Le parole dell'attesa

in Dino Buzzati

Giuseppe Costa


A cento anni dalla nascita

Nel 2006 si sono tenute a Milano le celebrazioni per ricordare l'anno centenario della nascita di Dino Buzzati. Si tratta di celebrazioni volute dalla vedova Almerina dello stesso scrittore e da amici che molto opportunamente si adoperano per promuoverne l'opera. In realtà lo scrittore di Belluno non è tra i "dimenticati" della letteratura italiana. Le sue opere continuano a essere stampate anche se l'ampia bibliografia su di esse andrebbe verificata e selezionata in vista di sintesi e approfondimenti.
In vista del mio intervento mi piace tuttavia segnalare due opere che mi sembrano fondamentali per la bibliografia buzzatiana. Si tratta di Dino Buzzati, un intelligente e approfondito profilo scritto da Giovanna Ioli per l'editore Mursia nel 1988 nella collana Profili diretta da Giovanni Getto in collaborazione con G. Barberi Squarotti ed E. Sanguineti e di Buzzati giornalista, atti di un convegno internazionale, curati da Nella Giannetto e pubblicati nel 2000 da Mondadori. Entrambi questi studi sono ricchi di stimoli, testimonianze e indicazioni bibliografiche. Quanto alle opere dello stesso Buzzati, segnalo la raccolta I capolavori di Dino Buzzati stampata nel 2003 per gli Oscar Mondadori con note e cronologia di Bruno Carnazzi e La "nera" di Dino Buzzati. Crimini e misteri sempre per gli Oscar Mondadori pubblicata nel 2002 a cura di Lorenzo Viganò. Ovviamente il mio intervento non ha pretese esaustive. Vuole soltanto ricordare un autore che grazie anche al cinema e al giornalismo ha valorizzato la letteratura e ha veicolato idee di grande passione civile e spirituale.
Dino Buzzati nasce il 6 ottobre 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno, nella villa ottocentesca di proprietà della famiglia. I genitori dell'autore risiedono stabilmente a Milano, in piazza San Marco 12. Il padre, professor Giulio Cesare, insegna Diritto internazionale all'Università di Pavia e alla Bocconi di Milano. La madre, Alba Mantovani, veneziana come il marito, appartiene alla famiglia dogale Badoer Partecipazio. Secondogenito di quattro figli, dopo aver frequentato il ginnasio Parri di Milano, si iscrive alla facoltà di Legge.
Sin dalla giovinezza si manifestano gli interessi, i temi e le passioni del futuro scrittore, ai quali questi resterà fedele per tutta la vita: la poesia, la musica (studia violino e pianoforte), il disegno, e la montagna, vera compagna dell'infanzia: «Penso», dice Buzzati in un'intervista concessa a II Giorno il 26 maggio 1959, «che in ogni scrittore i primi ricordi dell'infanzia siano una base fondamentale. Le impressioni più forti che ho avute da bambino appartengono alla terra dove sono nato, la valle di Belluno, le selvatiche montagne che la circondano e le vicinissime Dolomiti. Un mondo complessivamente nordico, al quale si è aggiunto il patrimonio delle rimembranze giovanili e la città di Milano, dove la mia famiglia ha sempre abitato d'inverno».
Durante l'estate del 1920 comincia le prime escursioni sulle Dolomiti; inizia a scrivere e a disegnare affascinato dalle illustrazioni fantastiche di Arthur Rackham; legge Dostoevskij ed è attratto dall'egittologia. Nel dicembre dello stesso anno scrive il suo primo testo letterario: La canzone delle montagne. Sempre nel 1920 muore il padre per un tumore al pancreas ed egli, a soli quattordici anni, comincia a nutrire il timore di essere colpito dallo stesso male. Tra il 1926 ed il 1927, l'esperienza militare: sei mesi di scuola allievo ufficiale, tre mesi da sottufficiale (sergente) e quattro mesi da sottotenente.
Tiene un Diario su cui, a parte una breve interruzione fra il 1966 e il 1970, annota impressioni, motivi, giudizi, fino a nove giorni prima dell'evento finale; la cronaca e la stessa morte si affiancano ai temi citati precedentemente per trasformarsi in altrettanti "luoghi" della sua attività di scrittore.
Il 10 luglio del 1928, ancor prima di concludere gli studi universitari, entra come praticante al Corriere della Sera. Il 30 ottobre 1928 si laurea con una tesi su La natura giuridica del Concordato. Nel 1931 inizia la collaborazione al settimanale Il popolo di Lombardia, con note teatrali, racconti e soprattutto come illustratore e disegnatore. Nel 1933 esce il suo primo romanzo, Barnabo delle montagne. Il romanzo, cui Buzzati si era dedicato per suo piacere e divertimento, ebbe successo. Continuò a scrivere e due anni dopo Il segreto del Bosco Vecchio era in libreria: non venne accolto con lo stesso favore del Barnabo, ma l'autore, in compenso, si conquistò la vivace ammirazione di scrittori giovani e di quei "coraggiosi" lettori che giudicano un libro soltanto dalle sue qualità. Buzzati lavorava di notte al Corriere della Sera e ritornava a casa verso le tre, quando la città era immersa nel silenzio. Fu in una di quelle notti che prese carta e penna e incominciò: «Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre per raggiungere la fortezza Bastiani, sua prima destinazione»: l'incipit de Il deserto dei Tartari. Il suo capolavoro prese spunto «dalla monotona routine redazionale notturna, che facevo in quei tempi. Molto spesso avevo l'impressione che quel tran-tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. È un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nella esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva: nulla di meglio di una fortezza all'estremo confine, mi parve, si poteva trovare per esprimere appunto il logorio di quell'attesa» (Il Giorno, 26 maggio 1959).
Nel gennaio del 1939 consegna il manoscritto de II deserto dei Tartari all'amico Arturo Brambilla perché lo consegni a Leo Longanesi, che sta preparando una nuova collezione per Rizzoli, denominata il Sofà delle Muse. Su segnalazione di Indro Montanelli, Longanesi accetta la pubblicazione del nuovo romanzo di Buzzati; tuttavia, in una lettera, Longanesi prega l'autore di cambiare il titolo originario La fortezza, per evitare ogni allusione alla guerra ormai imminente.
Dopo Il deserto dei Tartari, che Buzzati considerò il libro della sua vita e che certamente è uno dei romanzi più significativi di tutto il Novecento, lo scrittore affronta il racconto, genere in cui raggiungerà risultati di valore assoluto. Il 12 aprile 1939 si imbarca a Napoli sulla nave Colombo e parte per Addis Abeba, come cronista e fotoreporter, inviato speciale del Corriere della Sera. L'anno successivo riparte dallo stesso porto come corrispondente di guerra sull'incrociatore Fiume. Partecipa così, seppure come testimone, alle battaglie di Capo Teulada e di Capo Matapan e alla seconda battaglia della Sirte, inviando i suoi articoli al giornale. Sarà sua anche la Cronaca di ore memorabili apparsa sulla prima pagina del Corriere della Sera il 25 aprile 1945, giorno della liberazione. Nello stesso anno esce La famosa invasione degli orsi in Sicilia, disegnata dall'autore e l'operetta didascalica in chiave di umorismo fantastico Il libro delle pipe, redatta e illustrata in stile ottocentesco e realizzata in collaborazione con il cognato Giuseppe Ramazzotti. Nel 1949 esce il volume di racconti Paura alla Scala e nel giugno dello stesso anno è inviato dal Corriere della Sera al seguito del Giro d'Italia. Questi articoli saranno poi riuniti in un volume a cura di Claudio Marabini nel 1981.
Nel 1950 l'editore Neri Pozza di Vicenza stampa la prima edizione degli 88 pezzi di In quel preciso momento, una raccolta di note, appunti, racconti brevi e divagazioni e, quattro anni dopo, esce il volume di racconti Il crollo della Baliverna, col quale vincerà, ex aequo con Cardarelli, il Premio Napoli.
Nel 1955 Albert Camus adatta per il pubblico francese il copione di Un caso clinico, che viene rappresentato a Parigi per la regia di Georges Vitaly; il 1° ottobre dello stesso anno viene rappresentato a Bergamo il racconto musicale Ferrovia sopraelevata, con le musiche di Luciano Chailly. Nel gennaio 1957 sostituisce temporaneamente Leonardo Borgese come critico d'arte del Corriere della Sera. Lavora anche per la Domenica del Corriere, occupandosi soprattutto dei titoli e delle didascalie. Compone alcune poesie, che entreranno a far parte del poemetto Il capitano Pic. Nel 1958 escono Le storie dipinte, presentate in occasione della personale di pittura dello scrittore inaugurata il 21 novembre alla Galleria Re Magi di Milano. Le sue opere continuano a essere rappresentate in teatro, alla radio e in seguito alla televisione. giugno del 1961 muore la madre e due anni dopo egli scriverà la cronaca interiore di quel funerale nell'elzeviro I due autisti. Seguono anni di viaggi come inviato del giornale: a Tokio, a Gerusalemme, a New York, a Washington e a Praga, dove visita "le case di Kafka", l'autore al quale la critica lo ha sempre affiancato. L'8 dicembre 1966 sposa Almerina Antoniazzi, la donna che, seppure con opportuni filtri di invenzione, gli aveva ispirato il romanzo Un amore. Libri, mostre e rappresentazioni di Buzzati compaiono sempre più spesso sulle cronache.
Nel 1970 gli viene assegnato il premio giornalistico Mario Massai per gli articoli pubblicati sul Corriere della Sera nell'estate 1969, a commento della discesa dell'uomo sulla luna. Il 10 marzo di quell'anno va in onda alla televisione francese Le chien qui a vu Dieu, di Paul Paviot, dall'omonimo racconto di Buzzati. In settembre si espongono alla Galleria Naviglio di Venezia le tavole di ex-voto di santa Rita, da lui dipinte. Il 27 febbraio 1971 viene rappresentata a Trieste l'opera in un atto e tre quarti del maestro Mario Buganelli dal titolo Fontana, tratta dal suo racconto Non aspettavamo altro. L'editore Garzanti pubblica, con l'aggiunta di didascalie, gli ex-voto dipinti da Buzzati: I miracoli di Val Morel. L'8 novembre esce su Oggi una lunga intervista-inchiesta sulle «eterne domande della fede». In novembre espone i suoi quadri alla Galleria Lo Spazio di Roma. Nella stessa occasione viene presentato un volume di critica a lui dedicato dal titolo Buzzati pittore. Esce presso Mondadori il volume di racconti ed elzeviri Le notti difficili. Sarà l'ultimo curato dall'autore. dicembre visita per l'ultima volta la casa di San Pellegrino per il supremo addio. Sette giorni dopo esce sul Corriere della Sera l'ultimo suo elzeviro: Alberi. Lo stesso giorno viene ricoverato alla clinica La Madonnina di Milano. Il 28 gennaio 1972, mentre imperversa una bufera di vento e di neve, Buzzati muore a Milano con la dignità coraggiosa di un suo famoso personaggio de Il deserto dei Tartari.
«L'opera di Buzzati – scrive Ilaria Crotti nel suo Dino Buzzati, La Nuova Italia 1977 – si presenta nel suo complesso, come una grossa massa, unitaria nella sostanza eppur sfaccettata in vari aspetti, componenti e caratterizzazioni che rispecchiano ciascuna una costante comune, pur reggendosi grazie ad una "chiave di volta" diversa: tale valutazione resta valida anche per quei romanzi che, almeno apparentemente, sembrano divaricarsi rispetto a un discorso unitario». Del resto anche per il suo rapporto con la religione si è scritto tanto a difesa ora dell'una ora di quel suo agnosticismo che sembra caratterizzarlo. «Dio è una cosa assurda, crudele, ingiusta. È assurdo che uno mi metta al mondo, mi crei e poi mi castighi se mi comporto male». Domenico Porzio (L'interrogazione religiosa nell'opera di Dino Buzzati) scrive: «E tuttavia, c'è nella sua opera, massimamente degli ultimi anni e negli ultimi scritti, qualcosa che non quadra con le sue affermazioni mondane, qualcosa che ha una sua evidenza di dubbio, qualcosa che nonostante tutto gli sfuggiva di mano e di penna e che mi pare contrasti con la sua maschera esistenziale. Ed ecco che leggerlo e dilatarlo in una accezione gnostica significa collocarlo del tutto naturalmente anche nell'ambito di una interrogazione religiosa: più che naturalmente per uno scrittore il cui costante bersaglio e la cui ansiosa preoccupazione fu la lettura del mondo in chiave di surrealtà, la cui ispirazione scattava solo nell'impatto con il mistero; uno scrittore che fu tra i pochi, se non l'unico della sua generazione, ad affrontare più volte – dedicandole un intero libro scritto e disegnato – la discesa agli inferi per suggerire una probabile e coinvolgente ipotesi di ciò che può essere la realtà dell'inferno: un inferno dall'inevitabile e facile accesso e dall'impossibile o difficile ritorno. La presenza di una interrogazione religiosa non presuppone necessariamente una professione di fede».

Temi radicali

I temi che caratterizzano la sua produzione letteraria sono vari. Si va dal gioco della fantasia che lo accomuna all'amico regista Federico Fellini a quello, insistentemente ricorrente nelle sue pagine, della solitudine. Dal ricordo delle sue montagne ritrovate nelle guglie del duomo milanese a quello degli anni della giovinezza. Dall'affiato magico con cui egli si poneva a contatto con la natura, che diventava nei suoi scritti musica e poesia, all'attesa del futuro prevedibile ma imprevisto, al «calcolo» della morte inevitabile, che getta ogni uomo dentro il mistero che l'esistenza è e rimane eternamente.
Il mondo letterario di Buzzati è difatti magico, misterioso, molto attraente per il lettore che, incuriosito, giunge al termine della lettura delle sue pagine con il fiato sospeso, nell'attesa di conoscere quell'unica verità che capovolge tutto ciò che fino a quel momento sembrava essere vero. In particolare nei suoi racconti, che muovono per lo più da episodi tratti dalla quotidianità, improvvisamente la trama prende vita; l'atmosfera diviene surreale e in un attimo accade l'incredibile. Dietro l'apparente leggerezza della narrazione fiabesca si celano le importanti tematiche affrontate dall'autore. Qui tento di individuare le più ricorrenti, esaminando le due raccolte che prendono il titolo dai racconti omonimi: I sette messaggeri e Paura alla Scala.

La ricerca di sé

Nel racconto I sette messaggeri l'obiettivo del protagonista – un ricco signore – è quello di raggiungere l'estremo confine del suo regno. Egli si allontana dalla casa natale e conduce con sé sette uomini il cui compito è quello di avvicendarsi nel tornare alla città di origine per raccogliere notizie e recapitarle a lui, ovunque egli si trovi. Nell'allontanamento dalla patria, Buzzati intende rappresentare la metafora dell'uomo che si separa dalle sue origini, da ciò che è sicuro, per andare alla ricerca di se stesso. I sette messaggeri, che devono affrontare un percorso sempre più lungo per raggiungere la città e per tornare dal loro signore, simboleggiano il legame con le proprie origini, i ricordi sempre più sbiaditi di un mondo che è appartenuto all'uomo e che ora ritorna a tratti soltanto nella sua memoria. Domenico, tra i sette messaggeri, costituisce – afferma il protagonista del racconto – il «superstite legame con il mondo che un tempo fu anche il mio». Comprendere, dopo tanto vagare, che è inutile cercare l'ultima frontiera, significa ammettere che l'uomo non cessa mai di cercare se stesso fino alla fine dei suoi giorni; l'iniziale paura dell'ignoto si trasforma nell'inquieto desiderio di scoprire cosa ci sarà oltre, sempre più oltre.
Nella novella I sette piani Giuseppe Conte, sofferente di una strana malattia, viene ricoverato all'ultimo piano di una clinica, costruita su sette livelli, a seconda della gravità del paziente. Una volta disceso un piano l'uomo non può più ritornare al livello superiore; aggravandosi sempre più, di piano in piano Conte si avvicina al termine dei suoi giorni. Un «implacabile peso» l'opprime infine quando, giunto al primo piano dello stabile, il buio piomba sulla sua stanza: tutto sembra piegarsi a «un misterioso comando» e, inesorabilmente, cala il sipario. La casa di cura, in cui ha luogo questa metaforica discesa, rappresenta la provvisorietà della vita umana. Man mano che l'uomo guadagna consapevolezza di questa caducità, sente crescere dentro di sé il disagio della solitudine. Egli comincia a pensare che quest'ultima condizione sia causata dal suo allontanamento dal «mondo della gente normale», dove tutti sanno esattamente che cosa fare e soprattutto cosa si è obbligati a fare, dove esistono regole ben precise che non si possono infrangere. Il protagonista scivola velocemente nella disperazione man mano che la barriera tra lui e quel mondo si erige sempre più alta: «Egli cercava di persuadersi di appartenere ancora al consorzio degli uomini sani». Ma esiste una definizione inconfutabile di normalità? Esiste veramente una condizione comune in cui tutti possano sentirsi a proprio agio soltanto perché questa assicura il riconoscimento da parte della collettività? La figura di Conte è emblematica dell'uomo che cerca fuori di sé la guarigione, invece di guardare dentro la propria anima per ritrovarsi. L'ansia di tornare a far parte della comunità dei normali al più presto aggrava la sua patologia e gli impedisce di incontrare la sua dimensione più profonda, dove risiede la sua salute.
Nel racconto Vecchio facocero, in cui viene narrata l'uccisione di un animale, gli ultimi attimi vissuti dalla creatura richiamano alla mente l'uomo alla fine dei suoi giorni, solo di fronte all'evento della morte. Il racconto, come nel caso precedente, è una metafora della vita umana giunta alla sua conclusione. L'animale abbandona il gruppo, la famiglia, per andare a vivere solo: «Credi di essertene andato a vivere da solo per impulso spontaneo. In realtà ti hanno cacciato via dalla famiglia patriarcale, vecchio facocero, perché eri diventato scorbutico». Il luogo prescelto da Buzzati per ambientare il racconto è ancora una volta reale e al tempo stesso simbolico: il deserto, che lo scrittore descrive come «piatto [...] dagli aridi termitai». Questo luogo arido, sterile, diviene l'emblema della solitudine, della mancanza d'amore, così come dell'incommensurabile dimensione dell'anima, poiché esso sembra non avere un inizio né una fine. Il povero facocero, che l'età «ha trasformato in un mostro corporeo di favola», deve in ogni caso avere «sotto il pelame scabro una specie di cuore». Un mostro metallico più grande arriva e lo uccide: si tratta di un'automobile, sulla quale si trova un uomo che con uno sparo colpisce la zampa dell'animale. Di fronte alla morte prossima il facocero mette da parte l'orgoglio e va alla ricerca degli altri, del suo gruppo; li ha seguiti per giorni «curando di non farsi vedere», quando la solitudine si era rivelata insopportabile; presuntuoso, aveva pensato di poter sopravvivere da solo e adesso in quel deserto «sterminato» loro, gli altri sembrano essere «l'unica speranza superstite». Proprio quando la morte lo sta cogliendo, la loro voce giunge forte a dargli un ultimo conforto. Il facocero, noncurante della fine imminente, si comporta proprio come l'uomo che si chiude nel proprio orgoglio e si ostina a restare solo, ma quando arriva l'ultimo attimo rivaluta tutto ciò che fino a quel momento non aveva avuto gran valore per lui. Il deserto sterminato si pone in contrasto con l'amore. Come all'uomo, non gli è concesso «il privilegio di una seconda vita»; in tal senso tutto ciò che si possiede, nell'unica esistenza che ha, acquista un'importanza diversa. Ma l'uomo si può considerare veramente solo, giunto all'estremo confine della vita?

Una presenza rassicurante

In diversi racconti lo scrittore introduce la figura di un essere dalle sembianze umane, che attende l'uomo in disparte dandogli il tempo di finire le ultime cose prima della partenza, per accompagnarlo negli ultimi istanti del suo viaggio.
In Ombra del sud la figura di un arabo appare al protagonista, che avverte un'oscura complicità che lo lega a quella presenza inquietante. Nel momento in cui si rende conto che «la notte li avrebbe colti», una strana certezza giunge a dargli conforto: un messaggero di Dio lo prenderà per condurlo al cospetto del suo re.
Nella storia Il mantello di Giovanni, il protagonista torna a casa dopo tanto tempo per dire addio definitivamente alla madre, ma è atteso da un paziente, sinistro personaggio. Così quando arriva il momento di partire «un vuoto immenso, che mai e poi mai secoli sarebbero bastati a colmare» si apre nel cuore di sua madre che in quello stesso istante comprende che, ad attendere suo figlio, «come pezzente affamato» è lui, il «Signore del mondo». Il lettore è condotto a interpretare i personaggi in senso religioso, angeli venuti da Dio per guidare gli uomini fino a Lui, al termine delle loro esistenze. Le immagini si prestano ad altre letture nell'ambito di una tematica più profonda affrontata dall'autore. Le sinistre figure potrebbero interpretarsi come la parte più oscura dell'anima dei protagonisti, il lato più invisibile di loro stessi, l'altra metà, quella che non si svela per tutta una vita e che attende paziente l'uomo al termine dei suoi giorni. Quando la vita finisce l'uomo anela a ricongiungersi con questa parte di sé.

La fuga dalla morte

In Paura alla Scala, Buzzati narra di un gruppo di borghesi che si trattiene, dopo una rappresentazione teatrale, all'interno del Teatro della Scala, perché in città si teme un attacco da parte di un gruppo rivoluzionario. Il protagonista, un maestro di musica, assiste da spettatore alle reazioni di chi, tra i borghesi, tenta a tutti i costi di salvarsi, calpestando gli altri, cercando, attraverso l'alleanza con il gruppo dei più potenti, di sopravvivere. L'uomo si preoccupa per il proprio figlio che, rimasto in casa, potrebbe trovarsi in pericolo per aver assunto una posizione politica contraria a quella dei sovversivi. Così egli dimentica se stesso ed è pronto a mettere a repentaglio la propria vita per avvertirlo. Esce dalla nicchia protetta del teatro, attraversa la piazza e, in seguito al detonare di uno sparo, viene dato per spacciato. Ma eccolo il mattino seguente risvegliato da una donna che vende fiori nella piazza. Tutta la città riprende a vivere, il temuto evento non si è realizzato. Lo scrittore rappresenta una comunità di uomini facoltosi, che confida nella propria onnipotenza, giungendo al punto di credere che, con la propria intraprendenza, potrà evitare anche la morte.

L'amore

Buzzati tratteggia due categorie di uomini: coloro che calpestano ogni principio morale per sottrarsi alla dipartita finale e quelli che per amore dimenticano se stessi. L'uomo è colto in una situazione che lo costringe a scegliere tra la propria vita e quella di un essere che egli ama. Dare il giusto valore a ciò che si ha, apprezzare le cose importanti già presenti nella propria vita, significa non perdere tempo, mettersi sul cammino che conduce alla felicità: questo è il primo messaggio di speranza che s'intravede nelle storie di Buzzati. E se l'uomo non fosse poi così solo? Se la desolazione che avverte fosse soltanto cecità di fronte a ciò che avrebbe potuto renderlo già felice? Il solo amore però non è sufficiente a colmare il vuoto interiore se l'uomo non ha ancora trovato se stesso; egli rincorre la persona amata, sola nella propria individualità, tentando di trovare in lei le risposte alle proprie inquietudini, piuttosto che frugare dentro di sé.
In Inviti superflui il narratore dedica parole speciali alla donna che ama. In seguito però l'uomo si accorgerà che questa non conosce le favole, che non sa parlare come lui, senza parole. La speranza di condividere il viaggio della vita viene meno quando si rende conto che l'amata è semplicemente diversa da lui e continuerà da solo il cammino, alla ricerca della propria interezza.

L'uomo e il successo

L'uomo può cercare nella gloria, nella vittoria sul nemico, un modo per esorcizzare la paura di morire, ma queste, da sole, non saranno sufficienti a eliminare la sensazione dell'inevitabile fine.
Nella novella La canzone di guerra i soldati avanzano trionfando sul nemico: «mai nella storia del mondo [...] si ricordavano vittorie simili»; ma il loro cuore è colmo di tristezza e così marciano intonando sempre lo stesso malinconico canto «pieno di amarezza». Il ritornello della canzone («[...] la via del ritorno / nessuno sa trovà / [...] dove ti ho lasciata / una croce ci sta») anticipa la fine. Dove l'esercito passa lascia dietro di sé il deserto, la desolazione, «foreste di croci». I soldati sanno che non torneranno, che il prezzo della gloria sarà la morte. «Nessuno aveva capito; soltanto gli inconsapevoli soldati coronati di cento vittorie, quando marciavano stanchi per le strade della sera, verso la morte, cantando». L'uomo non può tornare indietro, deve continuare il suo viaggio; il senso di onnipotenza che deriva dal sapere in mano propria il destino di altri non fa venire meno nell'uomo la consapevolezza dell'approdo finale.

I ricordi

Nel racconto Il borghese stregato il protagonista, un commerciante di cereali, in vacanza in un paese di montagna, inizia a vagare con la mente e a pensare di trovarsi in una romantica vallata. Buzzati sceglie le valli per rappresentare la felicità desiderata, mai avuta: «Niente in fondo gli era mancato, ma ogni cosa sempre inferiore al desiderio, una via di mezzo che spegneva il bisogno, mai gli aveva dato piena gioia». Alla vista delle immense vallate, «le magiche terre dei sogni e delle avventure, vagheggiate nel tempo in cui tutto si poteva sperare», il cuore dell'uomo inizia a palpitare, perché si risvegliano in lui sentimenti che da tempo non era più in grado di provare. Nell'incontro con alcuni bambini e nel partecipare al loro gioco di avventura, l'uomo ritrova ciò che non ha potuto vivere, la sua fanciullezza; con i bimbi egli raggiunge una «lontanissima rupe sospesa tra le voragini», dove risiede il temutissimo nemico. Tutto assume una dimensione così reale fino al punto in cui uno stregone esce dalla «sinistra bicocca» per colpire il protagonista con un dardo. L'immaginazione si confonde qui con la realtà: nel «paese delle maledizioni e dei miti, le intatte solitudini, l'ultima verità concessa ai nostri sogni», proprio lì il protagonista è voluto tornare, nel mondo delle favole nel quale da adulto non può più entrare. Quando si rende conto che sta perdendo la vita, l'uomo è felice, tornato da un mondo estraneo a quello in cui è stato costretto a vivere ogni giorno. La porta si è aperta; egli si è introdotto e ora, negli ultimi istanti della sua vita, non è più disposto a tornare indietro. Finalmente in quel mondo si era sentito un vero uomo, «finalmente non meschino. Eroe, non già verme, non confuso tra gli altri, più in alto adesso. E solo». Torna qui il tema della solitudine: l'uomo che si allontana dagli altri, per mantenere la propria individualità, è destinato a restare solo. Quella del protagonista è una vera e propria vendetta contro il mondo meschino che lo ha costretto a vivere una vita che non voleva. Il recupero di un periodo, che non ha potuto assaporare, gli dà tanta gioia, lo ricongiunge a se stesso, alla propria natura distorta dagli eventi successivi alla fanciullezza. Si può restare fanciulli, mantenere quella dimensione giocosa che fa l'uomo libero dalle costrizioni. Riuscire da adulti a immaginare cose fantastiche: questa è la libertà. Ancora una volta il protagonista del racconto scopre soltanto dentro di sé, e non nel mondo circostante, la felicità di ritrovarsi.

La religione

È sempre l'individualità a emergere, anche quando è la fine di tutto, quando Dio, rappresentato dallo scrittore come un enorme pugno che si scaglia sul mondo, piomba sulla terra per giudicare gli uomini.
Nel racconto La fine del mondo, di fronte alla catastrofe imminente, gli uomini cercano la salvezza: c'è chi prega, chi piange, chi fa l'amore, e chi disperatamente si lancia alla ricerca di un prete per confessarsi. Questi finalmente scovano e trattengono un giovane sacerdote. Il prete in quest'occasione dimostra tutta la sua umanità; tradisce se stesso e le proprie scelte di vita. Trema pensando alla propria fine e non più a quella folla che egli, in forza della sua missione, dovrebbe sostenere negli ultimi istanti di vita del mondo. Anche lui come gli altri cerca la salvezza nella confessione dei propri peccati. L'uomo chiede: «E io? E io?». Tutti quei «maledetti» che gli rubano la possibilità di salvarsi non rappresentano più niente per lui; egli non ama più l'umanità e l'umanità non lo ama; semmai se ne serve. «Nessuno gli badava».
In Racconto di Natale qualcuno pensa invece di potersi appropriare di una certa quantità di Dio. «Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l'arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente al punto che le porte stentano a chiudersi»; nel duomo, così «traboccante», si pensa che l'Onnipotente appartenga a colui che nel tempio abita, cioè all'arcivescovo. Un poverello entra nella chiesa e chiede un po' di Dio; quando questo gli viene negato, il Signore scompare da quel luogo insieme all'uomo, che nel frattempo è uscito da lì. Così don Valentino, prete devoto all'arcivescovo, va alla ricerca di Dio; si reca presso una famiglia umile per chiederne un po' ma il capofamiglia si rifiuta di dividerlo con lui, così in quell'istante stesso «Dio sguscia fuori della stanza». Il Creatore ondeggia sui campi, così un contadino crede sia suo e quando si rifiuta di darne un po' a don Valentino, Dio si solleva dai campi e scompare. Chiunque possiede un po' di Padre Eterno non vuole dividerlo con nessuno, finché don Valentino, stremato per l'estenuante ricerca, lo ritrova presso una grande chiesa, dove lo attende l'arcivescovo, che afferma l'inutilità di ricercare fuori ciò che si può trovare solo dentro di sé. Dio esiste nel cuore di chi crede in Lui, questo sembra voler dire Buzzati; chi lo cerca per farlo suo è destinato a perderlo quando pensa di averlo trovato. Dio abita nei cuori di chi spera di non essere solo. Talvolta l'uomo pensa di potersi appropriare di questa speranza; vuole Dio a tutti i costi, soprattutto in alcuni momenti della vita, i più difficili. Il luogo, che resta vuoto non appena i protagonisti rifiutano di condividere Dio con altri, simboleggia nuovamente la desolazione, l'eterna solitudine cui è destinato l'uomo.

Per concludere: l'attesa della fine in solitudine

I protagonisti dei racconti di Buzzati intraprendono il viaggio della vita procedendo verso l'ignoto, in possesso di un'unica certezza: il viaggio prima o poi finirà. In attesa di tale temuto evento, sentendosi profondamente solo, l'uomo trascorre i suoi giorni cercando di trovare un antidoto a tale insostenibile solitudine. Egli lo cerca nel proprio passato, anche quello che non ha vissuto, tentando di ricomporre il mosaico della propria vita; lo intravede nel successo, nella gloria che gli proviene dalla vittoria sugli altri esseri umani; nell'amore e nel credo religioso. La verità, afferma Buzzati, è che l'uomo si ritrova solo ad affrontare il percorso della propria esistenza e soprattutto la fine dei suoi giorni; spesso, soltanto all'avvicinarsi di tale evento, egli si accorge di quanto sia importante guardarsi dentro, riappropriarsi della propria vita, per trovare le risposte tanto bramate.

(da: Massimo Naro, a cura, Tra chiaro e scuro. Domande radicali nella letteratura italiana del Novecento, Salvatore Sciascia editore 2008, pp. 127-140