Per le strade di Milano

in compagnia

di un giovane prete

Ferdinando Castelli

«Ma tu non scandalizzarti mai della tua debolezza. Né di quella degli altri.
Dio si è fatto debole forse anche per questo,
perché nel cuore di ogni debolezza, là dove un giorno saresti arrivato,
tu troverai il suo [di Cristo] nome e il suo mistero».

(E. Parazzoli, nel romanzo)

In una recente intervista Ferruccio Parazzoli dichiarava: «Mi sembra che il tratto dominante delle metropoli moderne, e dunque anche della mia città, Milano, sia la mancanza di speranza. Il contrario della speranza non è la disperazione, ma quel nichilismo di massa che consiste nell'aver perso qualunque scopo [...]. A nessuno sta a cuore neanche più se stesso. Di questi naufraghi è piena la città. Dalla mia finestra vedo lo spettacolo della disperazione, di gente che corre dietro a fantasmi: il lavoro, i ritmi frenetici della città, il profitto, il denaro. Poi vedo un campanile. E mi chiedo: che cosa ci sta a fare? Però c'è, e qualche volta serve che ci sia. Altrimenti avremmo un panorama completamente piatto». [1] A che cosa serve un campanile? Sì, talvolta anche a rompere la monotonia del panorama. Ma Parazzoli è scrittore troppo intelligente per fermarsi qui. Il campanile richiama la chiesa, la chiesa il prete, il prete la speranza teologale. È quanto ha inteso ricordarci col suo ultimo romanzo Per queste strade familiari e feroci (risorgerò). [2]
Romanzo coraggioso e attuale, questo di Parazzoli. Coraggioso perché controcorrente: ha un prete per protagonista, parla di miracoli, di risurrezione dei corpi, di sacramenti; attuale perché, sfidando l'atmosfera d'indifferentismo, ricorda l'importanza del sacro, la pietà di Dio per la miseria umana, e la nobiltà del nostro corpo, destinato alla risurrezione. Dunque l'importanza della fede, cioè di quell'elemento di cui l'uomo, oggi soprattutto, ha urgente bisogno per non restare vittima del vuoto interiore e della ferocia sociale.

Dal chiuso del seminario al caos della città

Don Ennio, il protagonista, è un giovane prete, vicario parrocchiale al SS. Redentore di Milano, zona Loreto (la zona dove abita lo Scrittore). Semplice, un po' imbranato e inesperto, è caratterizzato da un'allegria spontanea che non di rado crea imbarazzo. Non sa spiegare perché si è fatto prete: forse perché suggestionato dallo sguardo del Cristo che, in chiesa, dall'altare, non smetteva di guardarlo? In parrocchia gli è affidata la conduzione dell'oratorio, ma è difficile che un giovane prete non sia avvicinato da donne, diverse per età e situazioni spirituali. Tra queste, don Ennio conosce Paola, giovane, riservata, impegnata nel volontariato. Una sera è informato che la ragazza è stata ricoverata al San Raffaele perché aggredita, picchiata, violentata e gettata dietro un mucchio di spazzatura. Vegliandola per l'intera notte, in attesa di un miracolo che non avverrà, rivive la propria vita, soprattutto le storie delle donne e degli uomini incrociati nel suo ministero sacerdotale. Per queste strade familiari e feroci ne è il resoconto.
Cresciuto nel chiuso del seminario, don Ennio sente il bisogno di conoscere la gente e l'ambiente dove vive. Al mattino, lascia la parrocchia e se ne va in giro. «Guardo la gente che altrimenti non vedrei mai, le finestre, i portoni, le case dentro cui vivono, mi infilo nei mezzanini del metrò, scendo le scale, sosto sul marciapiede di gomma dove dietro la linea gialla la folla che si rinnova a ogni minuto attende l'arrivo dei treni, si riversa dalle portiere spalancate, s'incalca nei vagoni, dove le facce diventano tutte di cera, viene portata via in massa verso una nuova giornata con le loro anime tutte diverse, oscure o sognanti, mentre attraversano, come sulla barca di Caronte, ognuno secondo il proprio destino, il fiume sotterraneo della città. Sarà questa, forse, l'unica volta che vedrò quei volti, poi mai più per il resto della loro vita. Questo pensiero così logico, così ineluttabile, mentre mi offre il mistero indecifrabile della vita, me lo rende, nello stesso momento, meraviglioso come un enigma al quale mi sento in obbligo di dare una risposta che per ora non ho, ma che mi mette in corpo una strana esultanza, l'eccitazione di chi va alla scoperta di terre sconosciute» (p. 29).
Due pensieri gli balenano nell'anima: che la vita di questa gente sconosciuta è dominata da un mistero, e che lui, giovane prete sprovveduto, è chiamato a svelare e ad annunciare questo mistero che conferisce all'esistenza senso e valore. Ma, come fare? Come vincere «la noia [che] non chiude solo le orecchie ma anche il cuore» dei fedeli che frequentano la chiesa ma sono resi fiacchi da «una cultura uniforme e ripetitiva»? Come avvicinare la massa di gente, rintanata nelle case, «sempre in attesa di qualcosa che spesso non sa neppure che cosa sia e che non arriva mai»? A don Ennio è stata affidata la «pastorale giovanile»; ma sa bene che «l'inconsapevole ateismo dei bambini diventa il consapevole e noncurante ateismo dei giovani per trasformarsi nell'indifferenza degli adulti» (p. 41). Che cosa fare?
Al buio dell'oggi si affiancano i fantasmi del passato: il suicidio della madre, la penosa senescenza del padre, lo sbandamento della sorellastra e la triste storia di don Lorenzo, suo predecessore all'oratorio. Si era recato in Perù per superare «la frustrazione, la confusione e la disperazione di ritrovarsi ogni mattina nell'inazione che dà l'accavallarsi di impulsi contraddittori» (p. 61). Era ritornato svuotato di ideali e di prospettive; senza più teologia né Chiesa; attento «a leggere la realtà e a vedere dove, a quale profondità, questa realtà può essere incontrata dal cristianesimo»; smarrito nelle proprie paure.

Comprenderci e accettarci

Col passare dei giorni la vita di don Ennio s'infittisce di volti, di eventi e di dilemmi, dinanzi ai quali la sua limitatezza risalta sempre più. Non comprende, non sa suggerire una soluzione, come comportarsi. «Forse non ero pronto davvero ad affrontare le ferite che sono nascoste sotto i volti della gente. Qual era la debolezza da affrontare? La mia o quella di coloro che, appena mettevo il naso fuori dalla parrocchia, venivano a sbattere sulla mia faccia da prete come si batte contro una porta cercando qualcosa che non si sa neppure che cosa sia?» (p. 88). L'enigmatica Daniela vorrebbe sapere da lui se la Samaritana del Vangelo «è da ritenersi oggi una comune puttana, oppure una donna che ha combattuto e vinto la solitudine e l'abbandono passando sopra le chiacchiere della gente ma, soprattutto, a quella specie di altare che ciascuno di noi custodisce nel proprio cuore come una micidiale consolazione. Un venerabile altarino per mettere a tacere i nostri sensi di colpa. Colpe che poi, a ben pensarci, non sono mai esistite» (p. 26). In confessionale Alessandra, ragazza sedicenne, gli confida di essere in attesa di qualcuno o di qualcosa, che non arriva mai; nel frattempo sta «facendo sesso, semplicemente sesso» (p. 99). Marina, sorella di Paola, è malata di anoressia. Intelligente, colta, libera, «usa la propria mente e il proprio corpo come più le piace» (p. 234); usa la sorella per i suoi obiettivi equivoci e malsani. Come salvare Paola?
Per districarsi in questi problemi don Ennio ha tre mezzi: la consapevolezza della propria impotenza dinanzi al male, il ricorso alla preghiera («A letto, prima di addormentarmi, parlo con Maria. La Madonna, intendo. Ho preso talmente confidenza che quando mi rivolgo a lei, sono sicuro che ci intendiamo anche con poche parole», p. 51), la frequentazione di un vecchio prete, che chiama il suo stàraz: don Pietro Paglierani (figura ispirata a quella storica di don Piero Pagliughi). Già parroco di una parrocchia nel centro storico di Milano, era stato privato di tutto perché la sua ecclesiologia e la sua pastorale suscitavano perplessità nell'ambito della Curia. Per taluni aspetti don Pietro ricorda il parroco di Torcy del Diario di un parroco di campagna di Bernanos (come don Ennio ricorda il parroco di Ambricourt): atteggiamento paterno verso il giovane vicario, richiamo alla concretezza dell'Incarnazione, fiducia nella misericordia di Dio, accettazione della propria debolezza e della propria umanità.
Quest'ultimo elemento costituisce un punto cardine del romanzo. Don Pietro così lo chiarisce in una memorabile pagina: «Ma tu non scandalizzarti mai della tua debolezza. Né di quella degli altri. Dio si è fatto debole forse anche per questo, perché nel cuore di ogni debolezza, là dove un giorno saresti arrivato, tu trovassi il suo nome e il suo mistero [...]. C'è nell'aria un'immagine di potenza che uccide». La società non ama la nostra debolezza, e ci costringe a fingere. «E così ci parliamo da maschera a maschera, non da volto a volto. Il volto è fragile, indifeso, è debole il volto [...]. È sentirci amati, amati nella nostra debolezza, che mette fine alla grande mascherata [...]. Accettare l'altro nella sua debolezza è preludio tenero al suo svelamento, a rapporti che non siano nella menzogna, ma nella verità. Mentre l'idea di onnipotenza fa strage dentro di noi». Dopo questa disamina, il vecchio prete lancia un'accusa contro un'infausta pedagogia: «I nostri modelli culturali ed ecclesiali finiscono per essere spietati e ci fanno spietati. Non tengono conto della tenera misura altrui, giudicano dall'alto di una gelida verità. La prepotenza del modello ha la meglio sulla tenerezza del volto. Viviamo in una società che grida. La debolezza, la povera natura di ognuno di noi, la povera misura delle nostre giornate, ha bisogno di silenzi e di accoglienza» (p. 89).
Assieme alla debolezza occorre accettare anche la propria umanità, che nella sessualità trova la sua completezza. Don Ennio avverte un'attrazione particolare per Paola: un'attrazione naturale, spontanea, pulita. Accettarla o rinnegarla in nome del celibato al quale egli vuole restare fedele? Ne parla al suo stàrez, ai giardini pubblici, dove i bambini si divertono, sotto gli occhi delle giovani mamme. Don Pietro prima lo invita ad alzare lo sguardo per godere dello spettacolo («Non sono forse deliziose quelle giovani donne, accanto ai loro bambini, illuminate da questo giorno di primavera?»), poi lo esorta a considerare la grandezza dell'amore umano. «L'amore per una donna non è poca cosa. Oso pensare che Dio provi più gioia nell'essere scelto da uno che guarda le donne, le ama e ne conosce la ricchezza, che da uno che le reputa poca cosa». Infine gli offre la propria concezione del voto di castità: «Il celibato non ci trasforma in esseri asessuati. La vera castità vuol dire innamorarsi, guardarsi mentre ci si innamora 'e rinnovare infine il proprio voto di celibato» (p. 135). Le parole del vecchio prete liberano don Ennio da sensi di colpa e da penose incertezze; lo rallegrano anche, ma gli fanno comprendere «quanta quotidiana durezza esse contenessero».
Vegliando la ragazza agonizzante potrà dire a se stesso: «Io amo Paola», senza inquietudine e sorridendo, pur consapevole che il suo amore deve affermarsi nella rinuncia.

Dio sulle nostre strade

Come si vede, il romanzo di Parazzoli è un palcoscenico aperto sulla Milano odierna, osservata prevalentemente con gli occhi di alcuni preti. Lo spettacolo che si offre allo sguardo dà l'idea di una società convulsa, sospinta da miraggi malefici, insoddisfatta e sbandata; non sa di aver perduto l'orientamento di base; più che vivere, si lascia vivere; Dio - se lo si ammette - è stato ridotto a misura umana, cioè a idolo, e la pratica religiosa a devozionismo e ritualismo. Religione senz'anima. Ci sono, certamente, preti evangelicamente impegnati, testimoni della carità di Dio, ma anche preti acquiescenti alla Mentalità secolare, sconfortati o smarriti. E poi la massa di quanti hanno perduto - non apertamente rinnegato - il senso del loro battesimo e vivono da estranei alla Chiesa. Uno spettacolo particolare è offerto dai sofferenti, dai poveri e dagli emarginati. Paola si è impegnata nell'alleviare le sofferenze del prossimo, ed è stata barbaramente uccisa; don Lorenzo è tornato dal Perù, prete senza Chiesa, e convive con una donna; don Riva si accontenta di accudire alle pecorelle dell'ovile, trascurando i lontani.
Può Dio dimenticare questa umanità? Ripudiarla? Abbandonarla a se stessa? Parazzoli risponde con un no che richiama alla mente un testo degli Esercizi Spirituali di sant'Ignazio (ricordati nel romanzo). Nella contemplazione dell'Incarnazione il Santo invita l'esercitante a vedere la Trinità che guarda l'umanità: chi ride e chi piange, alcuni in pace, altri in guerra, chi nasce e chi muore. Tutta la superficie terrestre è avvolta da una cecità che conduce alla perdizione eterna. Dinanzi a tale spettacolo, riecheggiante di bestemmie, le Persone divine proclamano: «Facciamo la redenzione del genere umano». E il Verbo s'incarna per salvarci. Dio non abbandona la sua creatura. Don Pietro -per molti versi portavoce di Parazzoli - prima di morire consegna a don Ennio una specie di testamento: Dio non delude, Dio ci aspetta da sempre, Dio è pietà.
Don Ennio sperimenta più volte la pietà di Dio, come nella vicenda del dottor Umberto Colella. Alla morte della sua bambina aveva rinnegato Dio e si era chiuso nell'astio e nella rinuncia alla vita. Un giorno, ai giardini pubblici sente una bambina che chiede aiuto: si era arrampicata su un albero e non sapeva più come scendere; «Mi tiri giù? Ho paura a saltare». «Salta!» le dice, e l'accoglie tra le braccia. «Un'altra bambina, molti anni prima, mi aveva invece lasciato per volarsene via senza far ritorno. Capisce cosa voglio dire?». L'interrogativo è rivolto a don Ennio (già testimone di una serata all'insegna della cultura ateistica e scientista, in casa del dottor Colella). Vuol dire che l'episodio della bambina non solo lo ha ridestato alla vita, ma anche alla credenza nei miracoli. E certi miracoli - conclude il giovane prete - «vanno afferrati al volo, così come ha fatto lei, e avere l'umiltà di proteggerli» (p. 226).
Per queste strade familiari e feroci pullula di sofferenze, di miserie e di morte, ma si conclude con un inno alla Vita. Più precisamente, alla Risurrezione (il sottotitolo è appunto risorgerò, posto in parentesi). Paola è morta. Don Ennio, nel trigesimo, la ricorda leggendo un brano del Vangelo di Giovanni (6,37-40): «Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno». Commentando il testo non è più il giovane prete timido e imbranato, ma un convinto assertore della vittoria della vita sulla morte e dell'esaltazione di quanti hanno trascorso la vita operando il bene, nel silenzio e nel nascondimento, fedeli alla loro vocazione. E invita l'assemblea liturgica a ripetere con lui e con Giobbe: «Io credo, risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore». La prospettiva del Regno di Dio lo riporta al finale dei Karamazov: «E mi piace immaginare -dice riecheggiando Alioscia - che quel giorno Dio ci verrà incontro e rideremo insieme, noi e Lui, come ridono due vecchi amici che si incontrano per la prima volta dopo aver sentito parlare per tanto tempo l'uno dell'altro ed essersi amati senza conoscersi. Rideremo per la sorpresa, per la buffa felicità di scoprire che nessuno dei due è come l'altro se lo figurava» (p. 264). A questo punto don Ennio ricorda una verità, fortemente ribadita nel romanzo: «E Dio scoprirà che non solo la nostra anima, ma anche il nostro corpo è prezioso e amabile, nonostante le sue debolezze, le sue impurità, le sue menomazioni. Saremo fieri del nostro corpo di fronte a Lui che ne sarà altrettanto fiero, come un padre è fiero del corpo di suo figlio, comunque esso sia».
Al termine della sua omelia, don Ennio ricorda Paola. Appartiene alla moltitudine degli ignoti. «Ma nel giorno in cui risorgeremo, perché, io credo, risorgeremo, allora Dio ci conoscerà, e anche noi ci conosceremo, così come siamo». Come siamo? Ignoti? Limitati? Incompresi? Difettosi? Paola era così. Ma, nella Risurrezione, ci vedremo su uno sfondo molto diverso. «E vedremo che, sulla bilancia, il piatto del bene sarà più colmo di quello del male. Su quel piatto, a far di peso, ci saremo noi, con il nostro corpo» (p. 265). Su queste note di ottimismo cristiano termina il romanzo.

Tre note

Ci siamo soffermati sul romanzo di Parazzoli per tre motivi soprattutto. In primo luogo perché si tratta di un romanzo d'ispirazione profondamente cattolica. Affiancandosi a Bernanos, Mauriac, Cesbron, Graham Greene, Pomilio, Diego Fabbri, Rodolfo Doni, Shusaku Endo, nel suo romanzo Parazzoli ha posto il messaggio cristiano in primo piano sì che le vicende narrate e i problemi affrontati siano esaminati e risolti nella luce della Rivelazione. Questo elemento gli conferisce non soltanto originalità e drammaticità (si pensi al dogma della risurrezione della carne, allo scontro tra peccato e grazia, al vuoto di ideali e all'impegno per la vita, alla crudezza della realtà e all'appello a superarla), ma anche un'ampiezza di prospettive che gli permette un salto di qualità (si pensi alle parole di don Pietro prima di morire e all'omelia di don Ennio). Si noti che l'ispirazione cattolica del romanzo risulta non da elementi esteriori, ma da una luce interiore, generata dalla fede, che permette di vedere la realtà sotto aspetti nuovi e appaganti.
In secondo luogo, perché è un romanzo-verità. C'è, sì, la fantasia del narratore, ma è posta al servizio della verità: la illumina, la spiega, la dilata. Così l'esile trama di un prete che veglia una ragazza moribonda si dilata in una sequenza di scene che fanno assistere allo spettacolo della tragicommedia della vita, offerto da una parrocchia. In realtà, la parrocchia del SS. Redentore è un piccolo mondo che rispecchia gli umori, le sofferenze, le gioie, i problemi, le frustrazioni e le aspettative dell'uomo moderno. Per il materiale del suo romanzo Parazzoli si è servito sia della sua esperienza di laico impegnato in parrocchia sia frequentando alcuni giovani sacerdoti, impegnati nelle parrocchie di Milano, sia consultando qualificate pubblicazioni sull'argomento (come dichiara in appendice al romanzo). In tal modo Per queste strade familiari e feroci risulta un'interessante e suggestiva radiografia del clero, visto nei suoi aspetti più vari, sempre con rispetto e affetto, anche nelle pause di stanchezza e di cedimento. Franςois Mauriac confessa il suo sbigottimento e la sua commozione dinanzi al mistero che si addensa sui preti, «uomini ordinari, simili a tutti gli altri, chiamati a diventare il Cristo quando levano la mano sulla fronte di un peccatore che confessa i suoi falli e domanda perdono, o quando prendono il pane fra le mani " sante e venerabili", o quando alzano il calice della nuova alleanza e ripetono l'azione insondabile del Signore stesso». [3] Parazzoli si muove su questa linea. I suoi preti, pur nella pesantezza e limitatezza della loro umanità, sono i testimoni della Trascendenza e della Redenzione senza le quali vivere è arduo. Lo testimoniano quanti, giovani e adulti, disillusi da una vita spiritualmente vuota, bussano alla porta della parrocchia. Tutti persone vive, da noi incontrate e conosciute, che riflettono le nostre ansie, le nostre miserie e speranze.
Infine, Per queste strade familiari e feroci è un romanzo sostanzialmente convincente anche sotto l'aspetto letterario. Per nostra fortuna, Parazzoli è alieno dalle convulsioni e dai funambolismi di certa narrativa contemporanea, che spesso nasconde il vuoto di idee e l'incapacità di costruire un'opera letteraria sotto il pretesto dello sperimentalismo o della modernità. Parazzoli si muove sui sentieri della grande narrativa: narra fatti, carichi di problemi, li abbellisce con una buona dose di fantasia e li inserisce in una struttura armonica capace di coinvolgere l'interesse del lettore. E ciò in uno stile vivo, immediato e colorito. Certe pagine hanno anche un sapore di poesia, come quelle che narrano l'incontro del dottor Colella con la bambina dei giardini.
Romanzo sostanzialmente convincente, dicevamo, che appaga la mente e il cuore. Ma non perfetto. Taluni personaggi ed episodi danno un'impressione di decorativo e di artificiale; la figura di don Ennio non è psicologicamente e spiritualmente approfondita; talvolta la trama sembra incepparsi e disperdersi. Ma nel complesso il romanzo regge, e bene. Certe sue idee colpiscono il lettore come fasci di luce. Queste, per esempio: Dio è bontà e misericordia; l'anima porta in sé un mistero sconosciuto anche a se stessa; l'egoismo distrugge, l'amore edifica; per amarci dobbiamo comprenderci; nessuno, per quanto miserabile, merita disprezzo; privati della dimensione del sacro si è alienati; la fede si trasmette principalmente mediante la testimonianza di vita; «causa delle nostre delusioni siamo noi stessi, la nostra inadeguatezza» (p. 248).
Se ci si chiedesse quale passaggio del romanzo ricordiamo in maniera speciale indicheremmo quello a pagina 246: «Dio non può non amarci, come potrebbe non amarci teneramente, dolcemente, con molta compassione, se siamo così deboli, così poveramente carnali, così umani? Se io li amo così, dietro quelle loro porte, inerti magari, peccaminosi magari, nei loro panni intrisi dell'odore del cibo, miserevoli, come potrà, dunque, non amarci Dio?». E una riflessione di don Ennio mentre sale le scale che conducono all'appartamento di don Pietro, prossimo alla morte.

NOTE

1 Intervista concessa dallo Scrittore a R. CARNERO, «L'allegria di don Ennio in una città nichilista», in Vita Pastorale, 7 luglio 2004, 84.
2 Cfr F. PARAllOLI, Per queste strade familiari e feroci (risorgerò), Mondadori, Milano 2004, 273.
3 F. MAURIAC, Il figlio dell'uomo, Nigrizia, Bologna 1963, 115.

(da: All'uscita dal tunnel, LEV 2009, pp. 179-186)