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    Una spiritualità

    in cammino

    Antonio Napolioni

    Premesse

    La presente riflessione si muove in una prospettiva dichiaratamente teologico-pastorale, tesa cioè alla disamina critica delle sfide emergenti dal contesto socioculturale e religioso, in dialogo intimo con la luce offerta dalla Rivelazione e dalla riflessione teologica sulla prassi, per offrire imperativi di azione, possibili scelte di campo alla chiesa impegnata nella propria autorealizzazione in vista del Regno. È anche la struttura del dossier presentato in questo fascicolo a suggerire tale approccio: i problemi qui evocati e gli approcci individuati sono infatti oggetto di trattazioni più specifiche da parte di altri autori.
    Dare un'inquadramento globale alla questione della spiritualità nelle diverse età della vita non significa porsi in una sorta di neutralità o di indifferenza rispetto alle opzioni esigite dall'incontro tra il Mistero cristiano e la storia degli uomini. Sembra dunque doveroso avvertire il lettore che il ragionare teologico-pastorale è costitutivamente parziale, ossia «di parte»; in questo frangente, ad esempio, non posso nascondere che funge da precomprensione soggettiva una peculiare predilezione per la dignità delle prime età della vita. Il nostro sarà un percorso visto, bene o male, «dalla parte dell'infanzia».
    Infine, non si può tacere la forza di un'immagine talvolta abusata, ma comunque significativa ed efficace: la spiritualità «in cammino», o «come cammino», o «del cammino». Infonde speranza e realismo insieme, senso del tempo e dello spazio, ma anche apertura all'infinito, provvisorietà del pellegrino e irripetibilità degli incontri. Non la approfondiamo in questa sede, ma ci incoraggia a tenere aperta la porta a molteplici possibili approfondimenti.

    Quante sono le età della vita?

    I Padri della Chiesa hanno spesso preso in rassegna le età dell'esistenza umana individuale, come segno del continuo mutamento e richiamo al fondamento immutabile della vita. Ad esempio, per Ambrogio sono quattro «le età dell'uomo, fanciullezza, adolescenza, virilità, maturità. A poco a poco sorge e si consolida la sapienza... portiamo anche fin dalla fanciullezza il frutto della fede, lo facciamo crescere nell'adolescenza, gli diamo colore nella virilità, lo portiamo a maturazione nella vecchiaia»  [1].
    Sviluppando questo schema in chiave simbolica ed allegorica, fioriscono i parallelismi tra i giorni della creazione, le età del mondo e le tappe della vita umana. Sant'Agostino così parla di sette età:
    1a età, l'infanzia: i primordi del genere umano, come nel primo giorno Dio creò la luce;
    2a età, la fanciullezza: da Noè ad Abramo, come nel secondo giorno fu creato il firmamento;
    3a età, l'adolescenza: da Abramo a Davide, come nel terzo giorno la terra fu separata dalle acque, e il popolo di Dio fu separato dai gentili;
    4a età, la giovinezza: da Davide alla deportazione in Babilonia, come nel quarto giorno furono creati gli astri nel cielo;
    5a età, la maturità: dall'esilio a Gesù Cristo, come nel quinto giorno furono creati gli esseri viventi;
    6a età, la vecchiaia: dalla predicazione del vangelo nasce il Cristo, l'uomo nuovo, e la chiesa, come nel sesto giorno vengono creati l'uomo e la donna;
    7a età: il ritorno del Figlio dell'uomo.
    Altrove ci si riferisce anche alla parabola degli operai chiamati alle diverse ore del giorno (Mt 20,1-16), per mostrare come la salvezza possa essere accolta nelle diverse stagioni della vita, la cui brevità invoca un più profondo senso di fede nel disegno provvidente di Dio.
    Compiendo un notevole salto temporale e culturale, affianchiamo a questi antichi paradigmi interpretativi l'apporto delle moderne scienze psicologiche, con la loro pluralità di impostazioni, dove spesso un'intenzionalità pedagogica prevale sullo sguardo d'insieme all'intera parabola dell'esistenza umana. Ci limitiamo ad offrire uno schema sinottico di tre grandi autori:

    napol9

    Non può non colpire la disattenzione di Freud e Piaget rispetto a quanto considerato fuori della stagione evolutiva, mentre rimarcheremo più avanti la validità delle intuizioni di Erikson quanto alla correlazione tra le diverse tappe esistenziali.
    Sviluppandone gli esiti in chiave religiosa e pastorale, alcuni autori più recenti hanno elaborato vere e proprie teorie dello sviluppo della fede e del giudizio religioso. Oltre allo svizzero F. Oser, ricordiamo il contributo dell'americano J. Fowler, che colloca dai 2 ai 6/8 anni una fede intuitivo-proiettiva, basata sull'emotività; dai 6/8 agli 11/ 13 anni una fede mitico-letterale, seguita da: fede sintetico-convenzionale o dell'appartenenza comunitaria (dagli 11/13 fino all'inizio dell'età adulta); fede individuale-riflessiva; fede unificante (congiuntiva) o della riappropriazione di sé (non prima dei 40 anni); fede universalizzante, quando l'Io viene portato oltre se stesso e si radica in Dio in modo nuovo, attivo.
    Il tema non è assente nei grandi documenti postconciliari sulla catechesi: tanto il Direttorio catechistico generale del 1971 quanto Il rinnovamento della catechesi, documento-base per la Chiesa italiana, dedicano ampia attenzione alla declinazione dell'educazione alla fede lungo le diverse età.
    Ogni età dell'uomo ha il suo proprio significato in se stessa e la sua propria funzione per il raggiungimento della maturità. Questa è veramente tale quando è armonica, integrale e quindi fonte di coerenza personale nei pensieri e nelle azioni.
    Errori o inadempienze, verificatisi a una certa età, hanno talora conseguenze molto rilevanti per la personalità dell'uomo e del cristiano. Così pure, una sana educazione umana e cristiana consente a ciascuno di vivere sempre come figlio di Dio, secondo la sua misura, ed è garanzia del progresso spirituale.
    Pertanto, in ogni arco di età i cristiani devono potersi accostare a tutto il messaggio rivelato, secondo forme e prospettive appropriate (RdC 134).
    A questa saggia impostazione, per la quale ad ogni età si è figli di Dio e si ha diritto a tutta la buona notizia, segue un'esplicita indicazione circa le diverse forme della catechesi a bambini, fanciulli, adolescenti, giovani, adulti. Una più chiara opzione per gli adulti è aggiornata nel Direttorio generale per la catechesi del 1997, che presenta i destinatari della catechesi in un diverso ordine: adulti, bambini e fanciulli, giovani, anziani.
    La ricerca teorica e pratica si è basata su queste affermazioni magisteriali, per cercare continuamente ulteriori verifiche sul campo, nella magmatica mutevolezza dei fenomeni socioculturali e delle emergenze pedagogiche. I catecheti più avvertiti ne hanno tratto ulteriori suggestioni operative. Ricordiamo, in tal senso, l'ipotesi formulata da J. Colomb [2]:

    napol10

    Quante sono, dunque, le età della vita? Questa breve ed eterogenea rassegna non ha dato una risposta puntuale, ma ha soltanto posto più ampiamente la questione, al di là dei meri riferimenti scientifici o spirituali, delineando un ulteriore cammino di ricerca che, secondo l'impianto proprio della teologia pastorale, andiamo velocemente a compiere.

    L'ambivalenza di un passaggio epocale

    Per fare un cammino ci serve innanzitutto la «mappa» del territorio da attraversare e, magari temporaneamente, da abitare. Il primo compito da svolgere è un abbozzato discernimento della realtà, non facile ma indilazionabile in una congiuntura storica complessa quale quella che ci è dato di vivere.

    La situazione socioculturale

    Nelle società complesse, moderne o post-moderne che si vogliano definire, età e generazioni soffrono una crescente sfumatura dei propri contorni, fino a rasentare l'invisibilità o la confusione. Ne è una riprova la proliferazione di volumi dai titoli quali «la scomparsa dell'infanzia», «l'età negata», «l'età incompiuta», ecc. Anche i tentativi scientifici di aggiornare classificazioni e tipologie sono stati costretti a moltiplicare le fanciullezze e le adolescenze (prima e seconda, media, tarda...) e a coniare ambigue classi di transito quali i «giovani-adulti», per non parlare dell'imbarazzo che si prova a parlare di «terza età» quando aumentano novantenni e centenari tutt'altro che decrepiti!
    Le età si affastellano e si rincorrono, ma spesso senza configurarsi e relazionarsi come generazioni: soprattutto i giovani soffrono il sentirsi orfani di modelli e privi di progetti, a meno che non sopravviva una visione religiosa della vita, capace di restituire loro speranza e futuro [3]. La questione pastorale non può dunque fare a meno di misurarsi con la questione socioeconomica della distribuzione delle risorse e dei pesi all'interno di una società in cui si vanno capovolgendo i rapporti numerici tra classi di età produttive e non.
    Con ritardo, tuttavia viene a galla anche l'emergenza sociopolitica del rapporto tra le generazioni, ove non basta riempire lodevolmente una volta all'anno Montecitorio di ragazzi delle superiori in veste di «legislatori in erba», per ricreare affezione e stima per la politica e l'impegno civile. I diritti dei più deboli – si pensi soltanto alla forte impegnatività della Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia – chiedono di essere tutelati da leggi ordinarie e provvedimenti operativi seri, non solo da pur interessanti Rapporti informativi e solenni Piani d'azione, quali quelli varati recentemente dal Ministero per la Solidarietà sociale.
    Più in profondità l'emergenza è culturale ed etica. Si viene pericolosamente allargando lo iato tra un immaginario collettivo ancorato ai miti del passato e una prassi quotidiana violenta ed emarginante nei confronti delle età e dei soggetti più deboli. Il millennio finisce scrivendo pagine tristi, che riecheggiano altre epoche storiche, prive del moderno senso delle età, ma almeno portatrici di una intima sapienza popolare e familiare. Ossia, in positivo, il millennio si chiude esprimendo una fortissima e problematica domanda di spiritualità.

    Lo scenario pastorale

    Il forte investimento sulla catechesi più che sull'evangelizzazione, sull'iniziazione cristiana più che sulla pastorale d'insieme, ha impedito alle nostre comunità cristiane di attuarsi efficacemente come luoghi di crescita armonica di tutte le componenti, intorno ad una costante e vitale traditio fidei. Il concetto di catechesi permanente, di cui giustamente alcuni denunciano la stessa insostenibilità concettuale, ha finito con lo scatenare solamente questioni di precedenza tra questa o quella fascia di età. Ne è un segno lo stesso cambiamento operato nella scansione del progetto catechistico italiano: dai bambini agli adulti nell'edizione sperimentale, distinto nei tre blocchi successivi degli adulti, dei giovani, dell'iniziazione cristiana nell'edizione attuale.
    Già nel 1966, B. Dreher affermava che la chiesa realizza la sua missione solo relazionandosi alla storicità dell'uomo, ma che per questo la pastorale deve liberarsi del suo eccessivo pedagogismo catechetico: è dalla comunità degli adulti, che cresce la comunità dei bambini e dei giovani. La comunità degli adulti è la vera piena comunità [4]. Più vicino a noi, P.M. Zulehner preferisce parlare di «pastorale delle occasioni esistenziali», partendo dalla morte, passaggio definitivo e riassuntivo dell'esistenza umana, per leggere a ritroso i vari passaggi intermedi, affinché non vengano vissuti in modo individualistico e funzionale, ma se ne possa recuperare il necessario contesto comunitario, mistagogico e di servizio. Il problema è dunque più globalmente pastorale, e bene ha fatto il Convegno ecclesiale di Palermo a rimettere al centro la questione della spiritualità, insieme alle esigenze di formazione e comunione per la missione della chiesa nel mondo.
    Si scade in una sterile e dannosa Ionizzazione di attenzioni quando età e generazioni non sanno più incontrarsi, nella chiesa e nella società, intorno alle verità che danno senso comune e vivificante alla vita. È questione dell'identità e dignità di ciascuno, chiamato alla maturità e a vivere una propria religiosità, non nell'antitesi o nell'estraneità ma nella continuità essenziale e nell'interazione con la vita che lo precede e lo segue.

    La fecondità del paradosso evangelico

    Nello sfondo labile e contraddittorio che si potrebbe anche disegnare ulteriormente, urge disporre di una «bussola», di una Parola che impedisca le chiacchiere e riempia il silenzio, ridando spessore profetico al vissuto ecclesiale e agli itinerari si spiritualità che lo attraversano.

    L'apporto biblico

    La relazione tra padri e figli non è estranea alla materia narrativa e al linguaggio simbolico e spirituale della rivelazione biblica. L'armonia tra le generazioni è segno dell'era messianica (Mal 3,24); Dio stesso si mostra madre e padre per il suo popolo (Is 49,15; 66,13); e ogni anima credente sa riconoscersi come bimbo svezzato in braccio a sua madre (Sal 131). La punizione di Dio si ferma alla terza e quarta generazione, mentre i benefici della sua misericordia si estendono fino a mille generazioni (Es 20,3-6). E si potrebbe continuare ancora a lungo.
    Dentro quest'approccio globalmente sapienziale, spicca la novità cristiana: l'incarnazione del Verbo proietta una luce impensabile su ogni stagione esistenziale di Cristo e del cristiano e prospetta a ciascuno l'itinerario della crescita dei figli di Dio verso la statura di Cristo.
    Questo il fondamento cristologico della nuova antropologia e quindi della vera spiritualità, che precede «le» spiritualità particolari. Percorrendo il succedersi delle età della vita o declinando il permanente anelito alla vita eterna, comunque ci si incontra intorno al dono e all'esperienza della filiazione divina, di cui la filiazione umana è parabola e sacramento. Gesù è il Figlio nel quale siamo resi figli di adozione, e ciò coinvolge tutti nel suo stesso paradossale intreccio di fanciullezza e maturità. Ai figli di adozione è offerto un progetto, di cui è norma la stessa vicenda umana di Gesù, cui non sono certo estranei i tratti dello stupore e della gratitudine, della fraternità e dell'audacia, in un senso vivo del tempo che colpisce e rimpiazza stanchezze e fatalismi di chi «non ha tempo».
    Non diamo qui le coordinate neotestamentarie di queste prospettive teologiche, altri lo fanno con maggior competenza in questo stesso dossier. Ci limitiamo ad evocare, invece, la sensibilità con cui Giovanni Paolo II ha ripetutamente proclamato e riconsegnato alla comunità ecclesiale, in questi anni, il vangelo della vita, il vangelo della vocazione, il vangelo del bambino, il vangelo della famiglia... [5]: rimettere al centro e modulare la buona notizia è la vera pista della nuova evangelizzazione. Ed anche noi ci sentiamo ora chiamati a percorrerla.

    L'intuizione profetica

    Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso». E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva (Mc 10,13-16).
    In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me» (Mt 18,1-5).
    Le società gerontocratiche di ieri e di oggi, ma anche certi ingenui giovanilismi consumistici oggi imperanti, vengono radicalmente spiazzati da gesti e parole del Signore che non possono essere frettolosamente liquidati come estemporanei o come puramente simbolici. Piuttosto, si tratta di un'altissima rivelazione delle scelte del Messia, in piena coerenza con la logica delle Beatitudini, al cuore della novità evangelica, come hanno documentato importanti esegeti di cui abbiamo dato conto in un recente saggio. Il bambino non è strumento casuale di un discorso fatto per altri, ma incarna e richiama il vero «diventare» del discepolo del Regno. Crescendo, l'infanzia non va abbandonata ma riconquistata. «Così, quella che normalmente gli uomini considerano solo una tappa, per Cristo diventa piuttosto un punto di arrivo. Il 'bambino' in tal modo diventa simbolo di quel continuo processo di 'trasformazione', che permette all'uomo di attuare piename
    nte in se stesso il progetto di Dio, che è davvero una `virtualità' senza fine» [6]. Il cristiano diviene veramente adulto, «grande», solo facendosi sempre più bambino, nella sequela del Dio fatto bambino e del Messia che benedice i bambini, per mostrare a tutti come vivere la confidenza filiale verso il Padre.
    Per converso, è ancora il tema dell'uomo vecchio e dell'uomo nuovo. Infatti, il cammino della fede e quello della vita procedono in maniera opposta: se nella natura si va dalla dipendenza verso l'autonomia, nella fede si inizia da un distacco e si tende alla dipendenza, all'identificazione: «si parte vecchi e si diventa bambini» [7]. Vecchiaia è simbolo del peccato radicale, quello del costruirsi da sé senza alcuna dipendenza né amore, mentre diventare bambini è sospendersi a Dio così da ricevere da lui tutto, ritornare nel seno della madre, nel grembo della Chiesa. Cioè diventare figli, bambini di Dio.
    Non dimentichiamo che tale proposta è realistica e non soltanto suggestiva, per il fondamento battesimale che le è dato, come conferma anche il dialogo tra Gesù e Nicodemo in Gv 3,1-21.
    Grandi teologi del XX secolo hanno sviluppato questa intuizione, e vorremmo tanto raccomandarne la lettura diretta. Ricordiamo comunque K. Rahner, per il quale la concezione biblica e cristiana del tempo apre la vita dell'uomo ad un senso di totalità, che esclude ogni riduzione quantitativa della maturità. Le età non sono certo autosufficienti e chiuse in se stesse, ma aperte al futuro, tuttavia ogni atto umano riflette la totalità del tempo e della vita, e l'eternità non ne è una semplice prolunga indefinita, ma il valore permanente che ha davanti a Dio [8]. Per questo, R.Guardini avverte giustamente di non sottovalutare la gratuità e la dimensione ludica della vita cristiana quaggiù, per non soffrire poi come insopportabile e noiosa l'eterna festa del cielo  [9].
    H.U. von Balthasar, ne Il tutto nel frammento e in altre opere, nota che l'uomo, in ogni sua età, non è imperfetto, ma realizzazione graduale e veritiera di sé: «Nel suo sviluppo l'uomo non diventa uomo; egli lo è già sempre; e se le diverse età hanno caratteristiche che si escludono a vicenda, l'uomo 'maturo', e anche il vecchio, volgerà sempre lo sguardo indietro, a ciò che possedeva da bambino e da fanciullo e che ha perso per sempre» [10].
    Alla ricerca di un cammino di spiritualità che connetta vitalmente le età che l'uomo attraversa e le generazioni che si confrontano nella vita comune, questo paradosso evangelico torna non solo utile ma essenziale: il tutto nel frammento è ciò che ciascuno deve ricercare, custodire e promuovere. Ciascuno, nell'età che sta vivendo, ha diritto all'esperienza dello Spirito, è chiamato alla santità, vive una sua propria originale maturità, senza che ciò lo esoneri dal crescere verso la pienezza di Cristo.

    L'incontro tra le generazioni sulle vie della santità

    Dopo aver osservato attese e problemi presenti nel tempo e nello spazio da attraversare, ed aver acquisito criteri utili a non disperdersi e magari soccombere nell'impresa, c'è da prendere concretamente una «strada», ossia da vivere quotidianamente la novità accaduta e accolta, accettando il rischio che vi è connesso.

    Santità e maturità

    L'universale vocazione alla santità nella Chiesa (LG cap. V) costituisce una delle affermazioni più notevoli del magistero conciliare, e forse anche un'occasione di rinnovamento ecclesiale e pastorale non ancora pienamente compresa e sfruttata, fatta eccezione per il messaggio racchiuso nelle numerosissime beatificazioni e canonizzazioni volute da Giovanni Paolo II. Alla santità degli altari dovrebbe, infatti, corrispondere una fioritura di spiritualità feriale e diffusa. Fermenti e movimenti, anche aggregativi, in tal senso non mancano, ma ciò che qui si vorrebbe auspicare è qualcosa di più.
    L'accoglienza gioiosa ed integrale del vangelo della vita porta infatti a concepire e vivere la spiritualità non come aspetto settoriale della prassi cristiana, ma come «vita nello Spirito», ove la spiritualità è coestensiva a tutta la vita, nel dominio dello Spirito, nella valorizzazione dei suoi doni e nel godimento dei suoi frutti. La vita nello Spirito implica, così, una relazione intima con la Trinità, e la percezione della voce di Dio che chiama: la vita appare come vocazione, a ciascuno e non a pochi eletti.
    Il tutto nel frammento comporta la coesistenza di un patrimonio essenziale identico e condiviso e di un bagaglio originale e irripetibile di forme e linguaggi che attestano la creatività dello Spirito, capace perfino di creare una logica di maturazione e di fondarne le legittime violazioni: basti pensare alle grandi testimonianze di infanzia spirituale offerte da credenti giovani e adulti, da Teresa di Lisieux ai grandi testimoni dei nostri giorni.
    È questo il binario certo lungo il quale si può parlare di maturità, senza escludere nessuno dal cammino della santità. Quando l'imperativo morale della santificazione e della perfezione si fonda sull'indicativo della grazia e dell'opera di Dio, si chiarisce che si tratta non di diventare adulti, ma di diventare cristiani, santi, figli di Dio (dunque, piccoli, servi, come bambini!) in ogni età e condizione, da adulti come da ragazzi.
    Seppur con un linguaggio talvolta duro ed esigente, Paolo stesso punta decisamente lo sguardo suo e delle sue comunità verso una maturità senza infantilismi, trattando l'infanzia come uno stadio da superare, coi suoi ragionamenti e il suo cibo da immaturi, ma senza perderne l'innocenza e la semplicità (cf. 1Cor 13,11; 14,20). Al cristiano, semplice e spontaneo come un bambino, è anche raccomandata la prudenza del vecchio, la maturità della carità, nella logica tipicamente cristiana del dono battesimale già ricevuto e di un cammino di crescita nella comunione con Cristo non ancora pienamente compiuto.

    Verso un patto tra le generazioni

    L'accoglienza del vangelo della vita ricostruisce legami tra le generazioni, che oggi spesso si confondono o si estraniano nei diversi luoghi che consentono loro di relazionarsi. Esistono caratteristici luoghi di impegno distinti per fasce di età, dove la scuola, il lavoro, l'appartenenza al gruppo dei pari sollecitano e alimentano una certa identità generazionale, non senza rischi di isolamento.
    Attirano maggiormente la nostra attenzione i luoghi dove le età e le generazioni si intersecano, non senza ambivalenze da purificare:
    • la famiglia, dove sembra così difficile scegliere e vivere la condizione di genitori, anche come simbolo indispensabile della paternità-maternità di Dio, e dove la difficoltà di uscire dal nido si maschera di legami non sempre significativi e liberanti;
    • la parrocchia, che sperimenta la crisi dei suoi tradizionali luoghi e figure educative, e che soprattutto nella liturgia deve urgentemente recuperare un linguaggio di comunione e non di massificazione, in cui il protagonismo dei piccoli (sull'esempio della liturgia ebraica) torni a fare da pungolo alla vitalità di una comunità che deve trasmettere e testimoniare il buon deposito della fede;
    • i mass-media, colpevoli – secondo studiosi come N. Postman e M. Winn – di aver omologato la comunicazione, cancellato ogni segreto generazionale e fatto scomparire l'infanzia stessa, che vanno tentando un timido riscatto con giornali e telegiornali per i ragazzi, o con il semaforo che avverte della visibilità o meno dei programmi;
    • le comunità dei consacrati e dei presbiteri, dove il calo della demografia vocazionale impone nuove modalità di relazione tra le generazioni, affinché il tesoro di ciascuno non vada disperso e comunque la chiesa cammini al passo dei suoi contemporanei.
    Non basta guardare il succedersi delle generazioni come le onde dell'alta marea, per riprendere l'immagine usata da Paolo VI nella Populorum progressio. Occorre promuovere a tutti i livelli un vero e proprio patto tra le generazioni (cf. EV 94), lo reclamano gli anziani parcheggiati o dimenticati, lo reclama un giovane su tre che non si sente né generato né capace di generare e perciò va pericolosamente alla deriva da se stesso. Dopo aver tentato la via un po' corporativa delleiniziative e dei luoghi specializzati, va battuta quella di nuovi mondi vitali intergenerazionali, in cui possa crescere condivisa la responsabilità di tutti verso le generazioni future. L l'utopia della civiltà dell'amore e della vita, che spetta custodire e attuare al «popolo della vita e per la vita» (EV 78) che sono i cristiani.
    Un segnale di impegno in tal senso potrebbe cominciare a venire proprio dall'interno della chiesa, dove il processo di iniziazione cristiana, della cui attuazione oggi si riconoscono le lacune, possa venire inteso come evento di generatività, in cui si faccia nuovamente risplendere l'icona dell'Ecclesia mater. Riconvertendo competenze e sforzi di tanti operatori spesso diversificati, la pastorale e la catechesi familiare, il battesimo dei bambini, una diffusa mistagogia sacramentale, gli itinerari educativi per i ragazzi e i giovani, la costruzione di comunità di base... attendono di essere messi in rete, non artificialmente, ma a partire dalla vita delle persone. Riprendiamo in tal senso un'indicazione del card. C.M. Martini:
    Occorre il coraggio di ribaltare la gerarchia degli investimenti delle energie pastorali. Non si tratta di non puntare sui minori, ma di evangelizzare i piccoli e i grandi, facendo perno sui piccoli in vista dei grandi, e sui grandi coinvolgendoli nell'edificazione di una comunità adulta, e quindi anche capace di essere davvero a servizio dei piccoli [11].
    La situazione è resa drammatica dalla neutralità etica (quando va bene) della nostra società occidentale. Gravi urgenze morali impongono di non abbassare la guardia della difesa e della promozione della vita, della sua teologia e della sua spiritualità, perché l'incontro tra le generazioni non avvenga sulla piattaforma delle rivendicazioni parziali, ma in nome della dignità di ogni essere umano. Teologia e spiritualità della vita fondano l'azione della chiesa a difesa dell'embrione umano, del bambino non ancora nato, dell'uomo nel tempo della vecchiaia e della sofferenza. Occorre «prendersi cura di tutta la vita e della vita di tutti» (EV 87), e per questo bambini e anziani fanno da parametro di verità e sanità di tutta una società. Invece, proprio loro sono spesso emarginati da una società «di mezza età», che finisce col diventare tale anche sul piano qualitativo: mediocre!

    La via della fiducia radicale

    La teologia pastorale ha il compito di tentare delle ardite sintesi interdisciplinari, pur di sostenere l'azione della chiesa per un più efficace annuncio del vangelo, e per una vitale docilità allo Spirito nella storia. Per alimentare una spiritualità in cammino nell'esistenza degli uomini e delle comunità, appare oggi centrale l'esigenza di una riconversione alla fede fiduciale, alla fides qua, ad una fede che sia preparata e tradotta in atteggiamenti umani corrispondenti, in una psicologia cristiana, che generi matura speranza, e appaia visibilmente nell'ottimismo e nella gioia con cui vivono i credenti.
    Dovremmo recuperare l'apporto di molteplici riflessioni. Ci limitiamo a ricordare come il primo e l'ultimo stadio della parabola psicologica disegnata da E. Erikson si colleghino intimamente: l'infanzia offre infatti la possibilità di acquisire quella fiducia (o sfiducia) di base che rende possibile tutto il successivo sviluppo religioso, e che si appaga proprio davanti a quelle persone che, nell'ultimo stadio, hanno raggiunto l'integrità del proprio Io, con un senso di apertura universale. Crescono la speranza e la capacità di prendersi cura dell'altro, la carità, e queste sono le risorse decisive per chi è alle prese con il rischio di disperarsi davanti alla morte. Commenta Erikson:
    Se alla fine il ciclo vitale ritorna ai suoi esordi, vuol dire allora che anche nell'anatomia di una matura speranza e nella varietà delle fedi qualcosa è rimasto (Tinché non ti volgerai indietro e diventerai come i fanciulli'), il che fa del bisogno di speranza la più infantile delle qualità umane. In realtà sembra proprio che l'ultimo stadio della vita assuma un'enorme, potenziale importanza per il primo; nelle culture più vitali i bambini maturano mentalmente e in maniera singolare dal rapporto che vengono ad avere con le persone anziane [12].
    Gli fa eco, da ben altro versante epistemologico, E. Drewermann: Gesù ci insegna ad avere questa stessa fiducia originaria nei confronti di Dio Padre, con la stessa sicurezza un po' sfacciata che ha un bambino verso il padre e la madre, che è ciò che rende possibile ogni nuovo inizio e la vittoria di antiche paure. Si può pensare una spiritualità cristiana, anche adulta, senza questa nota?
    Per questo è necessario dedicarsi in uno stile di reciprocità alla formazione di adulti che si facciano evangelicamente piccoli, ma anche di bambini capaci di un'originale maturità spirituale, in un gioco di relazioni che aiuti tutti a riscoprire e centrare la fede dei semplici, una fiducia accolta e scelta nel contatto amoroso con la Parola e nell'esperienza quotidiana della grazia. Per quanto si distenda in lunghezza il cammino dell'avventura spirituale cristiana, esso ritrova un alveo naturale, un seno materno che tutti accomuna e riconcilia: la famiglia dei figli di Dio. Tra saggezza umana e legge divina, il card. G. Danneels ne trae una pagina esemplificativa assai convincente:
    Il figlio è stato generato dai suoi genitori e questi gli aprono gli occhi. Ma a sua volta egli chiuderà gli occhi dei suoi genitori al momento del passaggio, attraverso la morte, alla loro nuova nascita alla vita vera. Questa solidarietà tra le generazioni non è semplice saggezza umana; essa è iscritta nel Decalogo, nelle parole di vita che Dio ha rivelate al suo popolo per tutta l'umanità [13].
    La proposta con cui vogliamo, dunque, concludere provocatoriamente questo invito alla lettura del presente dossier, è questa: mettere al centro i piccoli, bambini e anziani, per diventare spiritualmente tutti «grandi come bambini». La perfezione proposta a tutti non esclude che Gesù stesso abbia indicato il primato dei piccoli e degli umili, in un certo senso persino degli immaturi secondo il mondo.
    Questo itinerario spirituale deve essere comunque improntato da una fede-fiducia infinita. Innanzitutto la fede e la fiducia di Dio nei suoi figli, nelle sue creature più piccole, che non cessa di accogliere e benedire. Solo sulla base di questa certezza, i bambini del Regno vivono di fede ingenua e incrollabile in Dio. Uno scambio di paternità e figliolanza in cui, alla maniera di Gesù Cristo e «in» lui, l'una si riversa nell'altra, nell'esperienza di un amore confidente. La fiducia assoluta dei «piccoli» nei «grandi» che li guidano e li amano insegna anche a questi ultimi la via del proprio rinnovamento: dare fiducia ai bambini, ai piccoli, alle piccole cose, al silenzio e al nascondimento di Dio, alla logica dell'incarnazione.
    Attingendo anche alla categoria classica del puer-senex, sant'Agostino ce ne dà una versione cristiana e pasquale, ricordando che la vera lode del Signore sgorga solo da un cuore fanciullo, cioè umile e semplice: «Sia pertanto la vostra vecchiaia una vecchiaia infantile, e la vostra fanciullezza una fanciullezza adulta» [14]. Sembra una sfida sufficiente a mobilitare le energie degli studiosi e dei pastori, degli educatori e dei maestri di vita spirituale, perché si misurino non su un segmento dell'autentica spiritualità cristiana, ma su tutto il suo cammino.


    SOMMARIO

    Il tema della spiritualità cristiana e delle forme che assume lungo le diverse età della vita umana viene inquadrato entro una prospettiva teologico-pastorale, per coglierne i diversi approcci concettuali e le tappe di un possibile sviluppo propositivo. L'A., dopo aver preso in rassegna alcune emblematiche scansioni delle età della vita nei Padri, nella psicologia, nella teologia e nella catechesi, indica alcuni dati fenomenologici emergenti nell'attuale contesto socioculturale e pastorale, per aiutare a discernere i segni dei tempi in ordine alla domanda e alla possibilità di una spiritualità in divenire, dentro le varie modalità di rapporto tra le generazioni.
    Il momento centrale dell'esposizione è quindi dedicato alla memoria della Parola biblica e alla considerazione di una sua proposta paradossale e feconda: l'invito di Gesù a «diventare come bambini» per accedere al Regno, nell'interpretazione particolarmente seria e illuminante datane da grandi teologi contemporanei. Su questa base si schiudono linee più operative di impegno sociale ed ecclesiale, utili anche ad impostare nella teoria e nella prassi il rapporto tra spiritualità e età della vita: la vocazione alla santità come fondamento e senso di ogni cammino verso la maturità, l'esigenza di ricostruire legami tra le generazioni a partire dalla comune accoglienza del vangelo della vita, l'incontro di piccoli e grandi intorno al valore della fiducia basilare che anima i figli di Dio.
    Sinteticamente e spesso per cenni provocatori, l'articolo inquadra e introduce le problematiche, indicando nel contempo alcune originali piste di risposta.

    NOTA BIBLIOGRAFICA
    La prospettiva qui adottata è stata recentemente sviluppata in maniera sistematica, con abbondanza di rimandi bibliografici, in A. NAPOLIONI, Grandi come bambini. Per una teologia pastorale dell'infanzia, Elle Di Ci, Leumann (Torino) 1998. Particolarmente rappresentativi dei diversi approcci possono comunque essere: R. GUARDINI, Le età della vita, Vita e Pensiero, Milano 19922 (or. ted. 1957); E.H. ERIKSON, I cicli della vita. Continuità e mutamenti, Armando, Roma 1995 (or. ingl. 1982); P.M. ZULEHNER, Teologia pastorale, vol. 3, Passaggi. Pastorale delle fasi della vita, Queriniana, Brescia 1992 (or. ted. 1989-1990); i fascicoli 703-706 de «La vie spirituelle» del 1993, tutti dedicati al nostro tema.

    NOTE

    1 AMBROGIO, Abramo II, 9,65.
    2 Cf J. COLOMB, Al servizio della fede, Elle Di Ci, Leumann (Torino) 1969 [or. fr. 1968], vol. 1, pp. 272-278.2.
    3 E una delle conclusioni della ricerca di P. DONATI - I. Colozzl (a cura), Giovani e generazioni, Il Mulino, Bologna 1997.
    4 Cf. B. DREHER, Le fasi dell'età e l'iniziazione graduale nel cristianesimo vissuto, in K. RAHNER e altri, La salvezza nella Chiesa. Strutture fondamentali della mediazione salvifica, Herder-Morcelliana, Roma-Brescia 1968 [or. ted. 1966], p. 85.
    5 L'elenco potrebbe allungarsi, ma ho scelto intenzionalmente le espressioni più attinenti la questione delle età, contenute rispettivamente nellaEvangelium vitae, nella Pastores dabo vobis, nella Lettera ai bambini nell'anno della famiglia, nella Lettera alle famiglie.
    6 S. CIPRIANI, «Il bambino nella Bibbia», in Rivista del clero italiano 60 (1979) 12, p. 947.
    7 Cf. S. MAGGIOLINI, Scommettere su Dio, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 1995, pp. 21-23.
    8 Cf. K. RAHNER, Per una teologia dell'infanzia, in «Presenza pastorale» 39 (1969) 3, p. 207.
    9 Cf. R. GUARDINI, Lo spirito della liturgia, Morcelliana, Brescia 1946 [or. ted. 1922], pp. 75-81.
    10 H.U. VON BALTHASAR, Il tutto nel frammento, Jaca Book 19902 [or. ted. 1970], p. 219.
    11 C.M. MARTINI, Itinerari educativi, Centro ambrosiano, Milano 1988, p. 78.
    12 E. ERIKSON, I cicli della vita. Continuità e mutamenti, Armando, Roma 1995 [or. ingl. 1982], p. 60.
    13 G. DANNEELS, Un bambino è nato per noi, ed. O.R., Milano 1991 [or. belga 1986], p. 18.
    14 AGOSTINO, Esposizione sul salmo 112, 2.

    (da. Credere oggi 109 (1/1999), pp. 7-22


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