Sei personaggi

in cerca d'autore

María Zambrano

Poeta, sommo creatore, è solo chi è riuscito ad avere un mondo proprio e reale. Personaggi, avvenimenti e persino paesaggi e una certa atmosfera che incontriamo nella vita reale e che, senza l'ombra chiarificante del loro «autore», scorrerebbero davanti al nostro sguardo senza lasciare traccia o lasciando solamente l'impressione dubbia di qualcosa di incompreso, così come passano tanti gesti e tanti volti che non hanno ancora trovato il loro autore, qualcuno che li conduca all'esistenza completa. Perché ciò che vive non si accontenta di star lì, di vivere, bensì, per essere interamente reale, ha bisogno di «esistere», di spiccare sul resto per i propri tratti, di mostrare chiaramente la sua essenza, di definirsi pienamente.
E perché sia possibile, c'è bisogno di una coscienza che raccolga il personaggio che vaga errabondo per la città, oppresso sotto il peso della propria vita indefinita, non vista da alcuno. Di tutte le angutie che opprimono l'uomo, una delle più asfissianti è quella dovuta al non sentirsi visti né uditi. L'essere visti è il requisito indispensabile del vedersi. Ci vediamo nell'altro, e solo quando qualcuno raccoglie la nostra storia, la storia delle nostre pene, della nostra contentezza e del nostro fallimento, solo allora ci conosciamo. Come conoscerci, se non ci conosce nessuno?
E come conoscere ciò che ci circonda, la vita quotidiana che ci passa accanto o penetra nella nostra vita, solo con i nostri logori mezzi immaginativi? «Se miente màs de la cuenta por falta de fantasia / También la verdad se inventa» («Si mente più del previsto per mancanza di fantasia: anche la verità si inventa». Antonio Machado, Poesie scelte, Mondadori, Milano 1987) diceva il poeta Antonio Machado.
I grandi inventori della verità della vita sono i poeti che rientrano nella categoria degli autori. Quelli che ci fanno esclamare: «sembra un personaggio di...», oppure: «questo conflitto sembra tratto da un dramma o da un romanzo di...».
Arriviamo così a captare la realtà della vita attraverso categorie d'un qualche genere. Le opere dei grandi autori attendono nella nostra mente come schemi fondamentali che ci permettono di captare la realtà più vitale, quella dei conflitti che ci circondano e quella dei nostri conflitti. Sono l'a priori della sua esistenza, della sua comprensione.
Nella lista degli innumerevoli autori che riempiono i trattati di storia della letteratura, solamente alcuni raggiungono l'universalità, in quanto non sono solo fonte di diletto, ma strumenti, modi della conoscenza, cifra ed espressione di un'epoca, a volte di un popolo intero o, più modestamente, di un periodo nella storia di una società. Due caratteristiche risaltano nell'opera di questi autori eccelsi: l'impassibilità, quel genere di presenza costante per cui, come diceva Flaubert – che sembrava averlo appreso da Cervantes – l'autore è dappertutto sebbene non appaia da nessuna parte; invece di inciampare nell'autore, penetriamo nel suo mondo come in una realtà vivente più chiara di quella che ci circonda.
L'altra caratteristica delle opere autenticamente classiche, per quanto ci siano familiari e pensiamo di averne una conoscenza analitica esaustiva, è di serbare sempre un fondo di mistero. Anche se definiti, i personaggi non sono mai schematici, non sono mai concetti fissi; sembra che cambino e fluiscano, che in essi si dia il mistero della respirazione, simbolo del vivente.
Per questo, l'autore per eccellenza della vita spagnola non è Calderón, malgrado la grandezza, l'intensità e la chiarezza, ma Cervantes. Tutto il mondo di Cervantes respira, e don Chisciotte è il protagonista de La vita è sogno molto più di Segismundo il ragionatore. Le sue ragioni, invece, sono valide, sono più vive del personaggio. Calderón doveva essere un teologo.
Tali autori hanno la virtù di lasciare intatto il mistero delle loro creature e di renderle al tempo stesso universali. Cifre della vita più intima e accessibile agli uomini tutti, sopravvissute attraverso tutte le epoche. Non si entra a far parte di tale categoria per alti meriti letterari; non si tratta di essere uno scrittore fortunato, ma di essere o non essere.
Luigi Pirandello è senza dubbio un classico, autore di un mondo insieme proprio e universale. Se ne ha la prova quando si condivide per un po' la vita del popolo italiano e, specialmente, quando si sente scorrere la vita quotidiana nella città dove egli soffrì per tanti anni, dove scrisse tutte o la maggior parte delle sue opere: Roma. Siciliano, di Agrigento, conterraneo, dunque, di Empedocle, il filosofo più tragico dell'antichità, Pirandello esprime, non solo nelle opere drammatiche, ma anche nei racconti – in tutto trecentosettanta – il senso tragico della vita.
Viveva a Roma, professore di greco in un liceo, e questo impiego era l'unico contatto che aveva con il mondo esterno. Dalle lezioni tornava a rinchiudersi nell'inferno domestico, dove una musa impazzita lo teneva nascosto sottraendolo al mondo dei vivi. Soddisfece, in questo modo, al requisito indispensabile, a quanto pare, di ogni poeta tragico: la discesa agli inferi.
E nell'inferno domestico fu visitato dai suoi personaggi, i famosi Sei personaggi in cerca d'autore che lo perseguitarono e che dovette trasportare sulla scena con la loro vita di personaggi nati a metà, che implorano gemendo di nascere; il loro pianto, il loro tremore, sono quelli della nascita, il pianto con cui tutti gli umani entrano nella vita, come se tutti entrassimo con grande angoscia, angoscia pura, anteriore alla parola e non del tutto esprimibile a parole. Per questo, quando infine abbiamo la parola, non possiamo ricordarla. Come se, nascendo alla vita cosciente, lasciassimo sepolto nelle viscere, che sono anche il mondo dei sogni, tutto un mondo condannato al silenzio.
Per l'autore tragico si schiudono le porte di questo mondo sotterraneo, subanimico o subcosciente. Egli ha il potere di intuirlo al di sotto della maschera che protegge e opprime ogni uomo. Sente il grido della realtà sequestrata, e deve rispondere all'esigenza di quella realtà che chiede di svegliarsi.
L'uomo che cammina solitario, sconosciuto agli altri e a se stesso, è il protagonista di tutte le opere di Pirandello, sia della tragedia – forse l'unica tragedia della letteratura moderna, Sei personaggi in cerca d'autore –, sia dei drammi e delle commedie o dei racconti e dell'unico romanzo, straordinario per tante ragioni, Il fu Mattia Pascal.
L'arte di Pirandello dipana instancabile la tragedia di tutti e di ognuno che è la solitudine; la solitudine di chi non riesce a esistere interamente. Si conosce soltanto perché soffre, l'uomo che è il protagonista, l'eroe, colui che usciva sulla scena greca calzato degli alti coturni, e ora, nel mondo attuale, nel nostro mondo, è L'uomo qualunque, l'uomo della strada, uno dei tanti.
È la grandezza del Pirandello autore tragico: l'aver visto e disegnato l'eroe tragico nell'uomo che cammina per strada, apparentemente immerso nelle proprie faccende, nelle proprie modeste preoccupazioni; l'aver dato accoglienza ai personaggi della favola, dell'eterna favola nella tragedia dell'essere uomini, nient'altro che uomini, cioè esseri nati a metà.
Ci sono strane coincidenze, che si spiegano alla luce della Teoria delle Generazioni formulata da Ortega y Gasset. Unamuno e Pirandello appartengono alla stessa generazione; entrambi, anche se a livelli diversi, sono stati professori di greco, e questa è l'unica somiglianza. Chi crede nella razza o nell'influsso dell'ambiente non potrebbe fornire nessuna spiegazione della coincidenza profonda tra i due autori, che hanno fatto la stessa scoperta ognuno per proprio conto. Perché Unamuno è uomo del nord, non solo del nord della Spagna, ma, per spirito e per stile, del nord dell'Europa. Pi-randello è dell'estremo sud, dell'isola del Mediterraneo, terra secca corrosa dal vento dell'Africa e dal mare dai mille riflessi, la Sicilia.
Unamuno si levò contro la filosofia ma, come sempre succede a chi lo fa, se prima non era filosofo finì per esserlo. Invece Pirandello non si preoccupò di polemizzare contro alcunché, né fu la coscienza avida e implacabile della sua patria, che don Miguel fu per la Spagna. La personalità di Unamuno è più complessa e molteplice, pur essendo unitaria. È lui stesso un personaggio che si esprime attraverso la propria opera, e per questo non gli basta un genere letterario, perché è in gioco la propria esistenza, e, con essa quella della Spagna, degli spagnoli, delle creature che vanno a rifugiarsi sotto la sua ombra di autore, e... del mondo intero.
Pirandello non sembra posseduto dalla smania di esistere; dimentico di se stesso, recluso nel suo infinito domestico, esiste unicamente per accogliere _la voce dei molteplici personaggi che bussano alla sua porta. Raccontano che un giorno, ossessionato dalla moltitudine di personaggi che lo visitavano, fu costretto ad appendere un cartello alla porta dello studio che diceva approssimativamente: «Si pregano tutti i personaggi di tutte le età, sesso e condizione, di avere la pazienza di attendere il proprio turno e di lasciare nel frattempo tranquillo il loro autore».
Tutti i personaggi arrivavano con la stessa afflizione, sotto diverse spoglie: l'equivoco che si ripete in ogni esistenza individuale, in tutte. Equivoco del quale la tragedia classica distilla il succo: Edipo che incorre proprio in quel che voleva evitare e che, da innocente qual era, finisce per essere il più colpevole degli uomini. Ma a quei tempi, un tale equivoco sembrava il destino soltanto degli esseri straordinari, almeno dal punto di vista poetico.
La filosofia scoprì via via l'uomo nella sua ambigua condizione. Ma solo san Paolo disse: «Io non faccio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio». Le tragedie di Pi-randello sembrano modulate su questo equivoco tragico, a volte per proprio errore, a volte per colpa altrui. Il protagonista è sempre un innocente irretito nell'equivoco della propria innocenza che è pura ignoranza, nell'innocenza altrui, in qualche passione indomabile, e suprema originalità, nel tempo.
Il semplice trascorrere del tempo smentisce colui che avrebbe voluto essere, colui che è stato in qualche momento, colui che ha creduto di essere. Pirandello porta questa tragedia, l'equivoco derivante semplicemente dal fatto che viviamo sottomessi al tempo, alle estreme conseguenze. Insieme all'altro equivoco, l'intreccio di ciò che siamo e di ciò che gli altri credono che siamo e ci fanno essere. Perciò ognuno, senza essere un eroe straordinario, in quanto uomo, è solo nel fondo di se stesso, condannato alla solitudine perpetua.
Unamuno realizza la stessa implacabile scoperta in modo più intenso e schematico – più filosofico, diremmo –. Nel prologo di Tre novelle esemplari parla del Juan che sono, che credo di essere, e del Juan che sono per l'altro. Per questo, l'altro, l'esistenza dell'altro, è il tema ossessionante in Unamuno. Ma, in ultima istanza, questo altro al di là del prossimo è Dio, l'eterno solitario che deve creare le proprie creature.
In Pirandello non avvertiamo questo appello estremo, l'invocazione disperata che Unamuno innalza più e più volte a Dio perché esista: «Perché, Signore, se tu esistessi esisterei anche io veramente». Ma tale solitudine reclama una suprema compagnia, e anche l'equivoco perpetuo in cui si muovono i suoi personaggi, non altri che l'uomo qualunque, reclama di essere chiarito.
Entrambi, Unamuno e Pirandello, scoprirono contemporaneamente l'indipendenza del personaggio rispetto all'autore. I sei personaggi andarono in scena intorno al 1924; negli stessi anni vedeva la luce Nebbia di Unamuno – nivola, come lui la chiamava –. Con una differenza: a Pirandello i suoi personaggi chiedono di esistere, mentre a Unamuno il protagonista del romanzo chiede ragione della propria esistenza; i due atteggiamenti che definiscono l'uomo, tutti e due contemporaneamente. Chi infatti, nel momento stesso in cui vuol nascere, non dispera di nascere del tutto e per sempre?
Peccato che i nazionalismi ancora imperino nella letteratura, anche in questa Europa che dice di voler essere unita. Insieme, Pirandello e Unamuno, formerebbero un solo autore, all'altezza dei grandi tragici della antichità.
(E di questo nostro Unamuno un giorno si vedrà il positivo e il negativo, l'essere e il non essere. Qualche cuore solitario lo riscatterà come poeta tragico).