulle tappe nel tempo.
    I contenuti debbono essere inquadrati in funzione del vissuto umano e religioso dell'esperienza di Dio. È quella che s'è giunti a chiamare "fluidità di contenuti": contenuti assimilati ed elaborati dalla persona, tali da essere capaci di "dare senso alla vita"; contenuti che poggino sulla dimensione biografica e personale di ciascun individuo del gruppo e che orientino, animino e accompagnino i processi. I contenuti non debbono determinare i processi, bensì accompagnare gli individui nella loro evoluzione e storia.
    I nostri giovani si trovano più a loro agio nel mondo "virtuale" che nel mondo reale. Di più: il mondo reale è molte volte proiezione del loro mondo virtuale. Che influenza ha il cyberspazio sui loro comportamenti e sulla loro mentalità? Difficilmente oggi resistono le analisi critiche della realtà attraverso metodi più o meno "ideologici". Come portarli, tenendo conto del loro mondo virtuale, a fare l'analisi del loro mondo reale?
    Esiste un'altra realtà importante: la nostra pastorale viene esercitata durante il "tempo libero". Attualmente, quello libero occupa il 30% del tempo totale dei nostri giovani. E questa percentuale può anche crescere. Nel lavoro, nello studio, nella professione, difficilmente il giovane può sviluppare le proprie capacità vocazionali. La nostra pastorale li deve orientare a focalizzare il tempo libero non solo sul riposo o sul divertimento, ma anche - e preferibilmente - sullo sviluppo della loro personalità umana e cristiana. Il tempo libero sarà un'opportunità d'oro per l'organizzazione personale del proprio tempo in generale: per sviluppare i vissuti personali e di gruppo, per dare impulso alla creatività, per sostenere le altre persone e arricchire le altre dimensioni della vita.
    Tra queste dimensioni credo sia importante quella del progetto di vita e di quei processi che inducano a fare opzioni nella prospettiva del senso di vita e di servizio. Si dovrà insistere sul carattere "iniziatico" di questi processi, seguendo le tappe di iniziazione ed educazione alla fede indicate nel decreto Ad gentes del Vaticano II (nn. 11-15). Qui dovremmo ricordare le parole dei santi Padri del III e IV secolo: «Una chiesa che non inizia, non è una chiesa madre». Dà alla luce un figlio con il battesimo, ma non lo alimenta, educa e fortifica nella fede. Questa è la realtà della pastorale nella chiesa di oggi: "sacramentalizza, istituzionalizza e moralizza", a malapena però evangelizza, né dà senso alla vita, cercando che i giovani trovino significato di fede nei loro processi di vita, come denunciava la Conferenza episcopale di Medellín (1968).
    Il problema fondamentale è la crisi di tutti gli agenti di trasmissione della fede: né la famiglia, né la scuola, né la chiesa istituzionale sono in grado di trasmettere la fede in modo adeguato. Se manca la trasmissione, come fare ad educare nella fede la nostra gioventù? La famiglia si sente incapace di trasmettere valori, la scuola forma professionisti e la chiesa istituzionalizza e sacramentalizza, più che evangelizzare e dare senso alla vita.

    PASTORALE GIOVANILE A PARTIRE DALLA PASTORALE DELLA VITA [8]

    Tutti gli affluenti che sfociano nel fiume dell'iniziazione cristiana sono oggi in crisi (famiglia, scuola, parrocchia...). Nelle famiglie spesso la fonte appare inaridita. Nella scuola l'apporto religioso è ridotto. Da parte loro, le parrocchie sono meno frequentate (e meno soprattutto dai giovani...). Nessuno di questi affluenti dà una risposta alla domanda di senso e di fede... Dove cercare il luogo in cui la fede trova la sua fonte?
    Nella ricerca di identità personale, nelle esperienze che danno senso alla vita, nei momenti più commoventi della vita, quando i giovani si dibattono tra la vita e la morte. La mappa vitale dei giovani si gioca entro il parametro vita/morte. La pastorale è la ricerca del senso della vita contro le possibilità di morte. La lotta per vivere è ciò che dà senso. È qui che la fede può infondere senso.
    È di questo ritorno alla fonte che parlavano i profeti ai tempi dell'esilio del popolo di Giuda a Babilonia. Come vivere in terra straniera? L'alleanza troverebbe stabile fondamento nel cuore degli uomini, più che la Legge e il Tempio: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo [...]. Porrò il mio spirito dentro di voi» (Ez 36,26s.). O come disse Geremia: «Porrò la mia legge nel loro animo [...]. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (31,31-34). Anche Gesù ha parlato alla Samaritana di «una fonte di acqua viva» che nel suo profondo diventerà «sorgente che zampilla per la vita eterna».
    Tornare alla sorgente è più che entrare in un sistema religioso. «È anzittutto cercare di ricavare l'esperienza spirituale che scaturisce dalla vita. Che fa sentire nostalgia, che fa presentire l'essenziale, che sveglia, che mette in moto, che fa vivere». È qui che lo Spirito fa sgorgare come una forza nuova. Lì è la sorgente [9].
    È come seguire un itinerario di vita, che spinge verso Gerusalemme, il luogo della croce e della risurrezione, come per i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35). 0 come l'itinerario di Paolo, da persecutore ad apostolo. Su questa via esiste il rischio di una "appartenenza parziale" alla fede e alla chiesa, ma nelle condizioni attuali dei giovani ciò rappresenta il massimo di "adesione possibile", come adesione prima.
    In questa nuova prospettiva, a partire dalla sorgente - come vivere pienamente e liberarci dalla delusione e dalla morte -, dobbiamo farci le seguenti domande: Quali sono le storie, le parabole e le pagine della Scrittura? Quali sono i simboli e i riti liturgici? Quali sono le narrazioni della storia della nostra chiesa e i fatti ecclesiali attuali che sarebbero, per i nostri giovani, particolarmente significativi e arricchenti? Ne derivano senza dubbio diverse strade da esplorare.
    Per questi giovani che sentono il disgusto della vita e l'angoscia di vivere, la fede in Dio ha molto a che vedere con la fede nella vita. Si tratta del cammino della vita con le sue gioie e fragilità, del cammino del servizio e della Parola, e il pane condiviso.

    Il cammino della vita
    La strada della Parola corre parallela alla strada della vita. Esperienze della gioia di vivere, esperienze di sofferenza, di difficoltà, di solitudine, di insuccesso e violenza. Il dramma dei giovani ha la sua origine in questa crisi del credere nella vita, crisi che travalica l'ambito religioso. Sono troppi i giovani che non riescono a credere nella vita, nell'amore, nel futuro... Come potrebbero riuscire a credere in Dio? È necessario aiutarli a superare la durezza dell'esistenza. La fede nel Dio della vita è inseparabile dalla fede nella vita.

    La via della solidarietà e della giustizia
    In questo tempo del vuoto delle parole, è importante l'impegno per la solidarietà e la giustizia. Di fronte alla domanda rivoltagli: «Chi è il mio prossimo?», Gesù risponde con la parabola del Samaritano. Il più vicino al Giudeo ferito lungo la via fu il Samaritano - non giudeo - che lo raccolse, lo curò e lo salvò... Al contrario, gli uomini religiosi giudei - un sacerdote e un giurista -, intenti a leggere le parole della Scrittura, cercarono di «passare oltre, dall'altra parte» per non vedere. E lo lasciarono steso a terra. Il giovane di oggi è sazio delle nostre parole di Dio (e di falsa carità) e si aspetta opere di solidarietà e giustizia.

    La via della parola condivisa
    Per i giovani di oggi la capacità di esprimere la loro parola, e la capacità della parola condivisa, è primordiale per vivere pienamente la propria vita. La parola di Colui che ha detto: «Io sono la via, la verità e la vita» e ci ha promesso la linfa vitale della vite, perché noi, attaccati come tralci, avessimo vita in lui. Importante per essi è pronunciare la loro parola sulla vita. Creare e condividere la loro parola dà forma alla loro personalità. Condividere la vita con il Signore della vita dà senso al dramma vita/morte che essi stanno vivendo. Proporre la problematica della società, la vita e la possibilità di un Dio che "trascende" a partire da noi. Nell'esperienza cristiana la parola ha un luogo primordiale: scaturisce dalla confluenza dell'esperienza umana con l'esperienza di Dio. La parola come illuminazione dell'esperienza. Parola balbettante a volte, parola che nasce da tanti "perché"...
    È importante che i nostri giovani possano realizzare l'esperienza della parola: li fa incontrare con se stessi e fa loro scoprire la Parola di Dio che libera e guarisce.

    La via dell'interiorità
    I giovani, che molte volte non frequentano le nostre chiese, sono estremamente sensibili alla preghiera e alla ricerca di Dio nella loro vita. La preghiera li aiuta ad "attingere acqua dal loro pozzo"... Può essere la preghiera del bambino che balbetta, quella del giovane che chiede con grida o quella dell'esperienza tranquilla della interiorità che cerca Qualcuno o qualcosa che dia consistenza alla propria vita. A poco a poco, può essere un'aria che, a respirarla, riempie di senso la propria vita. È l'occasione di accettare la propria vita, conservarla e raccontarla davanti a Dio, per riceverla da lui.

    La via del pane diviso e condiviso
    È l'incontro con il Risorto dei pellegrini di Emmaus. È l'esperienza del Signore che, dopo averci accompagnati nelle nostre strade umane e aver illuminato le nostre esperienze di vita, condivide con noi il pane del suo corpo morto e risorto. I nostri occhi si illuminano per riconoscerlo e lui scompare dalla nostra vista, perché è entrato dentro di noi.

    Di fronte ai nostri giovani che disertano i complicati riti delle nostre chiese, sorprende la viva esperienza di Dio che essi sperimentano nell'intimità delle loro comunità. «È l'esperienza del rito e della festa, che dà ritmo alla vita, la ravviva, la celebra, la rende importante». Nell'iniziazione cristiana è rilevante l'esperienza dell'assemblea comunitaria, per condividere Parola e Pane «in memoria di lui».
    Cercare di avviare questi processi mette in evidenza, di fronte ai nostri giovani, la nostra specifica risposta vocazionale alla fede cristiana. Di fronte ad essi rimaniamo allo scoperto e dobbiamo giudicare la vita, insieme a loro, come risposta alla fede. La nostra vocazione entra nel medesimo processo della loro, come risposta onesta alla chiamata del Signore nella storia. Di fronte ai giovani rimaniamo allo scoperto, onde permettere loro di interpellarci e di mettere in discussione la significatività della nostra vita.

    CONCLUSIONE

    La postmodernità ha invaso, com'era da aspettarsi, anche l'ambito del religioso. Da una parte, molte chiese si sono rifugiate nelle loro fortezze premoderne, senza molto impegno nell'accompagnare i giovani e gli uomini di oggi nei loro tentativi di dare un senso alla propria fede, e di rafforzare il loro senso di appartenenza a una chiesa che risponda alle esigenze degli uomini di oggi. Dall'altra, contrariamente agli spiriti moderni che sognavano la "morte di Dio", se non si può proprio affermare una rinascita della fede in Dio è però patente la ricerca di una nuova spiritualità per uscire dal vuoto nel quale ci ha condotti la modernità.
    Nascono nuove forme religiose misteriche, esoteriche, neo-gnostiche, pentecostali, carismatiche... Cerca di inglobarle tutte quante una nuova forma religiosa denominata "Nuova Era"(New Age). La chiesa cattolica avrà un posto in questo nuovo orizzonte della postmodernità a patto di essere capace, senza rinunciare alle sue tradizioni e al suo passato - nella salda confessione di Gesù come Cristo e Signore -, di servire il regno di Dio nel futuro dell'umanità.

    NOTE

    1 Anni fa, Luckmann ci avvertiva sulle oscillazioni esistenziali dei giovani, oscillazioni che non possono sconcertarci e disorientarci, o addirittura portarci a una certa disillusione pastorale, ma che comunque noi dobbiamo assumere come parte e tappa ineludibile del nostro lavoro con loro.
    2 Come legare i micro-linguaggi con passi evangelici o biblici.
    3 Macro-linguaggi sarebbero la Bibbia, il Corano, i Veda buddhisti...
    4 Si tenga conto dell'aumento dell'attività di volontariato e delle ONG.
    5 È questo il significato biblico di quel passo di Geremia: «Mi hai sedotto, Signore, e mi sono lasciato sedurre».
    6 Gesù "seduceva": ai pescatori sulle rive del lago diceva: «Venite». E faceva loro una promessa: «Sarete pescatori di uomini». Ed essi, lasciando tutto, lo seguirono.
    7 Cf. S. MOVILLA, Nuevas formas y estilos en los procesos de pastoral con lo jóvenes, in Todos Uno 167 (2006) 21-33, qui 27.
    * [I verbi ser ed estar significano ambedue "essere", ma mentre il primo indica una qualità permanente del soggetto, estar ne indica una caratteristica transitoria (N.d.T.)].
    8 Cf. Proponer hoy la fe a los jóvenes: un camino para vivir, in Todos Uno 167 (2006) 34-49. (Trad. it. Elledici). La Conferenza episcopale del Canada produsse una riflessione notevole, a mio modo di vedere, sul punto di vista di una pastorale, che "dà senso". Sintetizzerò le riflessioni più suggestive.
    9 «Odo in me come un mormorio di acqua viva che dice: Vieni al Padre» (Ignazio di Antiochia).


    Bibliografia

    J. ANDRÉS VELA, Evangelización y Cultura, Ediciones Paulinas, Bogotà 1997.
    J.M. CORTÉS - J.M. ROVIRA BELLOSO, Cultura postmoderna y fe cristiana. - Conversaciones, 88.
    J.F. LYOTARD, La condición posmoderna. Informe sobre el saber, Càtedra, Madrid 1986 [ed. it., La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, Milano 1981].
    J.M. MARDONES, Modernidad y posmodernidad. Un debate sobre la sociedad actual, in Razón y Fe 1056 (1986) 210ss.
    ID., A dónde va la religión, in Sal Terrae (1996)
    ID., Analisis de la sociedad y fe cristiana, PPC, Madrid 1996.
    J. MARTIN VELASCO, La transformación de la fe en la sociedad contemporánea, in Sal Terrae (2002).
    ID., Crisis de religiones y crisis del cristianismo, in INSTITUTO SUPERIOR DE PASTORAL (ed.), Mundo en crisis, fe en crisis. V Semana de Estudios de Teologia Pastoral, Verbo Divino, Estella 1996.
    ID., Ser cristiano en una cultura posmoderna, in Sal Terrae (1996).
    S. MOVILLA, Nuevas formas y estilos en los procesos de pastoral con los jóvenes, in Todos Uno 167 (2006) 21-33.
    G. VAHANIAN, Esperar sin ídolos. El cristianismo en una era postcristiana,
    Marova, Madrid - Barcelona 1970 [ed. orig., Wait Without Idols, G. Braziller, New York 1964].
    G. VATTIMO, El fin de la modernidad. Nihilismo y Hermenéutica en la cultura posmoderna, Paidós, Barcelona 1986 [orig. it., La fine della modernità. Nichilismo ed ermeneutica nella cultura postmoderna, Garzanti, Milano 1985].
    ID., Creer que se cree, Paidós, Barcelona 1996 [orig. it., Credere di credere, Garzanti, Milano 1996].
    VIDAL, G., Juliano el Apóstata, Edhasa, Barcelona 1983 [ed. it., Giuliano, Postfazione di D. De Masi, Fazi, Roma 2003].

    (da Concilium 5/2007, pp. 114-125)


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