Un monumento

senza eguali

María Zambrano

Monumento senza eguali, la Basilica Neopitagorica situata presso la Porta Maggiore a Roma, deve la sua epifania al caso, ammesso che, trattandosi di epifanie, i numeri e il tempo possano essere casuali. Durante i lavori per la prima ferrovia italiana Roma-Napoli, agli inizi del secolo, il piccone degli operai cozzava insistentemente in un certo punto contro qualcosa che non era sabbia né pietra né marmo, non si sapeva cosa fosse. I lavori dell'opera progressista vennero sospesi per verificare cosa ci fosse sotto. E quel che apparve fu una basilica bianca all'esterno e più bianca ancora all'interno. C'era un tempio, dunque, o un luogo destinato a ricevere l'imperatore. Era una basilica perché aveva tre navate. E le tre navate erano raccolte in un'abside. Era un edificio di prim'ordine, interamente rivestito di stucchi bianchi, intatto. Neanche il più sottile fumo di lampada a olio aveva illuminato quel luogo. Era stato costruito, non interrato, nove metri sotto terra.
Passato un piccolo vestibolo, questo sì colorato, la basilica appariva come un uccello bianco, perché nel suo biancore si avvertiva una qualche vita. Per di più, in un angolo restava ancora un mucchietto di calce destinata agli stucchi.
Accorsero gli archeologi più interessati al II secolo dopo Cristo, datazione che fu la prima cosa accertata di quel monumento senza eguali, per la qualità degli stucchi, che solo in quell'epoca eccelleva insieme alla finezza dei bassorilievi.
Il primo ad aver accesso ai misteri fu, com'è naturale, il cardinale incaricato di esaminare i monumenti paleocristiani di appartenenza del Pontificio Istituto Paleocristiano il quale, dopo studi accurati, classificò la basilica come criptoportico, cioè, una sorta di sala sotterranea che i grandi signori costruivano nei loro palazzi sul Palatino, per riunirsi a disquisire, liberi da cure, su Omero o altri temi di alta poesia. Di criptoportici se ne sono trovati, ancora ne resta qualcuno, sul Palatino, mentre il sito della strana basilica era in pianura, all'entrata di Roma, in un luogo più prossimo ai plebei che ai patrizi che potevano permettersi quell'ozio e quel diletto.
Ma poi si scatenò una polemica, che ancora durava qualche anno fa, perché il Pontificio Istituto Paleocristiano non accettava, a quanto ne so, la versione impeccabile, e pertanto implacabile, fornita dall'esimio studioso di Roma, Carcopino, sull'insolita verità della basilica. L'elemento importante erano le figure, la data della mai assolta funzione di cosa da patrizi che la violenza imposta dal massimo potere le aveva assegnata. La conoscenza dei classici fra i patrizi non sempre destava timore, purché seguisse il solco della romanità. La Dea Roma si erge maestosa su dèi e pensieri umani, anche quando i pensieri umani racchiudono radici religiose differenti, senza volto e senza figura, e se l'hanno, come nel caso della dea Cibele, debbono pagare, e a che prezzo!, l'ammissione.
La rappresentazione dell'abside, magistralmente realizzata, è niente meno che il suicidio di Saffo dal suo promontorio. Al suo lato, una figura maschile: l'amante. Fetonte la spingeva lievemente a gettarsi in mare, dove le Naiadi spiegavano già il volo. E, dall'altro lato dell'abisso, Apollo, niente meno che Apollo, la chiamava con gesto di accoglienza assoluta. Quindi il suicidio di Saffo può essere interpretato come il passaggio ineludibile da un amante terrestre a un amante divino. Era proprio la liberazione dell'anima, osiamo dire, secondo, avant la lettre, Plotino.
L'anima passò attraverso varie trasformazioni e occultamenti, prima di arrivare al filosofo che dette e tutt'ora dà tanta sicurezza: Aristotele, l'ortodosso. (Nella Divina Commedia Dante lo chiama «lo filosofo», com'era costume nel Medioevo).
L'«anima pura» di Plotino si manifestò via via proprio dall'orfismo e dal pitagorismo che il filosofo tanto disprezzava. Platone non si soffermò sulla purificazione dell'anima, e la questione venne delegata al dio Apollo, che a partire dal V secolo a. C. fu Apollo purificatore.
Carcopino tesse con finezza il significato della scena dell'abside con la funzione della basilica. I pitagorici si erano riconciliati con Omero, colui che diede una figura agli dèi, ma non la ragione. Da parte sua Platone, giudice severo di Omero e di tutta la poesia, rea, secondo il mito della caverna, di darci le ombre e di ingannarci con esse, sembrava aver abbracciato la grande corrente del nuovo pitagorismo, che si esprimeva, a volte, per simboli con il proposito di salvare l'anima. Saffo, in realtà, non si suicidò; lo stesso Carcopino ha trovato un'inscrizione sull'isola di Lesbo che ne testimonia la sopravvivenza dopo il secondo viaggio in Sicilia. E non dobbiamo dimenticare, ci ricorda l'autore, che il salto nel mare azzurro da uno dei tanti leukade, (promontori bianchi), era un'ordalia offerta ai criminali accusati di aver trasgredito qualche legge sacra. Si concedeva loro quest'ultima speranza, in ciò che cristianamente si chiamerebbe giudizio di Dio. Il colpevole era rimesso alla volontà del dio offeso, in quel luogo dell'arcipelago che gli egizi chiamavano il paese del mare. Sotto l'azzurro del cielo purissimo che si rifletteva nelle acque terse, riflesso del cielo, il promontorio bianco doveva restituire l'immagine del paradiso e non del castigo infernale secondo la concezione europea. Ma era la morte o l'innocenza, se se ne usciva vivo. E, forse, anche la morte, chissà, era un abbraccio del dio del mare che riscattava uno dei figli perduti.
A partire dal V secolo, quando Apollo ricevette in dono l'attributo di Kazarmòs, purificatore, medico, l'ordalia acquisì tale carattere. La purificazione orfica, pitagorica e apollinea era infatti purificazione dell'anima e delle sue passioni, e quale passione più terribile, più tormentosa dell'amore può soffrire l'anima? Dunque, anche nel caso che Saffo si lanciasse realmente dal promontorio, il suo non fu suicidio, giacché ci sono testimonianze secondo le quali rimase in vita: fu restituita alla vita più pura, più bella, dall'amore del Dio, che concede insieme la purezza e l'amore, che riscatta l'amore dal patire e dal non essere, dall'incertezza che lo consegna al tremore. L'amore umano era stato un'ascesi necessaria, e non un lusso. Apollo, il dio della luce, si era fatto protettore dell'amore, dell'anima che ha sofferto fino all'indicibile per amore, per un amore che si dà nella luce, non prigioniero dei tormenti della carne e, soprattutto, della più terribile nemica della purezza, l'immaginazione.
Un tempio senza eguali, che non venne nemmeno inaugurato, perché era costruito su orti di straordinario valore che Agrippina, madre di Nerone, bramava. Fu certamente così, e a proposito, la pettinatura di Agrippina è uno dei dettagli che servirono a Carcopino per l'identificazione. Ella bramava gli splendidi orti, o, più lungimirante, bramava l'amore e il culto all'anima pura che lo ha raggiunto.